[Novelization] Suicide Squad (2016)

Trovo divertente il caso di un film che non sembra essere piaciuto a nessuno, e questo ci può stare, ma le motivazioni sono le stesse che invece portano elogi alla Marvel: i film di supereroi sono tutti superficiali con battutine stupide da ragazzini, perché questo sarebbe peggio di un qualsiasi altro prodotto Marvel? Boh, sarà colpa mia, che disprezzando il genere “superomistico” non riesco a notare la sottile differenza fra i vari titoli, che mi sembrano tutti insopportabilmente superficiali.
Per recensioni più particolareggiate rimando a La Bara Volante di Cassidy e a Storie da birreria di Moreno Pavanello. Vi ricordo anche la mia presentazione della colonna sonora del film.

Venendo alla novelization in questione, il romanziere Marv Wolfman fa iniziare il suo Suicide Squad (edito nell’agosto 2016 come sempre da Titan Books) in modo davvero intrigante: raccontando con dovizia di particolari l’episodio della dottoressa June Moone che in una grotta centroamericana viene “aggredita” da uno spirito e diventa Enchantress: i primi tre capitoli del romanzo sono dedicati a questa vicenda, che nel film è sbrigata in pochi secondi.
Spinto da questo livello di approfondimento, mi sono dedicato alla vicenda di Harley Quinn, che ovviamente è il personaggio più degno di nota del film. (Ok, è l’unico personaggio del film!) Dopo però una scena inedita – che non so se abbia inventato l’autore o faccia parte della sceneggiatura pre-tagli di David Ayer – tutto inizia a seguire fedelmente le immagine filmiche, in modo davvero sterile.

Lo stesso mi piace tradurvi in esclusiva la nascita della storia di Harley Quinn e il suo Puddin’, il Joker.
Ricordo che i titoletti dei paragrafi li ho aggiunti io per comodità di lettura.


Indice:


La morte di Harleen Quinzel

Si preannunciava una notte tranquilla.
Non c’erano state rivolte per più di una settimana. Nessun nuovo arrivato era stato trascinato in cortile in attesa dell’inevitabile atto di bullismo. Nessun matto aveva infilzato qualcuno convinto che stesse cospirando contro di lui. Persino il clima, insolitamente mite, stava cooperando. Prometteva d’essere veramente una buona nottata.
Finché delle esplosioni non devastarono il cortile. Le sentinelle sulle torri dell’Arkham Asylum cercarono senza successo la fonte di quelle esplosioni, ma tutto ciò che videro furono i pazienti che, fuori di testa, cominciavano a vagare senza meta per quello che era diventata zona di guerra, pazienti che non avevano ancora capito se le esplosioni fossero reali o un’altra allucinazione della loro mente, prodotta da sovradosaggio di medicinali.
Lo scoprirono nel peggiore dei modi.
Uomini in tenuta miliare con maschere antigas ed armautre protettive si calarono da funi appese ad elicotteri che volavano nell’oscurità. Già durante la discesa questi uomini presero di mira le guardie e le trasformarono all’istante in cadaveri.
I pochi superstiti si misero a cercare un posto dove nascondersi. Entrando nella struttura ospedaliera, si accucciarono dietro letti rovesciati, malgrado questi avessero ancora sopra i pazienti legati.

[…]

La porta d’acciaio era sbarrata dall’interno, ma cinque cariche esplosive di C4 rimossero quell’ostacolo. Jonny Frost emerse da quel caos e senza sforzo agguantò la sua preda.
«Ce l’ho, boss», disse ad una alta figura muscolosa che usciva dall’ombra. «Proprio dove ha detto che era.»
Il Joker uscì dall’oscurità. Era alto e magro, con capelli verdi lucenti e una muscolatura da lottatore di mixed-martial-arts. I denti rivestiti di metallo luccicarono nella luce. Studiò la bella e giovane psichiatra.
«Dottoressa Quinzel», disse, «è un piacere incontrarla. Ha un aspetto… appetitoso, figurativamente parlando, naturalmente. Sono strettamente vegano. Almeno oggi.»
Quinzel si contorse nella stretta di Frost, che l’uomo non aveva intenzione di allentare. «È tempo di un po’ di terapia da elettroshock», disse il Joker, poi aggiunse, «Frost, fammi un favore, vuoi? Metti la nostra bella signora sul tavolo.»
Il mercenario gettò la Quinzel su un tavolo da laboratorio e ce la legò sopra. Joker si tolse la propria maglietta carceraria, la piegò con cura, poi la appoggiò da una parte. La sua pelle straordinariamente bianca era ricoperta da dozzine – forse centinaia – di tatuaggi folli, dalla testa ai piedi. Un sorriso malvagio era ritratto sul suo avambraccio destro mentre una serie di “HA-HA-HA” gli attraversavano il petto sulla sinistra. Dozzine di tatuaggi lo avvolgevano per tutto il corpo, ricoprendo ogni sua superficie.
Vide la Quinzel che lo fissava, confusa. Allora indicò la maglietta. «Il Governo spende un botto di soldi per comprare abbigliamento scadente, non voglio anche macchiarlo con il tuo sangue. Andiamo, sembro un barbaro?»
Gli occhi di Harleen Quinzel erano pieni di paura. «Ti prego, ti prego. Ho fatto ciò che mi hai chiesto. Ti ho aiutato.» Cercò di liberarsi ma era stata legata con corde studiate per immobilizzare folli molto più forti di lei.
Il Joker si immobilizzò. I suoi occhi rotearono verso l’alto come se non potesse credere a quanto stesse sentendo. Scosse la testa quasi a scacciare la confusione, poi si avvicinò alla Quinzel finché i due volti quasi non si sfiorarono.
«Tu mi hai aiutato?» ripeté. «Tu mi hai aiutato? Bruciando via dal mio cervello quei già pochi e sfocati ricordi che avevo?»
«Era quanto era stato prescritto», supplicò lei. «Dicevano che era quanto di meglio esistesse per guarirti.»
«Guarirmi da cosa, ragazza? Dal mio genio? Dalla mia follia? Da mia capacità di imitare il canto degli uccelli? O forse intendi che volevi guarirmi il mal di schiena? Sai che mi è toccato scavare fosse per l’intera squadra di basket che ho rapito: la mia schiena ne ha sofferto.»
Lei lo fissava, ovviamente confusa. Lui si fece ancora più vicino.
«Dottoressa Quinzel, sai che per anni ed anni quelli hanno continuato a giocare contro un’altra squadra, contro solo questa altra squadra, e sai cosa? Hanno perso ogni singola volta. Ogni. Singola. Volta.»
Il Joker sospirò al pensiero.

La nascita di Harley Quinn

La dottoressa Harleen Quinzel, uno dei più brillanti psichiatri di Arkham, non c’era più.
Elettroshock. Che modo meraviglioso di distruggere un’anima, pensò il Joker dopo aver visto gli occhi della Quinzel roteare all’indietro e la bocca riempirsi di schiuma. Rise senza controllo davanti allo spettacolo di ogni pelo del braccio e del collo della donna si rizzarono.
Il Joker guardò Harleen Quinzel scomparire mentre ogni cellula del suo corpo era inondata di elettricità, un processo che teoricamente avrebbe dovuto guarire da alcune affezioni psichiche invalidanti, come l’autismo, la catatonia e la schizofrenia.
Per chi soffriva di quelle patologie una dose appropriata di trattamento da elettroshock era accompagnata da rilassanti muscolari, e la sessione non durava mai più di dieci minuti. Il Joker ne aveva subite centinaia di quei trattamenti.
Che succede se invece queste sessioni durano per ore? si era domandato. Magari anche per giorni? E se invece dei rilassanti muscolari venisse somministrato… niente? Poteva solo immaginare il gioioso dolore risultante da un corpo che si contorce su un tavolo, spezzandosi braccia e gambe.
Durante i propri trattamenti aveva indossato una mascherina sulla propria bocca, con un tubo che gli finiva in gola, per essere sicuri che il suo cervello avrebbe continuato a ricevere l’ossigeno necessario. Però si chiedeva se davvero il cervello avesse bisogno di ossigeno. Che sarebbe successo se avesse volutamente dimenticato quella dannata mascherina, e lasciato che l’ossigeno viaggiasse libero? Così, giusto per dire.
Si impegnò per trovare risposta alla sua domanda, e presto la ottenne.
Harleen Quinzel cessò di esistere, ma diede vita ad una più vasta follia rispetto a quella che il Joker avesse preventivato. O che l’autorevole dottoressa Quinzel avrebbe mai potuto immaginare.
Harley Quinn era viva, più viva che mai, ed era più che pronta a ringraziare il suo Puddin’. Con capelli biondo sbiadito in parte tinti di rosa, era di una bellezza malata. Inoltre era insaziabile tanto quanto era folle.
Harley Quinn era il tipo di psicotica che il Joker aveva sempre voluto come animale da compagnia. Di sicuro lui amava uccidere. Erano poche le cose che amava di più, ma per Harley uccidere era solo il primo atto, e non vedeva l’ora di passare al secondo e al terzo atto, prima della calata del sipario.
Eeeee in scena!
Così quando il Joker si lasciò cadere nella sua poltrona da VIP, ed Harley si unì alle ballerine del club, lui non fu molto sorpreso nel notare che i suoi amici criminali fissavano la donna. La domanda era “Chi è che non guarda?”, la vera domanda era “Chi ne avrebbe avuto il coraggio?”
Tutti gli uomini guardavano, ovviamente. Anche molte donne, ma solo per uno o due secondi. I loro occhi giravano per la sala per poi posarsi sulla donna per un momento. Poi, se erano furbi, li spostavano subito. Giusto un’occhiatina.
Non ne faceva loro una colpa.
Ma c’era un nuovo criminale in città che si faceva chiamare Monster T. Lui fissava e fissava.
«Eccola là», diceva il Joker ad alta voce per essere sentito. «La celebre Harley Quinn. Ti piace, amico?»
Monster T iniziò a dire sì, poi capì l’errore.
«No, no: è la tua donna, Joker.» Eppure non ce la faceva a non gettare un’altra occhiata, prima di distogliere lo sguardo. «Cioè, io e te facciamo un sacco di affari: non voglio mandare tutto in malora.» Poi si fece silenzioso e fissò il pavimento, sperando senza dubbio che il Joker fosse rimasto soddisfatto.
ll Joker si alzò e fissò T.
«Stai dicendo che non ti piace?» disse. «Magari stai dicendo che la odi?» Il Joker si sporse in avanti mentre T cercava di farsi indietro, ma c’era il muro dietro di lui. «Cos’hai contro di lei, T?»
Monster T agitò le mani in segno di protesta. «Andiamo, Joker» balbettò il criminale. «Che devo dire, fratello? Non esiste una risposta giusta.»
Il Joker si girò verso Harley, che stava ancora danzando e le fischiò. La donna abbandonò subito la scena per unirsi a loro.
«Mister J?» disse ghgnando.
Monster T sapeva cosa sarebbe successo: lei l’avrebbe fatto a pezzi. O peggio.
Il Joker diede una pacca sulla spalla di T e sorrise. ll criminale si ritrasse.
«Harley, è stato bello fino ad ora, ma sei il mio regalo a questo gentiluomo: adesso gli appartieni.»
Monster T lo fissò. A che diavolo di gioco stava giocando quel clown? Harley strisciò fino al criminale e annuì d’approvazione. «Questo ragazzo? Fico.» Avvicinò il suo volto al suo. «Lo sai che sei bello», disse. «Allora, mi vuoi? Sono tutta tua, amore.»
Lei mise le sue mani sulle cosce dell’uomo. T non riusciva a smettere di sudare mentre volgeva lo sguardo da Harley al Joker. Sapeva di essere incastrato fra due psicopatici, ma non sapeva se gli avrebbero lasciato una via di fuga.
«Joker», disse T, supplicando lo psicopatico numero uno. «Non voglio guai.»
Il Joker si stiracchiò e sbadigliò. «Allora accetta il mio regalo. Sono stufo di lei», disse estraendo la sua calibro 45 dalla fondina e agitandola in giro. «O meglio ancora, sparale. Acconciale i capelli con una pallottola. In ogni caso, mi fai un favore. Ti prego.»
Harley accarezzò il volto di Monster T e gli diede una serie di bacetti. Era piacevole, pensò lui, ma poi si scosse e tornò alla realtà. La pistola era lì, in bella mostra fra le mani del Joker che gliela offriva.
«In mezzo ai miei occhi, amore», disse la donna, indicandosi con il dito proprio sopra il naso. «Nella vecchia cara glabella. [La zona al centro fra l’attaccatura delle ciglia e l’inizio del naso. N.d.T.]»
Monster T doveva prendere quella pistola. Se non l’avesse fatto, quel pazzo dalla pelle bianca di sicuro gli avrebbe sparato, anche con Quinn seduta sulle sue ginocchia, con l’intero club a guardarli. Così accettò.
«Di’ grazie», disse il Joker.
«Grazie», replicò Monster T. Doveva essere uno scherzo, ma si erano già spinti troppo in là. Harley si scostò da lui rimase ferma, guardandolo intensamente. T pregò che il Joker sbottasse in una delle sue risate.
È solo uno scherzo, si ripeteva. Solo un enorme, divertente scherzo.
Ma il Joker non stava neanche sorridendo.
Che cosa gli volevano fare? Se avesse detto al Joker che Harley era stupenda, lui l’avrebbe ucciso perché ci aveva provato con la sua ragazza. Se gli avesse detto che non era bella, l’avrebbe ucciso per aver messo in dubbio il suo gusto nello scegliersi le donne.
T era un bagno di sudore. La tensione cresceva. C’erano dozzine di occhi puntati su di lui.
«Allora», disse il Joker, «la sai la risposta, ora?»
La sapeva, ed annuì silenziosamente.
Il Joker rise e gli fece segno di continuare. «È il tuo momento di salvarti.»
Monster T guardò la pistola viola fra le sue mani e si puntò la canna sotto il proprio mento. Non credeva in Dio, ma snocciolò una veloce preghiera, poi premette il grilletto e si fece saltare parte della testa.
«Ragazzo in gamba», disse il Joker, e poi rise. «Ha un bel cervello.»
Harley strillò deliziata mentre si toglieva pezzi di Monster T dalla faccia. Si avvicinò al Joker per un un bacio ma lui si fece indietro.
«Non toccarmi», grugnì. «È colpa tua. Sapevi che quel tizio mi faceva fare un sacco di soldi. Andiamocene.»
«Puddin’, non è colpa mia se sono così bella che gli altri uomini mi desiderano e mi guardano gelosi. Cioè, dovresti sentirti orgoglioso per il tuo gusto con le ragazze… E io sono la tua ragazza. Giusto, dolcezza?»
Il Joker la prese per un braccio, ed Harley strillò mentre veniva trascinata per il club.
«Sì, lo sei, ma continui a farmi pressione, e uno di questi giorni oltrepasserai il limite, Harley.»
«E che succederà?» chiese lei.
Il Joker rise. «Non lo so. Tracceremo un altro limite, e poi un altro, e probabilmente li oltrepasseremo tuttti.»

Due amanti e un pipistrello

Il Joker tirò fuori la mano sinistra dal finestrino dell’auto e lasciò che alcuni fiocchi di neve scendessero a rinfrescargli le dita. Li fissò, ricordando le vacanze di quand’era bambino, poi si leccò via la neve.
«Sa di merda. Proprio come ricordavo. Certe cose non migliorano col tempo.»
«Andiamo, Mr. J», protestò Harley. «Guidi come un vecchio: schiaccia quel pedale! [Pedal to the metal
Il Joker grugnì e spinse la sua auto italiana ad alta prestazione alla massima velocità consentita dai suoi 1.244 cavalli vapore, con motore ad otto cilindri.
«E se poi moriamo?» disse, scoppiando poi a ridere. Nel giro di secondin si trasformarono in una striscia viola che sfrecciava per le strade di Gotham City come se nulla avesse osato mettersi davanti a loro.
Harley mise fuori le sue braccia e rise, per poi rendesi conto che il Joker non rideva più.
«Ce l’hai ancora con me, Mister J?»
Il Joker le fece un ghigno e schiacciò ancora di più il pedale.
«Certo. Per tutti i sottoposti che ho dovuto uccidere per colpa tua. Erano in gamba, lo sai. Uomini leali, che sono caduti come tessere del domino.»
«Be’, magari dovresti smettere di ucciderli, no? Odio lavorare per te: la tua copertura sanitaria fa schifo.»
Il Joker si resse per prendere una curva streetta. Davanti a lui c’era una piccola strada locale. Tanto peggio. Mentre sfrecciava fra la gente, i passanti gridavano. Distrusse transenne e travolse bancarelle. Tanto peggio per loro.
«Scusa?» disse all’improvviso il Joker, continuando la conversazione come se nulla fosse accaduto. «Dài la colpa a me? Sei tu che li provochi con il tuo bisogno costante di mettermi alla prova: sei tu che manovri tutta la situazione.»
Harley mise dentro le braccia e se le strinse al petto, per sfoggiare con l’uomo il suo miglior broncio da competizione.
«Be’, io sono giovane. Piacente. Viva. E sono sicura come l’inferno che non rimarrò a casa la sera.»
Il Joker grugnì di nuovo. «Mi fai venire il mal di denti. Non ce la faccio più, ora pianto questa macchina contro un muro.»
Diede ancora gas e l’auto sfrecciò via. La vita è tutta qua, pensò. Alzò gli occhi e vide un’ombra nera nello specchietto retrovisore. Un’ombra che si avvicinava.
La dannata Batmobile.
«Dimentica la guida tranquilla», disse. «Allacciati le cinture». Harley rise e si tolse la cintura di sicurezza.
«Spero tu sia assicurato.»
Il Joker le lanciò un’occhiataccia e pigiò ancora di più sul pedale.
«Non è il momento, cara.» Prese un’altra curva ed Harleya momenti gli cadeva in braccio, sempre ridendo.
«Fallo ancora», disse.
Insaziabile.
L’auto sfrecciava. Qualcosa sbatté sul tettuccio. Era impossibile, a quella velocità, eppure qualcuno era sull’auto. Degli squarci si aprirono sul tettuccio.
«Puddin’?»
Batman li guardava dall’alto.
«Lo vedo, non sono cieco. Tieniti se no volerai via dal finestrino.»
Lei si tenne al sedile mentre il Joker prendeva un’altra curva in velocità. In qualche modo Batman riuscì a tenersi.
«Ora tocca a me», disse Harley ridendo. Afferrando la calibro 45 di Joker a puntò verso l’alto e sparò.
BAM-BAM-BAM-BAM-BAM! Cinque colpi contro il tettuccio, uno dei quali rimbalzò e andò ad infrangere il parabrezza.
«Ora ci facciamo un bagno, Harley», disse il Joker. «Tu sai nuotare, no?»
«No, l’acqua non mi piace neanche berla.»
«Be’, questo allora lo odierai.» Il Joker rise mentre prendeva una curva e si lanciava verso il Gotham River.
Non c’era alcuna possibilità che Batman riuscisse a rimanere sull’auto. Si girò di scatto e lanciò un cavo per assicurarsi una via di fuga. Mentre l’auto sportiva viola saltava dal molo e andava ad infrangersi nell’acqua, Batman si mise in salvo.
Harley non ce la fece a reggersi. Venne lanciata attraverso il parabrezza rimanendovi incastrata.
L’auto affondò in fretta, mentre i fari accesi continuavano ad indicarne la posizione. Batman si tuffò mettendosi in bocca un piccolo respiratore. Seguì l’auto mentre sprofondava negli abissi del fiume. Riuscì a raggiungere ed afferrare Harley per i capelli, rendendosi conto che il Joker era scomparso.
ome diavolo era potuto succedere?
Batman trascinò Harley fuori dall’auto. Gli occhi della donna si aprirono di scatto e lei afferrò i due coltelli che nascondeva nel proprio vestito, cercando di piantarli nel corpo dell’uomo che stava cercando di salvarla. I due lottarono finché lui la colpì facendole perdere conoscenza. Smise di resistergli e così poté salvarla.
Tenendola saldamente, nuotò fino a riva. Qui la stese a terra e applicò una compressione sul suo petto. Nessun risultato. C’era solo un’altra cosa da tentare: era sgradevole ma era l’ultima speranza. Batman mise la sua bocca su quella della donna. La donna che aveva appena tentato di ucciderlo.
Alternò la respirazione artificiale con al compressione del petto.
All’improvviso lei lo avvinghiò fra le sue braccia e la respirazione divenne un lungo bacio. Lui lottò fino a strapparsi da lei.
Lei tossì e lo guardò.
«Perché mi hai salvata, Bat?», chiese lei.
Batman la fissò. «Joker mi ha portato via qualcosa di importante.» Grugnì. «Ora è il mio turno.»
Harley non replicò, limitandosi a rabbrividire.

Harley in gabbia

Harley Quinn si svegliò in una gabbia a Belle Reve, ben riposata dopo il suo lungo viaggio pieno di risate con il suo sexy Mister J.
Pendeva a testa in giù dal soffitto: l’unico modo in cui poteva dormire. Lentamente, languidamente, si sciolse verso il pavimento
La sua gabbia era in un blocco interamente dedicato a lei. Non poteva certo muoversi liberamente, limitata com’era nella sua gabbia, ma almeno non era disturbata dai matti che erano rinchiusi in quella prigione.
Harley preferiva la quiete.
Così poteva ascoltare le voci nella sua testa.
Sentinelle armate erano fisse davanti alla sua gabbia, protette fino ai denti, in attesa che la donna compisse una mossa sbagliata. Qualsiasi mossa sbagliata. L’ultima volta aveva fatto fuori quattro uomini prima che la fermassero con una dose tripla di sedativo. Queste guardie non avrebbero commesso lo stesso errore.
Erano armati come delle super guardie potevano essere. Ma erano anche spaventati dalla donna. Poteva sembrare una ragazzetta simpatica ma era in grado di uccidere un uomo del doppio della sua stazza, prima che questi avesse avuto possibilità di impugnare un’arma.
Il loro comandante, il capitano Griggs, era un burino tirannico e ne andava fiero. Aveva deciso di far visita alla criminale ed ora era davanti a lei a fissarla.
«Conosci le regole, dolcezza. Sta’ lontano dalle sbarre: devi dormire in terra.»
Harley si avvicinò alle sbarre e le afferrò, fissando Griggs.
«Io dormo dove mi pare», disse. «Quando mi pare. Con chi mi pare.»
Griggs rise. «Questa è casa mia, signorinella. Infrangi le mie regole e ne paghi le consequenze.» Si toccò il microfono legato alla sua divisa. «Colpitela.»
Prima che Harley potesse reagire una potente scarica elettrica la colpì. Emise un grido di sorpresa e di dolore, candendo al suolo.
Con un grugnito animale si rialzò. Vide il volto di Griggs e il grugnito si trasformò in grido di rabbia. E senza pensarci si scagliò contro le sbarre di nuovo.
Dopo un’altra scossa, crollò a terra priva di sensi.
Griggs fissò Harley che giaceva nella sua gabbia, poi si voltò verso Alan Dixon, il suo secondo in comando.
«È tanto carina quanto pazza.»
Le guardie conoscevano il procedimento. Tirarono fuori i loro taser, si prepararono ed entrarono nella gabbia.

L.

– Ultimi post simili:

Annunci

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Novelization. Contrassegna il permalink.

4 risposte a [Novelization] Suicide Squad (2016)

  1. Cassidy ha detto:

    Ci sono passaggi di questa novelization che risultano migliori del film finito, grazie per la citazione e il lavorone di traduzione! 😉 Cheers

    Liked by 1 persona

  2. Karma Panik ha detto:

    Ne é valsa la pena guardarlo soltanto per la stupenda Harley Queen 😀

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...