Mirrors: due visioni dello stesso specchio

Mirrors_ASi sa che degli specchi non ci si può fidare, e che non mostrano mai la realtà… o forse ne mostrano più di quanto una qualsiasi persona possa sopportare. Due film, due visioni, legati dallo stesso specchio.
La prima bozza di questo articolo è apparsa originariamente su ThrillerMagazine il 6 febbraio 2010.

MIRRORS
due visioni dello stesso specchio

«Ho sempre avuto paura degli specchi»: così confessava nelle interviste Jorge Luis Borges la sua storica antipatia-paura per questi oggetti. «Temetti, a volte, che cominciassero a divergere dalla realtà; altre, di vedere sfigurato in essi il mio volto da strane avversità» (“Gli specchi velati”, da L’Artefice, 1960).
Lo specchio ha da sempre affascinato l’uomo, in quanto qualsiasi cosa che mostri esattamente come siamo ci crea inquietudine. Scrittori e pittori hanno sempre amato il “mistero” che si cela dietro lo specchio, e sin dalla nascita anche il cinema ha sempre partecipato al “gioco di specchi”.
Into the Mirror (6)Nel 2003 il coreano Kim Sung-ho scrive e dirige un piccolo film, Into the Mirror (Geoul sokeuro) – DVD 01 Distribution dal 2 aprile 2007 – che gioca sottilmente con la peggiore delle paure quando ci specchiamo… che l’immagine possa prendere vita.

Woo Yeong-min è il responsabile della sicurezza di un lussuoso grande magazzino, ripiego che ha dovuto scegliere dopo la fine della sua carriera in polizia: durante una difficile situazione con ostaggi, infatti, Woo ha confidato nella propria eccezionale bravura di tiratore per sparare ad un criminale che teneva un ostaggio, non accorgendosi però che stava mirando ad uno specchio! Andato a vuoto il colpo, il criminale ha ucciso l’ostaggio ed è divenuto l’incubo delle notti agitate di Woo.
Nel grande magazzino, prima della grande apertura dopo un violento incendio, avvengono due suicidi anomali, tanto misteriosi che alla fine l’ispettore Jeong Il-seong si convince trattarsi di omicidi: entrambe le vittime, infatti, avevano lavorato nello stesso settore dell’unica vittima dell’incendio di mesi prima, e quando il terzo “suicidio” interessa un altro dello stesso settore, l’ispettore Jeong capisce di trovarsi di fronte ad un omicida seriale.
Probabilmente qualcuno sta vendicando l’unica vittima dell’incendio, e la comparsa fra i sospettati di Lee Ji-hyeon, sorella gemella della vittima, fa sembrare il caso chiuso. Ma dagli specchi del grande magazzino continua ad apparire un’entità maligna, e Woo dovrà fare in modo di avvalersi dell’aiuto di Lee per indagare sui veri eventi accaduti alla di lei sorella.

Quando il tuo riflesso... si volta a guardarti dalle spalle!

Quando il tuo riflesso… si volta a guardarti dalle spalle!

Alle atmosfere da thriller si aggiunge una forte dose di inquietudine dovuta all’inserimento del tema degli specchi, elemento di solito evitato dal cinema per un semplice motivo tecnico: se si inquadra uno specchio, si vede la telecamera che riprende. Sapientemente in questo film alla telecamera viene sostituito l’osservatore: non ci sono quindi solo le due sorelle, le due facce dello stesso specchio, ma anche chi le osserva: lo spettatore, certo, ma anche il responsabile della morte di una di queste.
Mi scuso per rivelare il finale del film, ma confido nel fatto che Into the Mirror va gustato per la sua esecuzione, non per il colpo di scena finale: lo spoiler comunque interessa solo le prossime poche righe.
Accanto ad un’atmosfera paranormale, di una donna che dagli specchi uccide delle persone, c’è anche una storia poliziesca che segue il suo corso: la sorella di Lee è veramente deceduta, ma non nell’incendio come si vorrebbe far credere. Ella, durante tutta la storia, giace morta nel grande magazzino nascosta dietro uno specchio, elemento tramite il quale la sua anima si vendica di chi ha causato quella sorte. (Un elemento che ricorda The Ring, sostituendo qui gli specchi con l’acqua)

Il fantasma nello specchio non si ferma facilmente

Il fantasma nello specchio non si ferma facilmente

Giallo e paranormale si fondono alla perfezione nello specchio, e non è certo la prima volta che succede: Kim Sung-ho cerca fondamento per la sua storia addirittura nell’arte pittorica.
In una sequenza memorabile, vengono proposti allo spettatore celebri dipinti europei che mostrano il rapporto del soggetto con lo specchio, che il più delle volte non mostra l’immagine riflessa ma molto di più. Sono dipinti del doppelgänger, del doppio da sé, dello spettro che si nasconde in ognuno di noi e che nello specchio trova lo strumento per mostrarsi: in fondo è di questo che il film parla, di una donna che morendo sprigiona negli specchi che l’hanno vista morire il proprio doppelgänger, uno spirito assetato di morte.

The_Arnolfini_Portrait,_détail_(1)Un altro dipinto fondamentale ai fini della storia è il celebre Ritratto dei coniugi Arnolfini, fra i primi ritratti privati che si conoscano e firmato dal maestro fiammingo Jan Van Eyck nel 1434. Fiumi di inchiostro sono stati versati su questo quadro cercando di interpretare la moltitudine di segni e simboli che Van Eyck ha lasciato alla posterità: la sua infinita perizia per i particolari ha fatto sì che questo quadro sia un vero e proprio arazzo di simboli per la gioia di critici ed appassionati. Quello che a noi e allo sceneggiatore del film interessa è lo specchio che si vede alle spalle dei due coniugi ritratti: essendo questo posto al centro del quadro, non può che ritrarre ovviamente anche il pittore che sta dipingendo.

Zoomata sullo specchio

Zoomata sullo specchio

Questo elemento sarà d’aiuto a Woo, il quale ha trovato una foto delle due sorelle… con un riflesso al centro, proveniente dall’oblò di una lavatrice: un riflesso che mostra chi ha scattato la foto, chi cioè segretamente frequentava la sorella ora defunta… un possibile indiziato quindi.

Un film, come dicevo, che alterna una storia poliziesca al paranormale: binomio che viene subito tradito dall’immancabile remake statunitense della pellicola, il quale mette subito da parte le indagini per dedicarsi esclusivamente ad una trama che, privata di uno degli elementi, risulta decisamente povera.
Riflessi di paura (3)In Riflessi di paura (Mirrors, 2008 – DVD e Blu-ray 20th Century Fox dall’11 marzo 2009) Alexandre Aja non solo dirige ma anche scrive (insieme a Grégory Levasseur) un film che in realtà risente della perdita di un elemento fondamentale, il thriller. La sola storia paranormale non basta a far stare in piedi il film, così il regista decide (con una scelta discutibile) di attingere ai temi che hanno saturato il mercato della ghost story negli ultimi decenni.

Ben (Kiefer Sutherland) è un poliziotto momentaneamente sospeso che trova un lavoro come guardiano notturno in un grande magazzino distrutto da un incendio. Durante i suoi turni accadono cose strane nell’edificio, apparizioni inquietanti che terrorizzano l’uomo. Sembra però che queste apparizioni siano finalizzate a qualcosa: sembra che le entità che abitano gli specchi vogliano che lui cerchi una persona, Esseker. Ben dapprima non capisce l’entità della “richiesta”, ma quando la sorella viene uccisa misteriosamente, intuisce che i propri familiari sono in pericolo finché lui non avrà trovato Anna Esseker. Trovata faticosamente la donna e portata nel grande magazzino, si scatenerà una lotta “ectoplasmica” dagli esiti inaspettati.

Una dose prolungata e letale di Kiefer Sutherland!

Una dose prolungata e letale di Kiefer Sutherland!

I 110 minuti del film sono infinitamente troppi per contenere una storia di fantasmi che avrebbe trovato miglior spazio in un telefilm dedicato al paranormale. Abbandonando in toto l’elemento giallo della storia coreana, gli sceneggiatori di Riflessi di paura hanno dovuto rimpolpare la sceneggiatura prendendo qua e là elementi di cui forse si poteva benissimo fare a meno. Dopo Il sesto senso, Dark Water, Echi mortali# e via dicendo, vedere un altro bambino che parla con i fantasmi non regala più forti emozioni allo spettatore come le prime volte, così come la trovata di far morire i propri familiari per spronare il protagonista si rifà forse un po’ troppo a The Ring per risultare un’idea azzeccata.

La solita bambina e il solito fantasma nello specchio

La solita bambina e il solito fantasma nello specchio

Lo stesso finale del film, che in questo caso non rivelo, risulta orfano. Mentre per tutta la pellicola gli sceneggiatori hanno tradito l’originale coreano, il finale del film di Kim Sung-ho era troppo perfetto, troppo inquietante per essere ignorato, così viene ripreso identico nel remake statunitense… dimenticandosi però che nell’originale c’era un motivo ben preciso per cui il protagonista finisse in quel modo, motivo che nel remake è stato tagliato di netto!
Un finale a metà, quindi, che stordisce lo spettatore che non abbia visto l’originale coreano, ma proprio questo stordimento gli impedisce di riflettere sul “perché” si sia arrivati a quel finale: gli impedisce cioè di rendersi conto che non esiste un perché, visto che la causa è stata sradicata di netto dagli sceneggiatori.

Che siano terroristi o fantasmi, Kiefer nel dubbio... spara!

Che siano terroristi o fantasmi, Kiefer nel dubbio… spara!

Riflessi di paura è un film assolutamente dimenticabile, ma è da segnalare la splendida colonna sonora dello spagnolo Javier Navarrete, e un brano in particolare: Asturias, titanica reinterpretazione moderna del grande classico omonimo del 1890 di Isaac Albéniz, spagnolo come Navarrete.

Due film molto diversi, quindi, benché uno il remake dell’altro. Un film sull’inquietudine innata dell’uomo verso gli specchi, sul mistero che l’immagine riflessa rappresenta, sul doppelgänger… e poi la solita storia di fantasmi vista e rivista, con assolutamente niente di nuovo da dire. Intenzioni diverse alla base, anche se alla fine i due film sono comunque prodotti di pregevole fattura.

Riflessi di paura 2 [Mirrors 2] (3)Diverso discorso per un sequel apocrifo che Víctor García dirige nel 2010 su sceneggiatura dell’appassionato di horror Matt Venne: Mirrors 2, giunto in DVD italiano il 13 aprile 2011 grazie a 20th Century Fox con il titolo Riflessi di paura 2.

Sono arrivato al punto di guardare nello specchio e non sapere più che cosa è vero.

L’imprenditore Jack Matheson (interpretato dal mitico William “Ralph Supermaxieroe” Katt) inaugura a New Orleans un centro commerciale di gran classe, nel cui androne campeggia un enorme specchio di valore fatto arrivare da un altro suo locale. (Non viene detto ma è plausibile pensare che sia quello del precedente film.)
Proprio guardando quello specchio un custode notturno si è “ferito” – ma sappiamo essere stato il suo riflesso cattivo a farlo! – così Matheson in attesa dell’apertura chiede aiuto a suo figlio Max (Nick Stahl), così lo fa distrarre dal suo dolore: il giovane infatti è stato protagonista di un incidente stradale in cui è morta la fidanzata e non riesce a darsi pace.
Ovviamente non passerà molto tempo prima che cominci a vedere strani riflessi e donne mostruose al di là dello specchio.

Centro commerciale nuovo, specchio maledetto vecchio

Centro commerciale nuovo, specchio maledetto vecchio

«In ogni cultura c’è tutta una mitologia legata agli specchi – spiega la dottoressa Beaumont (Ann McKenzie), psichiatra di Max. – In Corea, per esempio, si crede che l’anima di una persona possa restare intrappolata in uno specchio, quando abbandona il corpo»: così la cripto-citazione dell’originale Into the Mirror è piazzata!
Al di là di qualche delirante e sconclusionata battuta messa in bocca alla psichiatra, il film non fa altro che mostrare lunghe (e noiose) scene di personaggi che vengono uccisi dai loro riflessi “cattivi”, con effetti splatter esagerati e per nulla coinvolgenti: viene puntato tutto sugli “effettacci” e quindi si perde tutto in nulla.
Viene spiegato sbrigativamente che gli specchi sono posseduti dallo spirito di una donna uccisa davanti ad essi, ma è un semplice scopiazzamento dal film coreano senza alcuna voglia di aggiungere anche solo una virgola ad un copione già preimpostato.

Chi muore davanti a uno specchio, rimane nello specchio...

Chi muore davanti a uno specchio, rimane nello specchio…

Mi piace chiudere con un omaggio terribile agli specchi, firmato ancora da Borges:

Dio ha creato le notti che si colmano
Di sogni e le figure dello specchio
Affinché l’uomo senta che è riflesso
E vanità. Per questo ci spaventano.

(“Gli specchi”, da L’Artefice, 1960.
Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

L.

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4 risposte a Mirrors: due visioni dello stesso specchio

  1. Cassidy ha detto:

    Bellissimo pezzo, e grazie per la chicca sulla frase di Jorge Luis Borges iniziale, che per questo post è quanto mai azzeccata 😉 Ho visto i film di cui parli e la tua analisi è da applausi… Giù il cappello! 😉 I film Horror e gli specchi hanno una lunghissima tradizioni, uno degli ultimi su questo tema è stato “”Oculus” che ho apprezzato un sacco… Gran pezzo, ancora bravo, bravo e bravo, il Sabato dai sempre il meglio 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ehi quanti complimenti, guarda che così mi vizi 😛
      Oculus anche a me ha intricato, e magari un giorno scatterà pure il ciclo “horror allo specchio” 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Mettici pure il sottoscritto fra i pro-Oculus e sappi che, dopo la lettura del tuo post (Borges e Van Eyck sono due tocchi aggiunti di autentica classe alla classe già presente), sto cercando di evitare il più possibile ogni superficie riflettente 😉
        Parlando del Sol Levante, un breve episodio spettrale sugli specchi si trova all’interno di uno dei film della serie Tales of Terror from Tokyo (tra l’altro, lo stesso specchio con relativo onryo -e sua origine- viene ripreso anche nel da noi inedito Ju-on: Shiroi Roujo): tornando alla questione degli adattamenti -più che remake veri e propri- USA degli originali orientali, trovo che ben poche volte l’operazione possa dirsi in qualche modo riuscita. Personalmente, al di là di The Grudge e The Ring (1 e 2, per entrambi) dove comunque la “mano” nipponica è anche fisicamente presente a supervisionare i colleghi americani, io non andrei… Riflessi di paura, francamente, è un po’ troppo distante dal suo ispiratore coreano.

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