La Storia e la Finzione: USS Indianapolis (2016)

Il 16 luglio 1945 due imbarcazioni partirono in contemporanea, dai due lati opposti dell’Oceano Pacifico.
Una portava un carico di suicidi.
Una portava la bomba atomica.
Nessuna delle due finì bene.

Quello che segue è la storia dell’evento bellico confontata con la finzione che ne è stata tratta: sappiate che dovrò per forza di cose citare la “fine”, trattandosi di un fatto storico di 70 anni fa, quindi nel caso sappiate che ci saranno moderati SPOILER.


Indice:


Quella maledetta notte di luglio

Il capitano e i suicidi

Domenica 29 luglio 1945. Sono le 23,30 e, come previsto, la Luna è spuntata e illumina la notte. Il capitano Mochitsura Hashimoto si fa svegliare e inizia l’ennesima ricerca di obiettivi: da anni il suo sommergibile I-58 sta cercando di ricoprirsi di gloria senza successo. A bordo i suicidi premono per andare a farsi esplodere contro le navi nemiche, chiusi dentro piccoli siluri – si chiamano kaiten, e fanno in acqua quello che i kamikaze facevano in aria – e finalmente qualcosa si vede all’orizzonte.

Mochitsura Hashimoto

Hashimoto non riconosce quella nave, ma poco importa: è il primo obiettivo sicuro che gli capita nel periscopio, è la prima grande nave che riesce a prendere di mira e non se la farà scappare. Negli occhi ha ancora il bagliore del bombardamento incendiario a cui gli Stati Uniti hanno sottoposto il Giappone, quel bombardamento che la storia farà finta di dimenticare: il 6 agosto successivo la bomba atomica di Hiroshima spazzerà via 80 mila civili in un colpo solo, ma il solo bombardamento di Tokyo del 24 maggio precedente – come testimonia anche Shinji Mikamo, uno degli incredibili sopravvissuti alla bomba atomica – ne ha arsi vivi 100 mila. Lo stesso numero di cinesi che i giapponesi hanno torturato, stuprato e ucciso in modi inenarrabili nel massacro di Nanchino pochi anni prima. Nel grande gioco della guerra nessuno è pulito…

In tutte le grandi città del Giappone migliaia di civili sono stati bruciati vivi, anche nelle città dove abitano i genitori di Hashimoto. Fatti i dovuti calcoli il capitano dà il segnale. Due kaiten entrano entusiasti nei loro siluri e si fanno sparare nelle profondità oceaniche: dopo qualche minuto delle esplosioni è tutto ciò che rimane di loro.

Idaho abbattuta

Alle 3 di mattina di lunedì 30 luglio 1945 Hashimoto comunica di aver abbattuto una nave da battaglia Idaho – improvvisando il nome, perché in realtà quella nave non corrispondeva a nessuna informazione in suo possesso – e continua la missione, colpendo altri obiettivi: solo quando i kaiten sono finiti, quando cioè nessun nobile suicida è più a bordo, inizia il ritorno.

L’I-58 guidato da Mochitsura Hashimoto

Ignorando gli strani messaggi che riceve nei giorni successivi, sicuramente frutto di qualche tranello nemico, il 17 agosto 1945 l’I-58 torna in porto con l’equipaggio pronto a ricevere gli onori militari e a festeggiare la gloriosa missione appena compiuta…
Ovviamente nulla di tutto questo avviene: la guerra è finita, il Giappone ha perso, la patria è stata umiliata, quegli onorevoli kaiten sono tutti morti invano. Il successivo 1° aprile 1946 – quasi come un beffardo pesce d’aprile – la Marina americana porta a largo l’I-58 e lo fa esplodere in mare.
Il capitano Hashimoto ha perso, ma quel 17 agosto ancora non sa di aver affondato la Indianapolis, scatenando un caso giuridico-militare che farà arrossire l’America.

Dodici minuti per non morire

12 minuti.
Sono pochi? Sono tanti? Dipende da cosa dovete fare. Se state dormendo a bordo di una nave e sentite una forte esplosione, 12 minuti sono pochi per salvare 1.269 uomini d’equipaggio. E dopo la prima esplosione all’Indianapolis bastano 12 minuti per rovesciarsi e scomparire nell’oceano. Solamente 30 secondi prima il capitano Charles Butler McVay ha dato l’ordine di abbandonare la nave, capito che non c’era nulla da fare.
Nulla funziona, nulla aiuta gli uomini, nulla è loro utile. I feriti che riposano in infermeria sono tra i più fortunati perché muoiono nel sonno: la maggior parte degli altri dovranno subire giorni di lenta agonia…

Deserto d’acqua

Calcolate la dimensione delle terre emerse, prendete cioè le estensioni di tutti i continenti della Terra e sommatele assieme: l’Oceano Pacifico è più grande.
Prendete i peggiori deserti della Terra: sono bazzecole, in confronto al Pacifico.
Dai 900 agli 800 uomini – circa duecento erano già morti nell’abissamento della nave – si ritrovarono immersi in acqua nel più grande deserto del pianeta, con onde di tre metri nel migliore dei casi. L’Indianapolis era andata giù in un soffio senza lasciare detriti: non c’è neanche un pezzo di legno a cui aggrapparsi.
Qualche zattera, qualche salvagente, qualche scorta di cibo e acqua, roba che galleggia in giro da poter utilizzare. Dieci persone avrebbero potuto affrontare bene questa situazione. Cento di sicuro no. Novecento… non avevano alcuna speranza.

Il luogo del naufragio secondo le coordinate
fornite dal primo soccorritore: 11° 30 nord 133° 30 est

Sole ustionante di giorno, freddo gelido di notte, acqua salata che trasformava ferite in piaghe purulente, vento che spaccava la pelle, litri e litri di nafta che chiudevano il cerchio. Chi galleggiava non beveva solo acqua salata: beveva anche benzina. E passava le ultime ore della sua vita a vomitare.
Dispersi in decine di miglia, ci vorranno cento ore, circa quattro giorni prima che un aereo veda i superstiti. Ma in realtà non ha visto loro: l’occhio del pilota è cascato sulla grande macchia di nafta, facendogli subito pensare ad un sottomarino nemico. Abbassandosi, cominciò a vedere delle teste che fuoriuscivano dall’acqua.

Zoomata per capire la vastità del deserto d’acqua intorno ai naufraghi

Nel giro di un giorno tutti i superstiti sono tratti in salvo, ma i conti non tornano. Per giorni navi ed aerei allargano il giro di centinaia di miglia alla ricerca degli altri superstiti… ma non ci sono.
Quando affondò l’Indianapolis aveva un equipaggio di 1.269 uomini: circa 300 sono raccolti dall’acqua, quattro giorni dopo.


Dopo l’orrore,
il processo infamante

La tragedia dell’Indianapolis non è certo un evento isolato, in un oceano ribollente di navi, portaerei, sottomarini e velivoli tutti impegnati a cercarsi per bombardarsi: ci sono altre navi che hanno patito perdite elevatissime, ma erano navi impegnate in battaglie in mare. La Indianapolis se ne andava di notte, sonnecchiando.
L’infamia dell’affondamento è emersa non appena finita l’emergenza, dando vita a qualcosa di vergognoso di cui la Marina dovrebbe sì chiedere scusa alle vittime.

Interrogati a morte

I poveri trecento superstiti, torturati per quattro giorni, pieni di ferite purulente, infettate, pieni di amputazioni – i pesci gli smangiucchiavano gli arti lentamente – distrutti dal sole, intossicati dalla nafta, devastati da fame e sete, quando finalmente sono tratti in salvo e portati in ospedale, quelli che non sono morti per le ferite ricevute sono stati sottoposti ad una ulteriore tortura: dovevano testimoniare su quanto era successo. Detta così sembra facile…
I feriti non furono portati tutti nello stesso ospedale, così iniziarono viaggi da un’isola all’altra per trasportare i vari superstiti per accentrarli in un unico punto per interrogarli… e molti morirono perché non erano in grado di affrontare questo viaggio.
Interrogati quelli che erano sopravvissuti al salvataggio, alla fine la Marina si è trovata ad un bivio imbarazzante: doveva ammettere che le proprie procedure erano inadatte se non addirittura errate… o potevano dare tutta la colpa al capitano McVay. Chissà che scelta avrà fatto…

Intanto la guerra è finita e a New York si fa festa per le strade: l’America esulta e balla e canta. Rimangono invece in cupo silenzio 900 famiglie, le quali hanno ricevuto un telegramma dove i propri congiunti sono definiti con una sigla, una triste frase che decenni dopo diventerà un film di successo: «Missing in Action», disperso in combattimento.
Il sordo dolore di queste famiglie sarà l’ultima dose di nafta che il capitano McVay dovrà ingoiare.

Il processo dell’infamia

Charles McVay

Nello stesso momento in cui a Norimberga si processano i responsabili di milioni e milioni di morti e infiniti processi per crimini di guerra si aprono ovunque, a San Francisco si spendono soldi e tempo per stabilire… se McVay stesse zigzagando la notte del 29 luglio.
Durante il lungo processo che accende l’opinione pubblica – cosa nasconde la Marina dietro questioni all’apparenza buffonesche? – addirittura viene prelevato dal Giappone il capitano Hashimoto, fatto volare a San Francisco, protetto dalla folla che voleva linciarlo, messo davanti al banco dei testimoni e interrogato: la Indianapolis stava zigzagando?

La Marina non può ammettere che il suo sistema di sicurezza fa – è il caso di dirlo! – acqua da tutte le parti. Nessuno si è accorto che una fra le più grandi navi nel teatro delle operazioni mancava all’appello da quattro giorni, nessuno si è accorto che non dava più notizie, nessuno si è accorto di niente. E nessuno poteva essere incolpato perché la procedura era quella: una nave è attesa in un punto? Se ancora non è arrivata… boh, arriverà prima o poi. Questo era il protocollo prima dell’incidente della Indianapolis.
Mentre si sbriga a cambiare tutti i manuali, la Marina deve salvare la faccia e vuole far ammettere a McVay che non stava zigzagando, che cioè stava contravvenendo alla procedura standard in acque infestate da sommergibili nemici.
Hashimoto dice chiaramente che non ricorda se la nave stesse zigzagando ma che non avrebbe cambiato nulla: l’aveva vista e l’aveva mirata, l’avrebbe affondata in ogni caso. Non c’era assolutamente nulla che McVay avrebbe potuto fare per cambiare tutto questo.

La Marina non è di questo parere e chiude il processo dando al capitano tutta la colpa e condannandolo, anche se poi l’ammiraglio Chester Nimitz ha subito ribaltato la sentenza annullando tutto, e oggi McVay è completamente riabilitato.


Il Mito dello Squalo

Tutto quello che ho raccontato finora è tratto dal saggio Abandon Ship! (1958) di Richard F. Newcomb (uscito in Italia con lo stupido titolo Si salvi chi può!, Longanesi 1961), scritto poco più di una decina di anni dopo gli eventi. L’autore analizza ogni elemento della vicenda ed è andato ad intervistare molti dei superstiti per farsi raccontare le loro storie: malgrado il saggio non abbia ricevuto l’ufficialità dalla Marina americana, rimane comunque una testimonianza fenomenale di quei quattro giorni passati in mare e dell’incredibile processo che ne è seguito, di cui l’autore presenta testimonianze e trascrizioni.
In tutto questo oceano di dati e informazioni… non nuota alcuno squalo!

Newcomb usa tutte le testimonianze ottenute di prima mano per ricreare le terribili condizioni dei marinai in acqua, morti a centinaia senza alcun bisogno di mostri feroci. L’agonia, la fame e la sete hanno sin da subito presentato il conto sotto forma di allucinazioni: un numero impressionante di uomini sono partiti a nuoto dalla zona del naufragio perché in lontananza avevano visto un’isola, o si sono immersi nelle profondità perché convinti di poter rientrare sulla Indianapolis. Ovviamente nessuno di loro si è più rivisto.
Quando non morivano per le ferite ricevute, per l’intossicazione di nafta che li ha fatti vomitare fino a ledere gli organi interni, per i morsi della sete che spingevano molti a bere avidamente l’acqua marina finendo in agonie strazianti, per le ferite infette esposte a sole e salsedine, per sfinimento che portava molti ad addormentarsi scivolando in acqua, allora morivano per mille altri motivi. Gli squali era davvero l’ultimo dei problemi dei naufraghi.

«Trascorsero diverse ore prima che qualcuno cominciasse ad accorgersi della presenza dei pescecani. Di colpo s’udì l’urlo d’un uomo, si vide una testa sussultare sull’acqua per un istante mentre le braccia battevano il mare, quindi una chiazza di sangue affiorò alla superficie. Poi un altro uomo diede un grido.»
(Traduzione di Aldo Cocchia)

Questo è il momento di far entrare in scena il re del terrore marino: è il momento di far entrare lo squalo… No, per nulla.

«Sul principio pensarono soltanto ai pescecani perché tutti ne avevano sentito parlare e perché la ben nota pinna dorsale era spesso visibile fra loro, ma pian piano i più vecchi ricordarono che le tiepide acque equatoriali ospitano anche squali che non sono visibili tanto facilmente. “Il barracuda ha i denti affidati come un rasoio e nuota alla velocità di ottanta miglia l’ora”, disse uno. “Se t’azzanna, può portarti via una gamba netta.” “Già, e i pesci velenosi? Basta che uno ti tocchi per farti morire”, incalzò un altro. Pian piano fra quegli uomini si fece strada il terrore e il mare che poco prima era sembrato amico ora si popolava di grandi ignoti pericoli.»

Newcomb non sta scrivendo un testo sensazionalistico né un possibile soggetto per un futuro film: sta raccontando le testimonianze dei protagonisti e questi parlano di quanti animali pericolosi ci fossero in quelle acque, arrivando a testimoniare qualcosa che di lì a qualche anno sarebbe stato impensabile riportare (e infatti nessuno più lo farà mai): a forza di girare nelle vicinanze, uno squalo “mascotte” venne battezzato Whitey dagli uomini. Non sembra che abbia aggredito nessuno però teneva lontani i pesci così che i tentativi di pescare per sfamarsi andarono spesso a vuoto.

Com’è possibile che Newcomb non usi l’amatissimo tema degli squali mangia-uomini? Semplice, perché nel 1958 questo tema non esisteva: la finzione ancora non aveva cambiato la realtà.

La nascita dello squalo

Noti al mondo dal Cinquecento e usati come strumento di morte in ogni tipo di opera di narrativa, gli squali sono diventati “famosi” – cioè protagonisti, non solo comparse – solamente alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il mondo ormai aveva conosciuto le terribili storie dei banchetti umani avvenuti nell’Oceano Pacifico.

Il primo squalo
“protagonista”

Probabilmente Newcomb deve aver visto il film Cacciatori di squali (The Sharkfighters, 1956) con Victor Mature, che racconta dei veri tentativi della Marina americana di studiare delle sostanze repellenti che tenessero gli squali lontani dalle navi naufragate, senza però alcun successo. È un warmovie in tutto e per tutto, ma d’un tratto gli squali non sono più comparse in una storia, d’un tratto non sono semplici espedienti per mettere il “buono” in pericolo: ora si stagliano dallo sfondo e si piazzano al centro dell’inquadratura. Lo “scontro finale” di una storia a tinte forti non è più tra il protagonista buono e l’antagonista cattivo, bensì tra un uomo in acqua, cioè in un ambiente che non è il suo, e uno squalo, silenzioso e devoto solo ai propri istinti di morte.
Da quel film, qualcosa cambia per sempre.

Baudrillard ce l’ha insegnato: la finzione precede sempre la realtà. Ad un anno di distanza dal film con Victor Mature una combinazione casuale di molti fattori socio-ambientali fa sì che in Sud Africa si sviluppi un fenomeno noto come “Black December”: quel dicembre 1957 gli squali cominciano ad attaccare violentemente gli uomini, con nove aggressioni registrate da lì fino all’aprile 1958, che hanno portato a sei decessi. Sembrano numeri molto contenuti, ma in realtà il mondo comincia a vibrare: per la prima volta nei quattro secoli da quando è stato scoperto l’animale, diventa isteria collettiva quel fenomeno che viene battezzato Shark Attack.

Si moltiplicano i documentari sottomarini e chiunque parli di squali riesce ad incantare i lettori. Lettori come quelli della rivista “Holiday”, che nel numero del novembre 1967 leggono affascinati della storia di uno squalo avvistato a Nantucket, località celebre perché vi parte la nave all’inizio delle Avventure di Gordon Pym (1838) di Edgar Allan Poe e quella protagonista del romanzo Moby Dick (1851) di Melville. Il successo è tale che ormai è chiaro a tutti che qualsiasi storia ci guadagna, con degli squali in mezzo, tanto che un giovane esordiente Burt Reynolds si ritrova ad affrontarli nel Mar Rosso nel piccolo film senza pretese 4 bastardi per un posto all’inferno (Shark!, 1969), che si apre addirittura con una dedica e un ringraziamento agli stuntman che hanno affrontato spavaldamente i terribili squali durante le riprese.

L’editore di “Holiday” – il grande autore di fantascienza Alfred Bester – capisce di aver pubblicato un articolo importante per l’immaginario collettivo e consiglia all’autore Peter Benchley di trasformare quel breve saggio in un romanzo. Il consiglio è accettato, e nel 1974 esce il libro Lo squalo (Jaws, Mondadori 1974). Dopo di che nulla è davvero più come prima.

Il racconto di Quint

Quanto Steven Spielberg cambia per sempre il mondo del cinema presentando il suo Lo squalo (Jaws), si prende qualche licenza sul romanzo originale, e Benchley stesso con Carl Gottlieb cedono alla tentazione di prendere il personaggio di Quint (interpretato da Robert Shaw) e farlo diventare un superstite dell’Indianapolis. Non sanno che così facendo stanno riscrivendo daccapo, e per sempre, la storia dei trecento superstiti…

«Un sommergibile giapponese ci mise due siluri dentro alla pancia. Avevamo portato la bomba, quella che scoppiò a Hiroshima. 1.100 uomini finirono in mare: la nave affondò in 12 minuti. Il primo squalo si fece vivo dopo una mezz’ora, un tigre di quattro metri. Noi non lo sapevamo, ma la nostra missione era talmente segreta che non era stato neanche mandato l’SOS.»

Non è proprio così. La missione era sì segreta ma non alla Marina: erano i civili che non dovevano sapere della bomba atomica, i militari lo sapevano eccome. Al di là di questo, la nave non stava viaggiando “di nascosto”.

«Quella prima mattinata perdemmo cento uomini. Non so quanti fossero, forse mille squali: si mangiano una media di sei uomini ogni ora. […] Eravamo finiti in mare in più di mille, ne uscimmo in 316: gli altri li avevano mangiati gli squali.»

Come mai un massacro simile, cento uomini mangiati da squali in un solo giorno, non trova alcun riscontro nei veri racconti dei veri superstiti? Siamo autorizzati a pensare che sia un’invenzione decisamente esagerata.

Robert Shaw, l’uomo che ha cambiato per sempre la Storia

Tutti i particolari citati da Quint corrispondono a quanto presente nel saggio di Newcomb – a parte l’imbarazzante errore della data, 29 giugno al posto del 29 luglio – tranne per l’incredibile “licenza poetica”: affermare cioè che circa 800 uomini siano stati divorati dagli squali… quando i testimoni non ne fanno la minima menzione!
A questo serve la fiction: a plasmare la realtà. Da quel 1975 la verità è una sola: l’equipaggio della Indianapolis è stato divorato dagli squali. E i barracuda? E le ferite infette? E la nafta ingerita? E l’usanza di bere acqua marina morendo poi di spasmi? E il sole che ha ustionato gente fino a renderla cieca? E le allucinazioni che spingevano gli uomini a nuotare verso il nulla? E la stanchezza che li portava a scivolare silenziosamente sott’acqua? Zero, cancellato tutto, tutto dimenticato…

«Dei quasi 900 uomini che morirono, è probabile che 200 furono vittime di attacchi di squali: una media di 50 uomini al giorno.»

Così scrive Doug Stanton nella sua ricostruzione degli eventi, In Harm’s Way. The Sinking of the USS Indianapolis (2012).
Non tutti gli storici sono così esagerati e sensazionalistici – Kurzman (1990), Lech (2000), Nelson (2002), Helm (2014) ed altri si limitano a citare la presenza di squali come fa Necomb – ma è la dimostrazione che è la finzione a creare la realtà, non il contrario…

Il problema della “paternità”

Chi ha scritto il monologo di Quint? A chi va ascritta la paternità di una storia “manomessa” che da allora e per sempre avrebbe sostituito la realtà dei fatti come prima veniva raccontata? Essendo il brano assente nel romanzo originale, bisogna rivolgerci agli sceneggiatori… e qui viene il problema.

«Il monologo sull’Indianapolis rendeva tutti nervosi», racconta Carl Gottlieb in The Jaws Log: 30th Anniversary Edition, «era lungo due pagine e mezzo, un monologo immenso ed assolutamente essenziale per la comprensione del personaggio e la sua ossessione per gli squali. Ci lavorò [Howard] Sackler, ci lavorai io, ci lavorò Steven [Spielberg], che poi chiamò degli amici a partecipare, i quali scrissero le loro versioni o diedero anche solo dei suggerimenti. Fra questi c’era John Milius, a cui spesso è stata attribuita la paternità dell’intero monologo. Milius non ha mai negato, ed in un documentario di vent’anni dopo Steven si schierò dalla sua parte. Per quel che mi riguarda, invece, l’autore del monologo sull’Indianapolis è stato Robert Shaw, un ottimo scrittore tanto quanto un ottimo attore.»

Non è dunque chiaro chi abbia inventato la realtà come noi oggi la conosciamo, ma Gottlieb dice di avere le carte che dimostrano che è l’attore stesso che ce la racconta ad averla creata.


La finzione diventa film

Riabilitato immediatamente agli occhi della legge e della burocrazia militare, McVay non fu mai perdonato dall’opinione pubblica, a cui – complice il tentativo della Marina di trasformarlo in capro espiatorio – era stato presentato come il capitano che aveva sottovalutato il pericolo e aveva mandato al massacro 800 uomini al suo comando.
Le famiglie delle vittime non accettarono mai il verdetto che aveva ribaltato la sentenza e per loro McVay rimase l’unico colpevole della vicenda: lo sciacallaggio continuo portò l’ammiraglio a togliersi al vita nel novembre 1968, all’età di 70 anni. (In realtà non si può sapere cosa spinse l’uomo all’insano gesto a distanza di 23 anni dagli eventi: probabilmente i fattori furono anche altri.)

Un caso imbarazzante e spinoso per la Marina, un ammiraglio che si suicida… no, non è il momento di fare un film sulla vicenda. Bisognerà aspettare che l’integralismo e il moralismo abbassino la guardia, e non è facile: l’unica finestra disponibile è nei rari momenti in cui l’America non fa guerra a qualcuno. E parliamo di attimi davvero fuggenti…

Forse è giunto il momento di ricordare…

Nei primi anni Novanta, prima della Guerra del Golfo, è il momento in cui il cinema è meno conservatore e si può permettere di sgretolare alcune certezze. Per esempio è il momento di raccontare terribili storie di reduci del Vietnam in patria, con Nato il quattro luglio (1989), di far sapere che in quella guerra non si era tutti santarelli, con Vittime di guerra (1989) o di raccontare che i nazisti non erano poi un fronte unito, con Il complotto per uccidere Hitler (1990)
Il momento è giusto per parlare degli errori della Marina americana, così Robert Iscove dirige il film televisivo Cibo per squali (Mission of the Shark: The Saga of the U.S.S. Indianapolis, 1991).

Stacy Keach nel ruolo di McVay

Scritto dall’ottimo Alan Sharp – sceneggiatore di Bersaglio di notte (1975) e L’ultima odissea (1977), giusto per citare due suoi miti – la storia non ha nulla a che vedere con i veri eventi storici: è la semplice messa in scena del monologo di Quint.
Il celebre Stacy Keach impersona un corpulento McVay che, durante una riunione di sopravvissuti, ricorda gli eventi… sembrando però più vecchio nel flashback!

Mare calmo, cielo sereno, acqua calda: che pacchia…

Seguendo il monologo di Quint, non esiste altra causa di morte se non il groviglio di squali affamati che si annida sotto i superstiti. Essendo un prodotto televisivo non è che si possano mostrare troppi squartamenti o troppe scene di pescecani che inghiottono marinai, così tutta la vicenda è quasi lasciata all’immaginazione dello spettatore: abbiamo mille marinai immersi in acque infestate da squali… tirate voi le conseguenze.
Bravi attori caratteristi televisivi creano un buon prodotto che però si discosta molto sia dalla ricostruzione storica che da un warmovie spettacolare.

L’incontro segreto

Il momento topico è quando, durante il processo, McVay riesce ad avere un incontro segreto faccia a faccia con il capitano Hashimoto (interpretato da un bravissimo Cary-Hiroyuki Tagawa, appena lanciato da Resa dei conti a Little Tokyo). Perché questo momento così palesemente “finto” in quella che fino a quel momento cercava di essere una ricostruzione storica?

Cary-Hiroyuki Tagawa nel ruolo di Hashimoto

Non va dimenticato che siamo in un momento “revisionistico”, in cui i tanti nemici dell’America non sono più macchiette ma si cerca di mostrare le loro ragioni. E poi non va dimenticato che nel 1989 la giapponese Sony aveva comprato l’americanissima Columbia Pictures e l’immaginario collettivo statunitense era andato in tilt: gli anni Novanta portarono nella fiction così tanti giapponesi quanto neanche il Giappone ne aveva visti mai.
Quindi un confronto di McVay con Hashimoto rientra perfettamente in questa atmosfera in cui gli americani sentono che non possono più trattare da “scimmie gialle” il loro storico nemico.

La scena è veloce e non sembra avere alcun peso ai fini della narrazione. I due capitani si guardano con tensione ed imbarazzo. McVay non ha nulla da rimproverare al collega per la sua deposizione – in cui ha raccontato null’altro che la verità – mentre Hashimoto definisce entrambi “guerrieri”. I guerrieri fanno la guerra, sembra suggerire quella frase, e la guerra ha le sue regole. E le sue vittime.
Si può solo immaginare il messaggio di una scena quasi muta, in cui le uniche parole sbiascicate dal giapponese ci fanno capire che entrambi hanno semplicemente eseguito gli ordini. Diciamo che lo sceneggiatore non si è voluto sbilanciare ad immaginare un ipotetico dialogo fra i due capitani.

«Sebbene Cibo per squali fosse un ottimo prodotto televisivo, la terribile saga dell’Indianapolis attende ancora un degno adattamento cinematografico»: così scrive nel 2013 Robert Niemi nel suo saggio Inspired by True Events, e mai appello è stato più ascoltato.


Arriva Nicolas Cage

Nell’estate del 2015 minuscole case affidano a Mario Van Peebles la regia di un piccolo film: USS Indianapolis: Men of Courage. L’attore che ogni tanto fa il regista riesce a mascherare da grande film di guerra un prodotto minuscolo, che sembra in effetti più “costoso” dei 40 milioni del suo budget. In realtà è un cartonato tirato a lucido.
Curiosamente il film viene fatto uscire il 24 agosto 2016 prima nelle Filippine, luogo nelle vicinanze del quale è avvenuto l’affondamento, prima ancora di arrivare in patria nell’ottobre successivo. In Italia arriva il 19 luglio 2017 con il semplice titolo USS Indianapolis.

Non ci sarà retorica, no, no…

Van Peebles è stato per anni fermamente anti-Hollywood, puntando spesso su produzioni stridenti rispetto al mainstream cinematografico: qui sembra utilizzare il film per avvertire di essere tornato pienamente sui binari.
Gira con mano sicura un film ovvio e placido, che dice quanto ci si aspetta che dica e faccia il suo compitino senza uscire mai fuori dalle righe. Al massimo il regista che ardì di raccontare il West nero con Posse (1993) si concede il lusso di inserire degli inutili marinai neri, che gli altri chiamano “di colore”. Siamo nel 1945, nell’America razzista che per la prima volta nella storia ha degli uomini neri che imbracciano le armi per lei… e dobbiamo credere che li chiami in quel modo?
Siamo d’accordo, nel 2017 la “parola con la N” non si può dire, ma questo ci fa capire quanto Mario stia manifestando il suo essere tornato all’ovile del politically correct. (Tranquilli, comunque: pare che nella versione italiana tutte le scene in cui i neri dicono cose da neri siano state tagliate!)

Film-fotocopia

Gli sceneggiatori Cam Cannon e Richard Rionda Del Castro si sono andati a studiare i testi sull’Indianapolis per elaborare una sceneggiatura che ne esalti la drammaticità degli eventi? Ma non scherziamo, per favore: hanno preso Cibo per squali del 1991 e l’hanno ricopiato, aggiungendovi sopra Nicolas Cage che fa faccine e si muove col materassino spinto dal suo remino.

I superstiti raccontano che per almeno un giorno dopo il naufragio il mare aveva onde alte tre metri, e quindi ogni gruppetto di naufraghi era convinto di essere da solo: il mare era cioè così mosso che nessuno vedeva il suo vicino. Sia il film del 1991 che questo suo clone tolgono di mezzo un particolare scomodo da mostrare e ci presentano uno splendido mare calmo, placido, una “tavola” su cui è quasi un piacere galleggiare.
Van Peebles toglie addirittura i giubbotti salvagente del primo film: troppo scomodi da far indossare agli attori, meglio vederli belli pulitini a mollo. Sembrano un gruppo di bagnanti in una località balneare: nessuno dei due film testimonia i tanti marinai che sono stati colti sotto la doccia dal naufragio, e che hanno passato nudi i quattro giorni sotto il sole.

Uno dei pochi squali inquadrati

Ovviamente il mare pullula di squali, che rappresentano l’unico pericolo per i superstiti: niente fame, niente sete, niente sole, niente nafta, niente salsedine, niente allucinazioni. Solo tanti squali. Ma stavolta mettono solo paura, perché Van Peebles non resiste ad un suo vecchio vizio: la preghiera.
Lo sapevate che per mandare via uno squalo affamato basta la preghiera? Sapevàtelo, com Mario Van Peebles: San Mel Gibson sarà orgoglioso di lui.

L’incontro segreto 2

Noo, non è un film-fotocopia, noo…

Ricopiando scena per scena il predecessore, anche qui arriviamo al confronto finale con Hashimoto, interpretato stavolta dall’attore televisivo Yutaka Takeuchi.

Noo, non è un film-fotocopia, noo…

Hashimoto si chiede come sarebbe andata se avesse fermato McVay prima della missione e il suo collega specifica che entrambi avevano una missione da compiere.

«Finora abbiamo imparato a perdonarci come ex avversari: può darsi che un giorno riusciremo a perdonarci come uomini.»

Lacrimoni di rito e saluti militari nella sana tradizione americana: come dicevo, un compitino fatto a mestiere che però lascia più amaro in bocca del film televisivo del 1991, perché poteva essere finalmente il “filmone” sulla tragedia della USS Indianapolis e invece è uno dei tanti inutili piccoli filmetti americani che nascono e muoiono nel giro di un mese. A rimanere… sono solo gli squali.

Lacrimoni e salutoni, compitino a mestiere


Conclusione:
il falso come unica verità

Gli americani sono campioni olimpionici di falso storico e anche questa volta una medaglia se la sono portata a casa.

Siamo nel 1945, mancano dieci anni alle prime foto subacquee di squali: magia!

Il problema non è che nel film di Van Peebles i marinai neri vengano chiamati “di colore” (colored), quando è ben nota la parola che veniva usata per quelli che da qualche anno erano chiamati a combattere per il paese che per secoli li aveva tenuti schiavi. Questo era ovvio e sarebbe stato strano il contrario.
Il problema non sono i giapponesi che hanno visioni di monaci Shaolin (???) e che il rispetto per un nobile nemico che Newcomb tributava nel 1958 sia ormai acqua passata: è impossibile chiedere ad un film americano di rispettare qualsiasi cosa non sia un luogo comune.
No, il problema è un altro.

Perché un capitano che è stato torturato da quattro giorni di permanenza nel deserto d’acqua più grande del mondo, smangiucchiato dai pesci, bruciato dal sole, intossicato dalla nafta, sferzato dai venti e dilaniato da fame e sete… è stato sottoposto ad un processo infamante? Perché è stata data a lui la colpa di una procedura ridicola e sbagliata della Marina? Ovvio, perché la Marina non voleva ammettere di avere avuto una procedura ridicola e sbagliata per anni.
Così ci si è affidati alla finzione, e le colpe della Marina sono state lavate via con un colpo di fiction

La procedura sbagliata

Cosa diceva Quint ne Lo Squalo? Nessuno aveva dato l’SOS perché l’Indianapolis era in missione segretissima. Falso. La missione era talmente segreta che tutti sapevano il porto in cui avrebbe dovuto attraccare la nave quel lunedì. Era talmente segreta che tutti sapevano il percorso che stava facendo e tutti sapevano tutto dell’Indianapolis. E con tutti intendo ovviamente la Marina americana.
Il problema è che quando lunedì la nave non si presentò in porto… a nessuno fregò niente, perché quella era la procedura. Nessuno era tenuto ad informarsi sul perché una nave fosse in ritardo, e solamente dopo il massacro di quasi mille uomini la Marina si è detta “Mi sa che è ora di cambiare la procedura”. Questo, ovviamente, lo dice Newcomb nel 1958 ma non è che si possa starlo a ripetere troppo.

Quando all’alba del 30 luglio il capitano Hashimoto comunica per radio di aver abbattuto l’Idaho – usando una linea che sapeva non essere sicura ma alla fin fine non gli importava molto – la Marina americana intercettò il messaggio… e non fece nulla. Se quel 30 luglio la Marina fosse andata a controllare le coordinate che Hashimoto aveva comunicato, si sarebbe accorta che ad essere stata colpita era stata l’Indianapolis, che tutti sapevano benissimo quale rotta stesse compiendo. Il problema è che nessuna procedura diceva di farlo, e nessuno lo fece.
Se per puro caso non fosse stata avvistata quella macchia di nafta galleggiante, tutti e 1.169 uomini dell’Indianapolis sarebbero morti in mare, perché nessuno era tenuto ad informarsi sul perché una delle più grandi navi della Marina non desse notizie di sé da quattro giorni…

Questa verità la si può sussurrare nei libri, ma non si può dire al cinema. E così nasce la finzione. Quint prima e il film-fotocopia di Mario Van Peebles dopo continuano la fiction: la missione dell’Indianapolis è segretissima e addirittura viene detto che in realtà quel viaggio ufficialmente non è mai avvenuto.
Agli americani piace morire durante una missione segreta, è “figo”, e così la Marina si è tolta ogni responsabilità dall’aver fatto morire quasi 800 uomini perché le procedure erano stupide e sbagliate.
Ma non basta. Nel film viene detto che quella procedura è stata volutamente adottata solo in quel caso per “coprire” il viaggio segretissimo della Indianapolis, quando dalle interviste di Necomb dell’epoca risulta chiaro come fosse pratica ampiamente utilizzata per qualsiasi nave. (Non a caso quelle interviste non hanno ricevuto l’approvazione ufficiale della Marina!)

Tutto ciò che rimane della storia

Al di là dei lacrimoni e dei salutoni militari, forse il rispetto che finalmente sarebbe ora di tributare sarebbe per le vittime di una burocrazia assurda. E fra queste c’è anche McVay, che all’ultimo secondo appiccò un fuoco in un barattolo per farsi vedere dalla nave dei soccorsi, che in caso contrario avrebbe tirato dritto senza vedere decine e decine di superstiti. Questo gesto eroico la fiction non lo racconta, quindi… non è mai avvenuto…

Bibliografia

Si salvi chi può (Abadon Ship!, 1958) di Richard F. Newcomb, Longanesi 1961
Fatal Voyage (1990) di Dan Kurzman
The Sinking of the USS Indianapolis (2006) di Marc Tyler Nobleman
The Jaws Log: 30th Anniversary Edition (2010) di Carl Gottlieb
The Tragic Fate of the U.S.S. Indianapolis. The U.S. Navy’s Worst Disaster at Sea (2012) di Raymond B. Lech
In Harm’s Way. The Sinking of the USS Indianapolis (2012) di Doug Stanton
Inspired by True Events: An Illustrated Guide to More Than 500 History-Based Films. Second Edition (2013) di Robert Niemi
Ordeal By Sea. The Tragedy Of The U.S.S. Indianapolis (2014) di Thomas Helm

L.

– Ultimi post simili:

Annunci

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Saggi, Warmovie e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

28 risposte a La Storia e la Finzione: USS Indianapolis (2016)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Nulla da dire. Articolone da incorniciare e appendere il camera. Bravissimo Lucius. Complimenti per la passione e la perizia certosina.

    Liked by 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, quando trovo l’accoppiata libro-film su un vero evento storico vado in brodo di giuggiole ^_^
      Ovviamente il prossimo titolo nel mirino è Dunkirk…

      Mi piace

      • Zio Portillo ha detto:

        Te la butto là che non si sa mai… Su Sky mi sono riguardato “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”. Hai mai pensato di scrivere qualcosa sulla “Squadriglia 19”? Anche qua la finzione e le teorie del complotto superano alla stragrande la realtà che è, ahimè. è molto banale…

        Liked by 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        L’argomento è intrigantissimo e chissà che non mi ci intrippi? 😛 Ma è stato ripreso da altri film? Quando possibile mi piacerebbe viaggiare fra più titoli cine-letterari. Da tempo sognavo di aprire la rubrica “La Storia e la Finzione”, paragonando vere vicende belliche per come ci sono state raccontate dagli storici con ciò che gli sceneggiatori ne hanno tratto. Dunkirk e Midway sono già nel mirino 😛

        Mi piace

      • Zio Portillo ha detto:

        A memoria mi pare non ci siano altri titoli che trattano la scomparsa della 19, ma onestamente non ne ho idea. Sicuramente in America avranno girato dei documentari al riguardo, ma film veri e propri non credo.

        Liked by 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Di “misteri misteriosi” ce ne sono a quintali, e se devo cominciare a giocare col mistero… comincio con l’affascinantissimo Dyatlov, il Passo del Diavolo protagonista di un ghiotto film e di un ottimo speciale del compianto blog Nocturnia.

        Mi piace

      • Zio Portillo ha detto:

        “Misteri Misteriosi” potrebbe essere un ottimo titolo per una rubrica (occhiolino-occhilino). Io invece un paio di anni fa ero andato in fissa con la morte di Elisa Lam. Il video di lei che da di matto nell’ascensore mi ha dato gli incubi per un po’…

        Liked by 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non conoscevo quella vicenda, e l’ho seguita sul blog di Obsidian Mirror. Molto inquietante!

        Mi piace

  2. Vincenzo ha detto:

    chapeau!!!!
    che approfondimento!!
    un articolo che ha dignità di saggio breve e che non sfigurerebbe in un bel libro sugli shark movies…
    complimenti Lucius, as usual…
    se rileggo ora la mia recensione scritta – in fretta e furia c’è da dire – qualche settimana fa, beh dovrei andare a nascondermi 😀 😀

    Liked by 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per carità, era relativa al film mentre io anzi il film l’ho trattato solo nel confronto con gli eventi storici, sottolineando come sia una pigra riproposizione del film del 1991.
      Di sicuro il pezzo lo ripresento in uno dei “Libri del Zinefilo”, ebook gratuiti da far girare per spargere il Verbo 😛

      Liked by 1 persona

  3. Denis ha detto:

    Pezzo capolavoro!rquesto succede perchè nei film militari gli script sono supervisionati dall’esercito stesso che quindi tolgono ogni ambiguità.errore e via dicendo nel film Windtalkers,Woo riusci a far passare una scena al montaggio,ma lo fanno anche modificando le parole tipo questa di Bush”l’asse del male”.

    Liked by 1 persona

  4. Conte Gracula ha detto:

    Queste cose mi ricordano perché ho una cattiva opinione dei militari >:-( messa così la storia, la tua ricostruzione coi Lego è più aderente alla realtà storica!

    Ora aspettiamo che facciano un film pure da questo

    https://bagniproeliator.it/la-nave-piu-pazza-del-mondo/

    In quel blog, c’è la versione romanzata-da-ridere di altri eventi militari allucinanti, roba da chiedersi come abbiano fatto gli USA a vincere la guerra, anche calcolando la tara del tono scelto dal blogger…

    Liked by 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Basta leggere un qualsiasi saggio storico, anche americano, per chiedersi come sia possibile che gli USA abbiano vinto anche solo una partitella a subbuteo. E infatti dopo la Seconda guerra mondiale non hanno più vinto nulla: temo sia stata solo una provvidenziale botta di culo…
      Corro a vedere il link 😛

      Liked by 1 persona

  5. Cassidy ha detto:

    Da che parte comincio? Dai complimenti, doverosi, perché quando si parla dell’affondamento della USS Indianapolis, colui che ci ha messo l’emozione e il coinvolgimento di quella tragedia fino a questo momento era stato davvero solo il Quint di Robert Shaw (in contumacia Spielberg e John Milius), ora posso dire che anche questo tuo bellissimo pezzo rende davvero l’idea della portata della tragedia, e lasciamo aggiungere che ci sei riuscito molto meglio di Van Peebles, di sicuro cento volte meglio leggerti che vedere il film, bravissimo, davvero bravissimo!

    Il film è ridicolo, anche per chi è abituato alla Z come noi, la scena delle preghiera, il cameo di Hashimoto al processo i lacrimoni finali di Nick Cage, un santino davvero, altro giro di complimenti per aver sgamato Mario Van Peebles, l’unico insieme a te ad aver visto il film con Stacy Keach, di sicuro più intenso del nipote di Francis Ford Coppola!

    Gran pezzo, sapevo avresti fatto faville, concordo specialmente sulla parte relativa al monumentale monologo di Quint (grazie per la citazione!), forse il marinaio Quint non sapeva tutto dei dettagli della missione, ed era convinto della sua parole sull’SOS ma non è questo il punto, il punto è che un personaggio immaginario ispirato ad aventi reali, ha cambiato la percezione della verità, anche questa volta la finzione ha modificato la realtà.

    Ho in pista un fumetto, dove in una scena si parla dell’affondamento della USS Indianapolis, quindi ci ritroveremo ancora a discuterne, anche se questo è il pezzo definitivo sull’argomento, non si permetta più Van Peebles e Nicola Gabbia di riprovarci dopo questo post! 😉 Cheers

    Liked by 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e attendo con ansia il fumetto! Quella dell’Indianapolis è una storia troppo intrigante per essere confinata in pochi film 😉
      Quinti ha davvero tirato fuori oro, e il discorso dell’SOS temo non dipenda da lui: la Marina non vuole assumersi colpe, neanche morali, e quindi credo nessun film possa osare dire che l’SOS è stato mandato ma è stato ignorato…
      Da un anti-sistema come Van Peebles mi aspettavo molto di più!

      Mi piace

      • Cassidy ha detto:

        Anche io pensavo mordesse di più, invece è un filmetto all’acqua di rose, mi sembra stranissimo che sia pure arrivato nelle nostre sale, evidenteme Nicolino è un traino per il nostro pubblico 😉 Cheers

        Liked by 1 persona

  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Pezzo bellissimo ma, da grande appassionato di storia, mi permetto di sottolineare la prima parte anche (soprattutto) dove sottolinei la bestialità della guerra che coinvolge vinti e vincitori. Sottoscrivo. Grandissimo

    Liked by 1 persona

  7. Giuseppe ha detto:

    Dove si dimostra, con questo a dir poco superbo post, come si possano raggiungere contemporaneamente due obiettivi: fare della dettagliata e corretta informazione storica ed evitare la visione dell’ennesimo film bellico che della doverosa -nonché rispettosa nei confronti delle vittime- correttezza storica non sa che farsene (e questo, a dirla tutta, nemmeno io me lo sarei aspettato da Van Peebles)…

    Liked by 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’avrei immaginato da qualsiasi registino hollywoodiano, perché davvero è un compitino per far piacere alla maestra, ma da un outsider storico come Van Peebles era lecito aspettarsi molto di più. Magari un accenno di verità storica, che negli USA equivale alla massima contravvenzione!

      Mi piace

  8. loscalzo1979 ha detto:

    Pezzo Monumentale.
    Qui siamo al pari con lo splendido speciale sulla Partita della Morte.
    Ci dovresti fare un approfondimento scaricabile come quello di allora secondo me 😉

    Liked by 1 persona

  9. Pingback: La Storia e la Finzione: Dunkirk (2017) | Il Zinefilo

  10. Pingback: La Storia e la Finzione: Dyatlov Pass | Il Zinefilo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...