[Novelization] Underworld (2003)

Il viaggio nella vampi-lycata non può dirsi completo senza l’aspetto romanzato!

Una trama demenziale e totalmente confusionaria come quella di Underworld aveva bisogno di un romanziere in gamba per la novelization, e affidarsi a Greg Cox è stata la scelta giusta.
Il prolifico autore è più noto in Italia per i suoi romanzi nell’universo di Star Trek: The Next Generation, ma ha scritto novelization a iosa come questo Underworld (2003), giunto da noi solo nel giugno del 2007 come numero 33 della confusionaria e aperiodica collana “Urania Horror” (Mondadori), con però l’autorevole traduzione dell’ottimo Marcello Jatosti.

Ecco il primo capitolo del romanzo.

Per un elenco di novelization uscite in Italia, rimando al mio blog Gli Archivi di Uruk.


Underworld

Capitolo 1

Budapest non era nuova alla guerra. In molti secoli di sangue, la capitale ungherese era stata contesa e occupata da una lunga serie di conquistatori — unni, goti, magiari, turchi, asburgici, nazisti e sovietici — prima di ottenere, alla fine del Ventesimo secolo, la tanto agognata indipendenza. Ma quei semplici conflitti umani erano ben poca cosa, in confronto all’oscura guerra senza tempo che si combatteva ancora, alla luce della luna, nei vicoli dell’antica capitale.
Una guerra che forse si avvicinava finalmente alla conclusione.
La pioggia battente sferzava i tetti. Il vento impetuoso d’autunno preannunciava i rigori del gelo invernale. Un gargoyle, grottesca creatura di pietra nera, lustra di pioggia, si affacciava dal cornicione dello storico palazzo Klotild. L’imponente edificio di cinque piani era ornato da raffinati fregi in pietra del barocco spagnolo. Al pianoterra il palazzo centenario ospitava una galleria d’arte, un caffè e diverse boutique eleganti e si affacciava su piazza Ferenciek, nel cuore della centrale Pest, affollato crocevia di pedoni e automobilisti. Autobus, tram e taxi sfrecciavano sul selciato delle strade sottostanti sfidando la pioggia torrenziale.
Un’altra figura era accovacciata accanto al gargoyle di pietra. Quasi altrettanto immobile e silenziosa. Una donna splendida vestita di lucida pelle nera, con lunghi capelli scuri e pelle d’alabastro, incurante del temporale e in equilibrio precario sul cornicione, scrutava attentamente la scena. Gli incantevoli occhi castani perlustravano le strade affollate, mentre i pensieri riandavano a secoli di guerra senza tregua.
«È davvero possibile» rifletteva Selene «che la guerra stia per finire?» Il viso elegante, pallido e delicato come quello della dea lunare da cui traeva il nome, era una maschera di fredda concentrazione. Non tradiva alcun segno delle inquietudini che la turbavano. «Sembra impossibile, eppure…»
Da quasi sei secoli il nemico perdeva terreno. Dalla schiacciante sconfitta del 1409, quando un’intrepida squadra d’assalto penetrò nella fortezza segreta dei Lycan in Moldavia. Lucian, il capo lycan più temuto e spietato di tutti i tempi, finalmente era stato ucciso. I suoi uomini dispersi al vento, in una sola notte di fuoco e vendetta. Ma l’antica faida non seguì Lucian nella tomba. Benché i lycan fossero inferiori di numero, la guerra si era fatta più pericolosa, perché la luna non esercitava più il suo influsso: i lycan più vecchi e potenti riuscivano ormai a mutare di propria volontà e rappresentavano una minaccia ancora più grave per Selene e gli altri Agenti di Morte, una squadra scelta di guerrieri vampiri che da quasi sei secoli era sulle loro tracce.
Le armi si erano evolute, ma non gli ordini: dare la caccia ai lycan e sterminarli, dal primo all’ultimo. La campagna aveva avuto successo.
«Forse troppo successo» rimuginò Selene, cupa. Le falde nere dell’impermeabile svolazzarono lucide al vento, quando si protese in avanti, oltre il ciglio del tetto, sfidando la forza di gravità. Il vertiginoso volo di cinque piani sembrava attirarla, ma i pensieri di Selene indugiavano sulla guerra e le sue possibili conseguenze. Stando alle informazioni, ottenute a caro prezzo da agenti in incognito e informatori umani, i lycan erano dispersi e allo sbando. Il loro numero, ormai esiguo, si andava sempre più assottigliando. La lotta spietata che si protraeva da generazioni sembrava avere ridotto quelle bestie orrende a una specie in via d’estinzione. Quel pensiero suscitava in Selene sentimenti opposti.
Da un lato era impaziente di sterminare una volta per tutte i lycan. Del resto era quello il suo unico scopo di vita, da tanti anni. Il mondo sarebbe diventato un posto migliore quando l’ultima carcassa dell’ultimo crudele uomo-bestia fosse marcita sotto il sole. E tuttavia… Selene non poteva impedirsi un fremito di apprensione alla prospettiva che la sua lunga crociata stesse per finire. Per quelli come lei l’estinzione completa dei lycan avrebbe segnato la fine di un’epoca. Presto, come le armi di un secolo prima, sarebbe diventata obsoleta anche lei.
«Peccato» pensò passandosi la lingua sui canini aguzzi e levigati. Braccare e uccidere i lycan era da tempo la sua unica distrazione. Aveva finito per appassionarsi. «Cosa farò, quando la guerra sarà finita?» L’attraente vampira era inquieta al pensiero di un’eternità senza uno scopo. «Che cosa sono, se non un’Agente di Morte?»
La pioggia gelida le scorreva a rivoli su viso e corpo e formava pozze caliginose sul tetto riccamente ornato. L’aria fumosa della notte odorava d’ozono, preannunciando altri fulmini. Incurante del vento, della pioggia torrenziale, Selene rimase appostata sul tetto. Perlustrava le vie, in cerca della sua preda. Attendeva con ansia l’azione per sfuggire al tormento di dubbi e malinconie. Lanciò uno sguardo impaziente all’orologio dell’edificio gemello di palazzo Klotild, sul lato opposto della trafficata via Szabadsajto. Le nove meno un quarto. Il sole era tramontato da ore. Ma dove diavolo erano quei dannati licantropi?
Gli ombrelli aperti occultavano la visuale sui pedoni che affollavano i marciapiedi sottostanti. Selene serrò i pugni, frustrata. Si affondò le unghie affilate nei palmi candidi. Le squadre di sorveglianza riferivano di lycan in attività in quel quartiere, ma lei non aveva ancora individuato un solo bersaglio. «Dove vi nascondete, bestie sanguinarie?» pensò spazientita.
Cominciava a temere che le prede li avessero elusi, che il branco di lupi se la fosse svignata con il favore del giorno, in cerca di un rifugio inaccessibile. Purtroppo, non sarebbe stata la prima volta che un branco di licantropi rognosi riusciva a spostarsi prima di essere raggiunto dagli Agenti di Morte.
Selene rabbrividì sotto gli indumenti di pelle. Il tempo inclemente cominciava a pesarle, malgrado gli abiti confortevoli e l’estrema risolutezza. Era tentata di mollare tutto per quella notte. No, non era un’alternativa. Un’espressione di caparbia determinazione sul viso scacciò quella debolezza momentanea. C’erano dei lycan in circolazione. Selene lo sapeva. E non se li sarebbe lasciati sfuggire. Anche a costo di rimanere appostata lì, sotto la pioggia, fino all’alba.
Con occhi smaniosi, scrutò le vie animate. Sulle prime, non notò nulla di sospetto. Poi… «Un momento! Laggiù!» Aguzzò lo sguardo per puntarlo su due tipi loschi che risalivano un marciapiede affollato. I due uomini si facevano largo tra la folla, schivando gli ombrelli, a forza di gomitate. Con sguardi minacciosi si aprivano un varco tra la miriade di pedoni in circolazione sotto la pioggia. Le giacche di pelle consunte li proteggevano un minimo dalle intemperie.
Un sibilo rabbioso sfuggì dalle labbra rosso pallido di Selene. Veder girare liberamente i lycan, anche sotto sembianze umane, la riempiva di odio e repulsione. Il loro aspetto attuale non la ingannava. Sapeva benissimo che quei due ceffi non erano affatto umani, ma solo luridi animali travestiti da uomini.
Li riconobbe subito grazie alle informazioni ricevute. Il licantropo più grosso, cento chili e passa di furia omicida trattenuta a stento, era noto come Raze. Alcuni analisti, al castello, ritenevano che il muscoloso lycan, nero di pelle, fosse il maschio alfa del branco centroeuropeo. Altri, invece, ipotizzavano che qualche altro lycan non ancora identificato superasse per imporlo
tanza anche Raze. Comunque fosse, Selene vedeva in quel colosso calvo un formidabile antagonista ed era impaziente di imbottirlo d’argento.
Il compagno, un lycan più piccolo sugli ottanta chili, era chiaramente un esemplare inferiore. Bianco di pelle, aveva tratti nervosi da topo e una capigliatura castana arruffata. Il nome, stando agli informatori, era Trix. Selene vide Raze spintonare rudemente l’altro lycan per farsi strada con prepotenza sul marciapiede congestionato e perpetrare chissà quale bieca barbarie.
Selene guardò oltre i due lycan per cercare di scoprirne la destinazione. Lo sguardo le cadde su un bel giovane che camminava sotto la pioggia, una decina di metri davanti a Raze e Trix. Era snello e muscoloso di una bellezza ruvida, con capelli castani e una zazzera accattivante. Vestiva in modo informale: giacca a vento, pantaloni scuri e scarpe sportive. Senza ombrello camminava svelto e per proteggersi dal temporale si riparava la testa con le mani. Qualcosa nei modi, nel portamento del giovane attraente, suggerì a Selene che si trattava di un americano. Per un momento rimpianse di non poterlo vedere più da vicino.
«Non ci pensare!» si rimproverò. Il suo lato umano per un attimo l’aveva distratta dalla missione. Non era il momento per contemplare i maschi, neanche se nella sua vita ci fosse stato spazio per le passioni. E di sicuro non ce n’era. Selene era un soldato, non una fanciulla dallo sguardo sognante, e neppure una libertina. Aveva consacrato l’immortalità alla crociata contro i lycan. Uccidere lupi mannari era l’unica passione che si concedeva.
«E dopo la guerra?» Ancora una volta, i dubbi sul futuro tornarono a popolare i suoi pensieri, insieme alle prospettive allettanti di un’esistenza completamente nuova. Cosa avrebbe fatto, allora? Ma intanto, si sforzò di pensare, c’erano ancora battaglie da vincere. E lycan da annientare.
Selene tornò a concentrarsi su Raze e Trix. Alzò lo sguardo per vedere se anche i suoi compagni avevano individuato i due lycan. Un sorriso le increspò le labbra. Rigel, sul tetto di un edificio neogotico dall’altro lato di un vicolo, aveva estratto la macchina fotografica e stava scattando foto su foto ai due ignari lycan sotto di loro. «Non c’è da dubitare della sua efficienza» pensò, compiaciuta per la destrezza e la professionalità dell’elegante vampiro. L’espressione serena e angelica di Rigel mascherava la sua spietata efficacia come Agente di Morte. Selene aveva perso il conto dei lycan uccisi da Rigel.
Come lei, anche l’altro vampiro scrutava le strade appollaiato sul tetto come un gargoyle. Nell’ululare del vento, Selene non poteva udire gli scatti del sofisticato apparecchio digitale. Sfruttando il punto d’osservazione privilegiato, Rigel scattava foto in quantità ai nemici inconsapevoli. L’esame delle fotografie avrebbe poi aiutato Selene a confermare l’identità dei lycan eliminati quella sera.
Ammesso che la caccia andasse bene, ovviamente. Selene non era così ingenua da sottovalutarli.
Concluso il lavoro di sorveglianza, Rigel ripose la macchina fotografica. Selene intravide i suoi occhi turchesi, scintillanti al chiaro di luna. Con i capelli lisciati all’indietro e i delicati lineamenti slavi, somigliava al giovane Bela Lugosi, ai tempi in cui il leggendario film su Dracula andava per la maggiore nei cinema ungheresi. Rigel si sporse nel vuoto, come un uccello da preda. Guardò al di là del vicolo isolato che separava i due edifici. Aspettava il segnale di Selene per entrare in azione.
Lei non perse tempo a controllare Nathaniel. Era sicura che il terzo vampiro fosse già pronto ad agire, da esperto Agente di Morte. Abbassò lo sguardo per osservare in silenzio i due lycan che avanzavano risoluti proprio sotto di lei, apparentemente ignari della presenza dei vampiri. Selene si chiese quale torbido proposito avesse stanato Raze e Trix dal loro nascondiglio.
«Poco importa» concluse, seguendo con uno sguardo pieno d’odio le belve celate sotto mentite spoglie. Solo la vista di quelle vili creature dava un fremito al suo cuore immortale, una smania istintiva di cancellare quelle bestie voraci dalla faccia della terra. Le balenavano nella mente immagini sepolte da tempo.
Due gemelle, di appena sei anni, urlanti di terrore. Una ragazza più grande, poco più che adolescente, la gola oscenamente squarciata. Un uomo dai capelli grigi, vestito all’antica, con il cranio spaccato. La polpa grigia della materia cerebrale. Un salotto accogliente, le pareti imbrattate di sangue. Corpi, membra mutilate. Persone care, ridotte ad ammassi sanguinolenti…
Il dolore sgorgava ancora dalle ferite mai sanate nel cuore di Selene. Serrò le dita sul calcio freddo delle due pistole automatiche nelle fondine sotto l’impermeabile. Indirizzò uno sguardo carico di muta collera su Raze e il suo furtivo complice. Poco importavano le intenzioni dei lycan per quella notte, decise Selene. I loro piani stavano per saltare. Definitivamente.
Oltre venti metri più in basso, le prede di Selene avanzavano rapide sul marciapiede. Incuranti delle pozzanghere, si fecero largo tra la gente, fino a piazza Ferenciek. Selene trattenne il respiro. Attese un secondo. Poi, diede il segnale con la mano al suo compagno d’armi. E senza un attimo di incertezza saltò giù dal cornicione.
Piombò giù per i cinque piani dell’edificio. Fino al selciato sconnesso del vicolo, come uno spettro vestito di pelle. Un volo come quello avrebbe ucciso quasi sicuramente una donna mortale, ma Selene atterrò con l’eleganza flessuosa di un giaguaro, con un’agilità, una grazia che non avevano più nulla di umano. Diede l’impressione di iniziare a muoversi, a passo svelto, prima ancora che gli stivali di pelle nera toccassero il suolo bagnato.
Per sua fortuna, il vicolo era deserto, a differenza delle strade affollate nei paraggi. Nessuno spettatore, umano o altro, assisté al volo sovrannaturale di Selene, né udì il fruscio di pelle umida che preannunciava l’arrivo di Rigel, da dietro l’angolo. Selene registrò la presenza dell’altro vampiro con un cenno quasi impercettibile del capo. Poi alzò gli occhi. Nathaniel, pallida apparizione dalla criniera fluente di capelli neri, atterrò a sua volta sull’acciottolato, e seguì gli altri due Agenti di Morte.
Un trio di killer dagli occhi d’acciaio. Straordinariamente più letali di qualsiasi assassino umano, Selene e i suoi due inesorabili compagni si mescolarono alla folla di via Szabadsajto. Davano meno nell’occhio delle loro prede, così rudi e prepotenti. Seguirono con perizia i lycan. Nessuno dei due diede l’impressione di avere notato la presenza dei pedinatori. «Perfetto così» pensò Selene. Sorrise, figurandosi la mattanza ormai prossima. Confortata dal peso delle due pistole Beretta 9mm, al sicuro nelle fondine, sui fianchi.
La movimentata piazza cittadina, piena di umani innocenti, non era certo il posto adatto per fare scattare l’imboscata. Ma Selene era sicura che l’occasione giusta si sarebbe presentata. Bastava seguire abbastanza a lungo i due lycan. «Con un po’ di fortuna, moriranno prima ancora di accorgersi che sono stati attaccati!»
A differenza della più monumentale Buda, sulla sponda opposta del Danubio, Pest era un centro urbano popoloso e animato, con tutte le attrazioni della vita moderna. Bar fumosi e Internet caffè si affacciavano sulla piazza Ferenciek, che prendeva nome da un principe transilvano del Settecento. Agli angoli delle vie, vivaci cabine gialle dotate di aggiornatissimi computer, offrivano informazioni di qualsiasi tipo a turisti e residenti. Quelle guide tecnologiche coesistevano con i vecchi parchimetri e le cassette rosse della posta.
Selene vide Raze lanciare uno sguardo furtivo alle sue spalle. Si occultò subito dietro a un’alta cabina telefonica verde. Fortunatamente, il lycan non parve averla notata e proseguì rapido per la sua strada.
Selene notò l’insegna luminosa, una M blu su sfondo bianco. A quanto sembrava Raze e Trix erano diretti proprio verso quell’insegna. Indicava l’accesso a una stazione del metrò, sotto la piazza. «Ma certo» si disse. I lycan erano diretti senza dubbio alla metropolitana per prendere la linea M3, verso una destinazione ignota.
La situazione non la preoccupava. Ora che aveva finalmente avvistato due bersagli promettenti non se li sarebbe lasciati sfuggire tanto facilmente. Selene fece un segnale ai compagni, indicando i vari accessi alla sotterranea. I tre si dispersero, silenziosi, confondendosi nel mare di ombrelli, come esseri eterei, fatti solo di ombre impalpabili e pioggia…

L.

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2 risposte a [Novelization] Underworld (2003)

  1. Giuseppe ha detto:

    Niente da fare: non mi attira nemmeno in forma romanzesca. Ma è proprio l’impianto generale della saga a non convincermi, innegabile talento di Cox a parte…

    Piace a 1 persona

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