Event Horizon (1997) Punto di non ritorno

punto-di-non-ritorno-cic-1998Avrei dovuto aspettare il 22 gennaio 2018 per festeggiare i vent’anni di questo film in Italia, oppure il 15 agosto 2017 per festeggiarne i venti originali, ma visto che esce un articolo di “Doppiaggi Italioti” sull’adattamento italiano di questa pellicola ho voluto approfittarne per questo piccolo blogtour:

  • Doppiaggi Italioti” ci parla dell’adattamento italiano del film
  • IPMP” presenta la locandina italiana dell’epoca

Indice:


«Strano mix di fantascienza, horror, parabola etica e Star Trek»: così un confuso giornalista de “La Stampa” ha salutato, il 24 gennaio 1998, l’arrivo nelle sale italiane del film Punto di non ritorno, dal 22 gennaio precedente.
Il luglio successivo il film è già in VHS targata CIC Video, mentre il 13 luglio 1999 sbarca in prima serata sulla Pay TV Tele+1, dove l’ho visto per la prima volta.
La Universal lo porta in DVD italiano Widescreen Collection dal 10 maggio 2002 e poi, dall’11 marzo 2009, in Blu-ray “Edizione Speciale da Collezione”.
Punto di non ritorno sembra il solito titolo italiano affibbiato a casaccio – tornato di moda, visto che è stato recentemente dato a Before the Flood (2016) e Jack Reacher: Never Go Back (2016) – ma stavolta a sorpresa c’è un motivo più profondo per questa titolazione nostrana.


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Il mistero del titolo misterioso

Saper scegliere il momento giusto in cui far uscire il film giusto, con il titolo giusto, è un grande dono: servirebbe anche lo sceneggiatore giusto, ma questa non sembra una priorità…
La Paramount deve aver notato che gli anni Novanta hanno avuto uno dei fenomeni più dimenticati di sempre: lo straordinario e inarrestabile successo di un libro di saggistica. Un libro di astronomia, non di astrologia: Dal Big Bang ai buchi neri (A Brief History of Time, 1988) di Stephen Hawking, che in breve tempo ha conquistato il mondo sotto gli occhi allibiti di tutti.

SuperPocket maggio 1998

SuperPocket maggio 1998

Nell’arido Duemila magari non lo si ricorda, ma dall’inizio degli anni Novanta questo libro andava via come il pane in Italia, magari anche solo per la foto di quello strano omino stortignaccolo in copertina: la Rizzoli ha fatto bingo portandolo in Italia, con l’autorevolissima traduzione di Libero Sosio, e l’ha ristampato all’infinito. Addirittura la modaiola SuperPocket ne ha portato in edicola un’edizione tascabile: quanti testi di autorevole saggistica avete mai intravisto in edicola in formato tascabile e a prezzo contenuto? Non molti, siate onesti…
Curiosamente la SuperPocket ha portato in edicola questo saggio – che spiegava a noi ignari la poesia dei buchi neri, il cui bordo dal quale non si può più tornare indietro vanta lo splendido nome di “orizzonte degli eventi” – nel maggio del 1998, proprio a cinque mesi dall’uscita italiana di un film dallo stesso splendido titolo: Event Horizon.
Sono assolutamente convinto che la Paramout abbia sfruttato un termine astronomico all’epoca molto in voga, grazie ad Hawking, per lanciare il proprio film: una pellicola che aveva le carte in regola per essere il capolavoro fantascientifico del decennio… ma di cui neanche una delle dette carte è del segno giusto.
Ovviamente la distribuzione italiana è rimasta confusa dal fatto che Event Horizon è anche il nome dell’astronave protagonista, quindi di solito non traducibile, così deve aver fatto questo ragionamento: cosa indica l’orizzonte degli eventi? Il punto esatto dopo il quale non si può più tornare indietro. Ok, chiamiamo il film Punto di non ritorno

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Al contrario della maggior parte dei “critici del web”, io da sempre professo la separazione delle carriere: non è detto che un bravo regista sia anche un bravo sceneggiatore. È successo che queste due importanti figure combacino, ma sono casi rari… e Paul W.S. Anderson non rientra nella categoria.
Considero Anderson uno splendido regista, con una visione molto potente e in grado di creare scene ed atmosfere da applauso: il suo peggior difetto è però che si considera anche un bravo sceneggiatore. E non lo è affatto, anzi: ha sfornato film dimenticabili e dimenticati proprio perché ha voluto scriverli lui.

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Quando in Mortal Kombat (1995) un gruppo di attori cani incapaci anche solo di alzare una mano, figurarsi combattere, si ritrovò protagonista di un buon numero di scene ottimamente costruite – sebbene marzialmente pari ad un sacco di spazzatura abbandonato in strada – ho capito che Anderson era un genio visivo: solo lui poteva tirare fuori il massimo dal minimo. E negli anni Paul non ha mai smentito quel mio giudizio: Anderson tratta principalmente con progetti sbagliati e idee malsane – spesso proposte proprio da lui – ma sa tirare fuori un prodotto tecnicamente ineccepibile e visivamente accattivante. Poi il film è una minchiata, ma almeno… è fatta bene!
Con Event Horizon Anderson ha una delirante e claudicante sceneggiatura di Philip Eisner – un tizio che passava di lì e che stanno ancora cercando per picchiarlo – ma sa tirarci fuori il massimo: a fine film sai benissimo di aver appena visto una stupidata, ma sai anche che nessun altro regista avrebbe saputo fare di meglio con quel poco a disposizione.

Giusto una delle geniali trovate visive di Anderseon

Giusto una delle geniali trovate visive di Anderson

La trama dovreste saperla ma in questi amnesici anni Duemila è meglio ricordarla brevemente. L’ingegnere Weir (Sam Neill) ha inventato un sistema per viaggiare da un punto all’altro dell’universo: basta piegare lo spazio, e che ci vuole? E come si piega lo spazio? Ancora più facile: apri un buco nero e ti ci butti dentro con tutta l’astronave, riapparendo “di là” a miliardi di chilometri di distanza. Ma “di là” dov’è? Ecco, questo è il punto.
L’astronave Event Horizon nel 2040 parte per mettere alla prova il sistemone dell’ingegnere, e appena si butta nel buco nero… scompare dall’universo. Sette anni dopo dopo d’un tratto un messaggio misterioso ci informa che la nave è tornata… ma tornata da dove? E perché non sembra dare segni di vita?
Il team di recupero guidato dal capitano Miller (Laurence Fishburne) raggiunge la Event Horizon insieme all’ingegnere e tutti salgono a bordo per scoprire cosa sia successo alla nave e al suo equipaggio. E l’orrore comincia.


Il mistero delle fonti misteriose

Come Evit del blog “Doppiaggi Italioti” mi ha fatto giustamente notare, Anderson mette in piedi un “Alien-clone” e in effetti ci sta: questo film esce in patria il 15 agosto 1997 quando si sa già che a novembre successivo uscirà un quarto film di Alien. Che sia un modo di Anderson di festeggiare l’evento?
Un messaggio audio scambiato per soccorso e rivelatosi poi di messa in guardia; un’astronave abbandonata con il suo carico di misteri e con il pilota mummificato; fughe nei condotti dell’areazione; un ufficiale scientifico che non ce la racconta giusta; un personaggio secondario che subito è vittima di “qualcosa” e quando si sveglia comincia la paura… insomma, è innegabile che un grande fan alieno – come Anderson non ha mai nascosto di essere – abbia voluto infarcire questo film di elementi tratti di peso dal film del ’79. Ma c’è di più. Molto di più.

La Ripley-clone Kathleen Quinlan

La Ripley-clone Kathleen Quinlan

Quasi un anno dopo Event Horizon, nel febbraio 1998, uscirà in patria Sfera di Barry Levinson. Un’astronave viene scoperta negli abissi oceanici, un gruppo di personaggi vari parte per andare a scoprire i suoi segreti; rimangono incastrati all’interno della nave, dove un qualcosa continua a qualcoseggiare; uno di loro finisce in una grande sfera misteriosa e quando ne riesce iniziano fenomeni paranormali; iniziano anche a materializzarsi, nel vero senso della parola, le paure dei personaggi.
Mettete i due film vicini, e scoprirete che quello di Levinson ricalca quello di Anderson… però è tratto dal romanzo omonimo di Michael Crichton del 1987! La domanda sorge spontanea: lo sceneggiatore di Event Horizon ha per caso fuso l’Alien di Ridley Scott con il romanzo Sfera di Crichton?

Ma 'sta sfera non l'ho già vista nel film di Anderson?

Ma ‘sta sfera non l’ho già vista nel film di Anderson?

Andiamo, ma che domande sono? Tutti gli autori citati qui non stanno facendo altro che scopiazzare Solaris (1972) di Tarkovskj (perché il romanzo originale di Lem del 1961 dubito l’abbiano letto). Un gruppo di personaggi in una base spaziale vede concretizzarsi persone legate al proprio passato mentre qualcosa qualcoseggia nello spazio.
Ma ce n’è ancora…

Solaris è bello ma manca il solito attore di colore...

La stazione Solaris è bella ma manca il solito attore di colore…

Le riprese di Event Horizon risultano essersi svolte dal novembre 1996 al marzo 1997, mentre dal gennaio al giugno dello stesso 1997 – quindi quasi in contemporanea – la Universal gira un film che uscirà solo due anni dopo: Virus con Jamie Lee Curtis.
Quest’ultimo film è co-prodotto dalla casa fumettistica Dark Horse Comics perché la sceneggiatura Chuck Pfarrer l’ha scritta proprio adattandola da un proprio fumetto del 1993 per quella casa. Un fumetto che parla di un team di recupero che si avvicina ad una nave fantasma sperduta nell’oceano; un incidente con il proprio rimorchiatore costringe tutti a salire a bordo della nave misteriosa; mentre qualcosa qualcoseggia, tutti si rendono conto che la nave sembra essere viva e volere la loro morte, mentre mostri si concretizzano davanti ai loro occhi.

Ho perso il filo: questo è Virus o Event Horizon?

Ho perso il filo: questo è Virus o Event Horizon?

Se l'”entità maligna” è diversa, l’inizio del fumetto Virus è molto simile a quello di Event Horizon, ma la cosa curiosa è che nel relativo film scritto da Pfarrer le scene sembrano ancora più simili a quelle della pellicola di Anderson. Un caso di convergenza creativa o il regista John Bruno sapeva cosa stava girando il suo collega Anderson?


Il mistero dei cloni misteriosi

Nato da questo flusso di ispirazioni e scopiazzamenti, Event Horizon – molto più di Virus – fa riscoprire il gusto di un tema ormai dimenticato: quello delle navi fantasma. Che siano nello spazio o in mare aperto, il loro mistero torna prepotentemente a galla, con tutto il suo carico di misteri.
Va be’, sai che novità: già nel 1980 un gruppo di naufraghi, trovata una nave fantasma in mezzo al mare, ci saliva e una forza maligna si impossessava di loro. Ma se La nave fantasma (Death Ship, 1980) di Alvin Rakoff non ha lasciato memoria di sé, Event Horizon ha creato un vero e proprio canone.

Guardate, è l'inizio di un genere cinematografico!

Guardate, è l’inizio di un genere cinematografico!

Chi ha seguito il “Ciclo Ghost Ship” di questo blog ha ritrovato film che sono fotocopie di quello di Anderson.
Mistero alle Bermuda (2001), Ritorno dalle acque maledette (2001), Nave fantasma (2002) e Sea Ghost (2004): cosa accomuna questi film? L’avere la stessa identica trama ricopiata da Event Horizon.
Un team di recupero sale a bordo di una nave fantasma sbucata dal nulla e, mentre qualcosa qualcoseggia, ognuno ha allucinazioni e vede persone mentre un’entità maligna fa compiere ai protagonisti cose brutte. (Nel primo film in realtà non è un team ma un semplice gruppo di turisti.)

Another one ship to rescue...

Another one ship to rescue

A parte essere da modello scopiazzato per altri film scopiazzanti, Event Horizon è un film che sin dalla prima visione mi ha lasciato fortemente interdetto: la prima metà squisitamente fantascientifica esalta così tanto che quando poi arriva la parte “infernale” e demoniaca la delusione è forte.
La deriva horror è un errore madornale e il film crolla come un sacco di patate, anticipando però una tendenza che negli anni Duemila farà clamore e guadagnerà molti fan: un mistero è bello in quanto tale, in quanto mistero, e non importa se poi la spiegazione è altamente deludente. (Chi ha detto Lost?)
Temo che dunque l'”orizzonte degli eventi” a cui il film di Anderson si ispira non sia quello dei buchi neri, bensì indichi un momento topico del modo di scrivere sceneggiature degli americani: da quel 1997 nessuna storia del mistero si sente più in dovere di dare spiegazioni all’altezza delle aspettative. Da quel momento il mistero è bello di per se stesso e la spiegazione è facoltativa. Da quel punto non si torna più indietro…


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Il mistero del messaggio misterioso

All’inizio del film l’ingegnere Wier (Sam Neill) fa il suo spiegone e presenta il messaggio misterioso della Event Horizon, in cui nel rumore di sottofondo si sente una voce strana: Wier dice che i super computer non sono riusciti a distinguere la lingua utilizzata da quella voce ma per fortuna c’è l’umile tecnico D.J. (Jason Isaacs) che ha l’intuizione. È latino. E già qui parte il primo schiaffo allo sceneggiatore: i super computer non hanno riconosciuto la lingua più amata dagli americani? Quella che milioni di persone studiano a scuola?

È una lingua strana e misteriosa... tipo latino!

È una lingua strana e misteriosa… tipo latino!

Va be’, parte il messaggio misterioso e capiamo tutti che è latino, a dimostrazione che i super computer sono dementi, ma eccoci al primo problema. L’ideona dello sceneggiatore Eisner è di replicare l’idea di Alien, cioè di creare un messaggio che venga scambiato per richiesta di soccorso ma che poi si scopra essere un invito a stare lontani dalla fonte del messaggio stesso. Così il buon Philip si mette a scaltabellare tutti i dizionari latini, i frasari e le raccolte di locuzioni alla disperata ricerca di un’assurdità… che alla fine trova, sfidando secoli di cultura latina!
Così quando sentiamo la prima volta il messaggio della Event Horizon capiamo «Libera me», “Salvami”, ma quando a tre quarti di film risentiamo lo stesso messaggio capiamo che la frase era in realtà… «Liberate tutemet», “Salvatevi” (letteralmente, “Salvate voi stessi”.). E qui parte una bella compilation di schiaffazzi, come il Paninaro di Drive-In.

Dice «Libera nos a malo, libera piano piano»

Dice «Libera nos a malo, libera piano piano»

Va be’, è noto che questo film ha ottime potenzialità tutte sprecate, che è il grande non-film di fantascienza dell’anno, e l’aver usato il termine latino meno noto ai latini stessi (tutemet) non è certo la trovata più discutibile, però… Però gli italiani sanno fare meglio!
Come la doppi in italiano una frase che prima dice «Salvami» e poi dice «Salvatevi»? Fai sentire prima «Salva… (colpo di tosse)» e poi «Salva…tevi»? Non so, non sono un direttore del doppiaggio.

Dall'altra parte di un buco nero... ci mandano una canzone di Ligabue?

Dall’altra parte di un buco nero… ci mandano una canzone di Ligabue?

Mentre francesi e spagnoli scelgono di attenersi strettamente all’originale, così fanno sentire l’audio originale del messaggio misterioso («Libera me Liberate tutemet») e il doppiatore traduce prima «Sauvez-moi / Sálvame» poi «Suvez-vou / Sálvate», in Italia si sa che la creatività va per la maggiore.
La scelta latina che si attua in fondo è azzeccata: la prima volta che sentiamo il messaggio la voce italiana ridoppia il latino originale e dice «Liberate nos», mentre la seconda è «Liberate vos». “Salvatevi” scambiato per “Salvatemi” ci può stare, visto che nos e vos sono pronunciati in modo smozzicato e non è escluso sica vos in entrambi i casi. (Se avete un orecchio migliore del mio fatemi sapere.) Però… Eh, c’è un altro però. Come la mettiamo con il labiale? L’attore in primo piano dice «me», come fargli dire «nos»?
La trovata è di quelle da applauso: sentiamo la voce latina dire «Liberate nos»… e il doppiatore affermare «Dice Liberate me»… Siete pronti con gli schiaffazzi? Aspettate, perché non è finita.

Mi sa che dice «Libera antani come se fosse»!

Mi sa che dice «Libera antani come se fosse»!

La seconda volta che sentiamo il nastro, quando cioè è diventato «Libera vos», la voce dell’attore – doppiata dal comunque bravo Marco Mete – dice «Pensavo dicesse Liberate me, salvatemi, ma non dice “me”: dice… dice Liberate vos, cioè salvatevi.»
Com’è possibile scambiare «vos» per «me»? Con questo miscuglio di testo originale e adattamento italiano… può partire la compilation di schiaffazzi!


Cosa vuoi fare Sam? So che ho preso delle decisioni discutibili...

Cosa vuoi fare Sam? So che ho preso delle decisioni discutibili, recentemente…

Quando mi capita riguardo sempre volentieri Punto di non ritorno, perché le trovate visive di Anderson meritano davvero il plauso dello spettatore. Poi però subentra la rabbia per quello che poteva essere il filmone di fantascienza dell’anno e non è stato, e un po’ di amarezza rimane.
Mi salva sempre la musica dei titoli di coda e mi lascio andare al messaggio dei The Prodigy: «Oh my God that’s some funky shit!»

L.

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Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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19 risposte a Event Horizon (1997) Punto di non ritorno

  1. Pingback: Punto di non ritorno (1997) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  2. Pingback: Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis | Doppiaggi italioti

  3. Cassidy ha detto:

    Ancora mi mangio le mani per essermi perso il giro, mi sono rivisto il film nel week end ed è sempre una discreta bombetta. Ti leggo con comodo insieme al pezzo di Evit, mi tengo la lettura per il bus, considerando quanto mi piace “Punto di non ritorno” mi frego le mani per il vostro (doppio) pezzo! Intanto ti condivido sulla fiducia 😉 Cheers

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  4. Denis ha detto:

    Secondo me Anderson ha giocato al Commodore 64 dove c’era un videogioco simil Alien chiamato Project Firerstart dove una nave spaziale manda un s,o.s e trovi obomini,trama poi ripresa dall’ottimo Dead Space(deve molto al film) che guarda caso e fatto dalla EA come il gioco C64,e Virus e prodotto da Gale Anne Hurd(la pilota “baciata” dallo xenomorfo) in Aliens.
    Furono tagliati 40 minuti di scene splatter,comunque Anderson butta via i film proprio per le sceneggiature,anche i videogichi della serie Resident Evil hanno più trama dei film omonimi!

    Liked by 1 persona

  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Vado un po’ off topic ma la citazione di Mortal Kombat regala sempre emozioni…anche perchè ti porta col pensiero a quell’abominio inverecondo che il 2! In un giovedì zintage…prima o poi…

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  6. Giuseppe ha detto:

    Io considero Event Horizon un piccolo gioiello sottovalutato, specialmente nella sua componente horror liquidata frettolosamente come infernale: ma il cosiddetto inferno è “solo una parola” per dirla alla Wier, né più né meno che una parziale visione che di quella dimensione malvagia può avere una limitata mente umana (limitata anche dai propri riferimenti culturali e religiosi: o quelle espressioni in latino erano forse sufficienti ad affermare che si stesse parlando proprio dei “nostri” inferi?)… l’unica cosa certa è che l’Event Horizon, piegando spazio e tempo con quel sistema, è andata a finire nel posto sbagliato. Ad altri, in passato, è andata meglio: ricordo ancora quel magnifico episodio della prima stagione di Spazio 1999 -Sole Nero- che, sotto più punti di vista, potrebbe essere stata la fonte d’ispirazione per Philip Eisner (magari se l’è pure visto per bene e ha pensato di virare il tutto in negativo, a modo suo): come ricorderai di certo, Lucio, gli Alfani attraversavano l’universo in quella dimensione al di là dello spazio/tempo, dove era presente un’entità cosmica che -saggiamente- non aveva tempo per rispondere all’ultima domanda del professor Bergman 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ma pensa che sei andato a ricordarmi: quell’episodio mi terrorizzò da bambino e mi è capitato di vederlo anche in tempi recenti… I buchi neri sono sempre perfetti per storie di forte impatto, e passarci attraverso è bello perché è impossibile farlo: appena uno scienziato dimostra come sia impossibile una cosa, tutti a farla! (Tipo l’insuperabile velocità della luce…)

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      • Giuseppe ha detto:

        E comunque non penso che si troverebbero facilmente dei candidati disposti a tentare di provare il contrario 😉
        Pensavo a un altro recente e illustre buco nero cinematografico: il Gargantua di Interstellar… che però alla fine era pure lui parte di un articolato pretesto per parlare d’altro, come la forza universale dell’amore. E, nella fattispecie, mi stupisce che l’inesauribile creatività fuori luogo dei titolisti italiani non ci abbia portato a qualcosa come “Interstellar: Il buco nero dell’amore” (code fuori dai cinema) 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ormai la creatività italiana è scomparsa anche lì 😀
        Quanti fantasiosi titoli ammiccanti si potevano fare con un buco nero, ma ormai c’è crisi anche tra i titolisti…
        Comunque Interstellar ha sdoganato su grande scala la “fanta-harmony” e temo che purtroppo ogni futuro film di pseudo-fantascienza ne seguirà i dettami: tipo le bambinate urban fantasy che sembrano create col copia-e-incolla.
        Ah, e intanto frotte di spettatori continuano a lodare il film per la sua originalità (a dimostrazione che copiare funziona sempre) e perché finalmente è diverso da tutti i film di fantascienza che girano… Ma “tutti” quali? Ma “tutti” dove? A parte la roba Asylum e famiglia si contano sulle dita i fanta-film usciti negli ultimi dieci anni: dove sono questi “tutti”? Gli spettatori davvero sono banderuole al vento…

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      • Giuseppe ha detto:

        Forse quegli spettatori se li sono dimenticati -o non li hanno mai davvero vissuti- gli anni dove si poteva parlare a ragione di tutti i film sci-fi che giravano (perché ne giravano, eccome)… e allora così tutto diventa possibile, anche scambiare per “originalità” quello che tutt’al più -e di certo non è la regola- può essere una “brillante rielaborazione”.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        C’è stato un grande periodo “fantascientifico” in cui davvero non potevi parlate di scopiazzate: c’erano così tante idee che attraversavano lo spazio che se due o tre si ripetevano faceva solo che piacere, perché approfondivano il discorso.
        Per quel film l’anno che esce oggi – quando va bene – vantare una trama così scopiazzata è davvero imbarazzante, ma tanto contano – a ragione – sulla totale distrazione degli spettatori che non hanno memoria di sé, figuriamoci dei film!

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  7. Cristiana ha detto:

    Scusa ma non mi puoi accostare Nave Fantasma del 2002 con Ritorno dalle Acque Maledette! Nave fantasma aveva un inizio della madonna! L’altro film invece… Oddio speravo di essere stata la sola a guardare quella ciofeca…

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