Green Mansions (1959) Verdi dimore

Il naturalista ed ornitologo William Henry Hudson, americano ma nato e cresciuto nei pressi di Buenos Aires, ha scritto molti saggi naturalistici e dopo la sua morte è stato spesso considerato un precursore dei movimenti di “ritorno alla natura” di inizio Novecento. L’autore raccolse tutte le sue passioni in un romanzo che è fra i più noti della sua produzione: Green Mansions. A Romance of the Tropical Forest (1904). La particolarità del romanzo è che introduce nel Novecento il concetto di Jungle Girl, cioè di una donna che viva in simbiosi con la natura selvaggia che poi viene a contatto con un “cittadino” e ne scaturisce l’amore. (Al cinema il genere soffrirà di “tarzanismo”, ma paradossalmente la Jungle Girl è antecedente al re della giungla!)

Solamente nel Dopoguerra il romanzo giunge in Italia, come Verdi dimore (Bompiani 1945), ma è proprio quello il periodo giusto perché anche il cinema si inizi ad interessare della storia.
Il romanzo in fondo ha tutti gli elementi per essere un film di successo: località esotiche, romanticismo, azione e thriller. Tutte le major si contendono il progetto di trasformare il libro in film, ma solo una ha la sfortuna di riuscirci…

È almeno dal 1954, se non prima, che la MGM (Metro-Goldwyn-Mayer) ha in mente di fare questo film, tanto da organizzare provini a vari attrici: arriva persino ad annunciare il nome dell’attrice protagonista, l’italianissima Pier Angeli (pseudonimo della cagliaritana Anna Maria Pierangeli). Però poi la casa si fa due conti in tasca e decide che girare in Sud America è troppo costoso: tutto si ferma e la nostra connazionale si ritrova con niente in mano. (C’è però chi insinua che in realtà l’attrice in un vestitino di ragnatela proprio non convinceva la MGM, che usò la scusa dei soldi per scaricarla.)

Anna Maria Pierangeli in una foto-provino per il film

La casa dopo qualche anno riavvia il progetto ed affida al noto attore Mel Ferrer un compito che esula dalle sue mansioni: la regia. Possibile non avessero un “vero” regista sotto mano? Ah, aspetta: all’epoca Mel era il marito di Audrey Hepburn, tutto spiegato…

Fotobusta italiana d’epoca

Il 19 marzo 1959 esordisce a New York Green Mansions, pronto a fallire così forte che ancora si sente l’eco. Il 16 settembre successivo arriva nei cinema italiani con il titolo Verdi dimore e una frase di lancio assolutamente ingiustificata: «Il film dedicato alle donne di tutto il mondo». Ma perché? Che diamine c’entra?
Il 19 dicembre 1981 inizia sulla RAI la sua non lunga vita televisiva. Ignoto all’home video, nel 2014 due case simili se lo contendono e lo fanno uscire in DVD: A&R Productions il 29 agosto, Golem Video il 24 settembre.

Splendida versione italiana dei titoli del film

Malgrado una scritta ci informi che alcune sequenze del film sono state girate nei luoghi della narrazione, la Guyana appare solo in alcune inquadrature da “intervallo RAI” durante i titoli di testa: a parte qualche altra “cartolina” dal Venezuela, il film è girato a Santa Clarita, in California.
Lo stesso quelle poche scene negli esterni sudamericani hanno portato via alcune settimane di lavoro e alzato i costi del film.

Scusate, ma perché gli Indios sembrano giapponesi?

Siamo nel 1875, stando almeno a quanto dice il romanzo, visto che il film non mostra date. Abele Guevez de Argensola (un giovanissimo e focoso newyorkese Anthony Perkins) è il figlio del Ministro della Guerra di Caracas (Venezuela) che nel corso di una terribile notte rivoluzionaria si ritrova senza una patria, e senza una famiglia: tutti gli alleati del padre gli si sono rivoltati contro, ed ora Abele è in fuga nella vicina Guyana per una missione. Trovare l’oro che alcuni dicono nascosto nella foresta, così da sovvenzionare una contro-rivoluzione.

Un Indio di nome Henry Silva

Raggiunta fortunosamente la foresta, il giovane si imbatte nella tribù di selvaggi guidata da Runi (interpretato dal caratterista giapponese Sessue Hayakawa). L’unico che parla inglese della tribù, l’unico con cui Abele riesce a comunicare, è il figlio del capo: il rude e rigido Kua-Ko, interpretato dal mitico attore di Brooklyn Henry Silva. (Ma ci sarà un sudamericano in questo film? Mi sa di no…)
Appena conquistata la fiducia dei selvaggi, Abele pensa bene di tradirla andando a curiosare nel bosco dove Runi ha categoricamente vietato di andare: sarà mica lì che è nascosto l’oro?

Qui incontra la Signora degli Uccelli, e per favore niente battute…
Rima the Bird Girl è un personaggio che incarna l’idea della fanciulla in perfetto equilibrio con la natura, che vive in armonia con piante ed animali. Insomma, un luogo comune nato con il progressivo distacco dalla natura: solo il Novecento tecnico e tecnologico poteva pensare ad un personaggio del genere.
Il giovane Abele la incontra e se ne innamora. Rimane ferito da un serpente e Rima lo cura. Lui canta per lei con la chitarra – ma dove cacchio l’ha trovata una chitarra nella foresta? – mentre lei si innamora, e parla continuamente con la madre. La madre morta. Insomma, la melassa glassata e zuccherata che trasuda dallo schermo dà seri problemi glucosici allo spettatore.

La Hepburn è insopportabile e stucchevole, ma non sono oggettivo: a me sembra che qui reciti esattamente come in qualsiasi altro suo film!
A parte un paio di scene non è mai inquadrata se non in primissimo piano, come se il marito-regista non perdesse occasione per inquadrare il suo volto. Abbiamo capito che ti piace, ma non stai girando un filmino casalingo…
Ovviamente non è che Rima può stare a toccare gli schifosi animali velenosi della foresta amazzonica, così indovinate qual è l’unico animale con cui l’attrice viene a contatto? Andiamo, qual è l’unico animale presente in tutti i film di Tarzan sin dall’inizio del Novecento? Esatto: il cerbiatto!
Oh, agli americani il cerbiatto piace più dei romani (per il quale è una nota marca di cornetti confezionati), così che sia l’Africa Nera o la foresta amazzonica, appena vedono due foglie ci infilano dentro un cerbiatto. Qualche puntiglioso potrebbe notare che è un animale che vive nel freddo Nord America, che dunque non c’entra una mazza con le foreste equatoriali, ma Hollywood se ne frega: appena vede del verde vuole che ci sia pure un cerbiatto.
Così Rima ama tutti gli animali… ma anche no. Gli schifosi vermi luridi e bagnaticci, i terribili ragni velenosi e le altre creature terribili della foresta amazzonica non sa neanche che esistono. Lei ama solo ‘sto cerbiatto…

Abbasta con ‘sti cerbiatti!

Visto che nessuno si chiede perché una ragazza più bianca di un ricco texano schiavista viva fra le fresche frasche amazzoniche, in compagnia del nonno che è il classico finto vecchio hollywoodiano, ad un certo punto è lei stessa a dirlo. In realtà il suo nome è Rio Lama, e si chiama così perché il villaggio originario dove è nata affacciava proprio su quel fiume. Avete presente la luccicante ed efebica bianchezza della Hepburn? Avete presente le donne amazzoniche? Ecco, due gocce d’acqua… (Pare che l’autore del romanzo abbia risolto sbrigativamente la questione ispirandosi a vaghe leggende di tribù di bianchi nella zona!)
Di colpo di scena ridicolo in colpo di scena ridicolo, si dipana il “mistero di Rima” di cui proprio non frega niente a nessuno. Dei rimorsi del nonno, che da giovane pirata ha distrutto il villaggio ma poi per il senso di colpa ha allevato la bambina, nessuno si interessa, perché nel frattempo il film scade in una compilation di macchiette imbarazzanti.

Scene di vita nella giungla

Siamo ad Hollywood negli anni Cinquanta, quindi ogni tre parole una è una preghiera a Dio nell’Alto dei Cieli, perché la mamma di Rima è lì in Paradiso che è un attimo che mette mezza parola con gli Angeli e fa passare un brutto quarto d’ora ai cattivi che volessero farle del male. Se hai davanti a te uno che vuole ucciderti, gli dici che in Paradiso lo aspettano per menarlo e quello scappa subito: sembra che io stia scherzando, ma è tutto vero!
Tra un Amen e un Gloria a Dio, la sceneggiatura è una messa cantata come neanche Mel Gibson saprebbe fare: al confronto di questo film Marcellino pane e vino era un’opera horrorock!

La Hepburn nel ruolo della prima Jungle Girl

Una colata di zuccherosi sentimenti posticci ripieni di religione a secchiate, con una Hepburn mai così insopportabile e un Perkins odioso fino all’eccesso. E non sono miei giudizi: alla sua uscita il film non piace a nessuno, né al pubblico né alla critica. «Se Miss Hepburn non vuole cambiare marito o regista, almeno per amor del pubblico cambi la marca del suo dentifricio», scrive un critico che non sopportò la “patina verde” che il personaggio sembra avere, persino sul proprio sorriso. «Il film confonde chi non ha letto il romanzo, e irrita chi l’ha letto», scrive “Variety”: e sono le critiche più tenere!
Davanti ad un fuoco di sbarramento di critiche devastanti e ad un clamoroso flop al botteghino, Mel Ferrer si prende tutta la colpa – quando è palese che a sbagliare è l’intera operazione, attori compresi – e si lascia accompagnare dalla MGM alla porta. La sua carriera di regista cinematografico è conclusa. In realtà la sua regia è l’unica cosa decente del film.

Questa “ragazza della giungla” è così urticante e fastidiosa che mentre mi sorbivo i suoi indigesti pipponi sulla natura mi veniva voglia di buttar giù l’intera foresta e farci un mega-parcheggio con annessa discarica di amianto e scorie radioattive. Con i barili pieni di cerbiatti!

P.S.
Sebbene il riferimento sia palese, il personaggio dei fumetti DC anni Settanta noto come Rima the Jungle Girl è solo vagamente ispirato al romanzo di Hudson o al film di Ferrer: è più una rielaborazione di Sheena, ma ne parlerò meglio a tempo debito.

Bibliografia

Audrey Hepburn (1996) di Barry Paris
Pier Angeli: A Fragile Life (2002) di Jane Allen
Not So Quiet on the Set: My Life in Movies during Hollywood’s Macho Era (2008) di Robert E. Relyea

L.

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16 risposte a Green Mansions (1959) Verdi dimore

  1. Denis ha detto:

    Ma il regista Deodato ha detto che gli indios capiscono benissimo ,infatti l’amazzonica che ho visto al night parlava perfettamente italiano,ma prendere una attrice più scura no? Perkins avrà impagliato la Hepburn comunque meglio la Regina degli elefanti con Selen^_^

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  2. Denis ha detto:

    Per fisico e doti oratorie vince Selen comunque questo film dimostra che per gli americani gli altri sono tutti imbecilli

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  3. Cassidy ha detto:

    Si parla tanto di “Whitewashing” nei film come se fosse una pratica inventata l’altro ieri, mentre invece questo è un ottimo esempio di come gli americani tendano ad omologare tutto, persino i cerbiatti un caso di “Bambiwashing” del mondo animale! 😉 Perkins abbronzato che sorride non si può guardare, sono abituato a vederlo emaciato e musone. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      I critici alla moda nati ieri mi fanno morire, perché ogni mese scoprono l’acqua calda e lo dicono con l’innocenza di un beota! 😀
      La Hepburn “più bianca del bianco” che fa un’originaria del sudamerica è davvero la bandiera del Bianco che Acceca!

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  4. Conte Gracula ha detto:

    A me piace molto la dedica, un’idea geniale: immaginalo detto da Barbara D’Urso!
    Comunque, ora voglio un film con donna selvaggia su Marte e cerbiatto cosmico…

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  5. Mahatma K. B. ha detto:

    “Lei parla continuamente con la madre. La madre morta.”
    Al che Anthony Perkins avra’ pensato “Fammi provare pure un po’ anche a me…”

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  6. Giuseppe ha detto:

    Ah, ma trovare una chitarra nella foresta è una cosa normalissima. O almeno così devono pensarla a Hollywood: se mai ne facessero un remake, come minimo ci troveremmo un sintetizzatore 😛
    “Una colata di zuccherosi sentimenti posticci ripieni di religione a secchiate”… ma è la perfetta ricetta per una fiction di Rai 1! 😀

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