Per un pugno di piombo e sangue

Yojinbo_FistfulIl numero di novembre 1927 della celebre rivista pulp “Black Mask” presenta l’inizio di una leggenda: The Cleaning of Poisonville. Puntata dopo puntata, il febbraio 1928 vede la conclusione della storia firmata da Dashiell Hammett, che nel 1929 – dopo una lunga lotta con gli editori per stabilirne il titolo – fa uscire in volume come Red Harvest, in Italia Piombo e sangue.
Ci sono dei film che ingiustamente sono stati accusati di ispirarsi a questa storia senza dichiararlo: in realtà il plagio è palese e manifesto… ma in esso Hammett non c’entra nulla.

Dashiell Hammett - Piombo e sangueIl romanzo Piombo e sangue si apre con la morte di Donald Willson, figlio di quell’affarista Elihu Willson di fatto padrone della cittadina di Personville. Nel passato il ricco proprietario dovette affrontare uno di quegli scioperi che fanno tremare le fondamenta delle città, quegli scioperi che Hammett conosceva bene visto che (a quanto pare) prima di divenire scrittore fu ingaggiato in almeno un caso per “prendere provvedimenti” a riguardo.
Chiamare esterni per risolvere, in modo non particolarmente cristallino, le situazioni calde degli scioperanti era usanza anche a Personville, solo che il vecchio Willson aveva esagerato: per sopprimere (non solo metaforicamente) le proteste aveva ingaggiato uno stuolo di criminali della peggior specie, i quali – finito lo sciopero – non avevano alcuna intenzione di andarsene. Personville (o Poisonville, “città del veleno”, come viene amabilmente chiamata da molti) è diventata una terra di mire criminali di ogni genere: in questo clima di terrore, di ricatti incrociati e di sibili di pallottole, il giovane Donald chiama un uomo della Agenzia Continentale di San Francisco ad aiutarlo.

Questi – l’io narrante senza nome protagonista di tanti racconti hammettiani – arriva troppo tardi: il giovane committente è già bello che morto ed il padre è ovviamente infuriato. Chiede al protagonista di trovare l’assassino del figlio, ma quando questi lo trova, il vecchio Willson aumenta la richiesta: «Voglio un uomo che mi ripulisca questo porcile di Personville, – propone al protagonista, – che faccia fuori i topi di fogna, piccoli o grossi che siano. È un lavoro da uomini. È un uomo lei?» Ovviamente sì, e l’accordo è stipulato: per diecimila dollari lo straniero senza nome ripulirà la città dai criminali.

Dashiell Hammett - Piombo e sangue [SuperPocket]Piombo e sangue è un romanzo ricchissimo di quei personaggi, situazioni e linguaggio hardboiled che avrebbero reso celebre l’autore, con tanto di femme fatale spennapolli, Dinah Brand («Soldi», spiegò lei, «più sono meglio è. Mi piacciono») e di “pollo spennato” che farebbe qualsiasi cosa per assecondarla. Il romanzo nel suo complesso è diviso in tre parti ben distinte, ognuna delle quali è “battezzata” da un nome finto fornito dal protagonista senza nome.
La prima, dove l’OP si spaccia per Henry F. Neill, consiste nelle indagini sull’omicidio che apre il romanzo.
La seconda parte, dove il protagonista si fa chiamare «qualcosa come Hunter o Hunt o Huntington» (e il riferimento al “cacciatore” e alla “caccia” non sembra casuale) consiste nell’opera di disgregazione degli equilibri precari di Personville tramite l’utilizzo di segreti scottanti, che mettono gli uni contro gli altri.
La terza ed ultima parte, che si chiude con l’OP che prende il nome di P.F. King, è la resa dei conti finale, lo showdown in cui tutti i nodi vengono al pettine.

Malgrado le molte ingarbugliate vicende della storia – piena di armi, alcol, slang criminale e anche un po’ di laudano per rendere più “allucinogeno” il tutto – Piombo e sangue viene di solito ricordato solo per lo spunto della seconda parte, dove il protagonista semina zizzania fra i criminali facendoli scannare fra di loro. In realtà è una fama immeritata. Il protagonista senza nome, dopo un’iniziale leggerissima scossa alla cesta di serpenti di Personville, non fa altro che ricevere confessioni non richieste che i poco abili criminali si sbrigano a fornirgli (con addirittura del personale di banca che vìola ogni etica spifferando al primo che passa ogni più piccolo dettaglio dei propri correntisti!), mettendogli a disposizione segreti scottanti che lui poi potrà utilizzare andandoli a riferire a chi di dovere.

Questo impianto narrativo in tre sezioni più che assomigliare alle versioni cinematografiche successive ricorda da vicino un’opera probabilmente mai accostata ad Hammett: Le voci di dentro di Eduardo De Filippo.
VociDentroIn questa celebre pièce teatrale il grande drammaturgo napoletano si cala nei panni di un uomo che accusa ingiustamente di omicidio una famiglia del suo palazzo. Questa iniziale scossa dà vita al crollo di detta famiglia: liberati dalle accuse formali, ognuno dei molti appartenenti si presenterà al protagonista svelando storie di odii sepolti e quotidiana violenza familiare. Ogni membro accuserà l’altro senza che neanche ci siano prove che un crimine sia mai stato commesso, proprio come gli appartenenti di Personville si sbrigano a spifferare al protagonista tutto ciò che sanno di incriminante sui propri compaesani, fino alla resa dei conti finale.
La prima edizione italiana di Piombo e sangue è quella Longanesi del 1954 (Gialli Proibiti n. 16): nel 1948, quando venne per la prima volta rappresentato Le voci di Dentro, De Filippo non doveva quindi aver notizia del romanzo di Hammett (a meno che non avesse possibilità di leggere in lingua originale libri d’importazione). La successiva ristampa del romanzo è del 1967, un anno dopo l’uscita nei cinema di Spara forte, più forte, non capisco, adattamento filmico de Le voci di dentro diretto dallo stesso De Filippo, con Marcello Mastroianni e Rachel Welch: forse qualche editor della Longanesi colse la somiglianza e fece ristampare il romanzo americano.
La pièce del maestro napoletano è l’unico riferimento a Piombo e sangue che ne colga la struttura narrativa (tre parti: “giallo”, gioco al massacro, resa dei conti), la passività del protagonista (sono i cattivi a fornirgli gli strumenti per la loro distruzione) e lo spirito (la voglia di raccontare storie di “normale” criminalità cittadina).

Roadhouse NightsAlla fine degli anni Venti il successo di Hammett come scrittore gli vale l’attenzione di Hollywood: nel 1930 la Warner Bros distribuisce Roadhouse Nights, trasposizione cinematografica ufficiale di Piombo e sangue che viene subito dimenticata.
Al consumato sceneggiatore e romanziere Ben Hecht viene affidato il compito di trasformare il complesso romanzo di Hammett in sceneggiatura: durante l’operazione oltre a tagli e manomissioni è inevitabile che Hecht inserisca anche idee e spunti provenienti da proprie opere. Il problema è che i produttori vogliono una commedia e non è certo facile trasformare la violenza (fisica e verbale) in risate!
Dopo il tritacarne di Hecht, passa Garrett Fort – altro consumato sceneggiatore – a tirare le somme di un film nato già morto.
Il Continental OP diventa un giornalista e con un po’ di salti mortali la storia riesce ad inserire l’esordio cinematografico del cantante-comico Jimmy Durante, il cui numero musicale pare essere l’unica scena sopravvissuta di un film distrutto dalla critica alla sua apparizione e prontamente dimenticato.

Titoli di testa di "Yôjinbô"

Titoli di testa di “Yôjinbô”

Trovare – come fanno molti – nel film Yôjinbô di Akira Kurosawa riferimenti al romanzo Piombo e sangue è davvero difficile: molto più plausibile ritenere che l’esagerato accento posto sul collegamento fra le due opere sia il risultato di un posteriore piccato risentimento nel vedere il “sacro” Per un pugno di dollari accusato di plagio. Ma andiamo con ordine.
Il film di Kurosawa viene presentato in anteprima al Festival di Venezia del 1961 – anche se gli “informatissimi” giornalisti italiani sbagliano e lo chiamano Yokimbo, come se fosse una marca di caffè! – e Toshirô Mifune viene premiato con la Coppa Volpi per la sua interpretazione. Il 7 agosto 1963 il film arriva nelle sale italiane con il titolo La sfida del samurai, ma il 21 febbraio 1986 quando Raiuno lo trasmette in seconda serata lo ribattezza Yojimbo. La guardia del corpo. Con la “m” invece che la “n”, all’americana.
Il film «richiama alcuni motivi del cinema americano»: anche i distratti giornalisti italiani del ’63 scoprono ciò che in realtà è noto a tutto il mondo: il chanbara giapponese è perfettamente equivalente al western americano… anche se si dovrà aspettare ancora per scoprire quanto il secondo abbia rubato a piene mani dal primo. Già nell’86, quando grazie alla RAI gli italiani scoprono il film di Kurosawa, anche i più distratti giornalisti italiani sono costretti ad ammettere che è troppo identico a quell’altro film di Leone. Ma andiamo con ordine.

Lo straniero senza nome, il mitologico Toshirô Mifune

Lo straniero senza nome, il mitologico Toshirô Mifune

Il protagonista di Hammett è un agente della OP che arriva a Personville rispondendo (in ritardo) ad una richiesta di aiuto; il protagonista di Kurosawa è un ronin, un samurai senza padrone, sbandato e senza meta che capita casualmente in un paesino e, sebbene alla fine persegua “il bene”, il suo iniziale obiettivo dichiarato è di uccidere gente.
L’unico tratto in comune di questi due personaggi molto differenti è il nome: anzi… la sua negazione. Proprio come Ulisse si inventa il nome Nessuno nel momento esatto in cui gli viene chiesto, gli eroi che nascono dalla traduzione hammettiana tenderanno ad improvvisare i propri nomi.

Chiamatemi Yôjinbô o come vi pare...

Chiamatemi Yôjinbô o come vi pare…

Quello di Piombo e sangue è un personaggio storicamente senza nome che, quando gli viene chiesto, se ne inventa ben tre; quello del film è un personaggio nuovo che, quando gli viene chiesto, alza lo sguardo e lo fissa su un campo di gelso:

Come mi chiamo?… Kuwabatake, Sanjuro oppure Sijulo. Mi chiami un po’ come vuole. Per quello che serve, un nome vale l’altro.

Il gioco di parole è intraducibile e il doppiaggio italiano sopperisce come può. Kuwabatake vuol dire “campo di gelso” e così è spiegato lo sguardo fuori dalla finestra del personaggio. Sanjuro – che è poi il nome con cui verrà sempre indicato – significa “trent’anni”, e la frase nasconde la battuta che il personaggio ripeterà anche nel sequel del 1962: «Mi chiamo Sanjuro, ma vado per i quaranta.» Il doppiaggio italiano qui invece si inventa un “Sijulo” per mascherare un gioco di parole intraducibile.

Ragazzi, state cazzeggiando con il ronin sbagliato...

Ragazzi, state cazzeggiando con il ronin sbagliato…

Personville è una città in mano ad un ricco uomo tenuto in pugno da dei criminali; il paesino di Kurosawa è invece dominato da due famiglie rivali – capitanate da Kohei (Yoshio Tsuchiya) e Ushitora (Kyû Sazanka) – impegnate alla “corsa agli armamenti”, assumendo sempre più tagliagole per lo scontro finale che deciderà quale rimarrà come yakuza.
L’arrivo di Sanjuro (chiamiamolo così per comodità) sarà a suo modo risolutivo: appena conosciuta la situazione cittadina dalle parole di un oste chiacchierone, l’uomo di spada capisce subito il da farsi.
Inizialmente il protagonista tenta la strada del doppio gioco: si fa assumere da una famiglia come fenomenale “guardia del corpo” (questo infatti vuol dire lo Yôjinbô del titolo), spingendola ad andare all’attacco della rivale, per poi sottrarsi all’ultimo minuto e rimanere a guardare le due famiglie – ora di forze pari – affrontarsi e massacrarsi a vicenda. Chiunque vinca, comunque la pace tornerà in paese. Non è assolutamente quello che succede nel romanzo di Hammett, ma in effetti lo spirito del doppio gioco – fra le altre cose – è quello che muove il protagonista senza nome.

Via il romanzo di Hammett, si parte per altre strade

Via il romanzo di Hammett, si parte per altre strade

Il piano però fallisce subito, e a un terzo del film la storia di Kurosawa smette di avere una qualsiasi vaga aderenza al romanzo di Hammett, diventando invece un gioco di astuzia, di rapimenti e ricatti e di prove di forza, fino al rapidissimo e quasi fulmineo scontro finale. Non c’è alcol né droga, non c’è linguaggio da strada né storie di “mala”, non ci sono bellone mozzafiato e spennapolli né traballanti equilibri di potere fra criminali: insomma, di hammettiano non c’è veramente nulla.
A voler essere proprio pignoli, si potrebbe dire che l’intricata rete di ricatti incrociati del romanzo si intravede nel doppio ricatto del film, quando una famiglia rapisce un familiare dell’altra: onestamente, però, è davvero ben misero confronto.
Aggiungendo il fatto che inizialmente il protagonista di Piombo e sangue viene ingaggiato per il lavoro di pulizia, mentre il Sanjuro de La sfida del samurai prende personalmente l’iniziativa per interessi personali, possiamo concludere che i collegamenti fra le due opere sono davvero vaghi, semmai esistano.
Sicuramente Kurosawa, amante della letteratura occidentale, avrà letto il romanzo di Hammett, ma poi insieme al fido sceneggiatore Ryuzo Kikushima ha scritto una storia assolutamente a sé stante.

Per un pugno di dollari 1964Tutt’altro discorso per quanto riguarda Per un pugno di dollari (1964): so che è intoccabile in quanto scintilla creativa e colonna portante del patriottico genere spaghetti western nonché assurto a film di culto (nel senso di culto religioso) e quindi automaticamente impermeabile a qualsiasi critica, ma non è altro che la fotocopia del film di Kurosawa.
Dal Giappone rurale si passa al falso West americano, in location spagnole con attori e tecnici italiani: un melting pot culturale per null’altro che un remake non dichiarato e quindi non onesto.
A parte il “giubbetto antiproiettili” fatto in casa («Al cuore, Ramón!»), non ci sono varianti rispetto al film di Kurosawa.

Le due famiglie yakuza diventano contrabbandieri rivali – capitanati da Rojo (Sieghardt Rupp) e Baxter (Wolfgang Lukschy). Il ronin sbandato, rude ma dal cuore d’oro, diventa pistolero sbandato, rude ma dal cuore d’oro. Stavolta salta la storia del nome e nasce il tema dello “straniero senza nome”, come il personaggio che lo stesso Eastwood interpreterà nel 1973. In questo Per un pugno di dollari il protagonista non fornisce mai il proprio nome, e tutti lo chiamano semplicemente “l’americano”: solo il bottaio, non si sa perché, ad un certo punto esclama «Ehi, Joe» e da allora lo chiamerà Joe in un altro paio di occasioni. Probabilmente l’idea è che per gli abitanti di San Miguel un americano è un semplice Joe, ma chi lo sa, magari è una sottilissima citazione del brano musicale Ehi Joe, di cui il compositore Billy Roberts ha rivendicato pubblicamente la paternità quasi due anni prima di questo film…

Non ha il kimono, ma con il poncho siamo lì...

Non ha il kimono, ma con il poncho siamo lì…

«Ero curioso e lessi il copione, rendendomi conto che era Yôjinbô di Kurosawa, che mi era molto piaciuto.» Questa affermazione Clint Eastwood l’ha rilasciata negli anni Ottanta ad almeno tre giornalisti (Cahill, Henry e Turan), e io gliel’ho sentita ripetere in video in un’intervista nei primi anni Novanta. La passione cinefila di Clint è ben nota, quindi diciamo che gli crediamo: era ad inizio carriera e non poteva certo andarsi a lamentare di partecipare ad un plagio, magari era anche convinto che la produzione avesse pagato i diritti a Kurosawa. Visto però che ancora qualcuno non lo sa, o fa finta di non saperlo, ricordiamo che tutti negli anni Sessanta sapevano che il film di Leone era una fotocopia.

Della Sfida del samurai si doveva ampiamente parlare due anni dopo, nell’autunno del 1964, quando scoppiò, con l’uscita di Per un pugno di dollari, l’autentico “boom” del western all’italiana.

A parlare è un giornalista del quotidiano “La Stampa” del 14 dicembre 1965.

Il film di Sergio Leone così intitolato apparve subito ai critici, che conoscevano e ricordavano perfettamente Yojimbo, come un inatteso ricalco dell’antecedente film nipponico […]. Nel giro di poco più di un anno Per un pugno di dollari ha incassato sul mercato italiano circa 2 miliardi di lire. Il suo illustre modello, cioè La sfida del samurai, così pedissequamente imitato nei dialoghi e nelle situazioni, se pur diverso nello sfondo e nell’atmosfera, ebbe viceversa, da noi almeno, spettatori scarsi e registrò incassi limitati.

Che direbbe Freud dello stuzzicadenti che diventa sigaro?

Che direbbe Freud dello stuzzicadenti che diventa sigaro?

Lo stuzzicadenti in bocca diventa sigaro; due famiglie rivali con tanto di criminali assoldati da entrambi; ricatti e rapimenti e lo straniero che inizia col mettere gli uni contro gli altri e poi passa a tecniche più sottili fino alla sparatoria finale. Non bastasse tutto questo, il nutrito stuolo di sceneggiatori del film di Sergio Leone si appropria di una stupenda battuta del film nipponico:

Bottaio, due botti da morto. Chissà, forse anche tre

dice Sanjuro, mentre il pistolero prima del duello dice:

Prepara tre casse

per poi aggiungere, dopo lo scontro a fuoco:

Volevo dire quattro casse

Non c’è davvero altro da dire su un titolo su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, e di cui ancora oggi viene troppo spesso taciuto il suo stato di “film-fotocopia”.

Ancora vivo (4)Malgrado all’epoca dell’uscita in sala qualche entusiasta volle vederci finalmente il vero adattamento cinematografico di Piombo e sangue, Ancora vivo (Last Man Standing, 1996) di Walter Hill è una strana operazione che intorbidisce ancora di più le acque: malgrado le ambientazioni e le atmosfere richiamino fortemente il romanzo hammettiano, il film è un altro fedelissimo remake del film di Kurosawa, anche se stavolta ben dichiarato nei titoli di testa.
Già nei primi fotogrammi il protagonista Bruce Willis – che si fa chiamare John Smith, nome anonimo come Sanjuro – ricalca le orme di Toshirô Mifune: quest’ultimo all’inizio de La sfida del samurai getta un bastone in terra per vedere dove indica e quindi decidere la direzione dove andare; Bruce Willis fa lo stesso, ma con una bottiglia vuota.
La Jericho di questo film non è la Personville di Hammett: è uno strano miscuglio di elementi presi da Kurosawa, mischiati con quelli di Sergio Leone e cucinati con ricetta americana, soprattutto con l’idea che l’America degli anni Novanta aveva dei turbolenti anni Venti: curiosamente i personaggi di Hammett – nati loro sì negli anni Venti – risultano molto più “moderni” di quelli bidimensionali e caricaturali incontrati in Ancora vivo

Chiamami John Smith...

Chiamami John Smith…

I contrabbandieri che si dividono la città – le famiglie rivali dell’irlandese Doyle (David Patrick Kelly) e dell’italiano Strozzi (Ned Eisenberg) – sembrano ritagliate con l’accetta da un qualsiasi mafia movie americano, e infatti è immancabile la presenza di Christopher Walken nel ruolo del super cattivo. Anche se in effetti è la perfetta controparte dell’originale Unosuke (Tatsuya Nakadai).
A voler essere buono potrei dire che Hill abbia voluto “giocare” con tutti gli stereotipi del genere, creando davvero un gioiellino che può essere considerato un Manuale dell’hardboiled. A voler essere cattivo… si è limitato a prendere una storia già scritta e già celebre e l’ha gonfiata di luoghi comuni. Spero sia vera la prima ipotesi.
Malgrado l’ottimo cast e la regia sicura – senza dimenticare la splendida fotografia di Lloyd Ahern e la musica calda e avvolgente di Ry Cooder – il film di Walter Hill rimane un titolo dimenticabile: il peso della responsabilità di illustri predecessori è troppo grave per dei personaggi che assomigliano a caricature di stessi.

Fino all'inferno [Inferno] (5)Può finire qui la travagliata storia di una sceneggiatura giapponese troppo amata per lasciarla in pace? No, perché nel 1999 alla sequenza di eroi che si rifanno al Mifune giapponese si unisce anche il belga Jean-Claude Van Damme, che ripercorre la storia di Yôjinbô nel film Fino all’inferno (Inferno, o Desert Heat) di John G. Avildsen.
Eddie Lomax è un «guerriero che ha smarrito il cammino» e arriva per caso in una cittadina infestata da bande criminali. Aggredito e schernito da alcuni facinorosi, decide di rimanere in paese e fare piazza pulita. Come? Ovvio, mettendo gli uni contro gli altri.
Malgrado la firma di Kurosawa non sia accreditata – come al solito – non manca una strizzata d’occhio che non lascia dubbi. Alla fine del film un ragazzo del luogo invita una ragazza in un cinema dove si sta svolgendo una rassegna di samurai movies (anche se il doppiaggio italiano traduce erroneamente “film di kung fu”): «Sono come i western, ma sono giapponesi», spiega il ragazzo. Invita così la giovane a vedere uno dei suoi film preferiti. Quale? Ovvio: Yôjinbô

Jean-Claude Sanjuro!

Jean-Claude Sanjuro!

Riuscirà La sfida del samurai a scrollarsi di dosso l’ingombrante fardello dei suoi cloni occidentali e ad essere apprezzato come film a sé, inserito nella poetica registica di Kurosawa? Probabilmente no, visto che il suo sequel è ancora inedito in Italia: non interessano le avventure del ronin Sanjuro, se non per ciò che riguarda i registi successivi che vi si sono “ispirati”.
Dashiell Hammett - Raccolto rossoRiuscirà Piombo e sangue a scrollarsi di dosso ogni riferimento a film che non hanno nulla da spartire con lui? (Compreso Roadhouse Nights, finora l’unica pellicola dichiaratamente legata al romanzo.) C’è da ben sperare, visto che dal 2004 in Italia il romanzo torna al titolo originale – Raccolto rosso – grazie alla nuova traduzione che Sergio Altieri (il traduttore della saga del Trono di Spade) ha curato per l’edizione Meridiani Mondadori dell’opera hammettiana. È arrivato il tempo di un nuovo raccolto per Red Harvest, e sarà molto rosso…

L.

La prima bozza di questo articolo è apparsa originariamente su ThrillerMagazine il 20 gennaio 2012.

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23 risposte a Per un pugno di piombo e sangue

  1. Cassidy ha detto:

    Sai bene che amo molto Yojimbo anche nelle sue incarnazioni occidentali, Ancora Vivo è bellissimo e “Per un pugno di Dollari” non so nemmeno come definirlo per quanto è meraviglioso 😉 Non poteva mancare JCVD, ma la chicca è stata Eduardo De Filippo, ottima associazione, e un altro ottimo post del Sabato, complimenti! 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

  2. Denis ha detto:

    Lo scrittore Hammet compare come protagonista in un film di Wenders prodotto da Coppola,Hecht viene omaggiato nel remake di Scarface (film preferito dei gansta-rapper) di De Palma,quella di ammordire gli scioperanti era una missione di G.t.A Vice City ,comunque è vero il conavaccio si adatta bene ai film d’azione o westerncomunque è facile capire chi sono i ricchi del paese basta andare al cimitero,le tombe più grandi te lo dicono.

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  20. MisterZoro ha detto:

    Mi permetto di aggiungere un altro possibile figlioccio alla famiglia dei “copioni”, nonostante un punto di partenza diverso, dovuto forse al genere: il buon Slevin-Patto Criminale (2006) è una finta storia degli equivoci che si trasforma in thriller, il punto di partenza è diverso negli intenti ma anche qui abbiamo un protagonista che nasconde la sua vera identità, abbiamo due famiglie mafiose che si contendono il potere in città e il nostro eroe senza nome che fa in modo di entrare in contatto con entrambi per poter minare entrambi i clan dall’interno, indebolendoli, e chiudendo il cerchio facendo piazza pulita.
    Secondo me, nonostante sia alla fine un thriller e una bella storia di vendetta, entrerebbe a pieno titolo nella discendenza di Yojinbo e/o Piombo e Sangue 😉

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio di cuore della segnalazione: conosco Slevin ma sai che non ci avevo proprio pensato a vederlo sotto questo punto di vista? Devo assolutamente rivedermelo ed aggiornare il post ^_^
      Grazie ancora.

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