[Novelization] Resident Evil: il male avrà fine (2017)

In occasione dell’uscita italiana dell’ultimo (ma va’!) capitolo, è il momento che il Zinefilo dica la sua sulla saga più morta vivente del cinema.
Vi rimando a “Gli Archivi di Uruk” per sapere tutto dei romanzi di Resident Evil usciti in Italia.

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Da due settimane preparavo questo pezzo, da due settimane traducevo a rotta di collo la novelization dell’ultimo episodio di questa saga, così da regalare alla fine una chicca a conclusione del viaggio.
Mi ammazzo ad inserire codici – perché tradurre è facile, è mettere gli stramaledetti codici html per lo stramaledetto WordPress il problema! – preparo tutto, ieri sera inserisco il risultato finale e, prima di chiudere, cerco il link Amazon del romanzo originale per chi vuole comprarlo… E che ti esce fuori? Che la Mupltiplayer Edizioni ha già fatto uscire il romanzo in Italia, con la traduzione di Leonardo Fedi…

Va be’, io l’ammazzata di due settimane non la spreco e vi metto la mia traduzione personale del lungo prologo in tre parti del romanzo: sta a voi decidere se optare per una traduzione professionale o per la mia! (In fondo vi metto l’anteprima Amazon sfogliabile anche qui sul post.)

Ricordo che tutto quanto raccontato in questo testo che vi presento è assente nel film! L’autore ha ampliato splendidamente la trama inserendo una bella secchiata di ottimi particolari: se Anderson scendesse dal piedistallo e facesse scrivere ad altri, Resident Evil sarebbe una saga infinitamente migliore…

Eccovi dunque l’inizio del romanzo Resident Evil: The Final Chapter. The Official Movie Novelization (gennaio 2017), scritto da Tim Waggoner basandosi sulla sceneggiatura di Paul W.S. Anderson, e – come ogni altra novelization – è edito dalla Titan Books. (In Italia: Multiplayer Edizioni, 16 febbraio 2017.)


Indice:


Questo è per un’altra Alice: Alice Avery
che se ne è andata troppo presto.

Prologo

Dicono che la storia sia scritta dai vincitori. Questa, dunque, è la storia della Umbrella Corporation.
Fondata trent’anni fa da due scienziati visionari, il dottor Alexander Isaacs e il professor James Marcus, la Umbrella Corporation aveva le migliori intenzioni e i più alti degli ideali. Marcus aveva una bambina affetta da progeria, un malalattia degenerativa fatale, lo stesso male che aveva ucciso la madre. Marcus aveva già perso una moglie, non voleva perdere anche una figlia. Fece di tutto per salvare lei e tutti quei bambini nelle stesse condizioni, perché nessun altro genitore dovesse soffrire ancora. Ma le probabilità di riuscita sembrano bassissime, ed anche se lavorò come un disperato per trovare una cura, il padre decise di registrare la voce della figlia, ed anche le sue fattezze, per preservarla alla posterità.

* * *

James Marcus sedeva al fianco della figlia, guardandola dormire. Sebbene fossero a casa, la camera della figlia era equipaggiata come se fosse un reparto ospedaliero. Molti macchinari circondavano il letto, connessi alla bambina mediante cavi, e monitoravano i suoi segnali vitali. Flebo pendevano dai supporti metallici, tubi si allungavano fino agli aghi conficcati nei suoi polsi per mantenere il flusso dei vari medicinali somministrati.
Mentre Marcus si occupava della casa c’erano delle infermiere che si prendevano cura delle necessità della figlia. Era stato lui a stilare il piano sanitario della bambina, a scegliere le medicine di cui gran parte altamente sperimentali. Finora però questo non aveva dato alcun frutto. Le condizioni della figlia non erano migliorate e gli effetti collaterali dei farmaci che le attraversavano le vene aumentavano di intensità. Marcus odiava vedere come la qualità della vita della bambina peggiorava costantemente, ma non poteva rimanersene fermo a guardare mentre la stessa malattia che aveva ucciso sua moglie ora uccideva lei. Lui era una delle persone più in gamba del pianeta – e lo pensava senza alcuna vergogna: era un semplice dato di fatto – foss’anche per l’educazione ricevuta, l’allenamento e l’esperienza, eppure non era stato in grado di salvare la moglie, ed ora sembrava che lo stesso fallimento avrebbe portato via sua figlia.
E non solo lei, ma anche tutti quelli che soffrivano di malattie incurabili, e i loro cari. Avrebbe dovuto lavorare ad una cura non solo per la sua condizione, ma per quella di tutti, e mentre lui compiva piccoli passi avanti – non certo grazie al contributo del suo partner, Alexander Isaacs – a meno di un sostanzioso successo a stretto giro sua figlia sarebbe morta prima di raggiungere l’obiettivo. Ecco perché lui era lì, quel giorno.
Aveva un piano d’emergenza. Letteralmente. [Gioco di parole intraducibile con “backup plan”. N.d.T.]
Aveva portato degli apparecchi nuovi, per questa visita: un carrello metallico con su un monitor di computer e una tastiera, e una grande CPU nella parte inferiore. Quella CPU non assomigliava a nulla presente sul mercato, o a nulla posseduto dall’esercito o dalle agenzie di intelligence. La macchina era contenuta in un case nero metallizzato con stampato su un lato il logo rosso e bianco della Umbrella Corporation. Un gran numero di sensori fuoriuscivano dal computer, e Marcus iniziò ad applicarli alla testa della figlia mentre questa ancora dormiva.
Come sua madre, la bambina era afflitta dalla sindrome di Werner, conosciuta anche come progeria. Era una rara malattia genetica con un’incidenza di un caso su centomila. E l’incidenza diminuiva ulteriormente negli Stati Uniti: un caso su duecentomila. Questa forma di progeria poteva passare da genitore a figlio, ed era esattamente così che era andata per quella povera bambina. Ma mentre nella madre la malattia non si era manifestata fino ai vent’anni, in questo caso aveva aggredito la piccola quando aveva ancora sei anni. Le persone che sviluppato la sindrome di Werner in giovane età di solito muoiono prima di compiere quarant’anni, ma visto quanto precocemente la malattia si era manifestata in sua figlia, Marcus temeva che lei non si sarebbe neanche avvicinata a quell’età, e visto che non poteva salvara… poteva almeno preservarla.
Cercò di essere il più delicato possibile per non svegliare la bambina, ma aveva applicato solo metà dei sensori quando gli occhi della piccola si aprirono lentamente. Erano annebbiati con un principio di cataratta, ma poteva vedere abbastanza per riconoscere il padre e sorridergli debolmente.
«Buongiorno, padre.» La sua voce era allo stesso tempo rauca ed acuta, un sintomo della malattia.
Marcus restituì il sorriso, sperando non trapelassa la profonda tristezza nascosta nella sua espressione.
«Buongiorno, tesoro. Come ti senti oggi?»
«Stanca», rispose, sussurrando la parola più che pronunciandola. Sfoggiò fuori un altro sorriso. «Ma io sono sempre stanca, no?»
Era vestita con una piccola camicia da notte bianca, la più comoda che Marcus fosse stato in grado di trovare. I suoi capelli castano chiari, un tempo vaporosi e forti, ora erano ingrigiti. La sua pelle era sottile e rugosa, con le vene visibili. Da sempre assomigliava alla madre, ma ora era identica a lei nei suoi ultimi giorni, quando la malattia le aveva portato via la giovinezza e la vitalità, lasciandola poco più che uno spaventapasseri fatto di carne e ossa. La rassomiglianza era quasi insopportabile, che Marcus dovette sforzarsi per non voltare lo sguardo.
«Era previsto», disse lui, cercando di mantenere un tono di voce tranquillo. Continuò ad attaccare sensori alla figlia.
«Che stai facendo? È un nuovo trattamento?»
C’era una nota di speranza in quella domanda che quasi spezzò il cuore di Marcus. «Registrerò l’attività elettrochimica del tuo cervello.»
Sua figlia era molto intelligente, e l’avrebbe superato quando… se fosse cresciuta. Ma sebbene molto sveglia dal suo sguardo era evidente che non aveva capito la spiegazione. Lui continuò a parlare prima di spostarsi verso il computer e cominciare a lanciare comandi.
«Farò una foto del tuo cervello. O, più precisamente, di come il tuo cervello lavora. Tutto quello che ci rende ciò che siamo si trova lì.» Si fermò un attimo dall’immettere comandi, alzò una mano e puntò il proprio indice verso la sua tempia. «I nostri pensieri, la nostra esperienza, i nostri sogni…»
Immise altri comandi ed apparve una scritta sullo schermo: una resa tridimensionale del cervello della figlia con dei flash luminosi che ne percorrevano la superficie. Per un momento, il suo fiato si spezzò in gola. Era un uomo di scienza, qualcuno che fa affidamento sulle prove, non sulla fede, eppure non poteva sottrarsi alla sensazione di star osservando l’anima di sua figlia.
«Perché vuoi farlo?» chiese lei.
Gli occhi della bambina erano mezzi chiusi e parlava in modo assonnato. Aveva difficoltà nello stare sveglia, ultimamente, sia per colpa della malattia ama anche perché la sonnolenzaera uno dei principali effetti collaterali delle medicine che stava assumendo. La registrazione dei tracciati del suo cervello sarebbe stata possibile sia se lei fosse stata sveglia o addormentata, e lui aveva già eseguito numerose registrazioni delle sue espressioni facciali e delle inflessioni vocali durante precedenti sessioni, così se ora si fosse riaddormentata il lavoro poteva benissimo proseguire. Sarebbe stata una benedizione per lei dormire, ma forse più per lui. Non sapeva quanto sarebbe riuscito a parlare con lei senza crollare, e se avesse pianto davanti alla bambina lei avrebbe capito di non avere più speranze, così da perdere quel poco che ancora le rimaneva. Era suo padre, e doveva essere forte per lei, anche se solo per poco.
«Sto testando un nuovo computer che ho inventato, e non mi viene in mente nessuno di più perfetto di te per farlo. Dopotutto, sei la persona più intelligente che io conosca.»
Il sorriso della bambina era così opaco da risultare indecifabile. I suoi occhi era quasi chiusi, sebbene per le sue condzioni non riuscisse a chiuderli completamente. Allungò una mano tremante verso il padre, che subito la afferrò prima che la bambina perdesse quel poco di forza che aveva e la mano ricadesse sul letto. «Hai fatto così tanto per me, padre. Sono felice di…» La sua voce si affievolì e per un secondo Marcus pensò si fosse appisolata, ma poi continuò «… di poterti aiutare come posso.»
E accadde. Le lacrime iniziarono a sgorgare copiose sul volto di Marcus, mentre continuava a tenere la mano della figlia, attento a non stringere troppo per non ferirla. Il respiro della bambina si fece regolare e il padre capì che si era addormentata. Ora che non c’era più bisogno di soffocare il suo dolore, lasciò che sgorgasse libero, gemendo mentre il computer creava una copia virtuale della mente della sua figlia morente.

* * *

Poi arrivò la svolta. Marcus ed Isaacs scoprirono la Cellula Progenitrice. Una volta inoculata, avrebbe riparato le cellule danneggiate in un corpo quasi istantaneamente. Era un miracolo. La vita della figlia di Marcus era salva.
La Cellula Progenitrice aveva una miriade di applicazioni, curando un migliaio di differenti malattie. Dopo quel periodo oscuro sembrò che una nuova èra luminosa stesse per affacciarsi. Un mondo senza la paura dell’infezione, della malattia o del decadimento. Ma non era così. Perché la Cellula Progenitrice aveva degli effetti collaterali imprevisti.

Vent’anni fa.
Città del Capo, Sud Africa

Dominic Robertson assaporò la sensazione nel suo stomaco mentre la funivia saliva lungo la Table Mountain. Aveva fatto quel viaggio la prima volta da scolaro, e sebbene ora fosse un insegnante e scortasse abitualmente gli studenti in gita scolastica in quei luoghi, ogni volta che iniziava quella salita si ritrovava eccitato come fosse la prima volta.
La maggior parte dei ragazzi non sembrava condividere questa eccitazione, molti erano impegnati a leggere fumetti o a risolvere i loro cubi di Rubik. Sospirò. La salita durò solo cinque minuti e di sicuro la maestà della montagna non avrebbe attirato l’attenzione dei ragazzi così a lungo. Suppose che quando cresci a Cape Town, con una montagna costantemente presente, non la trovi più così speciale. Dominic era cresciuto a Johannesburg, e anche se lavorava a Cape Town da dieci anni lo stesso non si stancava mai della montagna.
Guardò verso Rachel Sulelo, l’altra insegnante che accompagnava la gita, e lei gli restituì il saluto accompagnandolo con una debole scrollata di spalle. Il suo messaggio silenzioso era chiaro. Ragazzini: che ci fuoi fare?
Lui restituì il sorriso e poi guardò fuori dalla vetrata, deciso a non lasciare che l’indifferenza dei ragazzi gli rovinasse l’ascesa.
Una delle cose che più amava di quelle cabine Rotair era il pavimento rotante, che permetteva ai passeggeri una panorama a 360 gradi durante la salita. Non solo potevi vedere la montagna mentre ti avvicinavi, avevi anche una vista su Cape Town che si allontanava dietro di te. Etrambi i panorami erano spettacolari, sebbene per quanto amasse vedere Cape Town allontanarsi sotto di loro, e la vastità dela costa atlantica ad ovest e a sud, per lui nulla poteva essere comparato con la vista della montagna.
Table Mountain – così chiamata per la superficie piatta della sua punta – era larga tre chilometri da lato a lato, contornata da strapiombi. La cima della montagna era spesso ricoperta da quello che colloquialmente veniva chiamato una “tovaglia” di nuvole. Dominic sapeva che quello strato di nubi si formava quando i venti di sud-est soffiavano sulla montagna portando aria fredda. Durante il suo primo viaggio in zona, da studente, una delle insegnanti gli aveva detto che stando alla leggenda quella coltre di nuvole era causata da una gara di fumo fra un pirata chiamato Van Hunk e il Diavolo in persona. Sebbene fosse giovane, Dominic sapeva che era solo un racconto, ma dopo averlo sentito non poteva più guardare quelle nuvole senza provare un brivido, e si chiedeva cosa sarebbe successo se qualcuno avesse respirato quel fumo satanico. Avrebbe sicuramente devastato un corpo umano: e cosa avrebbe fatto all’anima?
Dominic condivideva molte informazioni sulla montagna con gli studenti che stava accompagnando, ma non aveva mai rivelato la storia della sfida di Van Hunk con il Diavolo. Si rifiutava di raccontare qualcosa che avrebbe intaccato la bellezza del luogo agli occhi dei ragazzi.
Rachel soffocò uno sbadiglio e poi, quando vide che lui la guardava, gli rivolse un sorriso imbarazzato. Dominic aveva insistito che iniziassero la gita all’alba, in parte perché così c’era abbastanza tempo da passare in montagna, ma anche perché lui amava la salita di buon’ora. Non solo l’alba migliorava il paesaggio, ma forniva a tutti una vista più ampia mentre la funivia li portava su. Non guastava poi che fosse un tipo molto mattiniero: era già sveglio e pieno d’energie, pronto all’avventura. A volte dimenticava che gli altri non hanno gli stessi gusti. Rachel praticamente tutti gli altri studenti avrebbero preferito scambiare quell’uscita mattiniera con qualche ora in più di sonno. Be’, avrebbero cambiato idea una volta raggiunta la vetta della montagna e gustato la sua magia.
La dozzina di studenti aveva un’età compresa tra i nove e i dieci anni, ed erano di razza mista fra bianchi e neri. Ogni ragazzo indossava l’uniforme scolastica – giacca blu, maglietta bianca, cavatta azzurra, pantaloni blu, scarpe nere – insieme ad uno zaino per portare acqua e cibo, senza citare i loro fumetti e giocattoli. Dominic sapeva che avrebbe dovuto ispezionare i loro zaini ed insistere perché evitassero di portarsi dietro delle distrazioni, ma era troppo emozionato e alla fine se ne scordò.
Uno dei pochi studenti che sembrava apprezzare il paesaggio era Callan Williams. Era tranquillo, un ragazzo pensieroso, più interessato alla lettura e a disegnare schizzi sul quaderno che portava sempre con sé. Stava appiccicato al vetro, fissando fuori e masticando noccioline. Non interveniva molto, in classe. Oh, avrebbe saputo rispondere bene ad una qualsiasi domanda diretta, ma non si proponeva mai come volontario, se poteva evitarlo, e non sembrava avesse molti amici. Nessuno stretto, comunque. I suoi voti erano buoni, anche se non eccellenti, e sebbene Dominic si dispiacesse per la mancanza di socialità del ragazzo si ripeteva a se stesso che alcuni fiori hanno bisogno di più tempo per sbocciare, e Callan prima o poi avrebbe trovato la sua strada.
La montagna era affiancata dal Devil’s Peak ad est – dove si era svolta la sfida di Van Hunk con il Diavolo – e Lion’s Head ad ovest. Dominic si rattristava sempre a guardarla. Stando ai reperti fossili, quella zona un tempo era abitata da leoni, leopardi e iene. Ma l’ultimo leone di montagna era stato ucciso nel 1802 e sebbene ci fossero voci di leopardi ancora viventi, nessuno ne aveva più visti. La montagna era del tutto priva di vita. C’erano antilopi, porcospini, manguste e numerosi uccelli, lucertole e rane. Ma i grandi mammiferi – simboli dell’antico retaggio africano – erano scomparsi. Lion’s Head stava lì a ricordare a Dominic la fragilità della vita, come tutto ciò che è vissuto sia morto, e come un’estinsione possa colpire una specie prima ancora che questa si renda conto del pericolo.
Per distrarsi dai suoi pensieri melanconici, ma anche perché era un insegnante e doveva pensare al suo lavoro invece di perdersi nei propri rimuginii, si voltò verso il suo gruppo di studenti e disse: «Ora, chi mi sa dire che genere di animali si possono trovare sulla cima di Table Mountain? Nessuno?» I ragazzi si voltarono tutti a guarare Dominic mentre parlava, ma poi tornarono alle loro distrazioni. Dominic non seppe nascondere la frustrazione della sua voce quando chiese di nuovo: «Nessuno?» Nessuno dei ragazzi lo guardò, stavolta, e Rachel gli mandò un’occhiata comprensiva. Non condivideva la sua voglia di coinvolgere i ragazzi, perché sapeva che sarebbe stato inutile.
Ma poi qualcosa di inaspettato avvenne. Callan si voltò dalla vetrata della cabina, mangiò l’ultima nocciolina e iniziò a parlare. «Ci sono molti animali differe…»
La sua voce si spezzò con un singulto e i suoi occhi si spalancarono.
Senza pensarci, Dominic si fiondò verso il ragazzo. «Toglietevi di mezzo!» gridò, e tutti obbedirono, con espressioni di terrore e sorpresa sui volti. Gli occhi di Callan erano pieni di assoluto terrore mentre Dominic lo raggiungeva, gli si poneva di dietro e gli passava le braccia intorno al petto. Premette ma non successe nulla. Eseguì la manovra una seconda volta ma ancora senza risultato. Dominic iniziò ad essere preso dal panico, ma era necessario che rimanesse calmo. Una volta ancora ed avrebbe avuto successo. Eseguì la manovra di nuovo e questa volta la nocciolina venen sputata via dalla bocca del giovane, andando a finire sul pavimento. Dominic adagiò lentamente Callan per terra e disse: «Ora andrà tutto bene, figliolo. Non preoccuparti.» Ma appena detto questo si rese conto che era prematuro: la faccia del ragazzo era diventata cerulea e pallida, e il suo corpo iniziava ad immobilizzarsi.
Si avvicinò Rachel che si accucciò accanto a Callan.
«Non respira!» disse.
Allora Dominic ricordò: il ragazzo era asmatico. Soffocando per via della nocciolina aveva innescato un attacco d’asma, che gli aveva chiuso la gola e gli impediva di respirare. I suoi genitori avevano notificato alla scuola che Callan stava provando un nuovo trattamento per la sua malattia, grazie al quale si pensava che fosse guarito completamente. Il trattamento era fallito? O c’era un’altra nocciolina incastrata nella sua gola? Gli altri ragazzi si ammassarono intorno a lui, pieni di paura e curiosità morbosa.
«State indietro», imponeva Rachel. «Lasciategli spazio.»
Gli altri passeggeri guardavano sconcertati mentre Dominic sfilava lo zaino dalle spalle di Callan, lo apriva e ne frugava frebbrilmente il contenuto per trovare un inalatore. Ma non ce n’era. Il ragazzo era sempre più pallido e il terrore nei suoi occhi cresceva d’intensità, venendo sostituito lentamente da una certa opacità che annunciò a Dominic che non c’era più molto tempo. Il suo corpo smise di contorcersi e rimase immobile, non più in grado di ulteriori sforzi senza l’apporto di ossigeno.
Se il ragazzo non riusciva a respirare da solo, Dominic avrebbe cercato di respirare per lui. Si inginocchiò al fianco di Callan, alzò il suo mento mentre con l’altra mano chiudeva il naso al ragazzo. Si inchinò ed appose le sue labbra a quelle di Callan. Quando pensò che il contatto fosse completo, soffiò aria per un secondo poi controllò se il petto del ragazzo si alzasse. Non lo faceva, così ripeté l’operazione. Senza successo.
Gli occhi di Callan si rovesciarono e poi si chiusero, e Dominic fu attraversato da un’ondata di disperazione. Aveva temuto il peggio, ma non era disposto a rinunciare. Erano circa a metà della loro salita verso la montagna. Due minuti e mezzo, tre al massimo, e sarebbero arrivati, e avrebbero potuto cercare immediata assistenza medica. Un dottore o al massimo un infermiere che fosse meglio addestrato nelle tecniche salva-vita di quanto fosse Dominic. Se poteva soffiare altra aria nel corpo di Callan, anche solo un po’, poteva fare la differenza fra la vita e la morte per il ragazzo. Inalò e si preparò a soffiare.
Prima che potesse farlo, gli occhi del ragazzo d’un tratto si spalancarono. Il bianco era diventato rosso acceso, e le iridi erano ora di un blu acceso che sembrava lampeggiare di luce propria. Dominic ebbe appena il tempo di registrare questa bizzarra trasformazione prima che Callan emise un grugnito animalesco, spalancando la sua bocca e affondando i denti nelle labbra di Dominic. Il sangue sgorgò dalla carne dilaniata dell’uomo, spruzzando sul volto del ragazzo come una pioggia cremisi.
Il dolore fu straziante, e Dominic cercò di gridare. D’istinto cercò di allontanarsi dal ragazzo, ma i denti di Callan erano piantati in profondità nelle sue labbra. Con una forza sorprendente il ragazzo afferrò la testa di Dominic per impedirgli di fuggire, e poi diede un morso ancora più forte, serrando i denti ed agitando la testa come se fosse un cane che strappasse la carne da un osso. Lacrime rigarono il volto di Dominic, mentre il suo corpo si agitava e scalciava e tirava pugni nel disperato tentativo di riuscire a staccarsi dalla presa del ragazzo. Ma i colpi sembravano non avere alcun effetto sul giovane.
Dominic sentì il suono di uno strappo e la sua testa finalmente poté liberarsi dalla presa di Callan. Sì alzò instabile sulle gambe e indietreggiò incerto Il ragazzo si mosse rimanendo accucciato, con i suoi occhi innaturali fissi su Dominic, digrignando i denti sporchi di sanghe mentre masticava la carne delle labbra dell’uomo.
Pieno d’orrore, Dominic si portò una mano alla bocca ma le sue dita sentirono solamente sangue e denti scoperti. Il suo stomaco sobbalzò. L’attacco di Callan era stato così veloce che gli altri passeggeri non potevano fare altro che guardare ammutoliti. Ora però Rachel gridò, e la testa di Callan si voltò con uno scatto verso di lei, come fosse un animale che all’improvviso diviene conscio di una preda vicina.
Come un leone, pensò Dominic, sentendosi intorpidito, distaccato e quasi fuori di testa. O un leopardo. Gli antichi predatori dell’Africa potevano essersi estinti sulla Table Mountain, ma ora stavano venendo alla luce nuove specie di predatori a prendere il loro posto.
Callan – o almeno la cosa che era stata Callan – scattò in avanti e si avventò su Rachel con le mani protese e le dita contratte ad artiglio, con i denti digrinati pronti ad affondare nella sua carne soffice. Callan la attaccò con ferocia disumana e lei gridò piena di terrore e dolore. La paralisi che aveva colpito gli altri passeggeri finalmente si dileguò, e tutti iniziarono a gridare, urlare e piangere, stringendosi insieme e premendo contro le vetrate della cabina in un disperato tentativo di allontanarsi da Callan il più possibile. Non che servisse a qualcosa, pensò Dominic, mentre le sue dita si tastavano i denti esposti.
Rachel morì velocemente, e Callan si affrettò a passare alla persona successiva, la più vicina a lui – uno dei suoi compagni di scuola. Dominic distolse lo sguardo mentre il ragazzo gridava, e spostò la sua attenzione alla vetrata della cabina. La vista della montagna era così bella, così confortevole, che lui avrebbe sorriso… se avesse avuto ancora le labbra. Continuò a fissare fuori dal vetro mentre sentiva una persona dietro l’altra morire, finché alla fine non calò il silenzio. Si rese conto allora che era l’ultimo ancora in vita, anche se non per molto ancora.
Si disse che se doveva morire, non avrebbe saputo pensare ad un posto migliore di quello. Ma poi Callan balzò su di lui e tutti i pensieri scomparvero dalla sua mente mentre il ragazzo strappava il suo addome con i denti e con le mani iniziava ad estirpare gli organi interni.

* * *

L’incidente fu velocemente nascosto sotto il tappeto: non divenne mai di dominio pubblico…
Ma nella sua indagine segreta la Umbrella scoprìhe il ragazzo africano aveva assunto un prodotto contenente la Cellula Progenitrice, per curarsi l’asma. Quando morì soffocato, le Cellule Progenitrici nel suo organismo continuarono a funzionare, sostituendo le ospiti e rianimando le cellule morte, riportando il giovane alla vita. Era nato il primo non-morto.
Come conseguenza dell’incidente, i due fondatori della Umbrella Corporation discussero animatamente. Marcus ora vedeva nella Cellula Progenitrice un pericolo e voleva che fosse contenuta e distrutta. Il dottor Isaacs invece voleva trarne profitto. Arrivarono ad un punto morto. Ma la prematura morte accidentale di Macus risolse la situazione.

* * *

«Perché non senti ragioni? Non capisci cosa abbiamo qui?»
Alexander Isaacs si era messo di fronte alla scrivania dove il suo collega lo stava fissando. Il volto di Marcus era contratto in una espressione risoluta, che faceva infuriare Isaacs, concentrato a mantenere le proprie emozioni sotto controllo. Si faceva un vanto di non perdere mai il controllo, ma dentro di sé ribolliva di rabbia.
«So cosa non abbiamo», disse lentamente Marcus. «Non abbiamo una cura universale.»
Marcus aveva solo una lampada accesa, lasciando lo studio nella penombra. Tipico di un uomo che agiva nell’oscurità, pensò Isaacs. Marcus aveva una predilezione per la moderna architettura, e gli interni della sua casa lo testimoniavano. Le pareti, i soffitti e i pavimenti erano dipinti di bianco, e tutto era composto da linee dritte e da angoli acuti. Ciò che non era bianco era cromato o di vetro, e grandi finestre rettangolari riempivano intere pareti. Isaacs odiava la fredda sterilità di quella casa. Sembrava più adatta ad un laboratorio, e sembrava priva di emozioni. James Marcus era un uomo per cui la passione era un’emozione estranea, qualcosa adatta per altri, non per lui. Ad eccezione di sua figlia, per proteggere la quale avrebbe fatto di tutto.
Forse Isaacs poteva usare quel sentimento.
«La nostra Cellula Progenitrice ha funzionato alla perfezione con tua figlia», disse, dando particolare enfasi al termine “nostra”.
«A quale costo? Sai cosa è successo a Città del Capo. Hai visto i video delle telecamere di sicurezza della funivia». Marcus scosse la testa come se cercasse di scrollarsi di dosso quelle immagini.
Isaac non condivideva il disgusto del collega per quelle foto. Dove Marcus vedeva sangue e morte, Isaacs vedeva possibilità. Tenere l’incidente lontano dai media non fu certo facile, ma c’erano riusciti. La compagnia aveva dovuto muoversi velocemente e senza scrupoli per farlo. Il conducente della funivia, arrivato in cima, fu abbastanza furbo da non aprire le porte della cabina. Le vetrate ricoperte di sangue erano un chiaro indizio che qualcosa all’interno era andato male. Senza menzionare la dozzina di folli che dentro gridavano gorgogliando. Spense il motore e chiamò la polizia, attendendo nervosamente il loro arrivo. Una volta lì, i poliziotti spararono ogni loro proiettile all’interno della cabina, prima di capire che dovevano mirare alla testa.
Una volta che la Umbrella aveva saputo che la tecnologia della Cellula Progenitrice era coinvolta nell’incidente, raccolsero tutto il materiale video-fotografico, corruppero tutti i testimoni che poterono e rimossero quelli che non vollero essere corrotti. Marcus non aveva idea che la compagnia che lui aveva contribuito a fondare aveva agito da sola in modo selvaggio, esattamente come i passeggeri di quella funivia. Ma poi Marcus non aveva avuto lo stomaco di gestire gli aspetti più sporchi di un business internazionale. Lasciò tutto ad Isaacs e lui, a sua volta, delegò il lavoro sporco a qualcuno che non solo aveva talento per quello, ma anche un innegabile entusiasmo.
Marcus continuò. «Lo stesso agente biologico che ha trasformato un ragazzino asmatio a Città del Capo in un mostro assetato di sangue è dentro mia figlia – dentro chiunque abbia usato uno dei prodotti sviluppati dalla Cellula Progenitrice – e giace lì, innocua al momento forse, ma in attesa di svegliarsi come una bomba a tempo.»
L’espressioe di Marcus si trasformò in un cruccio.
«E tu non solo pensi che dovremmo continuare a produrre quella roba, ma vuoi esplorare le sue applicazioni militari? Sei fuori di testa?»
Isaacs rabbrividì a quelle parole ma mantenne il controllo.
«Non abbiamo modo per sapere quali cellule continuino ad essere attive anche dopo la morte, o quali siano responsabili della riparazione imperfetta dei corpi.»
Marcus grugnì ma non lo interruppe, così Isaacs continuò.
«Il fatto stesso che la Cellula Progenitrice sia attiva dopo la morte è un miracolo, James. Se riusciamo a perfezionarlo, saremmo in grado di guarire anche le ferite più catastrofiche. Chi lo sa? Magari potremmo essere in grado di raggiungere il più ambito degli obiettivi dell’umanità: l’immortalità.»
Marcus guardò Isaacs a lungo prima di parlare.
«Per un momento mi sei quasi sembrato quell’uomo con cui ho iniziato a lavorare anni fa. Un uomo che credeva veramente nella nostra missione.»
«Sono sempre lo stesso uomo, James. Solo più… pragmatico.»
«Il fine giustifica i mezzi, eh?» disse Marcus, con una voce più alta di prima.
«Naturalmente no», mentì Isaacs. Invece era giunto a credere che se un obiettivo era abbastanza importante, si dovessero adottare tutte le misure necessarie per raggiungerlo. «Ma nonostante i profitti della compagnia, abbiamo bisogno di fondi per condurre le ricerche. O l’hai dimenticato? Il denaro che ci arriverebbe dalle applicazioni militari della Cellula Progenitrice sarà tale che potremo fare la differenzanelle vite di uomini, donne e bambini di tutto il pianeta. Cambierà per sempre il corso della storia.»
«E come, precisamente, pensi che coinvolgere l’esercito nella creazione di un esercito di non-morti cannibali possa aiutare il mondo?»
La mascella di Isaacs si serrò davanti al sarcasmo delle parole di Marcus.
«Non è questo che vogliono i militari. Sono interessati nello sviluppo di soldati resistenti alle ferite, che possano guarire così in fretta e in modo completo che la morte non li fermerà più. Soldati umani, James, con facoltà mentali intatte. Questo è il vero potenziale della Cellula Progenitrice, e questo è il futuro: l’eredità della Umbrella Corporation.»
Ancora bugie. Sì, l’esercito era intrigato all’idea di soldati che guariscono in fretta, ma era ancora più interessato nella possibilità di trasformare la popolazione nemica in non-morti, armi che fossero in grado di spingere i nemici ad uccidersi l’un l’altro. Era lì che la Umbrella avrebbe guadagnato di più. E perché limitarsi all’esercito di una sola nazione uando tutti avrebbero pagato qualsiasi cifra per assicurarsi la stessa arma biologica dei propri nemici?
Marcus guardò Isaacs per alcuni momenti, occhi negli occhi, quasi a testarne la sincerità. Poi un leggero sorriso gli si dipinse sul volto.
«Ti ricordi perché abbiamo scelto il nome “Umbrella”?» chiese.
«Certo, ma che c’entra ora?»
«L’abbiamo scelto perché l’ombrello è il sibolo della protezione: protezione per la persona che lo porta. L’immagine era per ricordarci sempre delle persone che cerchiamo di aiutare.»
Isaacs invece aveva sempre visto quell’ombrello come un simbolo di come la compagnia avrebbe avvolto l’intero mondo. Così l’aveva sempre interpretato.
«Sei sempre stato un visionario, James. Qualcuno che non ha paura di assumersi dei rischi. Ma sei diventato pavido e di vista corta.»
«E tu sei diventato freddo e calcolatore», commentò Marcus. «Ma come te posseggo il 50% della umbrella. La compagnia non stipulerà un accordo così importante senza la mia approvazione, ed io non lavorerò mai con l’esercito. Con qualsiasi esercito.»
Isaacs digrignò i denti. Quell’uomo era insopportabile ma aveva ragione su una cosa. Erano soci e l’uno non poteva agire – almeno apertamente – senza l’approvazione dell’altro. Avevano pensato così già prima di iniziare, quand’erano ancora idealisti. Isaacs era maturato da allora, ampliando i propri punti di vista. Per un momento, si rattristò a pensare il vecchio amico ancora fermo nella sua mentalità semplicistica e moralistica. Ma doveva affrontare la realtà: James Marcus – il suo amico di sempre, collega scienziato, socio in affari – era diventato un problema. Non solo per Isaacs, ma per la Umbrella Corporation stessa. Ed era compito di Isaacs fare tutto il necessario perché la Umbrella migliorasse.
Marcus parlò ancora. «Non farò parte del tuo folle piano, Alexander, perché è folle, al di là di come tu cerchi di giustificarlo. Alla fine non farebbe che creare un mondo pieno di mostri.»
Isaacs sorrise. «Forse. Ma che mondo fantastico sarebbe…» «»
Annuì con il capo in direzione di uno dei punti scuri alle spalle di Marcus. Albert Wesker uscì fuori dall’ombra con grazia da rettile. Era come se quell’uomo non fosse umano. E per questo era il migliore nel suo lavoro. Vestito come sempre completamente di nero, l’unico colore diverso era costituito dai suoi capelli biondi, pettinati con cura all’indietro come a dimostrare che ogni parte del suo corpo era controllata.
Wesker aveva tra le mani una busta di plastica. Si avvicinò alle spalle di Marcus e prima che il professore potesse avvertire la sua presenza gli infilò la busta sulla testa, tirando poi con gran forza. Wesker rimase composto per tutto il tempo, come se non stesse compiendo un omicidio.
L’espressione di Marcus non era così placida. I suoi occhi si spalancarono dallo shock, la bocca si aprì e tentò di respirare. Ma non ottenne altro che far aderire una parte della busta alle sue labbra. Si agitò sulla sedia tentando di liberarsi, ma Wesker lo teneva saldamente.
Marcus continuò ad agitarsi e a scalciare ma era un uomo intelligente e presto capì che non c’era nulla da fare. Smise di combattere e si lasciò andare. Isaacs si aspettava di vedere rabbia negli occhi del vecchio socio ed amico, insieme alla paura della morte. Quelle emozioni c’erano, ma c’era anche qualcosa d’altro: una tristezza profonda, che permetta ad Isaacs quasi di sentire i pensieri di Marcus.
Eri mio amico. Avresti potuto fare del bene al mondo…
Isaacs sostenne lo sguardo di Marcus per qualche secondo prima di girarsi ed uscire dallo studio. Si disse che l’aveva fatto perché doveva risolvere quel problema. Dopo tutto ora poteva guidare da solo le operazioni della Umbrella Corporation, e c’era tanto lavoro da fare. Non stava allontanandosi perché si sentiva in colpa per aver ordinato a Wesker di uccidere il suo vecchio amico.
Lasciata la casa e salito a bordo della sua auto assurdamente costosa, la mente di Isaacs tornò a focalizzarsi sull’ostacolo più grande sulla strada della Umbrella: l’unica eredità di Marcus. Sua figlia.
Sarebbe stato molto più semplice se la sindrome di Werner l’avesse uccisa. Per un istante Isaacs giocò con l’idea di prendere il telefono, chiamare Wesker e chiedergli di pensare ad un “incidente” anche per la bambina. Ma scartò velocemente l’idea. La sua morte subito dopo quella del padre avrebbe fatto nascere troppi sospetti. Invece come testimonial dei benefici medici della Cellula Progenitrice poteva essere ancora utile.
Avrebbe dovuto prendere la bambina sotto la propria ala, farle da guardiano e da mentore, ed aiutarla attraverso le difficoltà di quei giorni. Lei gliene sarebbe stata grata. Con il tempo l’avrebbe addirittura amato. E poi lei non avrebbe potuto far altro che approvare i piani della Umbrella. Come poteva opporsi all’uomo che era diventato il suo secondo padre? Più ci pensava, più si convinceva che avere una figlia sarebbe stato divertente.
Andando via dalla casa di Marcus era troppo perso nei propri pensieri per pensare a guardare nello specchietto retrovisore. Se l’avesse fatto, avrebbe potuto vedere la figlia del suo vecchio amico affacciata ad una finestra, che lo guardava partire.

L.

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10 risposte a [Novelization] Resident Evil: il male avrà fine (2017)

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Ti tiro le orecchie Lucius. Ma questo spazio dedicato a quell’immane vaccata che è Resident Evil…non è troppo 🙂 🙂 🙂 ?
    (detto da quello che per “mestiere” recensisce film infami!)

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  2. Denis ha detto:

    Il Dottor Marcus mi sembra che compare nel videogioco per Gamecube Resident Evil 0,in cui il protagonista Billy ha un flashback ambientato in Africa che è l’ambientazione del 5 non capisco come abbia fatto Anderson ha scrivere cosi male con tutti gli spunti possibili della saga

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  3. Cassidy ha detto:

    Non importa se ti hanno bruciato (di poco) sul tempo, un solo uomo che traduce come se non ci fosse un futuro resta un impresa gigante, Willy ti tira le orecchie, io ti applaudo per la passione! Cheers

    Liked by 1 persona

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