Dio non paga il sabato (1967)

Come si fa? Spiegatemi, come si fa? A fare cosa? A passare per Italia 7 Gold e a resistere davanti ad un filmaccio western italiano d’annata: come si fa?

Visto il nome del produttore, il film non promette bene…

Era un caldo venerdì 18 agosto 2017, eppure questo film ci ricordava che… Dio non paga il sabato…

Mai titolo fu più misterioso e slegato dalla trama…

Diretto a Cinecittà dal potentino Tanio Boccia – abilmente mascherato dietro l’incredibile pseudonimo di Amerigo Anton – il film fa capolino dal 23 giugno 1967 nei cinema italiani, pronto a rimanerci parecchio ma sempre in disparte, forse per paura che qualcuno potesse pagare davvero un biglietto per vederlo. Chiedendo poi il suddetto biglietto indietro…

Ma con tanti pseudonimi fighi… boh…

Ignoto all’home video, già nel 1979 inizia la sua vita nei piccoli canali TV: Cecchi Gori lo porta in DVD dal 2 luglio 2010

Furio Meniconi, in arte (va be’, “arte”…) Men Fury!

Il perfido bandito Braddock (Men Fury, geniale pseudonimo del romano Furio Meniconi) sta per ricevere quello che merita, venendo impiccato nella piazza del paese. All’ultimo momento, com’è sana tradizione del western, viene salvato dalla sua banda. E, altrettanto secondo tradizione, messosi in salvo fa fuori gran parte della sua banda, così da dividere l’oro in meno parti.
E per ricordarci che l’unico pensiero di Braddock è l’oro, Roberto Matano canta sulle note di Angelo Francesco Lavagnino un tema musicale ripetuto fino allo sfinimento, nel cui stentato inglese maccheronico si fa chiaro riferimento al gold: che sia per questo che è stato scelto dal canale 7 Gold?

Visto che ruba oro, il bandito ha il fazzolettone giallo

Nella banda “ristretta” di Braddock c’è la testa-matta Randall, interpretato da Rod Dana, che è americano ma non si sa perché sceglie lo pseudonimo Robert Mark: forse il suo vero nome non sembrava così americano…
La particolarità di Randall è che gli piace indossare il poncho di Clint Eastwood a tre anni dall’uscita di Per un pugno di dollari (1964).

Ha telefonato Clint Eastwood: rivuole il suo poncho

Di questa banda di letargici fanno parte anche Laglan (Max Dean, al secolo Massimo Righi) e la bionda donna di Braddock, Shelley (la spagnola María Silva).
Visto che il film si apre parlando dell’oro da dividere, uno pensa che ora divideranno l’oro. No, basta, non si parla più di oro. Così i quattro banditi vanno a fare una rapina alla diligenza e, massacrati tutti, fuggono con una cassetta strapiena… va be’, diciamo pienotta di banconote. Forse hanno tirato su una millata di dollari, se gli ha detto culo: non è che il massacro sia così giustificato.
Da che western è western, è il momento della spartizione del bottino quello dove le amicizie e gli amori vengono al pettine, e già il povero Randall rimane gravemente ferito sul luogo della rapina.

Sarà la bionda Shelley una donna leale ed amorevole?

Con una lentezza disarmante e una proprietà di dialogo degna del miglior istituto per muti – in pratica la prima metà del film non ha dialoghi, e il resto non è che sia meglio – tutto avviene lentamente e in modo nebuloso. Personaggi eterei si muovono guidati dal caso e fanno cose, vedono gente, un po’ pensano, un po’ scrivono, un po’ cercano spazio per se stessi e un po’ riflettono sulla vita, l’universo e tutto quanto.
Insomma, è una minchiata e non fa assolutamente nulla per mascherarlo: l’apice si raggiunge quando il perfido Braddock si mette tipo un foulard al collo e inizia a dondolare sull’altalena con un sorriso ebete. Ma a chi è venuta in mente questa scena? È per far vedere l’aspetto tenerone del bandito?

Ma come son gaio sull’altalena…

Ormai la banda di Braddock è agli sgoccioli, essendo rimasti vivi solo lui, la bionda Shelley e Laglan. Si vanno a rintanare in una città fantasma che è imbarazzante per quanto è posticcia: credo siano le stesse baracche utilizzate per… be’, qualsiasi altro film western girato a Cinecittà! Hanno provato ad aggiungere polvere per mascherarle, ma non è servito gran che.

Eppure io ‘sta location l’ho già vista…

Passano altre dieci ore di nulla, finché arrivano una donna e un uomo, personaggi fittizi inventati all’ultimo secondo. L’uomo (Larry Ward) viene picchiato così, per noia, e dopo mille angherie subite da Laglan come farà l’uomo a salvarsi? Qui arriva il genio: con un fischio chiama il proprio cavallo, il quale con uno zoccolo pesta la mano del bandito. Solo che per farlo ci mette tipo due ore, e per tutto il tempo Laglan sta lì come un beota a strillare e ad aspettare di essere colpito…

Ti faccio mordere dal cavallo, sa?

Alla città fantasma arriva pure Randall redivivo – tanto l’avevate capito che non era morto – e così può cominciare il regolamento di conti più lungo della storia: il finale del film dura circa venticinque ore, dove nessuno dice niente e i personaggi si muovono di qua e di là senza alcuna meta.
Lo Spaghetti Western Database mi insegna che lo sceneggiatore Mino Roli (spacciatosi per Mike Ashley) ha riutilizzato la storia anche per il meglio riuscito Matalo (1970) di Cesare Canevari, al che una domanda mi sgorga dalle profondità del cuore: ma quale storia?

Poche donne sanno vestire di verde nel West: María Silva non è fra queste!

Dio non paga il sabato… non ha alcuna sceneggiatura, c’è solo un fondale finto su cui attori un po’ confusi si muovono un po’ a casaccio mentre il regista ambisce a trovare la formula perfetta per la noia totale.
In tutta la pellicola verranno dette forse dieci frasi, tutte inutili, tutte stupide: anche il tanto amato cinema spaghetti western ha il suo lato oscuro, il suo lato Z.
Per fortuna i personaggi sono talmente ridicoli che si ride di gusto, e almeno questo pregio glielo riconosco.

L.

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23 risposte a Dio non paga il sabato (1967)

  1. Vincenzo ha detto:

    😀 😀 😀
    è meglio leggere i tuoi commenti che vedere i film, tra un pò…
    tanio boccia, quello di cui a Cinecittà si diceva: “peggio di così c’è solo Tanio Boccia”…
    (quando si voleva indicare che si era toccato il fondo)
    il poncho di Clint…. fantastico, grazie per questa recensione… e grazie a 7gold…
    ma poi Zeljko Kunkera…

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  2. benez256 ha detto:

    Ma porc…proprio ieri mi sono detto “Devo guardare 7 Gold, devo guardare 7 Gold”…e invece mi sono addormentato alle 9 sul divano come un pollo…quante perle mi perdo…tra cui Men Fury (ma si può avere uno pseudonimo del genre???) che ricordo per una fugace apparizione in “…continuavano a chiamarlo Trinità”. Lucio a questo punto lanciati sul filone western all’italiana! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ehhh si parla di miliardi e miliardi di titoli che purtroppo hanno tanti estimatori, così mi ritrovol blog intasato di fan offesi da qualche mio commento piccante 😀
      Se mi capitano ne parlo, anche perché spesso nel blog ho parlato di western lontani dai riflettori o inediti in Italia, ma è un argomento ampiamente studiato da schiere di “specialisti”: preferisco filmacci che spesso sono dimenticati, quando mai qualcuno li abbia conosciuti, così da lasciarne traccia per futuri internauti 😛

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  3. Cassidy ha detto:

    Di alcuni spaghetti western era più bello il titolo che il film finito, questo è inspiegabile, Dio datore di lavoro che non paga gli straordinari del sabato ma perché!?

    Lo pseudonimo Men Fury è geniale! Peccato che non bastino lunghe scene senza dialoghi a fare Sergio Leone, inoltre apprezzo molto la didascalia sulle donne vestite di verde nel west, che mi fa pensare che ogni riferimento a fatti, persone e Claudia Cardinale in “C’era una volta il west” sia puramente voluto 😉 Cheers!

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  4. Denis ha detto:

    Mamma mia è vero che ci sono film di un’ora e mezza che durano un’eternità per quando sono pallosi,avevo visto Marie Antoinette della Coppola ma aa fine visione avevo le palpetre ormai sigillate,aveva ragione Homer Simpson i film della Coppola bisogna vederli con l’avanti veloce X20.
    La bionda della foto all’inizio pensavo che era Diane Riggs.
    Comunque quando metti 4 carogne a Malopasso?

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  5. Conte Gracula ha detto:

    Non sono un grande fan dei western, devo aver visto film del genere, da bambino 😛

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  6. Zio Portillo ha detto:

    Ah, i buoni, vecchi, cari spaghetti western che raschiano il fondo del barile! Citazioni di capolavori assoluti, set riciclati dal già riciclato, super-attoroni con improbabili nomi d’arte (Men Fury è così geniale che fa scopa con Max Power di simpsoniana memoria!) e produttori improbabili. Sarebbe bellissimo sapere come e quando sono stati girati questi film di serie Z. Di notte? Generici e comparse di film di Serie A che mantengono gli stessi abiti di scena e recitano (oddio, recitano…) da protagonisti in pellicole Serie Z? Intere seconde unità che prendono il comando e girano questi Z Movie?
    Eppure, nel 2017 ci sono reti tv che ancora lo trasmettono… Se fosse vivo mio nonno mi avrebbe raccontato che nel ’69 lo aveva visto con un suo amico in un cinema che ora non esiste più!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per capire quanto fosse diversa l’Italia dell’epoca, questi filmacci giravano per anni in sala, altro che TV! Fra prime e seconde visioni, cinema parrocchiali ed arene, paesini sperduti e cineforum, quasi tutti i film rimanevano in cartellone per tempi che oggi sembrano inconcepibili, visto che negli ultimi anni anche i più grandi successi della stagione rimangono mezz’ora in cartellone…

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      • Zio Portillo ha detto:

        Si, si, era proprio un altro modo. Mio nonno veramente mi raccontava che andavano a vedere film su film (prima e seconda visione), spesso anche due pellicole diverse nello stesso pomeriggio. In cinema improbabili che ora sono diventati case, ristoranti o magazzini. Sembra assurdo solo a pensarci.
        Lucius, non esiste un libro che tratta la storia di Cinecittà e di come venivano girati questi film “marginali”? Magari io ho fatto la battuta su comparse di un film che diventano attori protagonisti per film minori, ma non escludo possa essere successo più di qualche volta! Conosci qualcosa al riguardo?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Penso proprio che esista, come esistono diversi titoli sullo spaghetti western. Il problema è che da tanti anni l’editoria di cinema in Italia è morta e sepolta, credo che dopo gli anni Novanta nessuno abbia più comprato un libro di cinema quindi la possibilità di trovarli è ben poca. Però sicuramente esistono fior fiore di libri, anche sui tempi d’oro di Cinecittà.
        Intanto posso assicurarti che negli stessi identici anni Hong Kong adottava una tecnica identica a quella che citi tu. Essere protagonista di un film non contava nulla, perché magari al prossimo facevi solo una comparsata! La Shaw faceva vivere i suoi attori e tecnici sul posto, così non si perdeva tempo: ci si svegliava, si andava sul set e si faceva quello che diceva il regista, senza sapere cosa accidenti fosse. Gli attori scoprivano in seguito a quali film avevano partecipato… In questo modo a costi bassissimi la Shaw ha sfornato migliaia di titoli.

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  7. Mahatma K. B. ha detto:

    Circola la leggenda che quando Fellini vinse l’oscar (credo per “Le notti di Cabiria”), Alberto Sordi gli telefonò in piena notte dicendogli “A Federì, l’oscer nun l’han dato a te… l’han dato a Tanio Boccia!”.

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