The Savage Girl (1932)

Il mito di Tarzan apre gli anni Trenta sbaragliando ogni concorrenza. Mentre Jane Burroughs (figlia del romanziere quindi “sorella” di Tarzan!) insieme al marito James Pierce nel 1931 iniziano la trasmissione radiofonica MGM dove recitano le avventure del re e della regina della giungla; mentre lo statuario Johnny Weissmuller il 2 aprile 1932 conquista il pubblico imponendo il suo Tarzan, lo stesso 1932 la piccola Monarch Film Corporation vuole dire la sua: ha capito che ci sono soldi da fare con la giungla e gli animali selvatici, e vuole una fetta della torta. Andatelo a chiedere a quel tizio della RKO, quel tale Cooper, che a forza di mostrare animali veri sta ora lavorando ad un grande progetto, qualcosa su un certo re delle scimmie

La casa che nel 1940 chiuderà i battenti distribuendo The Ape con Boris Karloff non vuole prendersi troppo sul serio, così il 5 dicembre 1932 presenta in patria un film la cui prima immagine è un disclaimer: una scritta che ci avverte di non fare domande e di prendere la storia così come viene. È un prodotto di puro intrattenimento senza alcuna pretesa, dal titolo The Savage Girl di Harry L. Fraser.
Malgrado l’attrice protagonista all’epoca sia ben nota e distribuita in Italia, questo film risulta inedito nel nostro Paese.

Storia di una selvaggia selvaggia…

Il giovane sceneggiatore Brewster Morse, che non combinerà mai molto nel cinema, impara da Lorraine of the Lions (1925) quali sono gli elementi che piacciono al pubblico: animali selvaggi e un bianco fra loro. Tarzan costa troppo, Burroughs è un mercante nato e sa amministrare bene il suo prodotto: impossibile fregarlo e chi ci ha provato sta ancora piangendo.
Meglio buttare su schermo un altro elemento che piace al pubblico e che non conosce mode: una donna bianca discintamente vestita, che non si sbaglia mai.
Destinata ad una lunga carriera di medio successo – a partire da Riccioli d’oro (1935) dove fa la mamma di Shirley Temple – qui Rochelle Hudson è solo una 26enne di splendida presenza in cerca di lancio, ed assolve alla perfezione al suo ruolo: fare la bella selvaggia dalla coscia lunga senza alcun peso nella storia se non di rimbalzo.

Rochelle Hudson, 26 anni: jungle girl perfetta!

Abbiamo visto come la versione femminile di Tarzan sia fortemente vittima della morale dell’epoca, e gli anni Trenta non sembrano differire molto dai Venti. Una donna selvaggia rimane sempre una donna, quindi non può gestire la propria vita né decidere nulla che non passi per i desideri di un uomo.
Qui addirittura la protagonista, che dà il nome al film, che appare in tutte le locandine, non solo non ha nome: non ha neanche una parte, visto che è selvaggia e non fa che mugugnare un paio di parole con espressione ebete. Non è una donna, è un manichino!

Non è una jungle girl senza la pelle di leopardo…

Di ritorno dall’Africa, l’avventuriero Jim Franklin (Walter Byron) racconta ai suoi amici altolocati le meraviglie del Continente Nero. Saputo che il riccone eternamente ubriaco Amos Stitch (Harry Myers) ha messo su uno zoo ed è in cerca di animali, gli propone di sovvenzionare una spedizione in Africa per catturare un bel po’ di fiere per il suo zoo.
Di sketch ridicolo in sketch ridicolo – il cinema è diventato sonoro da pochissimo e la mimica dei personaggi è ancora esagerata all’inverosimile – si va tutti in Africa dove l’esploratore locale Vernuth (Adolph Milar) mette in guardia i due stranieri: gli indigeni fanno magia voodoo e si parla di una strega bianca nella zona. In pratica si gettano le basi per il decisamente migliore Nabonga (1944).

E buttaci una scimmia, che fa sempre piacere!

Incontrata l’ebete della giungla, Jim ovviamente si innamora di lei, che ovviamente si innamora di lui, e quando il cattivo straniero Vernuth cerca di ghermirla il bravo avventuriero anglofono la difende, portandosela poi in patria britannica. Se però alla “strega bianca” invece andasse di rimanere nel luogo dov’era cresciuta, questo nessuno gliel’ha chiesto…

Tu donna, io uomo: comando io!

Dopo Tarzan, anche le jungle girls cominciano ad abusare del soggetto “infante abbandonato nell’Africa e cresciuto dalle fiere”, ma in fondo come altro spiegare un autoctono bianco?
L’importante poi non è certo la storia o i personaggi: l’importante è riprendere in continuazione belve feroci per far rabbrividire gli spettatori, così abbiamo ogni tipo di animale in scene appiccicate alla bell’e meglio. Teoricamente la ragazza parla con gli animali, ma visto che il suo personaggio è più che vacuo in realtà non lo fa mai. Giochicchia con cuccioli di ghepardo, accarezza un cucciolo di scimmia ma altro non fa.

La grande prova recitativa della Hudson

L’unico animale finto arriva negli ultimi secondi di film, quando a far fuori il cattivone arriva addirittura uno scimmione gigante… tanto per mandare un messaggio alla RKO: so’ bravi tutti a vincere coi gorilloni!

Attento al gorilla!

Nulla di questo film va salvato, e per capire il livello della storia basti pensare al modo con cui i protagonisti catturano la ragazza: la attirano con uno specchio e delle perline!
Attirata dal riflesso e intrigata dal tipico strumento di vanità femminile, la jungle girl non resiste e non si accorge della trappola in cui cade. Allora hanno ragione i rapper: alle donne piace il bling bling! (Cioè il brillio dei diamanti, imitato in questo caso dallo specchio.)

L.

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6 risposte a The Savage Girl (1932)

  1. Cassidy ha detto:

    Il vecchio adagio recita che tira più un pelo di Jungle Girl che la liana di Tarzan 😉 In effetti risente appena appena degli stereotipi del tempo, e complimenti per aver chiuso il cerchio citando i rapper moderni 😉 Cheers!

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Non vado matto per le storie jungliche. Se poi i personaggi sono pure dei cartonati…
    Comunque complimenti alla dea selvaggia, che pur senza educazione sa rendersi presentabile e ordinata!

    Piace a 1 persona

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