Die Augen der Mumie Mâ (1918) Gli occhi della mummia

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Per capire quanto è stato rivoluzionario La mummia del 1932, bisogna andare più indietro nel tempo…

Nel 1918 il ventiseienne regista berlinese Ernst Lubitsch è un nome molto apprezzato e le sue commedie sono tutti successi. Però il produttore Paul Davidson vuole alzare il tiro e vuole che la sua casa UFA (Universum-Film Aktiengesellschaft) faccia concorrenza ad Hollywood: a questo punto serve un “Grossfilm”, un blockbuster, un grande titolo di grande richiamo.
All’inizio Lubitsch è titubante ma poi il pensiero di poter avere in seguito un budget più ampio per i propri film lo convince, il risultato è una serie di enormi successi dell’epoca: tra cui Die Augen der Mumie Mâ.

Ignoto per decenni al pubblico italiano, il 15 ottobre 1980 viene trasmesso da Rete Tre (Rai3) con il titolo Gli occhi della mummia – plausibilmente con sottotitoli italiani – e da allora a parte un paio di festival cinematografici del film in Italia si è persa ogni traccia.
Decidete voi dunque se considerare questo film inedito o meno…

Un baldo giovanotto del 1918

Il giovane pittore Albert Wendland (Harry Liedtke) è in Egitto per un viaggio di studio. Un giorno il principe Hohenfels (Max Laurence) organizza una gita alla tomba della Regina Mâ, che però viene subito smontata dal direttore del Palace Hotel: chiunque abbia visitato quella tomba è stato vittima di grande sventura, lo informa il direttore, e proprio lì al Palace Hotel c’è una delle vittime più recenti.
Il nostro Wendland ha sentito tutto e si avvicina curioso alla vittima della Regina Mâ, per scoprire che il pover’uomo, ormai folle, non fa ripetere un’unica frase: «I suoi occhi sono vivi!». Questo non fa che stuzzicare il giovane che alla fine decide di andare da solo a visitare la tomba.

Una faccia di cui fidarsi…

Il losco imbonitore arabo Radu (Emil Jannings) lo guida nella tomba e lo introduce ai suoi misteri, ma quando due occhi appaiono dal nulla il giovane capisce subito: è tutta una baracconata per gabbare i turisti.
Tramortito l’uomo ed entrato nella stanza segreta, Wendland salva la donna prigioniera al suo interno sin da quando è stata rapita da Radu e costretta a spaventare i turisti: una donna del deserto interpretata da Pola Negri.

Nata Barbara Apolonia Chałupec, oggi il nome d’arte Pola Negri è dimenticato ma è stato grande, nella prima metà del Novecento. Diventata famosa attrice in patria polacca, la donna si sposta in Germania per svettare anche in quella cinematografia – iniziando proprio da questo film – per poi arrivare fino in America e diventare, come recita una sua recente biografia, “la prima femme fatale di Hollywood”.
Come molti suoi colleghi, l’avvento del sonoro ha mandato il sogno in frantumi: il suo forte accento polacco le ha impedito di continuare ad essere una stella hollywoodiana. Rifà il suo viaggio al contrario, torna cioè prima in Germania e poi in Polonia, seguita da un fan molto particolare: Adolf Hitler, suo grandissimo ammiratore sin da quando la vide nel film Mazurka (1935).
Mentre i suoi amici ebrei scomparivano, Pola si adoperò per fuggire dal Reich e tornò di nuovo in America, dove passò il resto della sua vita nel profondo Texas.
Una donna che ha vissuto più avventure di quante ne abbia interpretate…

Gli occhi della Regina Mâ

Qui dunque è Mâ (o Mara, a seconda delle edizioni), donna egiziana rapita e costretta a vivere in una tomba per spaventare i turisti. Wendland se ne innamora all’istante e se la porta in Inghilterra, istruendola mediante una tutrice privata e rivestendola all’inglese.
Organizzata una festa per farla conoscere agli amici altolocati, Mâ si rende conto che è un pesce fuor d’acqua e soprattutto che nessuno se la fila. Decide così di spogliarsi e, con un succinto abitino, inizia a danzare all’egiziana. (O quello che la Germania del 1918 pensa che sia una danza egiziana.)
Tutti vanno in visibilio e la donna si ritrova ingaggiata all’istante nel mondo del varietà, in spettacolini del tutti identici a quelli visti nel cortometraggio Charlot a teatro (A Night in the Show, 1915), che denunciano il gusto ruvido dell’epoca.

La conturbante danza egiziana di Mâ

Il destino però è inarrestabile. Salvato dall’ignaro principe Hohenfels e portato in Inghilterra al suo seguito, l’arabo Radu ha promesso ad Osiride che ritroverà la donna che l’ha tradito, e saputo di Mâ la insegue e comincia ad ossessionarla. La donna è angosciata anche perché non capisce se Radu sia vero o un’allucinazione.
Il confronto finale vedrà l’arabo ghermire la donna e sfoderare un lungo coltellaccio, e Mâ cadere svenuta dal terrore.

La scena si svolge in cima ad una piccola scalinata ed era previsto che l’attrice si accasciasse sui primi gradini. Sul set però Pola Negri propone a Lubitsch di rendere più realistica la scena: e se si lasciasse cadere per tutte le scale? Il regista ovviamente si oppone subito: «potrei aver ancora bisogno di te per rifare delle scene», risponde scherzando. Una caduta del genere, sembra suggerire, avrebbe fatto fuori l’attrice.
Viene dunque dato il ciak, Pola tira la testa indietro… e d’un tratto il piede le si impiglia nel vestito. L’attrice cade sul serio e il risultato è incredibile: una rovinosa caduta a corpo morto per tutte le scale!
Interrotte le riprese Lubitsch è furioso e grida alla volta dell’attore Emil Jannings (che fa Radu): perché non l’ha afferrata? L’attore risponde a tono: «Che ne sapevo che sarebbe successo? Non ho mica assunto io questa polacca pazza!» (Gioco di parole fra il nome dell’attrice Pola e pole.)

Non si sfugge alla vendetta egizia…

Il film finisce così, con la morte della protagonista e la disperazione del giovane sposo. Niente mummie, niente mistero, giusto qualche sgommatina di “egittomania” – in un paio di punti si vendono statuette di dèi egizi – ma tutta recitazione esagerata tipica del cinema muto.
Diciamo che il film merita assolutamente per la scena finale in cui la povera Pola presenta una delle più realistiche cadute del cinema: mi sa che dopo quella ripresa l’attrice ce ne ha messo di tempo… per riprendersi!

Bibliografia

Herr Lubitsch Goes to Hollywood: German and American Film After World War I (2005) di Kristin Thompson

Pola Negri: Hollywood’s First Femme Fatale (2014) di Mariusz Kotowski

Pola Negri: Temptress of Silent Hollywood (2016) di Sergio Delgado

L.

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13 risposte a Die Augen der Mumie Mâ (1918) Gli occhi della mummia

  1. cumbrugliume ha detto:

    Credo che “Crazy pole” sia meglio traducibile come “polacca pazza” 🙂 Per il resto solito grande articolo ricco di curiosità e chicche, bellissimo! …ho dato anche io un primo contributo al ciclo, se ti va di passare da me 😀

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  2. Cassidy ha detto:

    Non so nemmeno dove tu sia andato a ripescarlo questo film, i tuoi archivi fanno invidia alle tasche di Eta Beta 😉 Bellissimo post, incredibile la storia di Pola, tra cadute e fughe davvero una vita che sarebbe materiale da cinema. Questo ciclo mummificato è stata una grande idea, dai sarcofagi usciranno post fantastici come questo! Cheers

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Certo che l’attrice aveva uno sguardo davvero torbido: a costo di doppiarla, avrei continuato a usarla come femme fatale!

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  4. Kukuviza ha detto:

    E non si è neanche lamentata dopo aver fatto il volo!

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  5. Pingback: Vieni dalla tua Mummy! | Il Zinefilo

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