Red Serpent (2003)

Red_Serpent1Arrivato in Italia grazie alla Silvio Sardi Communication, la Minerva Video e 01 Distribution si accapigliano per spartirsi questo bocconcino: il risultato è che il 4 ottobre 2006 debutta in DVD italiano Red Serpent, una co-produzione della Kremlin Films con la statunitense Rex Media. Un sacco di gente, dunque, ha unito i propri sforzi per dar vita a questo filmaccio…
Nel tempo libero che gli lascia l’essere produttore e web designer, Gino Tanasescu – “Gino” sta per Eugen – si diletta nella regia: sarebbe meglio non lo facesse, ma tant’è. Addirittura tre sceneggiatori gli mettono a disposizione ben poco materiale con cui lavorare, ma se non altro può contare su tre grandi attori da poter sminuire in video.

Il granitico Oleg Taktarov

Il granitico Oleg Taktarov

V.Z. Hassan (un dismesso Roy Scheider) è un super boss della maffya russa, talmente potente che può contare su ben tre sottoposti per svolgere ogni compito: se c’è da mandare un segnale ad un tizio a Beverly Hills, due dei suoi tre uomini partono e vanno a picchiarlo a Beverly Hills. Forse pagare qualche picchiatore del luogo potrebbe far risparmiare, ma Hassan detto Red Serpent non bada a spese. E mentre i suoi due scagnozzi girano il mondo per portare avanti la sua grande organizzazione criminale, Hassan se ne sta seduto immobile in compagnia del suo “terzo uomo”: una killer demente che per tutto il film balla da sola e si cambia dieci volte la parrucca. Che il Zinefilo sia incappato in un film dadaista? Che il regista sia in realtà una reincarnazione di Man Ray? La demenza dei personaggi forse rappresenta l’umanità intera, che brancola nel buio alla ricerca di un buon film?
In attesa di risposta, non mi resta che segnalare che il personaggio della demente killer, interpretato ignominiosamente da Irina Apeksimova, si chiama Àigul… ma che nome è?

Oleg Taktarov insieme a Roy Scheider

Oleg Taktarov insieme a Roy Scheider

Ogni super mafioso ha per antagonista un super poliziotto, e in questo caso c’è Sergej Popov: capitano del controspionaggio che ha organizzato un’azione in grande stile per stroncare una volta per tutte l’attività di Red Serpent.
Nel ruolo di Popov campeggia un titano. Perché Oleg Taktarov non è un normale essere umano: è un russo classe 1967 forgiato nella città chiusa di Sarov, è cresciuto bevendo Volga e Vodka e si è conquistato il nomignolo di “Russian Bear” devastando sul ring avversari molto più esperti di lui, tanto nel judo che nel sambo. Insomma, non un tenerone che sogna di fare la star.
Sicuramente vederlo sul ring è uno spettacolo di gran lunga migliore che vederlo fare del suo meglio in un filmaccio sgangherato, ma nel ruolo di Popov lo vediamo mandare a monte un traffico di droga organizzato da Hassan. Questi però non si fa cogliere impreparato e, per vendetta, ammazza con un sol colpo tutta la famiglia di Popov, gettandolo nella più profonda disperazione.

Il ghigno del Russian Bear

Il ghigno del Russian Bear

Passa del tempo e Popov si è dedicato all’unica attività in grado di consolarlo: pulire un elefante del circo. Sarà una metafora? La vita ha mille pieghe come la rugosa pelle dell’elefante? In attesa di risposte, c’è solo da notare la dabbenaggine degli sceneggiatori.
Intanto arriva a Mosca Steve Nichols (l’immancabile Michael Paré, eroe del cinema di serie Z) con figlioletta a carico: la bambina, lo vediamo tutti, ha già un bersaglio sulla fronte ma aspettiamo la sorpresa e facciamo finta di essere stupiti quando la rapiranno.
Nichols non accetta di lavorare per Hassan e – sorpresa! – gli viene rapita la figlia. Chi la rapisce? È abbastanza chiaro: i due poveracci che fanno tutto il lavoro di Hassan, prima di partire per Beverly Hills solo per picchiare un tizio.

La trama procede banale facendo lo slalom fra microfoni in campo, ombre della troupe sulla parete e trovate insostenibili come la spogliarellista russa di nome Hillary che ha un numero telefonico che inizia per 555: ma siamo a Mosca o a Los Angeles?
Mentre Nichols miagola nel buio, sarà Popov a trovare l’idea vincente, in pieno stile Blues Brothers: la soluzione è… la banda!

Popov torna in pista e richiama i suoi vecchi amici della banda del controspionaggio e tutti insieme assaltano la roccaforte di Hassan, cioè… una fabbrica di bottiglie di champagne. Ma una casa non ce l’ha, ’sto Red Serpent? Pare di no, così assistiamo ad un vero piccolo capolavoro quando tutti sparano nel deposito dei tappi di plastica per champagne, e questi cominciano a volare ovunque. Sarà anche questa una metafora? Siamo tutti tappi di plastica nella bottiglia della vita? Prima o poi si salta tutti? Ma quant’è ricco di metafore ’sto film…

L'imbarazzante colbacco

L’imbarazzante colbacco

In chiusura va menzionato il fatto che malgrado il “Moscow Times” nel 2005 dichiari morto l’Ushanka (quello che noi chiamiamo colbacco), in quanto chi lo porta è di solito solo uno straniero entusiasta di vestire come i russi visti in TV, in Red Serpent campeggiano colbacchi portati con la stessa naturalezza che se fossero il cappello di procione di Davy Crockett.
Infine è un piacere scoprire nel ruolo di Albert Chenyenko – uno degli unici due uomini di Hassan, che stranamente nei crediti è attestato come Albert Hakimov – l’ex American Gladiator Deron McBee, muscolare caratterista di film marziali anni Novanta: qualcuno forse lo ricorderà in versione centaura nel ruolo di Motaro in Mortal Kombat 2 (1997).

Cos’altro dire di Red Serpent? Solo che è pane per i denti di un Zinefilo…

L.

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