The Mummy’s Hand (1940) La mummia alle foglie

È arrivato in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di un bel Ciclo Mummie a blog unificati (cliccate sull’immagine sotto per saperne di più).

Come abbiamo visto, la mummia-mania imperversa per tutti gli anni Trenta: perché dunque la Universal, “madre” del fenomeno, non torna a sfruttare il fenomeno?
In realtà già avrebbe dovuto farlo da anni, ma l’ondata di sequel “mostruosi” – come per esempio La moglie di Frankenstein (1935) e La figlia di Dracula (1936) – venne fermata quando lo storico Carl Laemmle nel 1936 fu costretto a lasciare le redini della Universal all’irruento Charles R. Rogers, il quale appena seduto sulla poltrona di capo ordinò: «E mo’ bbasta con ‘sti mostri!»
Solamente quando nel 1938 Rogers fu costretto ad andarsene – dopo un periodo burrascoso – e la guida passò a Cliff Work finalmente si poté tornare a produrre film con i mostri a costo contenuto.

Mi sembra ci sia un po’ troppo verde, nel poster…

Immaginatevi la scena: i capi della Universal che camminano in circolo, crucciati e masticando amaro. Possibile che proprio nessuno abbia riconosciuto ne La mummia (1932) il plagio del racconto La mummia e la Principessa (This Way Out, da “The Thrill Book”, 16 giugno 1919) di Will Cage Carey? (Edito in Italia esclusivamente nell’antologia Storie di mummie, Newton Compton 1998.)
Uno di loro avanza l’ipotesi che lo sbaglio è stato ricopiare solo la prima parte del racconto: perché fermarsi lì? Perché non ricopiare anche i nomi esotici di Ananka e Kharis? I produttori annuiscono: è tempo di plagiare anche altre parti del racconto, e danno a Ben Pivar mandato di fare al volo una roba qualsiasi, basta che vengano copiate altre parti del testo di Carey.

George Zucco, mito di serie B

Il produttore chiama come regista Christy Cabanne (che passerà alla storia come uno dei più prolifici registi di sempre), raccatta un po’ di attori all’ufficio di collocamento degli Universal Studios e si assicura l’unico nome di grande richiamo: Peter Lorre!
Eh no, malgrado la rivista “Showmen’s Trade” del 1° giugno 1940 riporti questa notizia, Lorre prenderà la condivisibile decisione di mollare la mummia in favore del nettamente migliore Lo sconosciuto del terzo piano (1940). Però lo stesso nel cast spicca un buon nome: George Zucco, grande caratterista specializzato in piccoli ruoli “animaleschi”, già incontrato in questo blog in alcuni monkey movies dell’epoca.

Nel maggio del 1940 partono le due settimane di riprese utilizzando ogni materiale preesistente. Le sontuose scenografie esterne sono prese da Inferno verde (Green Hell, gennaio 1940) di James Whale, che è ambientato tra le rovine degli Inca che tanto sono simili agli egiziani (è nota la cura americana per i dettagli storici!); un po’ di musica la prendiamo da Il figlio di Frankenstein (Son of Frankenstein, 1939), e scene sfuse da La mummia (1932).

Stesso set, due film: Green Hell (a sinistra) e The Mummy’s Hand (a destra)

Gli attori vanno a ruota libera in lunghe ed economicissime scenette in interni, quindi è un film praticamente fatto a costo zero. Dato che guadagnerà più di quanto è costato, va sottolineato che l’operazione può dirsi riuscita: non come certe fetecchie di registoni famosi che non rientrano neanche di metà delle spese…
The Mummy’s Hand esordisce al Rialto Theatre di New York il 20 settembre 1940, e curiosamente rimane inedito in Italia: con tutta la spazzatura che è stata portata al cinema o in videoteca, non mi sembra proprio che questo film abbia meritato tale trattamento.

Un titolo davvero da mostro Universal!

Ciò che più colpisce è la passione americana per il falso sequel. Visto che parliamo di storielle scopiazzate su cui nessuno punta, perché d’un tratto inventarsi salti mortali per cambiare l’originale così da adattarlo al sequel?
Fatto sta che il film inizia ripresentando apparentemente identico il flashback di tremila anni fa mostrato da Boris Karloff… con un altro attore al posto di Karloff. Va be’, è naturale, sono solo poche scene che mostrano come l’antico sacerdote non si desse pace della morte della principessa Ananka (che però nel precedente film era Ankh-es-en-amon) e rubasse le foglie di Tan per riportarla in vita… Aspetta un attimo, ma ora che sono ‘ste foglie di Tan?

Ma… qui nell’altro film c’era il Libro di Thoth: che so’ ‘ste foglie?

Lo sapevate? Con nove foglie di Tan si torna in vita dalla morte, con tre foglie di Tan resti in vita sospesa mentre con due… be’, con due foglie almeno una te la mangi!
Per mostivi oscuri la Universal fa sparire il libro di Thoth del precedente film – che era la versione filmica del Rituale della Vita del racconto di Carey – e al suo posto rigira la scena con l’egiziano che usa le foglie per far risorgere l’amata. Che vergogna…
Un vecchio sacerdote dei tempi nostri ci spiega che quell’egizio, malgrado sia stato mummificato, è rimasto in vita sospesa per proteggere la tomba della principessa Ananka da eventuali usurpatori. E quell’egizio si chiama Kharis, così da essere sicuri di ricopiare parola per parola il racconto citato di Carey… foglie a parte!

Un antico detto di Karnak recita: «Viva la foglia: che Ra la benedoglia!»

Si vede subito quando gli americani plagiano, perché appena smettono di farlo la qualità crolla miseramente. Le parti di questo film non fotocopiate da La mummia e la Principessa farebbero imbarazzo a una mummia millenaria.
Così abbiamo per stupidi protagonisti due ridicoli archeologi in forte odore di Gianni e Pinotto: Steve Banning (Dick Foran, alto e serioso) e Babe Jenson (Wallace Ford, tarchiato e buffone). Dovrebbero essere la parte brillante della storia, con battute e sketch così divertenti da aver voglia di seppellire loro al posto della mummia…

I due buffoni che purtroppo sono protagonisti del film

Altri inutili personaggi si muovono in un film di una noia mostruosa, quando non fa arrossire dalla stupidità. Si salva solo il grande Zucco nel ruolo di Andoheb, eminente archeologo in realtà grande sacerdote: è lui che – come il Mehemet del racconto – deve assicurarsi che la tomba di Ananka non venga mai toccata, e se qualcuno si avvicina troppo… allora usa le foglie per svegliare Kharis!

Il gran sacerdote Andoheb e la mummia Kharis, presa per mano

Il personaggio va a correggere Ardath Bey del primo film, che era una mummia che dopo tre millenni viene svegliata, si sbenda da sola e si fa una carriera. L’idea farlocca era nata perché Ardath Bey in realtà era la zoppicante fusione di due personaggi del racconto di Carey: un custode e una mummia di nome Kharis, come appunto si vede in questo film, molto più fedele al testo che sta plagiando.

Qui mi mancano delle foglie di Tan: chi se l’è pappate?

Inoltre la particolarità di The Mummy’s Hand è che per la prima volta… vediamo la mummia! Nel film con Boris Karloff la tanto citata mummia si vede per due o tre secondi e nei film degli anni Trenta mai è inquadrata, semmai suggerita. Qui invece nasce il mito della mummia, perché il caratterista Tom Tyler – con addosso il trucco del sempre mitico Jack Pierce – presenta il personaggio come rimarrà per i decenni a venire: zoppicante e con le braccia rattrappite. (Triste presagio del destino che toccherà al povero Tom, attore che morirà un decennio dopo torturato dall’artrite.)
Pensate a tutte le volte che avete visto una mummia camminare… ecco, quell’immagine è nata con questo film.

Tom Tyler: la prima vera grande mummia del cinema

«Vista la velocità con cui abbiamo girato il film, praticamente non ho mai incontrato Tom Tyler senza il suo trucco addosso», racconta l’attrice Marta Solvani, che interpreta l’inutile personaggio di Peggy. «Si presentava al trucco alle quattro di mattina, credo, per farsi bendare e tutto il resto, e una volta truccato non poteva più parlare… così ci esprimevamo a gesti.»
«Ero molto spaventata da lui», racconta ancora l’attrice, in un ricordo presentato da Women in Horror Films, 1940s. «Mi comunicava una strana vibrazione. Puoi ripassare a casa le tue battute, ma non le tue grida, così ricordo che non sapevo cosa fare quando arrivò il momento di urlare. Girammo questa scena che era tipo mezzanotte, in un set pieno di pietre, dove tutto ero scuro… e io avevo davvero paura di Tom! Quando si avvicinò a me e io mi voltai a guardarlo, ricordo che gridare non fu affatto un problema.»

Kharis ed Ananka, insieme da millenni

Una curiosità. L’inutile personaggio di Peggy in una scena ridicola prende e spara con la sua pistola contro una porta, e spara e spara finché i buchi non formino un cuore.
La curiosità consiste nel fatto che la donna sta usando una pistola da sei colpi, sentiamo dieci spari e vediamo sulla porta dodici buchi: questa sì che è magia egizia!

Pistola da sei colpi, dieci spari, dodici fori di proiettile

Bibliografia

The Mummy in Fact, Fiction and Film (2001) di Susan D. Cowie e Tom Johnson
The Monster Movies of Universal (2017) di James L. Neibaur
Women in Horror Films, 1940s (2005) di Gregory William Mank

L.

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12 risposte a The Mummy’s Hand (1940) La mummia alle foglie

  1. Cassidy ha detto:

    Si sta come d’autunno sugli alberi le mummie 😉 Altro che foglie di thè rivitalizzanti! Scherzi a parte, grazie per avermi chiarito il non-ruolo di Ardath Bey nel film con Boris Karloff, ora è tutto chiaro, e poi hai ragione, Tom Tyler qui incarna la prima vera mummia, quella dell’iconografia dei mostri Universal, bellissimo titolo e bellissimo post, me lo sono divorato 😉 Cheers!

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  2. Conte Gracula ha detto:

    L’oscar alla carriera, anche postumo, andrebbe dato a chi praticamente inventa un personaggio che resterà invariato nei decenni: spero che questo Tom Tylet ne abbia avuto uno!

    Per il resto, le foglie di Tan a colazione sarebbero utili, per darsi una svegliata la mattina…

    PS: bell’articolo e belle battute. Godiamoci i film Z d’epoca, prima che Tom Cruise rovini tutto!

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  3. Giuseppe ha detto:

    Con le foglie di Tan la resurrezione della tua antica amata è a portata di man (ovviamente la ricetta rituale delle foglie doveva trovarsi nel libro di Thoth) 😛
    Visto, sia questo che i suoi tre sequel (quanto al film dell’altro Tom contemporaneo, i suoi trailer mummieschi mi convincono sempre meno ad ogni passaggio) 😉

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