[WIP] Caged (1950)

Caged1950_PosterTorniamo sempre più indietro nella storia del genere WIP (Women In Prison), fino ad uno dei vagiti primigeni: quando la Warner Bros vuole creare un film di denuncia su come si creano “eserciti di donne perse”, come recita il trailer.
Tenetevi perché ora vi tocca un aneddoto cinematografico succulento, raccontato nel saggio Bette and Joan: The Divine Feud (1989) di Shaun Considine.
Bette and JoanAnno 1947, la star Bette Davis è stanca di stare a Laguna Beach a fare la madre a tempo pieno, ma che vogliono ‘sti ragazzini piagnoni?, così decide di tornare a lavoro. Butta i figli da qualche parte e vola alla Warner Bros: c’è qualche film da fare? Jack Warner – perché Bette Davis mica parla col segretario, va direttamente da uno dei fratelli Warner! – cala sulla scrivania due copioni già pronti: Time to Sing (storia di due attrici in pensione che tornano in pista) e Women Without Men (storia di donne in carcere).
Entrambi i film sono pensati e voluti dal produttore Jerry Wald per avere sullo schermo sia Bette Davis che Joan Crawford, ma non è ancora tempo dei Mercenari di Stallone, fino agli anni Novanta nessuna star di successo accettava di dividere lo schermo con un’altra star. «Se la Davis e la Crawford si fossero scontrate – disse una volta George Cukor, – sarebbe scoppiata la Terza guerra mondiale.»
Prima colpa [Caged] (6)Cosa Bette Davis abbia detto quel giorno a Jack Warner non ci è dato di sapere, ma in un’intervista del 1987 la donna nega tutto e afferma di non aver mai sentito nominare quei due film. Tutt’altro rivela la Crawford nel 1973, cioè che sarebbe stata felice di interpretare il film carcerario insieme alla Davis ma fu la Warner a non voler usare le sue due più grandi star in un solo film.
Alla fine Women Without Men vede la luce nel 1950 con il titolo Caged.

La sceneggiatura è scritta da quella giornalista Virginia Kellogg nota all’epoca perché il film di successo La furia umana (1949) con James Cagney si ispira a un suo soggetto.
Vuole la leggenda – totalmente aleatoria e senza prove – che la Kellogg abbia scritto un memoriale della vita in carcere dopo essersi fatta arrestare volutamente, intitolandolo appunto Women Without Men: ovviamente ha più il sapore della storiella perfetta per vendere il film, anche perché è un prodotto dichiaratamente “di inchiesta”, non spettacolare o pruriginoso come sarà in seguito il genere WIP.

Prigione femminile: unico set!

Prigione femminile: unico set!

Uscito in patria il 19 maggio 1950, già il 29 agosto successivo viene presentato con il titolo Prima colpa al Festival del Cinema di Venezia dove l’attrice protagonista vince il premio internazionale: nessun Oscar invece, né per l’attrice protagonista, né per la co-protagonista né infine per la sceneggiatura originale.
Non esistono sue tracce in VHS mentre la sua carriera televisiva inizia il 18 maggio 1982 su Canale5. La Golem Video lo porta in DVD dal 23 aprile 2014.

Il volto stupendamente disperato di Eleanor Parker

Il volto stupendamente disperato di Eleanor Parker

Il film si apre sul volto contratto dal terrore della 19enne Marie Allen, seduta tremante sulla camionetta che l’ha portata nel carcere dove dovrà scontare una pena da uno a quindici anni per rapina a mano armata: ad interpretarla è la 28enne Eleanor Parker, non una diva ma una professionista apparsa in ogni genere cinematografico.
Viene aiutata con tenerezza da una “pratica” del carcere come Katie “Cassie” Cassidy (Marjorie Crossland), che inaugura un personaggio che ricorrerà sia nel WIP che nel più generico prison movie: il carcerato d’esperienza che introduce il protagonista nella sua nuova vita.

La nuova casa di Marie

La nuova casa di Marie

Davanti ad una annoiata esaminatrice Marie racconta la sua vita in poche parole, e di come suo marito sia stato ucciso nel tentativo di rubare 40 dollari mentre lei rimaneva in auto. La burocrazia non ha interesse per le storie lacrimevoli ed emette il suo dato: Marie Allen è la prigioniera numero 93850. Niente di più.

Detenuta 93850, tutto qui.

Detenuta 93850, tutto qui.

Messa in isolamento in infermeria finché gli esami non dimostreranno se è incinta o meno, Marie passa i suoi primi giorni in carcere insieme ad una malata terminale e alla frizzante Emma Barber (Ellen Corby, attrice apparsa almeno una volta in praticamente ogni serie televisiva dagli anni Trenta ai Settanta!).
Dopo due settimane scopre di essere incinta e il mondo sembra star finendo per la donna, ma viene rincuorata dalla direttrice Ruth Benton (Agnes Moorehead, la mitica mamma di Samantha in Vita da strega): per buona condotta potrà farla uscire dopo dieci mesi, quindi si tratta solo di resistere e rigare dritto.
Facile a dirsi, ma il problema è che la direttrice è solo una passacarte: chi comanda nel carcere, con pugno di ferro, è la secondina Evelyn Harper (Hope Emerson).

L'immancabile bieca secondina

L’immancabile bieca secondina

Ci sarà tempo nei decenni a venire per bieche secondine e spietate direttrici. Qui la secondina Harper semplicemente tratta con i guanti le detenute che “pagano la protezione” e a quelle che non pagano affida lavori sgradevoli. Il suo pugno d’acciaio è così spietato che ottiene l’effetto di unire tutte le detenute: a parte un paio di spie, tutte odiano la Harper e questo le rende compatte.
Marie è sola al mondo e povera in canna, non può pagare la protezione e la sua innocenza infastidisce la secondina, che avrà per lei sempre la mano pesante: il gesto che segna l’apice delle torture fisiche e psicologiche, il momento di più alto impatto emotivo della storia è quando la Harper rade quasi a zero la testa di Marie. Più di questo non le fa…
Dovranno passare vent’anni perché la spietata secondina Pam Grier metta un braciere tra le cosce di una detenuta…

Il massimo della "tortura" nel film

Il massimo della “tortura” nel film

Che sia vero o meno che la sceneggiatrice Kellogg abbia trascorso del tempo in carcere per documentarsi, l’intento del film è palesemente quello dell’inchiesta: è come un documentario che voglia spiegare come un luogo di correzione e rieducazione, se mal gestito, possa fare grandi danni.
Sebbene molto nera, la trama è lineare e sembra quasi evitare troppi momenti drammatici. C’è molta più attenzione nel presentare vari tipi di donne e lanciarle in lunghi (e noiosi) monologhi sul perché sono finite lì. C’è anche una denuncia sorprendente, per essere il 1950: è molto forte la critica alla società paternalistica e l’attenzione alle ingiustizie subite dalle donne è forte.
Indicativo è il personaggio di Emma, dentro per omicidio: tutte le volte che ha denunciato il marito per percosse nessuno l’ha creduta, ma quando alla fine l’ha ucciso… allora sì che il suo caso è finito davanti a un giudice.

La discesa agli inferi di Marie

La discesa agli inferi di Marie

La biondina Jeta Kovsky detta Smoochie (Jan Sterling), la rude Kitty Stark (Betty Garde) e la silenziosa Claire Devil (Joan Miller) consentono alla sceneggiatrice di sfoggiare uno dei tanti neologismi criminali usati nella sua ricerca: queste donne sono infatti CPs, common prostitutes.
Nell’ottica documentaristica, lo slang criminale e il linguaggio burocratico giudiziario sono essenziali, ma ovviamente ogni riferimento a qualsiasi tipo di sessualità è totalmente bandito.

Per essere il 1950, è una scena abbastanza ardita!

Per essere il 1950, è una scena abbastanza ardita!

Così assistiamo impotenti alla distruzione di Marie Allen, che entra come una disperata ragazza innocente nell’anima, e dopo aver dovuto dare in adozione il proprio bambino – perché sua madre si è risposata e il suo attuale marito non vuole un marmocchio per casa – dopo aver perso tutto ed aver visto la propria anima insozzata in mille modi, capisce che quei vecchi marpioni della commissione di libertà vigilata non la rilasceranno mai. Neanche con l’aiuto dell’inutile e impotente direttrice.
C’è solo un modo di uscire di galera: accettare il “lavoro” offertole da una sua compagna di cella, che gestisce ragazze per un locale della mala.

Marie Allen trasformata in "donna persa"

Marie Allen trasformata in “donna persa”

Marie Allen è giovane e bella: non sarà la giustizia a liberarla, ma il crimine. Si passa il rossetto sulle labbra e si accende una sigaretta come una consumata femme fatale del cinema.
Se il film si apre con una ragazza in lacrime, si chiude con il volto duro e spietato di Marie Allen, che dopo un anno di carcere in cui ha perso ogni briciolo di anima ha capito che non ha altro nella vita… se non la malavita…

La nuova oscura vita di Marie Allen

La nuova oscura vita di Marie Allen

Due loschi figuri l’aspettano all’uscita dal carcere: Marie Allen esce da un cancello… ma entra in un altro carcere. Uno dei due uomini le mette una mano volgare sulle ginocchia: questo è il futuro di Marie Allen, che ormai non ha più lacrime ma solo disprezzo per tutto e tutti.
Quando la segretaria chiede alla direttrice del carcere cosa fare del fascicolo carcerario di Marie Allen, la donna risponde sconsolata: lascialo aperto… Tornerà.

Un inferno in bianco e nero

Un inferno in bianco e nero

«Tutto vi è violenza e sopruso, calcolo e corruzione. Il solito rimprovero che si fa ai film americani, di essere caramellati e convenzionali, certo non s’addice a Caged. […] Film triste, opprimente, quasi sempre scabro. Non c’è in potenza del vero dramma, c’è parecchio di evidenza di un reportage romanzato»: così scrive il giornalista Mario Gromo sul quotidiano “La Stampa” del 30 agosto 1950 dopo aver visto il film al Festival di Venezia.
Caged non è un film pruriginoso come sarà il genere WIP in seguito, è bensì una nerissima discesa all’inferno di una donna innocente che diventa corrotta dopo essere stata a contatto con altre donne innocenti, corrotte da un mondo marcio. Un film durissimo che lascia il segno.

L.

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10 risposte a [WIP] Caged (1950)

  1. Cassidy ha detto:

    Questo è uno di quei WIP, in grado di ricordarmi perchè i drammi carcerari mi mettono sempre l’angoscia, oggi hai alzato il tiro con un gran titolo per questa rubricona, malgrado l’ansia che pervade fin dalla immagini, mi è venuta voglia di vederlo 😉 Cheers!

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  2. Giuseppe ha detto:

    L’antenato di classe dei WIP di là da venire… Per come tratta il tema (e non solo per gli ovvi limiti imposti dall’epoca), si può definire un maestro dal quale gli alunni anni ’70 si sono poi allontanati, privilegiando il pruriginoso/action al posto del dramma e della denuncia veri e propri.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Con le dovute proporzioni, credo che fosse a questo film che pensava Jonathan Demme quando ha scritto “Femmine in gabbia”: forse nelle sue intenzioni c’era il trasportare la denuncia della situazione femminile in carcere dagli anni Cinquanta ai Settanta. Però il risultato è abissalmente diverso: sarà stato tutto quel tempo a contatto con Roger Corman a rovinarlo 😀

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  3. Giuseppe ha detto:

    Esatto! 😀

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