[Novelization] King Kong (1933)

L’iniziativa della Newton Compton di rispolverare la novelization di un film di culto mi ha spinto ad inaugurare una nuova rubrica per questo blog, già bello pienotto di rubriche: la mia annosa passione per questa forma narrativa non dev’essere più una perversione privata, è tempo di condividere l’amore per i romanzi tratti dai film!
Già decine di questi libri li trovati schedati nel mio blog-database “Gli Archivi di Uruk“, già esiste una paginona dove pian piano inserisco tutte le novelization uscite in Italia e già in quel blog ho creato una pagina speciale dedicata ai libri di Resident Evil. Ma non basta. È ora che vi presenti brani ed estratti… arrivando a tradurveli da novelization inedite!

Il modo perfetto per iniziare questa rubrica – ed arricchire il già vasto Ciclo King Kong del Zinefilo – è con King Kong, libro del 1933 che la romana Newton Compton rispolvera dal suo archivio con una traduzione alternativa alla prima edizione italiana di questo romanzo, nel lontano 1971.
Già ho abbondantemente parlato del mistero dell’autore di questo romanzo, ma riassumo brevemente: Edgar Wallace non c’entra assolutamente nulla, anche se fosse vero – e non esistono prove in merito – che abbia mai scritto una sola parola su King Kong, questo libro che vanta falsamente il suo nome in copertina è scritto da Delos W. Lovelace, ed è semplicemente la pura novelization della sceneggiatura di James A. Creelman e Ruth Rose, dal soggetto di Merian C. Cooper (l’unico vero papà di King Kong).

La prima edizione Longanesi del marzo 1971 dell’opera vanta la traduzione di Alberto Siani, mentre questa ristampa Newton del marzo 2017 vanta la traduzione di Martina Rinaldi, risalente all’edizione del 2005.


Indice:


L’incipit

Persino nella penombra del crepuscolo e dietro il velo un po’ ondeggiante di neve, si capiva che il Vagabondo altro non era che una modestissima vecchia nave da carico. Neppure l’occhio più fantasioso e romantico avrebbe potuto scorgervi quella linea asciutta, quei contorni affilati che si immagina siano indispensabili in un’imbarcazione pronta a salpare per una disperata avventura.
Per navi come quella, la scalcagnata banchina dell’Hoboken era più che adatta. Lì si mescolava nell’insignificante sfondo di una vecchia e modesta città, camuffandosi in una consona nullità. Lì era al sicuro da ogni imbarazzante confronto con le grandi signore di linea che innalzavano regali e immacolate prue verso le ombre dei grattacieli di Manhattan.
La ciurma sapeva bene che le palpitavano in corpo motori più che adatti a spingerne dolcemente avanti la vecchia prua ormai stondata, anche a quattordici nodi l’ora, contro i marosi o l’inferno stesso. E sapevano anche che quei motori erano custoditi da uno scafo bello solido e affidabile, così come la scura camera d’acciaio, che tanto li disorientava mettendone più d’uno in soggezione.
Gli uomini di terra, comunque, attirati sul lungomare da quella nostalgia che sovente anima coloro le cui vite sono limitate a piccole scrivanie e brevi corse in treno come pendolari, esaminavano i suoi fianchi arrugginiti e incrostati e, da profani, borbottavano: «Buon Dio, non chiameranno quella una nave d’altura!».
Sebbene fosse giunto al molo in taxi, e per una questione in cui la nostalgia non c’entrava affatto, Weston disse esattamente queste parole, e tirò indietro la mano con cui stava istintivamente per pagare la corsa dalla Quarantaquattresima Strada e Broadway. Se il molo non fosse stato quello giusto, infatti, sarebbe stato sciocco lasciare che quel pirata sulle ruote abbassasse la bandierina del tassametro guadagnandosi così il diritto di aggiungere altri quindici cents alla tariffa del ritorno. Scese dal taxi con i soldi stretti in mano, con quel fare lento e pesante, tipico degli uomini come lui, grassi e ultracinquantenni. In quel momento, un vecchio custode si affacciò con la punta del naso freddo e rosso dall’angolo di un magazzino. Weston lo chiamò:
«Ehi, voi! È quella la nave della casa cinematografica?».
Il naso rosso annuì muovendosi su e giù, e solo allora Weston pagò la sua corsa, mantenendosi comunque piuttosto diffidente. Soddisfatto solo per metà di non aver sbagliato il luogo dell’appuntamento, si incamminò trascinando i piedi sotto la neve che cadeva leggera, alla volta della passerella del Vagabondo.
«Siete un altro di quelli che sta per intraprendere questo folle viaggio?», domandò d’un tratto il vecchio custode dall’ombra del suo magazzino.
«Folle?». Weston si voltò immediatamente, quell’aggettivo confermava in pieno l’idea che già si era fatto da solo. «Perché folle?»
«Be’, tanto per cominciare, quel tipo che comanda».
«Denham?»
«Proprio lui! Uno che se vuole la foto di un leone è capace anche di andare a dirgli di persona come mettersi in posa. Se tutto questo non è folle!».
Weston sorrise. Non si allontanava poi tanto dalla sua personale valutazione circa quello strano personaggio, il prode regista delle sorti del Vagabondo.
«Sì, è un tipo in gamba, siamo d’accordo!», convenne. «Ma perché dire che questo viaggio è folle?»
«Perché lo è, punto e basta».

Quasi un dio

Denham si girò verso il comandante, guardandolo con occhi scintillanti; poi si accomodò a sedere e prese il pacchetto di sigarette, che non mancava di disturbare con una certa frequenza.
«Avete mai sentito parlare», chiese, «di Kong?».
Driscoll scosse la testa, Englehorn masticava con fare pensieroso.
«Kong? Sì, mi pare. Una superstizione dei malesi. Non è così? Un dio, un demonio, qualcosa del genere».
«Qualcosa, avete detto bene», annuì Denham. «Né uomo, né bestia. Qualcosa di mostruoso. Dalla forza straordinaria. Vivo e terribile. L’isola è stretta in una morsa di terrore continuo, proprio come ai tempi in cui fu costruito quell’incredibile muro».
Englehorn riprese a masticare il tabacco più lentamente. Driscoll sembrava piuttosto incredulo, dal canto suo.
«Vi dico che c’è qualcosa su quell’isola», dichiarò Denham. «Qualcosa che nessun uomo bianco ha mai visto. Tutte le leggende hanno un fondamento di verità».
«E voi», esclamò Englehorn esprimendo un quanto mai tardivo stupore, «vorreste fotografarlo».
«Qualunque cosa ci sia su quell’isola, io la fotograferò».
«Mettiamo il caso», disse Driscoll bruscamente, «che questa “cosa” non ami essere immortalata».
Denham si alzò, sorridendo, e si fregò le mani allegramente.
«Mettiamo il caso?», disse. «E perché pensate che abbia caricato sulla nave tutte quelle bombe di gas soporifero?».

L’arrivo di Kong

«Ndundo!», gridò il re, e ancora una volta l’indigeno suonò quel gong, che tuonò in direzione dell’oscurità.
Dall’alto delle mura, la tribù inclinò le torce per vedere meglio.
Si intravedeva una piccola pianura, che si perdeva poi nell’oscura ombra proiettata dall’imponente precipizio. C’era un altare di pietra, probabilmente antico tanto quanto le mura del villaggio. Sui ripidi gradini erano cresciuti dei licheni sparsi. Poco più su, a circa tre metri e mezzo da terra, c’era una piattaforma ricoperta di muschio, che assorbiva tutta la luce delle torce. Da lì partivano due altissime colonne, magnificamente scolpite.
«Tasko! Tasko!», gridò il re.
La sua voce, che giunse sopra il cigolio del cancello, incitava gli indigeni che portavano Ann ad affrettarsi quanto più possibile verso i gradini sdrucciolevoli dell’altare, dove l’adagiarono tra le due colonne. Due le tenevano tese le braccia, mentre altri due le legavano i polsi con delle liane, assicurandole poi alle colonne e tirandole forte. Ann restò appesa lì, quasi priva di sensi, con gli occhi chiusi.
«Ndundo!», gridò il re, questa volta rivolgendosi all’indigeno del gong.
Questi fece oscillare nuovamente il suo lungo bastone. Il suono fu assordante. La folla radunata in cima alle mura ondeggiava al ritmo, ormai delirante, di un canto. Quelli che avevano portato Ann balzarono a terra e, dopo un’ultima occhiata indietro, corsero via. Il cancello si richiuse sui talloni dell’ultimo, e Ann rimase lì da sola, senza neanche più la protezione del muro.
Dai piedi dell’alto burrone, dall’ombra, echeggiò un profondo, irreale ruggito che si scontrò con il tonante suono del gong, ricacciandolo indietro con una violenza inaudita.
«Kong!», la folla che guardava dalla cima del muro con le torce accese in mano, scoppiò in un fragoroso grido. «Kong! Kong! Kong!».
Ann sollevò le palpebre, come risvegliata dalla sensazione di un ineluttabile fato. Si guardò attorno smarrita, senza capire dove fosse. Vide i polsi e, rendendosi conto solo ora di cosa le facesse male, cercò di tenersi in piedi per allentare la morsa delle corde.
Cominciò a prendere coscienza anche di ciò che aveva intorno, e dinanzi a sé vide il muro preso d’assalto dalla tribù. Ma un grido più forte, più profondo, sembrava arrivare da dietro di lei, da un’Ombra.
Si girò. Mentre i suoi occhi si spalancavano, l’Ombra emerse finalmente dalle tenebre stagliandosi in tutta la sua solida realtà. Sbattendo le palpebre in direzione del muro affollato di gente, aprì la sua enorme bocca lanciando un potente ruggito di provocazione, mentre con mani nere e pelose si batteva un poderoso petto, ugualmente nero e peloso, in segno di sfida. Esitò un istante, illuminato dalla luce abbagliante delle torce e, come se comprendesse il significato delle mille mani che continuavano a indicare qualcosa, abbassò lo sguardo sull’altare, e su Ann.
Fissò prima i gradini. Poi, avvicinandosi, guardò tra le colonne. La tribù, arrampicata sopra quelle mura, tratteneva il respiro. Le braccia di tutti erano ormai immobili. Le fiaccole avevano smesso di ondeggiare. Anche il grido di Ann si era spento in un profondo silenzio.
Kong indietreggiò lievemente, lanciò un ruggito feroce. La grossa mano pelosa che si era allungata a toccare quella strana chioma bionda illuminata dalle torce, si tirò indietro di colpo. Kong rivolse uno sguardo diffidente in direzione del muro e del villaggio; ma poiché non giungevano voci, grida, né suoni, e poiché la figura che pendeva tra le due colonne sembrava immobile, tornò a guardarla una seconda volta.
Si accorse subito che non poteva prendere Ann, ma non impiegò molto a capire perché. Le corde non opposero troppa resistenza. I nodi attorno alle colonne si spezzarono con facilità, e fu libero di esaminare quel meraviglioso essere abbandonato, ora, sul suo enorme braccio. Capelli radiosi, guance lisce come petali, abiti di stoffa, strane calzature… andava scoprendo con le dita un mistero senza fine. Continuava a rigirarsi tra le mani quel corpo brontolando tra sé, rapito, come farebbe un ragazzino con un passerotto che non ha la forza di volare. La folla tornò a gridare, ma Kong sembrava non curarsi di loro. Con un’ultima attenta occhiata alla bianca figura che aveva tra le mani, posò Ann sulla piegatura di un braccio e si girò lentamente verso l’oscurità del dirupo.
Neppure il pesante cigolio del cancello che veniva nuovamente aperto riuscì ad attirare la sua attenzione. E quando un’ombra vi si precipitò attraverso gridando forte, Kong accelerò il suo pesante passo per superare gli ultimi metri che lo separavano dal rifugio delle tenebre.

Finale sull’Empire State Building

«Mandate su qualcuno con le mitragliatrici», ordinò il commissario. «Non arriverà mai fino in cima. Può darsi che si riesca a prenderlo quando si ferma sul ballatoio di un livello più basso».
Driscoll abbassò bruscamente il braccio del commissario.
«Non prenderete King Kong su nessun ballatoio vi dico», gridò violentemente. «Sta andando sulla cima della sua montagna, come volete che ve lo dica?»
«È vero, Jack», disse Denham. «È vero. Guardate! Continua a salire».
Kong era arrivato così in alto che sembrava più piccolo di un uomo, eppure continuava a salire. Un’ombra nera contro le pareti bianche dell’edificio, si arrampicò da un livello all’altro, fino a raggiungere la luce bianca dei fari in cima al grattacielo. Da lì, continuò a salire.
«È la fine per quella ragazza», disse il sergente. «Se gli spariamo lassù, per lei non ci sarà più scampo».
«Un momento», intervenne Driscoll. «In effetti c’è qualcosa che non abbiamo ancora tentato».
Il commissario lo guardò.
«Gli aeroplani», disse Driscoll, «dall’aeroporto militare Roosevelt. Loro sapranno trovare il modo di far fuori Kong e lasciare Ann incolume».
«È una possibilità», rispose il commissario. «Chiamate l’aeroporto, O’Brien. Presto!».
«Io vado su», annunciò Driscoll allentandosi il colletto. «Proverò a scalare la montagna di Kong io stesso».
«Vengo anch’io, Jack», si offrì Denham.
Il commissario fece cenno a una decina di agenti armati di seguirli.
«Datemi un fucile», disse Driscoll nel corridoio del grattacielo.
Il poliziotto aspettò un cenno di assenso del suo sergente e gli consegnò la mitragliatrice.
«So come usarlo», lo rassicurò Driscoll. «Denham, diteglielo anche voi che sono abile».
«Il ragazzo sa il fatto suo», intervenne il regista. «Decisamente», aggiunse.
Una volta raggiunto l’ultimo piano ebbero un contrattempo. Le chiavi della terrazza panoramica mancavano all’appello, e fu necessario rintracciare il custode.
«Ascoltate!», bisbigliò Driscoll.
Udirono in lontananza un aereo. Una squadriglia di aerei, anzi.
«Evviva l’esercito!», disse Denham sforzandosi di sorridere.
Gli aeroplani cominciarono a vedersi, erano sei. Volavano ancora molto in alto rispetto alla cima del grattacielo; così in alto che le luci rosse e verdi si confondevano. Poi cominciarono a scendere, uno dopo l’altro, dal cielo stellato.
Kong lanciò un tremendo ruggito, e il rumore assordante dei suoi pugni che si battevano il petto sembrava quello di un enorme tamburo selvaggio.
«Da qui possiamo vedere», disse Driscoll guidando gli altri verso una finestra all’angolo del piccolo ballatoio di quell’ultimo livello.
Sopra di loro, in bilico sulla terrazza panoramica Kong lanciò un nuovo grido di sfida agli aeroplani in picchiata su di lui.
Ann, nel suo scintillante abito bianco, era ben incastrata tra i suoi enormi piedi.
Il secondo aereo si avvicinò, forse nell’intenzione di ferire Kong con un’ala, ma mancò il bersaglio. Fu invece Kong a colpirlo con una zampata. L’aereo perse quota, andò a sbattere contro la parete del grattacielo e precipitò violentemente in strada. Prese fuoco prima di toccare terra, illuminando così le minuscole figure che gli si accalcavano intorno.
«Eccoli che arrivano», fece Denham. «Lo stanno circondando in cinque».
«E questa volta», disse Driscoll, «spareranno. Hanno abbastanza margine. Quando Kong si alza in piedi per ruggire e battersi il petto, Ann è talmente lontana che possono tranquillamente far fuoco senza rischiare di colpirla».
«Non possiamo far altro che pregare, penso», disse il sergente.
«Pregate pure», gli rispose Driscoll. «Io vado. Aspetterò dietro la porta. Voglio essere il più vicino possibile».
Denham lo seguì senza dire nulla, e così fece il poliziotto dopo un attimo di esitazione.
Nel frattempo, gli aerei stavano tornando alla carica. E Kong stava dando loro tutta la sua furibonda attenzione. Tenendosi con i grossi piedi avvinghiato al parapetto, lanciò un agghiacciante urlo di sfida, al vento e alla notte.
Dall’alto, le luci rosse e verdi dell’aereo lampeggiarono e si abbassarono di colpo in picchiata.
Kong si batté il petto con furia, sollevandosi in tutta la sua maestosa grandezza.
Driscoll fece scattare la serratura della porta, aprì uno spiraglio e rimase in attesa.
L’aereo si abbassò. Per un breve istante sembrò rimanere sospeso, come un gigantesco uccello, davanti al suo bestiale avversario; poi virò verso l’alto e si allontanò. Ma in quello stesso immobile istante la mitragliatrice aveva rovesciato nel petto di Kong una lunga scarica di piombo.
Driscoll avrebbe giurato di aver visto le pallottole colpire i ruvidi peli di Kong e affondargli nel cuore. Kong barcollò, sollevando un piede spinse Ann indietro, dal parapetto al ballatoio.
Poi si girò lentamente, come se avesse intenzione di prenderla. Mise nuovamente a terra il piede che aveva sollevato e si chinò, fissando Ann con occhi pieni di incredulità, e di dolore. Stava soffocando.
Dall’alto di quel cielo buio, piombarono giù gli altri aeroplani. Il ruggito di sfida di Kong uscì come un rauco colpo di tosse. Ma si alzò in piedi, straordinario e imponente, strinse i pugni e si batté il petto con la ferocia più brutale che avesse mai avuto.
Uno dopo l’altro gli aeroplani planarono su di lui, rimasero sospesi per quel fatale immobile istante, poi ripresero quota e si allontanarono. Il frastuono delle mitragliatrici oscurò il rumore dei pugni che Kong si dava sul petto. Stava barcollando ormai e, nonostante la ferma presa dei piedi sul parapetto, cominciò a vacillare.
Ma continuò la sua lotta fino alla fine. Con le ultime forze che gli restavano, si lanciò contro un aeroplano che era rimasto indietro. Lo mancò, e quel potente salto lo allontanò dal parapetto, lanciandolo nel vuoto sopra la strada. Per un solo ultimo istante, Kong rimase sospeso nella stessa regale solitudine che era stata sua, troneggiante su quel mondo civile che l’aveva distrutto. Poi si schiantò a terra, come una carcassa, ai piedi dei suoi conquistatori.
Driscoll strinse Ann tra le braccia.
«Ann! Ann! È finita!».
Ann si abbandonò contro il suo petto, piangendo piena di riconoscenza.
Denham e il sergente si sporsero dal parapetto.
«Bene!», disse il poliziotto. «Che spettacolo. Non credevo che i piloti sarebbero mai riusciti a vincerlo».
«Infatti, non sono stati i piloti a vincerlo», rispose Denham lentamente.
«Prego?»
«È stata la Bella. Succede sempre così. È la Bella, che uccide la Bestia».
Il sergente, confuso, esitò un poco.

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L.

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5 risposte a [Novelization] King Kong (1933)

  1. Cassidy ha detto:

    Non ci si tira mai indietro davanti ad una rubrica, in particolare se coinvolge Kong! Mi viene solo da ringraziar per la tua ossessione per questo tipo di materiale 😉 Cheers

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  2. Ivano Landi ha detto:

    Una delle chicche ghiotte in programma immagino sia quella che penso io… son già sulle spine 😉

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