12 dannati e 13 assassini

13assassinsCome nascono le grandi storie della cultura popolare? Semplice: rubacchiando da altre storie…

Russ Meyers, Charles Sumners e "The Dirty Dozen"

Russ Meyers, Charles Sumners e “The Dirty Dozen”

Siamo agli inizi degli anni Sessanta, ed una sera tre amici si riuniscono per una cena: sono il documentarista con aspirazioni registiche Russ Meyer (sì, proprio quel Russ Meyer!), il fotografo Charles Eugene Sumners ed il giovane misterioso E.M. Nathanson, di cui in realtà nessuno sa nulla.
Quest’ultimo è uno sconosciuto giornalista che vuole fare il salto di qualità e diventare romanziere, e per questo sta cercando di mettere insieme una buona storia. Gli altri due ne hanno parecchie da raccontargli, visto che entrambi durante la Seconda guerra mondiale sono stati testimoni in prima linea: Russ Meyer ha girato materiale di prima qualità, anche sul generale Patton, e Sumners è stato celebre fotografo di guerra.
Fra le storie raccontate quella sera, una in particolare colpisce Nathanson.

dannatiMeyer e Sumners durante la guerra passarono una notte ospiti di un avamposto britannico che aveva anche una prigione al suo interno: ufficialmente, però, quella prigione non esisteva. Videro le condizioni di vita dei prigionieri e fecero diverse foto, tutte però requisite al momento di andar via: nessuno doveva sapere che quella prigione esisteva.
Nathanson rimane affascinato da quest’idea, e nel 1962 chiama ancora sia Meyer che Sumners per farsi raccontare ancor più nei dettagli quegli avvenimenti di vent’anni prima.
I due accettano con piacere, forniscono altri dettagli e Nathanson comincia a scrivere il romanzo della sua vita: tre anni dopo esce in libreria The Dirty Dozen, successo inarrestabile che arriva in Italia nel 1967 per Longanesi con il titolo I dodici dannati (trad. di Bruno Oddera).
Proprio in quel 1967 la MGM presenta al cinema l’indimenticabile film The Dirty Dozen – che arriva nelle nostre sale il 4 gennaio 1968 con il titolo Quella sporca dozzina – diretto da Robert Aldrich e con il cast stellare che ben conosciamo. (Lo trovate in DVD MGM, ma per ammirare splendide foto di scena di questo film riguardanti Charles Bronson, rimando alla rubrica di questo blog Faccia di Bronson.)

Darkness VisibleTutto ciò che ho appena raccontato, la storia cioè di come è nata in Nathanson l’idea del romanzo, lo racconta Sumners nel suo libro di memorie Darkness Visible (apparso prima sulla rivista “Vanity Fair” nel 1989 poi pubblicato in volume nel 1990), precisando che Russ Meyer ha ricevuto ben dieci mila dollari per il suo racconto di una storia di guerra, mentre il povero Sumners è rimasto all’asciutto!
Non sappiamo se i fatti si siano svolti davvero in questo modo, ma di sicuro né Sumners né Meyer hanno accennato al numero degli uomini in quella prigione fantasma…

C’è chi dice invece che Nathanson per il suo romanzo si sia ispirato ai Filthy Thirteen: questi “sporchi tredici” erano una divisione non ufficiale di paracadutisti dell’Aeronautica, guastatori, soldati specializzati in missioni ad altissimo pericolo – che potrebbero addirittura considerarsi suicida!
Filthy Thirteen«Noi non eravamo assassini o che altro» tiene a precisare Jack Agnew, uno dei pochissimi rimasti vivi della divisione: proprio sua figlia, Barbara Maloney, ha affermato che Nathanson si è ispirato a quella divisione per la sua storia: ma i “dodici dannati” erano galeotti, non un corpo scelto.
Niente di strano, comunque: Nathanson può aver preso i racconti della galera britannica e averli fusi con le imprese degli “sporchi tredici” e poi aver lavorato di suo. È questo che fanno i romanzieri, no?

La domanda che invece io mi faccio è: Nathanson ha visto il film giapponese 13 Assassins, uscito un paio d’anni prima che lui pubblicasse il romanzo I dodici dannati? E Kaneo Ikegami, lo sceneggiatore del film, sapeva dell’unità degli “sporchi tredici” statunitense? Chi ha ispirato chi?

13 assassins (7)Forse nessuno ha ispirato nessuno e le storie sono nate indipendentemente. Però certo i dodici samurai di Ikegami (che solo alla fine diventeranno tredici), messi insieme per una missione segreta, non ufficiale e praticamente suicida in nome di un bene superiore, un po’ fanno pensare ai dodici “dannati” e alla loro missione molto simile. Visto poi che sono nati praticamente negli stessi anni, proprio cioè in quel periodo in cui il cinema nipponico veniva saccheggiato a piene mani dagli statunitensi, farsi delle domande è lecito.
I magnifici sette (1960), Per un pugno di dollari (1964), L’oltraggio (1964): negli anni Sessanta lo sport preferito dalla cinematografia americana era il “plagio al Giappone”.
Fatto sta che nel 1963 il regista Eiichi Kudo porta al cinema 13 Assassins (Jûsan-nin no shikaku), cavalcando la moda degli jidaigeki: film cioè che romanzano veri avvenimenti storici.

Prima regola del cinema giapponese: se ride, è cattivo!

Prima regola del cinema giapponese: se ride, è cattivo!

Nel 1844 il perfido Naritsugu, potente perché fratellastro dello Shogun ma odiato da tutti, morì di “malattia” durante un viaggio: non sappiamo se già all’epoca si parlò di assassinio, ma fatto sta che lo sceneggiatore Kaneo Ikegami crea una storia secondo cui tredici samurai vennero segretamente ingaggiati per uccidere lo spietato fratellastro dello Shogun, che se fosse andato al potere avrebbe gettato il Giappone in un’epoca di guerra e violenza.
Tredici uomini che non esistono, quindi, visto che ormai la figura del samurai stava già svanendo, ingaggiati ufficialmente da nessuno per una missione praticamente suicida: il dramma storico è servito.

Ho detto 13, non fate i furbi: qui due si sono imboscati!

Ho detto 13, non fate i furbi: qui due si sono imboscati!

Con un bianco e nero virtuoso e pregiato, il regista crea atmosfere di grande intensità, ma il tutto va a discapito di una disumanizzazione dei personaggi. Il paragone con Quella sporca dozzina viene spontaneo (malgrado quest’ultimo film duri almeno trenta minuti di più).
Mentre nel film americano più dell’azione in sé viene messo l’accento sulla ben delineata caratterizzazione di ogni “dannato”, nel film giapponese i samurai vengono solamente citati una volta per nome e poi dimenticati: a parte Shinzaemon Shimada, che è l’organizzatore, gli altri dodici sono ombre che si muovono sullo schermo senza un vero perché. Non a caso il personaggio è interpretato da Chiezo Kataoka, mostro sacro del cinema nipponico dell’epoca, anche se a fine carriera.
Tutta la storia è per Shinzaemon e Hanbei Onigashira (Ryôhei Uchida), il consigliere del perfido Naritsugu: sono loro a gestire il film, mentre gli altri sono solo comparse per riempire le scene d’azione.

Chiezo Kataoka, il Lee Marvin giapponese

Chiezo Kataoka, il Lee Marvin giapponese

Il combattimento finale nella cittadina è sorprendente: il fiero cipiglio dei samurai, il loro comportarsi come super-guerrieri gonfi d’onor crolla miseramente ed esce fuori un lato inaspettatamente umano dei personaggi.
Nessuno combatte come nei chambara, i film giapponesi di scontri alla katana: non ci sono colpi maestri né scenate cinematografiche. Tutti hanno una paura del diavolo, malgrado siano votati alla morte, tirano colpi approssimativi, inciampano, si rotolano nel fango, combattono in modo pessimo e inefficace, sia i buoni che i cattivi. Non è uno scontro onorevole, è una rissa da strada in cui non si può mai dire chi vincerà, perché nella confusione non si capisce neanche bene contro chi si stia combattendo. Il superomismo mostrato dai samurai finisce nel fango del combattimento finale, con un guizzo davvero insperato di grande umanità.

Due vecchi amici che la Storia ha reso nemici

Due vecchi amici che la Storia ha reso nemici

Umanità che finisce nel 2010 quando il celebre regista Takashi Miike firma il remake del film, arrivato nelle nostre sale il 24 giugno 2011 con il titolo 13 assassini. (In DVD BIM dal 9 novembre successivo.)
Miike porta il concetto del remake alle estreme conseguenze: 13 assassini inizia come una copia carbone dell’originale del 1963!

Quante differenze riuscite a trovare?

Quante differenze riuscite a trovare?

Ovviamente delle differenze ci sono: piccole, ma ci sono.
13 assassini (6)Il film del 1963 non dava risalto alle scene truculente e alla violenza che invece ha reso celebre Miike. Ecco che quindi il seppuku che apre il film nell’originale è già avvenuto, nel remake invece viene mostrato in tutta l’esecuzione (anche se viene inquadrata solo l’espressione del protagonista limitandosi a farci sentire i rumori dell’addome dilaniato); le nefandezze del perfido Naritsugu vengono suggerite nell’originale, mostrate con dovizia di particolari nel remake; la povera donna mutilata dal crudele signore è completamente assente nell’originale: è lecito pensare che Miike abbia voluto citare il proprio film Audition, in cui si ritrova una scena simile (anche se sarebbe lecito pensare ad una citazione del Titus shakespeariano).
Differenze minime, dicevo, che invece crescono d’intensità man mano che il film procede. Il tredicesimo samurai, personaggio quanto mai posticcio e debolissimo, è molto diverso nelle due versioni, ma in entrambe è relegato talmente ai margini della storia che stupisce che venga contato nel numero dei protagonisti.

Molto importante il combattimento finale con le sue differenze. Il film del ’63 non aveva effetti speciali, era tutto molto più “rustico”. Il remake ha roboanti scenografie, esplosioni come fosse capodanno ed effetti speciali spettacolari. Ottiene però un effetto indesiderato: alcuni spettatori potrebbero chiedersi perché i protagonisti, visto che hanno a disposizione così tanto materiale, finiscono a fare a spadate? Non potrebbero tirare uno dei tantissimi candelotti di dinamite addosso a Naritsugu?
Comunque la vera differenza sostanziale è nelle ultime scene, dove a quanto pare finalmente il film di Miike prende una sua strada personale.

Lo scontro finale del 2010

Lo scontro finale del 2010

Il Naritsugu moderno è il classico super-cattivo cinematografico, spietato fino alla fine; quello originale è solo il classico burocrate che fa la voce grossa ma che davanti al pericolo strilla come un bambino. Non merita più di tanto attenzione, e la sua fine è rapidissima e senza importanza: il momento topico del film è nello scontro fra Shinzaemon e Hanbei.
Miike fa esattamente il contrario (Hanbei se ne va via in un lampo!), ma al di là di questo aggiunge un gustoso dialogo tra questi ultimi due che forse è il messaggio del regista.
Per fare il proprio dovere fino alla fine, Hanbei muore per il proprio signore; nell’originale, Hanbei potrebbe evitare di farlo perché ormai il suo signore è bello che andato. Ma proprio perché Naritsugu è morto, Hanbei sente di aver perso l’onore: Shinzaemon si fa colpire a morte da lui proprio per donare al vecchio amico l’onore di aver ucciso il nemico. Cinematograficamente parlando, preferiamo l’onore del vecchio film al cieco e supino “dovere” del remake!

Perché non passate direttamente al napalm?

Perché non passate direttamente al napalm?

E.M. Nathanson fu ispirato dalla storia filmica di dodici samurai che vanno a morire di nascosto per il bene del Paese? Kaneo Ikegami fu ispirato dalla storia di guerra degli “sporchi tredici” che morirono di nascosto per il proprio Paese? Per questo a tre quarti del film fa spuntare un inutile tredicesimo guerriero così da raggiungere un numero-citazione?
Non lo so, però forse anche Nathanson volle nascondere una citazione “illuminante” in un numero. Nell’aprile del 1965 lo scrittore andò a depositare il copyright del suo romanzo: indovinate di che giorno? Esatto: il 13!

L.

P.S.
Articolo apparso originariamente su ThrillerMagazine il 1° luglio 2011.

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28 risposte a 12 dannati e 13 assassini

  1. Cassidy ha detto:

    Sei passato su questi film con fare da Samurai, ti mancava solo di srotolare il cartello con scritto “Massacro totale” 😉 Mi alzo in piedi ad applaudire, hai citato quasi tutti i miei preferiti, dal Maestro Russ Meyer, al capolavoro quella sporca dozzina, fino ai 13 assassini, ho amato entrambe le versioni, sia quella di Eiichi Kudo che quella di Takashi Miike 😉

    Non conoscevo “Filthy Thirteen”, ho sempre pensato che il film più vicino a “13 assassini” fosse “47 Ronin” (l’originale non quella porcheriola americana con Reeves) o al massimo “i 7 samurai”, paragonarlo alla sporca dozzina è un gran colpo, complimenti! 😀 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono contento ti abbia intrigato: quando ho scoperto della “cena con Russ Meyer” mi sono fomentato 😛
      L'”indagine” l’ho scritta quanto stava arrivando in Italia il film di Miike e recuperai l’originale: c’era qualcosa che mi ronzava, con quei numeri, che alla fine ho dovuto “indagare” ^_^

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      • Cassidy ha detto:

        Ci credo, anche io mi sono fomentato, tutti vorrebbero andare a cena con il grande Russ, e magari qualcuna delle sue attrici 😉 Ottima indagine, veramente un gran pezzo 😉 Cheers!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        All’epoca non era ancora famoso, però ti immagini quante storie di guerra aveva da raccontare? Ho letto che ha filmato lui molte delle scene documentarie usate poi per il film “Patton, generale d’acciaio”. INsomma, un tipino niente male con cui passare la serata ^_^

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  2. Ma che bello questo articolo, cavoli, bellissimo. Bravo Lucius.

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  3. loscalzo1979 ha detto:

    splendida analisi di tre film che ho apprezzato e amato per diversi motivi.
    l’originale è infinitamente superiore per stile e costruzione al remake di Mike, che non mi è dispiaciuto affatto.

    Se gli americani hanno copiato il cinema giapponese? molto probabile, vista la somiglianza fra i film di kurosawa e molti americani per esecuzione e stile.

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  10. Zio Portillo ha detto:

    Dopo aver letto Cassidy di là, ora tocca a Lucius e che dire? Anche qua complimentoni. Ottimo post e ottima ricerca. Cenare con Meyer deve essere stato tutto fuorché noioso! E lui non doveva neanche tirare fuori il jolly dal mazzo uscendo le donnine prosperose che tutti noi amiamo. Sarebbero bastati i racconti di guerra per tenere banco tutta la sera.
    Il paragone tra “Quella Sporca Dozzina” e i “13 Samurai” è un tocco da maestro mica male. L’originale di Kudo l’ho visto solo una volta anni e anni fa quando mi era presa la fissa del cinema giapponese (da Kurosawa in giù) e non me lo ricordo per nulla. Sopratutto la scena finale che citi… Zero totale. Quello di Miike è più fresco e Sky lo ha riproposto spesso. Quello me lo ricordo bene e non mi è dispiaciuto per nulla.
    Tornando al discorso “chi ha copiato chi” ricordo che la mia prof di lettere alle superiori continuava a sostenere che il 90% delle opere moderne (cinema e teatro) sono rifacimenti di miti classici greci riadattati ai giorni nostri. Tutti, da Shakespeare per il teatro fino ai film hollywoodiani, pescano a piene mani gli intrecci che Omero narrava secoli fa. Ovviamente sono altri ambienti e altri sviluppi ma il cannovaccio di base è quello. Ora non ricordo se esistono missioni suicide nella mitologia ellenica (forse gli Argonauti e il recupero del Vello d’Oro?) ma alla fin fine c’è sempre qualcuno che pesca, rubacchia o cita qualcun’altro.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e in effetti c’è una scuola di pensiero che fa ricondurre ogni narrativa apparsa nella nostra civiltà a tipo 7 opere classiche, che racchiudono in sé tutto il “raccontabile”. Ovvio che non c’è mai davvero nulla di nuovo sotto il sole, e che una storia d’amore, di guerra, di dolore o di passione alla fin fine ha sempre qualcosa di ciò che l’ha preceduta. Diverso discorso per il plagio, e gli americani hanno plagiato tutto il plagiabile dal Giappone. (E gli italiani pure, ma è noto solo un film, “Per un pugno di dollari”, quindi è un reato limitato.)
      Se parlo di due giovani innamorati è ovvio che potrò dire cose che, stringi stringi, già c’erano in Romeo e Giulietta, ma se ricopio identica la storia, scena per scena, il discorso è diverso.
      “Dirty Dozen” non è un plagio, semmai ha preso un’ispirazione e una struttura e l’ha ben adattata ad una cultura diversa: “I sette samurai” invece è una fotocopia, pur rimanendo un film mitico 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Scusa, intendevo ovviamente “I magnifici sette”, lapsus plagiaro 😀

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