Dove osano le Lego (1968)

Diversi fattori mi hanno spinto a scrivere questo testo, e tutti si sono concentrati sabato scorso: questo confronto fra cinque film di guerra di Vincenzo del blog “L’Ultimo Spettacolo” e questa classifica dei migliori 5 Lego dell’infanzia di Riccardo del blog “Il Bazar di Riky“, nuova frequentazione che ho scoperto in un post similare del blog “The Reign of Ema“: e tutti noi seguiamo le Lego di MikyMoz.
La fusione di film di guerra e giocattoli anni Ottanta mi hanno spinto a dire la mia su un argomento molto personale.

Uno storico film di guerra, ma forse non il migliore dell’epoca

Superata la Pasqua del 1984 i giornali informano che il Ministero del commercio estero italiano ha concesso l’autorizzazione per l’importazione di oltre duecento film, per un valore di 50 miliardi di vecchie lire, per essere trasmessi dai tre canali RAI. Perché mai quel ministero si è occupato di cinema? E perché si parla di film “sbloccati”?
Nei giorni successivi di quell’aprile 1984 ci viene spiegato che i produttori cinematografici italiani si erano sollevati contro l’eccessivo acquisto di pellicole straniere, che “rubavano spettatori” ai prodotti nostrani, così era dovuto intervenire il ministero per sbloccare la situazione, sborsando vari miliardi di lire – c’è chi dice 50, chi 25, chi di più, chi di meno: i giornali italiani le sparano sempre di tutti i colori! – per fornire alla televisione nazionale prodotti di altissima qualità.

Clint Eastwood e Richard Burton: due attori “leggermente” famosi!
(© 1968 Warner Bros)

Sono lontani i tempi in cui gli enti pubblici investivano per venire incontro alla gente, battendo il privato. Ricordo infatti che all’epoca il cinema era in mano a produttori privati, non come oggi che ogni inutile porcata immonda, che non guadagna un solo euro, è considerata di pubblica utilità e pagata con soldi nostri. Oggi il cinema italiano è fatto prelevando soldi dalle tasche di noi pochi che paghiamo le tasse, all’epoca invece i produttori privati ci mettevano soldi loro. Poi tanto arrivava il ministero a sborsare miliardi di soldi pubblici…

Il quell’aprile 1984 la RAI strombazza in giro, giustamente entusiasta, i grandi film americani che ha appena comprato per poter trasmettere in prima serata, assicurandosi poi che scomparissero tutti nel nulla, garantendo il minor numero possibile di repliche per il futuro. (Per fortuna in molti casi detti film sono stati comprati da altre reti e resi molto più disponibili.)
Abbiamo filmoni come Il dottor Zivago (1965, trasmesso da Raiuno il 6 maggio di quell’anno), I magnifici sette (1960, trasmesso da Raidue l’8 maggio), Irma la dolce (1963, trasmesso da Raitre il 16 maggio) e La grande fuga (1963, trasmesso da Raidue il 22 e 23 maggio). Ci sono anche pellicole più recenti, come Cavalieri selvaggi di John Frankenheimer (1971, trasmesso da Raiuno il 18 maggio) e La formula di John G. Avildsen (1980, trasmesso da Raidue il 15 maggio).

In pratica da quel maggio 1984 ogni giorno un canale RAI mandava in onda un filmone, nel disperato tentativo di fare concorrenza alle reti private – come per esempio quelle di Berlusconi, Canale 5 (dal 1981) e Italia1 (dal 1983) – e nel frettoloso calderone di una programmazione schizzata viene mandato in onda uno dei filmoni di guerra forse più noti che visti: Dove osano la aquile (Where Eagles Dare, 1968) di Brian G. Hutton.
Presentato a Londra il 22 gennaio 1969, il film aveva già esordito nelle sale italiane il 31 dicembre 1968. Dopo il passaggio sulla RAI dovrà aspettare l’ottobre 1986 per apparire in VHS, targata MGM/UA: oggi lo trovate in DVD e Blu-ray Warner Bros.

Quel 13 maggio 1984 avevo nove anni e mezzo – sono dell’ottobre 1974 – quando inchiodati davanti alla TV tutti in famiglia vedemmo Raiuno trasmettere la prima delle due puntate in cui fu diviso il film. Erano anni in cui due ore e mezzo erano considerate un minutaggio esagerato e quindi la RAI preferì spezzare in due giorni la visione: stando ovviamente attenta a trasmettere la prima parte proprio in contemporanea con l’imbattibile Drive-In di Italia1. Visto che io veneravo Drive-In e ho visto ogni puntata sin dall’inizio della trasmissione, immagino che non sarà stato piacevole per me perdere le curve di Carmen Russo in favore della faccia di cuoio di Clint Eastwood…

Secondo la mia percezione di bambino, il film durò tipo centoventi ore: rivisto oggi confermo e sottoscrivo il giudizio. Dove osano le aquile seguiva fedelmente i ritmi dell’epoca – non a caso gli americani amavano copiare dai giapponesi, perché ne condividevano i ritmi lentissimi! – ma con una differenza: non siamo davanti ad un kolossal che ai ritmi dilatati all’eccesso contrappone una secchiata di grandi attori che comunque ti riempiono lo schermo. Qui per tutta la durata dell’economico film ci sono solo Richard Burton e Clint Eastwood che fanno cose lente, stando sempre attenti a impiegare il massimo della lentezza in qualsiasi cosa facciano. Non ho letto il romanzo originale del 1967 di Alistair MacLean (Bompiani 1969) ma ho fede che la storia sia più “scoppiettante”.

«Durante l’ultima guerra mondiale, in una notte d’inverno, sette uomini e una donna sono paracadutati in un inaccessibile castello dove ha sede il Quartier Generale della Gestapo. Il loro obiettivo è duplice: liberare un generale americano che conosce i piani del “Giorno D” e stabilire l’identità di un agente che fa il doppio gioco e si è infiltrato nel servizio segreto inglese. Un’impresa disperata, un pugno d’uomini che affrontano temerariamente il pericolo: ma da che parte sta il pericolo, quando in ogni personaggio si cela un incontro imprevedibile, in ogni mossa un rovesciamento di scena? Un romanzo carico di suspense che rinnova il successo de I cannoni di Navarone
(trama dell’edizione Oscar Mondadori del romanzo.)

Stando sempre bene attenti a mantenere la stessa identica espressione facciale, Eastwood e Burton partono per una missione in cui la noia è l’unica parola d’ordine. Con lentezza degna di un film asiatico i due devono raggiungere lo Schloss Adler, il Castello delle Aquile, una fortezza austriaca arroccata su alte vette e raggiungibile esclusivamente mediante funivia. (Come location è stata utilizzata la splendida Fortezza di Hohenwerfen.)

«Istintivamente, quasi, Smith si arrestò per poter meglio osservare quella lontana costellazione e i suoi uomini si fermarono con lui. Schloss Adler, il castello delle aquile, sembrava irraggiungibile quasi quanto le montagne della luna. Senza parlare, gli uomini rimasero a guardare le luci in un lungo silenzio; si guardarono quindi l’un l’altro, poi, nuovamente per muto accordo, ripresero la propria strada, mentre gli stivali scricchiolavano sulla neve gelata.»
(traduzione di Ugo Carrega)

Lo Schloss Adler: il Castello delle Aquile

La trama del film non ha importanza, perché tutto porta all’unico fattore che ha reso la pellicola immortale, l’unico momento in quelle due serate del 1984 in cui mi sono destato dal sonno profondo: la fuga sulla funivia. Che detta così sembra poca roba, 33 anni fa la visione fu particolarmente esplosiva.

L’unico momento da ricordare del film

Nel 1984 non esisteva parental control e menate similari: i bambini vedevano gli stessi programmi degli adulti, e gli adulti vedevano programmi per adulti. (Usanza ormai dimenticata.) Quindi se un bravo americano, accucciato su una cabina di funivia sospesa nel vuoto, getta un nazista di sotto picconandogli un braccio… be’, nessuno si fa particolari problemi. Qualche anno dopo, nel 1988, al momento di fare il botto di spettatori con Il nome della rosa (1986) la RAI censurò le natiche sode della giovane paesana che si spupazza Adso, ma evidentemente picconare un nazista era considerato più family friendly.

Ma non gli mozzava le dita???

La cosa assurda è che io ho il ricordo perfetto e cristallino di aver visto Richard Burton picconare le dita del nazista, quindi sono rimasto profondamente deluso rivedendo la scena a tre decenni di distanza, scoprendo che invece viene semplicemente ferito il braccio, con due gocce di sangue finto. Avrei scommesso mille miliardi che la scena fosse molto più truculenta, tanto da farmela ricordare a tutti questi anni di distanza. Possibile che abbia visto una versione diversa del film?

Meravigliosa illustrazione di Frank McCarthy per la locandina originale del film

Comunque anche le locandine dell’epoca esaltano l’elemento più forte (e fondamentale) del film Dove osano le aquile: le sequenze sulla cabina sospesa nel vuoto.

Quel maggio del 1984 ero particolarmente fomentato per la visione di quest’ultima parte del film, quindi cercavo un modo per portare nel mio mondo quello scenario: volevo “giocare” con personaggi sospesi su una funivia, ma come fare? Ovvio: basta affidarsi alle Lego.

Quando negli anni Duemila si parla di Lego si parla di modellismo, di set, di linee, di film a cui si ispirano: nel 1984 le Lego erano costruzioni, cosa che poi hanno smesso di essere. E “costruzioni” significa che erano materiale per costruire qualsiasi cosa, bastava trovare il pezzo giusto o inventarsi un modo per usarne uno similare. Era un’epoca in cui i pezzi erano neutri perché quello che contava era la fantasia dell’utente finale: non c’erano film a cui ispirarsi, non c’erano personaggi standard, era tutto materiale assolutamente plasmabile. E c’erano libri che ti davano idee.

Sin da almeno il 1982 avevo uno di quei libri che oggi chiamano “Lego Idea Book” (n. 226, stampato in Germania nel 1981), un variopinto testo di 84 pagine che forniva idee per modellini non in commercio: aerei, astronavi, automobili e via dicendo. Quel numero, da pagina 66 a pagina 71, presentava istruzioni dettagliate su come costruire una funivia… e non poteva essere un caso! Era il Dio Lego che mi stava chiamando: voleva che io costruissi una funivia!

Cliccate per ingrandire le pagine

Il brutto degli “Idea Book” è che davano per scontato che tu avessi quintali di mattoncini in casa, quindi molte di quelle idee non riuscii a metterle in pratica per cronica mancanza di pezzi: è facile consigliare “prendi cinquanta mattoncini gialli”, molto più difficile trovarli.
Quel maggio – o comunque nelle immediate vicinanze – ho dovuto dare fondo ad ogni mattoncino, facendo i salti mortali per cercare di sopperire a tutti i pezzi che mi mancavano, non potendo fare nulla per il colore: ma come si faceva a trovare così tanti pezzi di colore rosso?

Presi degli elenchi telefonici per fare le Alpi – per fortuna sono di Roma, quindi bastano due elenchi per fare il Monte Bianco! – la parte più difficile fu usare lo spago di casa per fare i cavi della cabina, e ancora mi chiedo come accidenti ci sia riuscito. Comunque dopo faticosa costruzione un pomeriggio finalmente riuscii ad allestire sul tavolo della cucina una traballante ma convincente funivia.
Ok, la cabina non si muoveva come previsto, e se provavi a farla scorrere era più facile che crollasse tutto, ma alla fine lo feci: avevo reso reale, a casa mia, Dove osano le aquile!

Facciamo un salto di 33 anni ed arriviamo ad oggi, 2017: pensavo di finire qui il pezzo, ma poi la nostalgia canaglia mi ha colpito. La funivia è fuori discussione… ma perché non costruire la cabina per “scopi pubblicitari”?

Il colore grigio mi sembra molto più attinente al film

Mi fiondo sui miei vecchi Lego, gli stessi che usai tre decenni fa, e seguendo le istruzioni riportate – ma cambiando i colori, perché non ho tutti quei pezzi rossi! – ho costruito la cabina e ci ho messo sopra due personaggi, con tanto di piccozza, a ricreare la famosa scena del film.

Ok, forse la somiglianza con Richard Burton non è proprio schiacciante…

Ma aspetta… ho ancora la carta “montagnosa” del presepe utilizzata per il mio Natale su Eternia (2010): perché non usarla per farci le Alpi?

Mi sa che le Alpi non sono così “marroni”…

La pazzia sta lentamente prendendo il sopravvento e mi chiedo: ho due schermi accanto alle “Alpi”… perché non mettere un cavo a cui appendere la cabina? Ok, non ho cavi in casa ma una vecchia cuffia rotta che mi sono dimenticato di buttar via… Perfetto!

Sospesi tra due monitor con tanto di riflettori in basso!

Il film del 1968 rimane un caposaldo del genere warmovie ma non raggiunge minimamente la levatura di capolavori come Quella sporca dozzina (1967) o La grande fuga (1963), semplicemente perché vedere due soli personaggi che fanno cose per due ore e mezza… è davvero noioso! (Per carità, è un giudizio personale, ma oggettivamente siamo lontani dalla “grandiosità” dei film di guerra del periodo.)
Mi sono comunque divertito un mondo a stilare questo omaggio ad un film che mi ha segnato l’infanzia… proprio come hanno fatto le Lego!

Dove osano le Lego!

L.

P.S.
Per sapere tutto sulle uscite Lego in edicola, vi invito sul mio blog Myniature.

P.P.P.S.
Per locandine italiane d’annata di film di guerra, vi rimando al mio blog IPMP.

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42 risposte a Dove osano le Lego (1968)

  1. Vincenzo ha detto:

    innanzitutto grazie per la citazione… felice di aver compartecipato a risvegliare qualche ricordo…
    articolo bellissimo… in generale quelli che mischiano cinema e ricordi, soprattutto se dell’infanzia o dell’adolescenza, e sono sentiti come questo, sono favolosi da leggere… poi tu ci hai aggiunto la storia dei Lego (femminile o maschile? un pò come il/la Var, dibattito che spopola in questi giorni) alzando ulteriormente il tiro…
    su Where Eagles Dare, che dire? anche per me non è tra i film di guerra memorabili, già solo perchè si tratta di una storia di finzione… però è un film che ha i suoi perché, per la presenza di due grandi attori (anche se, come ben dici, sono solo loro) e per un’aura di mito che resta sullo sfondo per tutta la (lunga) durata…
    a ciò contribuisce non poco, a mio avviso, il bellissimo main theme, che è una delle cose che ricordo di più del film…
    e comunque davvero fighissima la funivia Lego!!!!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dipende che termine ometti dopo l’articolo. Le (costruzioni) Lego o I (mattoncini) Lego. Io le ho sempre chiamate “costruzioni” quindi mi sembra corretto usare il femminile, ma non è una cosa fissa: dipende appunto dalla frase da come uno le chiama. 😛
      Rivisto oggi, il film non è piaciuto a me che sono cresciuto nel suo mito, figuriamoci in qualche nuovo spettatore! Però rimane davvero uno dei grandi nomi di un’epoca d’oro del cinema, ed è stata un’occasione per ripescare “le” mie Lego ^_^

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Il film non l’ho visto, ma la funivia Lego è davvero molto bella 😀
    Di solito, con le costruzioni – ne ho una paccata “compatibili” con quelle Playmobil – ci facevo delle agghiaccianti approssimazioni dei robottoni giapponesi o della spada di He-Man, poi applicavo il filtro “fantasia” e giù a giocare.
    Ma niente stiloso come la funivia!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La fantasia era il “filtro” fondamentale per ogni giocata soddisfacente! Anche perché il più delle volte quello che avevo in mente non assomigliava minimamente a quello che riuscivo a fare, quindi alla fin fine gli accrocchi dovevano essere aggiustati con la fantasia. Ma andava benissimo così ^_^
      Per il film, onestamente non mi sento di consigliartelo: io che sono cresciuto all’ombra del suo mito l’ho trovato di una noia mortale, rivisto oggi, quindi temo che un nuovo spettatore non potrebbe che disprezzarlo….

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Le Lego!!! Che bel regalo averle rispolverate/citate…! Anche se ciò fa quasi “ombra” alla prima parte del post…mica per altro, è che con quei deliziosi mattoncini (o costruzioni 🙂 ) smuovi troppe coscienze infantili ( e non solo!) 🙂

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Post meraviglioso! Bravissimo Lucius! E complimenti per la fantasia.

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  5. Denis ha detto:

    Il film non l’ho mai visto ma dal pezzo e meglio cosi^_^
    Una volta si usava di più la fantasia mi ricordo di aver fatto i Ghostbusters e per lo zaino protonico sciosi letteralmente un pezzo da attaccare alla schiena.
    Tieni conto che lo Stato ha pure finanziato l’orrendo Dracula di Argento.
    Comunque in un negozio di giocattoli ho visto La morte nera della Lego a 400 euro, e c’era pure un’animatrone di T-rex del film Jurassic Park con il commesso che ci faceva passare il mini drone e quello ruggiva,figata!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono stupendi i set Lego moderni, ma non era più divertente creare te qualcosa invece di averlo già pronto? Che ci fai coi Lego Ghostbusters se non metterli lì da parte? Invece a spaccarsi la testa per inventarli ci si diverte di piuttosto e ci si gioca molto di più! Scopro poi che abbiamo questo passato comune: anch’io mi ammazzai a creare i Ghostbusters coi Lego, ma per fortuna in un set trovai uno zaino (era di un’astronauta!), ma mi mancava il tubo da collegare alla pistola.
      Tutti i film italiani prendono soldi dalle nostre tasche, perché riconosciuti di pubblica utilità: ovviamente è solo una tipica truffa italiana per rubare soldi.
      Infine, il film non mi sento di consigliartelo, se lo vedi per la prima volta 😛

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  6. Pietro Sabatelli ha detto:

    Ne scrissi proprio l’altro giorno con Vincenzo di questo film, personalmente un piccolo cult, dato che da piccolo avevo le tue stesse sensazioni nei suoi confronti, ed è proprio la funivia la parte più bella, che tu hai splendidamente rifatto, con una genialità assurda, che ti ha fatto anche scrivere questo post “meraviglioso” 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, e proprio leggendo quei commenti sul blog di Vincenzo mi è venuta voglia di raccontare questo ricordo passato 😉
      Onestamente la scena della funivia dopo la visione da bambino la ricordavo molto più mozzafiato, rivedendola adesso non mi ha ridato granché emozione, però rimane un carissimo ricordo. (Anche perché io ricordo perfetta Burton picconare le dita del nazista, trinciandole via!)

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  7. Cassidy ha detto:

    Sono giunto alla conclusione che di te Stephen King scriverebbe che hai il “Tocco” oppure la “Luccicanza” perché rasenti ormai la telepatia, inoltre hai anche un entusiasmo che ti rende unico rispetto a tutti gli altri bipedi della tua razza. Andare a ripescare i mattoncini Lego per rifare LA scena di “Dove osano le aquile” supera davvero gli applausi a scena aperta 😀

    Telepatia perché da qualche settimana, sarà per tutto questo “Dunkirk” nell’aria, sono ricaduto nel tunnel dei film sulla seconda guerra mondiale, che periodicamente tornano ad essere una mia fissa, ne ho rivisti alcuni e tra quelli che vorrei ripassare (ogni scusa è buona) anche “Dove osano le aquile” che dopo questo tuo post dovrà scalare (mi sembra l’espressione corretta) la classifica 😉

    Avrei un sacco di cose da dire sul film, ma niente aggiungo solo che questo finisce dritto sparato tra i migliori post del Zinefilo di sempre 😀 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio di cuore e davvero le grandi menti pensano all’unisono: fra Indianapolis e Dunkirk mi sta salendo (anzi, ri-salendo) la scimmia del warmovie, e sicuramente a settembre sparerò qualche cartuccia dell’epoca!
      Quando poi sabato, mentre leggevo i post citati che mi facevano frullare in testa il film e le Lego, vado alle bancarelle e trovo l’unico libro uscito in Italia che racconta la vicenda dell’affondamento dell’Indianapolis… Sono segni che non si possono ignorare! ^_^
      Chissà che non trovi istruzioni Lego di una scialuppa su cui far galleggiare Nicolas Cage 😛

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      • Cassidy ha detto:

        Benissimo non vedo l’ora di leggerti! Che facciamo annunciamo subito che a Settembre ci sarà la “WWB” la guerra mondiale blog? 😉 Sono segnali che non possono essere ignorati, dovrei vedere “Dunkirk” Sabato e ho in pista anche Indianapolis, assicurati solamente di una cosa, che l’omino Lego con le sembianze di Nicolas Cage abbia le dita per poter indicare come fa sempre lui 😉 Cheers

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sei un diavolo tentatore: guarda che io ci sto, al WWB, eh? ^_^ E per me riusciamo a tirar dentro altri blogger…
        E ovviamente il personaggio Lego di Nicolas sarà molto più espressivo dell’originale 😀

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      • Cassidy ha detto:

        Ottimo! Ti terrò informato man mano che sfornerò post a tema bellico, intanto spargo la voce. Ah sicuramente si! Inoltre potrà cambiare acconciatura proprio come l’originale 😉 Cheers

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahha magari il buon Nicolas ha un cerchio in testa, come i pupazzetti Lego, su cui mettere i vari capelli 😀

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      • Vincenzo ha detto:

        Ma dai, hai trovato il libro? Che libro è?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ho letto il primo capitolo e ho i brividi: solo la saggistica riesce a scrivere pagine così emozionanti!
        Si intitola “Si salvi chi può!” di Richard F. Newcomb, ed è fuori catalogo da qualche decennio. L’autore è andato ad intervistare tutti i superstiti e i responsabili, e il fatto che la Marina gli abbia negato l’appoggio ufficiale la dice tutta: non a caso nell’introduzione Newcomb ammette che l’affondamento dell’Indianapolis molti credono di conoscerlo, ma nessuno lo ha capito per intero…

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      • Vincenzo ha detto:

        Anche questa del libro è una cosa di cui avevi parlato nel commento al mio post dell’altro giorno…quanti collegamenti/coincidenze oggi😉😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il mio sogno è fare un ciclo di post in cui confronto vicende reali di guerra – vere battaglie o vere azioni, trattate da saggisti – con i film che ne sono stati tratti. Di sicuro questo di Indianapolis sarà il primo post ^_^

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      • Vincenzo ha detto:

        Gran bella idea, oggi il brainstorming funziona alla grande!!!

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  8. Giuseppe ha detto:

    Io il film lo vidi e ben più di una volta dopo quel 1984 (anno in cui Drive In, tra l’altro, aveva ancora tutta quella freschezza che avrebbe fatto in tempo a perdere dopo) e, nonostante la scena della funivia costituisse l’unico momento di azione autentica, devo dire di averne sopportato bene i tempi MOLTO dilatati… anche se, nel corso degli anni, mi è sempre sembrato gli mancasse qualche cosa. Un qualche cosa che però non riuscivo a mettere bene a fuoco, almeno fino ad oggi: sì, perché finalmente l’ho capito ed erano proprio quei tuoi stupendi effetti speciali magistralmente realizzati coi Lego! 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Invece di continuare a fare Star Wars Lego, perché non fanno un bel film “Where Lego Dares”? 😀
      Comunque sulla carta il film ha tutti gli elementi giusti, a parte un cast ridotto all’osso. Fotografia, scenografia, quei colori accesi su sfondi grigi tipici del warmovie dell’epoca, insomma sembra tutto giusto. Ma poi concretamente si sente fortemente la mancanza di qualcosa.
      Io penso che il problema sia nel fatto che usa tutti gli schemi e i canoni del film corale senza però averne il cast: prendi “I cannoni di Navarone” o “Quella sporca dozzina” e riduci il cast a due soli protagonisti, sempre inquadrati. Per me crollano pure loro…

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  9. Andrea87 ha detto:

    Ho visto questo film solo un paio di anni fa, ma me ne sono innamorato immediatamente! La scena sulla funivia è magistrale, oltre ad essere citato nel 2^ livello del mio videogioco preferito di tutti i tempi: Return To Castle Wolfenstein!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sììì che m’hai ricordato! Era pure una scena difficilotta, se non mi sbaglio.
      Ah, visto che siamo in tema, io adoravo la prima versione di Wolfenstein, quella che nei primi ’90 anticipò Doom: che spettacolo…

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      • Andrea87 ha detto:

        sì, Wolfenstein 3D è stato il “nonno” dei “first person shooter”, anche se fu DooM a rivoluzionare il genere (luci dinamiche, altezze diverse, TANTE armi ecc).

        “Return” è il capolavoro della serie, poi seguito da un mediocre Wolfenstein ed infine c’è stato un buon “The New Order”… e quest anno dovrebbe uscire una nuova avventura di BJ Blazkowicz, sempre nella linea temporale distopica della guerra vinta dai crucchi!

        PS: di film di guerra di recente ho visto su Sky “I 7 senza gloria”, un classico con Michael Caine e Nigel Davenport che già nel ’69 parlava di insensatezza della guerra (oltre a riportare una coppia omosessuale ritratta in maniera non eccessivamente umoristica e che fa parte dei “buoni”)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Uno dei grandi film di guerra che mi sono messo da parte per rigustarmi (l’hanno fatto da poco su La7) ^_^
        Questa settimana dovremmo varare un’iniziativa a blog unificati sul cinema di guerra, quindi ci saranno da rispolverare grandi classici: come anche il cinema di guerra d’assedio, dove Michael Caine farà capolino 😉

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      • Andrea87 ha detto:

        Uau! Resto tonnato!

        Personalmente ho sempre considerato il cinema di guerra come tendenzialmente guardabile fino agli anni ’60, poi con la fine della retorica sono diventati tutti polpettoni introspettivi in cui tra il soldato yankee e quello crucco non cambiava poi molto (basta vedere il pur enorme “Fury”)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non so se qualche saggista abbia mai analizzato il fenomeno, ma è innegabile che il warmovie ha passato varie fasi in cui ha perso pezzi fino a crollare miseramente. Finché era razzista, politicamente scorretto, integralista, moralista e bacchettone… era grande e ha scritto la storia del cinema. Poi man mano tutti i difetti sono stati aboliti… e del warmovie non è rimasto nulla.
        Oggi è impensabile raccontare una storia di guerra degli anni Quaranta, semplicemente perché NIENTE di quello che si diceva allora si può dire oggi. (Nel recente “Indianapolis” i marinai bianchi del 1945 chiamano quelli neri “di colore”: ma quando mai?)
        E’ come per il western: finché si poteva sparare agli indiani era un genere che piaceva alle masse, ora che è vietato sparare pure ai conigli – se no gli animalisti ti danno fuoco al cinema – il western è rimasto solo quello crepuscolare, filosofico e insomma due coglioni.
        Forse sono proprio i difetti a rendere grandi i film del passato, perché creavano molta più emozione negli spettatori. Quando in “Sahara” (1943) per la prima volta un nero (interpretato da un vero attore di colore) uccide un bianco, è stato un evento epocale che ha scosso gli animi. (E infatti all’epoca è finito sulle locandine italiane, anche se come immagine “negativa”.)
        Oggi “Sahara” è diventato “Fury” (soldati su carro armato che si ritrovano d’un tratto a dover affrontare forze maggiori di loro) ma Pitt non è Bogart, perché tutte le sue energie sono impiegate nel taglio di capelli, e come co-protagonista ha Shia LoBuffo che fa le facce buffe coi baffi. Questo non è un warmovie, è solo la cenere sporca che rimane dopo che tutto è stato bruciato…

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