La Storia e la Finzione: The Experiment

Ripesco questo approfondimento dal mio blog NonQuelMarlowe perché corrisponde perfettamente alla struttura della rubrica “La Storia e la Finzione”, e ne approfitto per aggiornarlo con un nuovo film uscito nel frattempo.

Il 20 agosto di 46 anni fa veniva interrotto un celebre esperimento che ha cambiato per sempre l’immagine che l’umanità ha di se stessa, dimostrandoci come il male è dentro ognuno di noi e che le prigioni esistono… anche nella mente.
Visto che mi è capitato di leggere uno splendido saggio che, tra le altre cose, ne ricostruisce gli eventi, mi sono rivisto i due film che si rifanno all’esperimento e ne approfitto per un discorsone generale.

«Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo.»
Albert Camus

Experiment_PrigioniIl 1971 è la data in cui l’Occidente ha cambiato opinione su se stesso, scoprendo che la natura umana non è affatto come la si credeva. Nell’agosto di quell’anno il professor Philip Zimbardo dell’Università di Stanford (California) organizza nei seminterrati universitari il più famoso esperimento sociologico mai concepito: prendere delle gente normale… e farla stare insieme.
Il 20 agosto 1971 l’esperimento viene interrotto, perché quando la gente normale sta insieme… succedono cose brutte…

Molto è stato detto su questo esperimento e sul suo esito, tanto che nell’immaginario collettivo è diventato quasi un olocausto di violenze e soprusi. In questi giorni ho letto lo stupendo Prigioni della mente (Einaudi 2014) del professor Adriano Zamperini che invece ha spiegato nei minimi particolari l’esperimento di Zimbardo, sottolineando la potenza delle conclusioni.
Vi invito a leggere il saggio di Zamperini, ma provo a riassumere in poche parole.

Il 14 agosto 1971 inizia un esperimento di due settimane in cui 18 ragazzi, scelti tra le molte decine di volontari, vengono portati nei sotterranei dell’Università di Stanford e divisi in due squadre: nove carcerieri e nove prigionieri. Per un compenso irrisorio – 15 dollari al giorno, che pare corrispondano ad un’ottantina di dollari di oggi – i prigionieri dovranno eseguire ogni ordine imposto loro dalle guardie, che potranno scegliere qualsiasi sistema per mantenere l’ordine.

Ecco i ruoli assegnati, all'inizio dei film "Das Experiment" (2001)

Ecco i ruoli assegnati, all’inizio dei film “Das Experiment” (2001)

Già ci vengono in mente immagini da Le 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade, ma non è così: ce lo spiega Zamperini.

«Naturalmente, i reclusi usufruivano di alcune tutele inviolabili. Nessuna punizione fisica, deprivazione del sonno, crudeltà, perquisizione corporale o nudità imposta, e nessun abuso di natura razziale, sessuale, religiosa o etnica potevano investirli. Oltre a ciò, venivano garantite idonee condizioni igieniche e la possibilità di utilizzare quotidianamente e privatamente tutti i servizi.»

Quello che non viene mai raccontato dell’esperimento di Stanford è che i partecipanti potevano andarsene in qualsiasi momento. Ricevevano visite di parenti, di avvocati e anche di confessori: lo stesso Zimbardo scendeva ad intervistare i partecipanti. In qualsiasi momento i detenuti avessero ritenuto disumano l’esperimento, potevano uscire dalle porte… aperte! Non era un carcere, non era un laboratorio né una struttura militare: era il seminterrato di un’università.

Immagini del vero esperimento

Due detenuti abbandonarono senza problemi l’esperimento, gli altri no: perché? Perché quei ragazzi accettarono le umiliazioni psicologiche che le guardie imposero loro? Vennero privati del nome (erano identificati esclusivamente da un numero) vennero privati della dignità (giravano con camici senza alcun indumento sotto, neanche intimo), e subirono una pressione enorme… quando bastava alzarsi ed uscire per mettere fine a tutto.
Alla fine furono gli esaminatori a dover intervenire per bloccare tutto:

«Rispetto alle due settimane programmate, il 20 agosto 1971, dopo solo sei giorni, l’esperimento della prigione simulata di Stanford venne interrotto.»

Queste sono le terribili e spaventose conclusioni dell’esperimento di Stanford. Prendi una normalissima persona, infilagli una divisa autoritaria e diventa un aguzzino spietato. Infilagli un camice da prigioniero, e distruggerà se stesso fino all’annullamento.

Basta poco, perché tutto degeneri, da "Das Experiment" (2001)

Basta poco, perché tutto degeneri, da “Das Experiment” (2001)

Già nel 1977 l’eco dell’esperimento di Stanford ha girato il mondo, visto che il nostro Carlo Tuzii dirige il film televisivo La gabbia, che dovrebbe essere la ricostruzione romanzata dell’esperimento di Zimbardo. (Non avendolo visto non posso che basarmi su quanto dice Wikipedia.)

Il fantomatico romanzo di Mario Giordano

Il fantomatico romanzo di Mario Giordano

Si avvicina il 30° anniversario dell’esperimento, che cosa organizzare per festeggiarlo? Nel 2000 le case produttrici tedesche Typhoon e Senator Film Produktion si accaparrano i diritti di un romanzo del 1999 scritto da uno psicologo di Monaco: Mario Giordano. (No, non il nostro Mario Giordano!) In realtà la questione è particolarmente fumosa: nessuno conosce o cita il testo di Giordano al di fuori del film che ne è stato tratto; non esistono copyright registrati o qualsiasi riferimento che non sia del film: nessuno sa nulla di questo romanzo prima del film, e infatti non esistono edizioni note antecedenti al marzo 2001.

Il 7 marzo a Berlino viene presentato Das Experiment di Oliver Hirschbiegel, regista televisivo che ha l’occasione di farsi conoscere e sa sfruttarla bene, visto che nel 2004 sarà un successo internazionale il suo La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler.
Il film – che girerà le arene estive italiane dal 9 agosto 2002 prima dell’uscita in sala, lo stesso mese, con il titolo The Experiment. Cercasi cavie umane – non è una ricostruzione dell’esperimento di Zimbardo bensì una rivisitazione moderna. «Cercasi volontari per un test. Quattromila marchi per un esperimento di 14 giorni in una finta prigione»: questo è l’annuncio che legge sul giornale il protagonista del film, Tarek (interpretato dal bravo Moritz Bleibtreu).
Già questo separa il film dal vero esperimento, perché inserisce la componente monetaria: nelle interviste, tutti i partecipanti dicono di farlo per soldi, elemento totalmente assente dall’esperimento del ’71, o almeno in forma decisamente minore.

Tarek (Moritz Bleibtreu), prigioniero numero 77

Tarek (Moritz Bleibtreu), prigioniero numero 77

Tarek ha studiato filosofia, architettura e sociologia e fa il tassista, ma in realtà scopriamo che è un ex giornalista che vuole scrivere un pezzo sull’esperimento: se succedesse qualcosa durante le due settimane di permanenza, sarebbe uno scoop che risolleverebbe la sua carriera e le sue finanze, ecco dunque un elemento disturbante in più. Sin dall’inizio Tarek, il prigioniero numero 77, creerà mille problemi ma non perché sia l’uomo puro che reagisce contro un sistema autoritario, ma semplicemente perché spera in uno pezzo giornalistico pepato.

A differenza dall’esperimento di Stanford, il film del 2001 mostra che i prigionieri non rispettano le guardie e in generale prendono molto poco sul serio tutto l’esperimento: si sentono in una specie di strana vacanza da cui usciranno con dei soldi in più. Così viene spontaneo al debole e sottomesso prigioniero 82 (Oliver Stokowski) sedere a mensa e rispondere ad una guardia che lui il latte non lo beve. È una semplice affermazione di un intollerante al lattosio, ma così facendo mina l’autorità delle guardie, che sul momento non reagiscono.

Das Experiment si fonda principalmente sull’escalation di violenza adottata dalle guardie per stabilire il proprio controllo su detenuti che non glielo riconoscono mai, perché tutti sanno che è un gioco che si può interrompere in qualsiasi momento. Quindi il film parte da un presupposto totalmente contrario al vero esperimento di Stanford, dove sin dal primo giorno i detenuti si sono prostrati al potere delle guardie senza mai chiedere di abbandonare il “gioco”, se non in due casi.

Dall’altra parte il film inserisce anche gli esaminatori, che diventano parte attiva dell’esperimento in modo onestamente imbarazzante, diventando più succubi loro delle guardie di quanto non siano i prigionieri.

Il capo delle guardie Berus (Justus von Dohnányi)

Il capo delle guardie Berus (Justus von Dohnányi)

Tedeschi + Soprusi = Nazismo. È un’equazione davvero troppo facile e infatti subito Das Experiment viene definito un film che analizza la nascita del nazismo, come se i soprusi non esistessero da quando esiste la razza umana. E poi la sceneggiatura di Mario Giordano semmai dimostra l’esatto contrario: i prigionieri non si arrendono mai, non si lasciano mai spezzare dalle guardie e lottano fino all’ultimo fotogramma. Cosa che non fecero i popoli sotto il nazismo, come infatti dimostra l’esperimento di Stanford: se hai indosso la divisa da prigioniero, ti comporti come un prigioniero.

Lo scontro finale in "Das Experiment" (2001)

Lo scontro finale in “Das Experiment” (2001)

Mentre i critici pensano al nazismo – perché in effetti di solito sono ignari di qualsiasi aspetto culturale non risalga ad almeno sessant’anni prima – non va dimenticato che il 16 settembre 1999 è definitivamente morta la realtà ed è nato il reality, e sette mesi dopo che Das Experiment arriva nelle loro sale gli Inglesi hanno una bella idea: perché non trasformare il celebre esperimento di Stanford… in Grande Fratello Carcerario?

Non so se in Italia siano arrivati echi di questo curioso esperimento – anche se il 22 ottobre 2001 il quotidiano “La Stampa” intitola «Un Grande Fratello per scoprire il maniaco che si nasconde in te» – ma trovate una splendida analisi nel citato saggio Prigioni della mente di Zamperini.

«“Conosci veramente te stesso?” Con questo titolo, il 15 ottobre 2001 apparve sui giornali britannici un breve annuncio. Il comunicato era semplice e diretto: un team di psicologi cercava adulti maschi per un esperimento di scienze sociali. Un evento destinato a diventare una trasmissione televisiva della BBC. Per i volontari nessun compenso.»

Stavolta non ci sono in ballo neanche quei pochi dollari offerti da Zimbano nel ’71, ma non serve più: i giovani del Duemila non sanno cosa siano i soldi (tanto non ne spendono di propri!), per loro esiste solo la visibilità, la realtà finta dei reality.

Senza che nessuno sembra accorgersene, l’esperimento britannico dell’ottobre del 2001 procede in modo simile al film tedesco del marzo 2001: tutti in fondo pensano di star giocando e i detenuti non si sentono mai realmente soggiogati dalle guardie, che non sembrano neanche provare ad imporre il proprio potere. Proprio come il film, sarà un incidente a mensa a scatenare un cambiamento della situazione pacifica ma poi avverrà qualcosa che nessuno sceneggiatore sarebbe stato in grado di immaginare…

In due film ma anche nella realtà, uno scontro in mensa dà il via all'escalation di violenza

In due film ma anche nella realtà, uno scontro in mensa dà il via all’escalation di violenza

«Dopo un confronto ricco di riflessioni in merito alle dinamiche tra autorità e subordinati, – spiega il Zamperini, – guardie e prigionieri, congiuntamente, convocarono i ricercatori e proposero la costruzione di una comune. Un’organizzazione dove tutti fossero uguali. […] Impossibilitati a far continuare il proprio sistema, risultava parecchio seducente l’idea di lasciare a qualcun altro l’incarico di prendere tutte le decisioni e assumere pieni poteri. […] Alla luce di tutto questo, i ricercatori decisero di concludere The Experiment un giorno prima rispetto ai dieci programmati.»

Perché nell’agosto del ’71 a Stanford ci furono sei giorni di soprusi e torture psicologiche mentre nell’ottobre del 2001 negli studi della BBC si formò addirittura una comune egualitaria? Sebbene non siano due esperimenti da poter mettere a confronto, la risposta però si affaccia subito: la presenza delle telecamere.
Una guardia non può essere liberamente autoritaria se sa che qualcuno la vede, magari un familiare o una persona cara: per quanto dentro tutti noi ci sia uno spietato aguzzino pronto ad uscire appena ci venga infilata addosso una divisa, la morale pubblica è ancora violentemente contraria a queste violenze, anche se solo psicologiche.

«Essere scrutati da telecamere giorno e notte, sapendo che ogni fotogramma si sarebbe impresso sulla retina di milioni di occhi, influisce sulla condotta esibita. Non c’è alcun dubbio che ciò sia successo ai volontari di The Experiment

L’occhio del Grande Fratello (quello di Orwell) mitiga tutti gli animi: tanto le guardie che i detenuti non si sono lasciati andare a comportamenti devianti, tanto da arrivare allo stallo completo. Sembra incredibile, quasi una contraddizione, ma è come se una prigione non possa esistere se i detenuti rifiutano di ribellarsi e le guardie rifiutano di essere aguzzini…

Lo schieramento dal film "The Experiment" (2010)

Lo schieramento dal film “The Experiment” (2010)

«Cercansi soggetto per esperimento comportamentale. Nessuna esperienza necessaria. Mille dollari al giorno». Con questo incredibile annuncio scatta l’inevitabile remake americano: a parte alcune modifiche – come l’offrire l’assurda cifra di mille dollari al giorno – The Experiment di Paul Scheuring è null’altro che la fedele versione statunitense del Das Experiment di Oliver Hirschbiegel.

Già nel 2006 lo stesso Scheuring aveva depositato una sceneggiatura tratta espressamente dal film tedesco, e curiosamente prima dell’uscita americana (direttamente in DVD il 21 settembre 2010) The Experiment esce proprio in Germania, in quel 19 agosto che simboleggia quasi il trentennale dell’esperimento di Stanford (che sarebbe stato il 20 agosto 2011). La Sony Pictures porta il film in DVD a noleggio il 17 novembre 2010 e in vendita dal 15 dicembre successivo.

Travis (Adrien Brody), prigioniero numero 77

Travis (Adrien Brody), prigioniero numero 77

Il protagonista non è più lo spiantato Tarek in cerca di un rilancio di carriera, bensì il disoccupato Travis (interpretato dal Premio Oscar Adrien Brody), attivista della non violenza… così risulterà più netto il contrasto quando diventerà violento! Se non bastasse questo trucchetto dozzinale, Scheuring gli contrappone il capo delle guardie Barris (un sempre eccezionale Forest Whitaker) che è un mammone senza spina dorsale, e tutti sanno che questi tipi di uomini appena indossano una divisa diventano degli aguzzini spietati…

Il capo delle guardie Barris (Forest Whitaker)

Il capo delle guardie Barris (Forest Whitaker)

Luoghi comuni a iosa come solo il cinema statunitense sa regalarcene a piene mani, scene prese dal film tedesco ma prive di una qualsiasi parvenza di credibilità, e come se non bastasse il militare in incognito dell’originale – cioè un uomo d’azione che potesse impegnarsi in veri scontri fisici – viene qui sostituito dal solito nazista dell’Illinois alla Blues Brothers. Insomma, un travisamento completo non solo dell’esperimento di Stanford, ma anche della sceneggiatura di Giordano.

Un’innovazione ispirata è invece quella di togliere del tutto dal film gli sperimentatori, che in effetti nell’originale tedesco sono la parte più zoppicante della storia, inserendo al loro posto un’idea molto intrigante.
C’è una luce rossa nella stanza delle guardie, e se si illumina vuol dire che il comportamento adottato da queste non è accettabile e l’esperimento rischia di essere interrotto, mandando tutti a casa senza soldi. Ogni volta che le guardie esagerano, e la luce non si accende, queste si sentono autorizzate a proseguire… se non addirittura ad aumentare la violenza. In fondo è quello che succede alle vere prigioni nel mondo: in mancanza di un segnale ammonitore dalle autorità superiori, le violenze continuano e si inaspriscono.

Lo scontro finale in "The Experiment" (2010)

Lo scontro finale in “The Experiment” (2010)

Non paghi di un remake, gli americani ne sfornano un altro spacciandolo per ricostruzione dei veri eventi.
Spacciandolo per ispirato al saggio L’effetto Lucifero: cattivi si diventa? (The Lucifer Effect: how good people turn evil, 2007) dello stesso Philip G. Zimbardo (Raffaello Cortina 2008), il quasi esordiente regista Kyle Patrick Alvarez ricopia il remake del 2010 aggiungendo una minuziosa ricostruzione visiva della moda degli anni Settanta. Il risultato è l’inguardabile The Stanford Prison Experiment (2015), noto in Italia anche come Effetto Lucifero.

Ogni conclusione “imbarazzante” viene spazzata via, la storia si limita a ripercorrere identiche le vicende del film tedesco prima e del remake americano poi, con tanto di guardia impacciata che poi diventa psicopatica (interpretata dall’eterno bambinone Michael Angarano). Malgrado la resa visiva sia attenta a rimanere fedele alla “grafica” dell’epoca, quello che vediamo è una ridicola riproposta di giovani attirati dai “ghiotti guadagni” che si ritrovano chiusi a chiave e sottoposti a sevizie, perché non rispettano le guardie.

La morale del film viene resa esplicitamente per paura che qualcuno potesse pensare a concetti più sottili: i ragazzi di Stanford hanno subìto tutto perché totalmente soggiogati dalla personalità del dottor Zimbardo (interpretato dal sempre sgradevole Billy Crudup), un vero dottor Male che con la sua crudele cattiveria sembra godere a permettere che vengano inflitte le sevizie più sgradevoli ai prigionieri.
È davvero comodo dare la colpa al cattivone, perché questo sgrava la coscienza di tutti.

Il satanico dottor Zimbardo

Dal Duemila la realtà ha completamente ceduto le armi e non esiste più, esiste solo la finzione e questo film è cristallizzazione del concetto: fingendo in modo truffaldino e bugiardo di star raccontando veri eventi, non fa che raccontare la finzione che nel frattempo si è creata. La realtà dell’esperimento di Stanford non esiste più: esiste solo la finzione vista al cinema.

La finzione che ricrea la realtà modificandola

Nel 1971 Zimbardo dimostrò che siamo tutti vittime e carnefici, a seconda della divisa che indossiamo; nel 2001 la BBC ha dimostrato che basta riprendere la realtà… perché la realtà scompaia. I film sono la più alta forma di irrealtà, e infatti entrambi i The Experiment raccontano una storia di finzione, spostando la messa a fuoco su un messaggio molto più banale: gli uomini farebbero di tutto pur di guadagnare dei soldi. Sai che novità.

Invece il messaggio che rimane sottotraccia è che il simulacro precede sempre la realtà: appena ci inquadrano, non mostriamo ciò che siamo realmente… ma l’immagine che abbiamo di noi. Forse l’unica soluzione per risolvere le violenze e i soprusi umani… è renderli protagonisti di un reality.

L.

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26 risposte a La Storia e la Finzione: The Experiment

  1. Fausto Vernazzani ha detto:

    Bella storia e molto interessante, da sociologo poi queste discussioni mi piacciono molto 😉 E il giudizio sui film è identico, la versione americana crea presupposti sbilenchi per rappresentare la SUA realtà. Un altro film interessante è Experimenter di Almereyda, stavolta una ricostruzione anche un po’ sperimentale dello studio di Milgram, mi pare si chiamasse così, sull’obbedienza all’autorità. Scioccante anche quello.

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Avevo sentito dell’esperimento, tempo fa, ma non ho visto nemmeno uno di questi film.
    Belle le tue considerazioni sulla realtà cambiata dalla finzione, un atto pressoché demiurgico: un bel film a tema, magari diretto da Cronenberg…

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  3. Denis ha detto:

    Ottimo post alla fine il condizionamento mentale funziona basta il vestito giusto !

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  4. Cassidy ha detto:

    Posso aggiungere che per molti critici, ogni film in lingua tedesca con dei soprusi vengono etichettati come pellicole sulla nascita del Nazismo? Posso aggiungere anche che questo è un altro super post? Anche qui la finzione vince ancora, apprezzo molto questa tua crociata che spiazza in lungo e in largo ma che porta argomenti ad una teoria concreta.

    Ho visto entrambi i film e concordo con te, quello originale è molto migliore, nella versione americana il simbolismo è di grana grossa (Forest Whitaker “eccitato” dal suo ruolo di potere). Se riuscirò a trovare il tempo di vederlo, ho in pista un “the belko experiment” che potrebbe avere dei punti di contatto con questi due film, non lo so per certo perché devo ancora vederlo. Cheers!

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  5. Vincenzo ha detto:

    Il film tedesco lo avevo visto nei primi anni duemila, lo ricordo bene… Poi comprai pure il libro di Zimbardo (l’effetto Lucifero) affascinato dal tema ma ammetto di non averlo mai letto e anzi, proprio in questi gg l’ho regalato ad un amico psicologo che sicuramente lo leggerà a differenza mia 😉😉😁

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  6. Zio Portillo ha detto:

    Visti entrambi e condivido il discorso di Lucius. Il primo, l’originale, decisamente migliore del remake americano. Anche se, come fai giustamente notare, non si può “annacquare” il tutto mettendo in mezzo il denaro. Il bello dell’esperimento di Stanford è che tutto è aperto, libero e… Gratuito! E le considerazioni sul perché e sul percome si devono trarre considerante questo presupposto.

    “L’Onda” è il film che tratta il perché il nazismo (e i totalitarsmi in genere) ha preso piede, non questo. E anche quello è tratto da un esperimento californiano.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il problema col nazismo è che tutti si fermano lì. Sarebbe davvero bello un mondo dove solo il nazismo fosse il male: il problema è che in diecimila anni di storia umana si sono alternati quasi sempre totalitarismi più o meno violenti, e che solo da uno sparuto numero di anni viviamo in un qualcosa di diverso dal totalitarismo. (Che chiamare democrazia forse è esagerato.)
      Risolvere tutto dicendo che è colpa del nazismo è mostruosamente riduttivo e soprattutto serve a distrarre dalla vera questione: è tutto dentro di noi, e questo non ha nulla a che vedere con gli “ismi” con cui i critici si riempiono la bocca.
      Ripeto, sarebbe bello dare la colpa a qualcuno o a qualcosa, quando invece la colpa è nostra e solo nostra…

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      • Giuseppe ha detto:

        Esattamente… volendo cercare colpe esterne alla questione reale non si ottiene altro che di “esternalizzarne” -appunto- sempre più le radici senza dare alcun strumento non dico già per estirparle, ma anche solo per tentare di prevenirne la formazione. Parimenti sbagliato, nello specifico, è stato ridurre cinematograficamente l’Esperimento di Stanford a una mera questione di soldi o di malefica influenza esercitata da una singola figura (Zimbardo): come se, in qualche modo, le sfaccettature dell’umana abiezione potessero limitarsi -ed essere giustificate- solo a un “l’ho fatto per soldi” o ancora “mi hanno plagiato”…
        P.S. E purtroppo, quando si tratta di nazismo, a dimostrare una volta di più quanto il circoscrivere risulti tanto rischioso quanto deresponsabilizzante, fioccano ancora oggi troppo spesso gli odiosi -oltre che disinformati- distinguo circa l’alleato totalitario di casa nostra (come se le cose si potessero scindere): su Hitler come male assoluto tutti d’accordo, eh, invece “Mussolini ha fatto anche delle cose buone”… 😦

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sono eventi troppo vicini e troppo “personali” per poter godere di un oggettivo giudizio storico: dovremo aspettare che tutti i parenti delle vittime della prima metà del Novecento siano estinti per avere una generazione di storici capaci di studiare bene il fenomeno. Visto che in realtà gli storici non sono d’accordo neanche con i regimi del passano più lontano, forse neanche in questa ipotesi si riuscirà ad avere una trattazione oggettiva.
        Sui critici non sono così ottimista: parlano per luoghi comuni e frasi preimpostate, quindi non ci sarà redenzione per loro 😀
        Per finire, temo che l’esperimento di Zimbardo nella sua estrema semplicità abbia portato alla luce risultati così impossibili da accettare che dubito qualcuno lo farà mai: il totalitarismo lo capiamo, ci piace citare il nazi-fascismo perché è comprensibile. Le conclusioni di Zimbardo sono inaccettabili e preferiamo ridurre tutto a qualcosa di più accettabile…

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      • Giuseppe ha detto:

        E sì che, in fondo, Zimbardo non ha fatto altro che dirci a chiare lettere dove sta il nostro peggior nemico (se davvero lo vogliamo sconfiggere)… quanto agli storici, passando gli anni mi trovo a credere sempre meno al fatto che il distacco temporale dall’evento studiato porti necessariamente a una sua analisi/trattazione oggettiva: temo invece -prendendo ancora a riferimento i totalitarismi più recenti- sia assai più probabile la proliferazione di revisionismi soggettivi, aventi tra l’altro gioco facile anche per la progressiva e inevitabile diminuzione dei rimasti in vita a portare testimonianze dirette (e dei loro parenti, ovvio). La “distanza” rischia di essere sempre un’arma a doppio taglio: se può eliminare quell’eccessivo coinvolgimento diretto -emotivo, personale, ecc.-che va certo a scapito dell’obiettività, allo stesso tempo può indurre a credere che l’obiettività possa tranquillamente fare a meno di quel minimo di coinvolgimento necessario per comprendere meglio ciò di cui si sta trattando…
        Sui critici, beh… ma quando mai lor signori sono riusciti ad andare al di là di luoghi comuni e frasi fatte (male)? 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il problema della Storia è davvero spinoso, così come quello dei “testimoni in vita”. L’altra volta parlavamo dell’affondamento dell’Indianapolis e ovviamente la testimonianza dei superstiti è preziosa per stabilire cosa sia accaduto in acqua – più o meno, facendo magari poi la media dei racconti – mentre invece può non essere utile nel capire “perché” la nave fosse in quelle acque, visto che i testimoni non erano tenuti a saperlo.
        Quando ci si innalza da un evento storico e si comincia a guardare la Storia, temo che i testimoni non siano più così utili, perché hanno la percezione del particolare, non dell’universale. E l’universale lo si può tentare di capire attingendo ad un numero sempre maggiore di informazioni, informazioni che magari non sono disponibili subito o che subito vengono “reinterpretate”.
        Molti orrori della guerra si sono scoperti dopo non perché sia stato un atto revisionistico, ma perché solo dopo la caduta di un regime si è potuti arrivare a fonti e prove, e magari poi dopo vent’anni si scopre qualcos’altro che rimette tutto in gioco. Io sono per la scuola di pensiero che vede la Storia come scienza, e nella scienza non importa “quando” arriva una prova: se arriva, si smonta e rimonta tutto. (Ovviamente dopo aver appurato che sia una prova concreta e non una diceria.)
        Che esista il revisionismo di comodo è innegabile, e quello che è male oggi sarà bene domani se serve a fini politici, e in paesi come l’Italia TUTTO è a fini politici. Non è una bella situazione, ma l’alternativa è una Storia fissa da sussidiario delle elementari, che onestamente mi mette più paura.
        Purtroppo l’immaginario collettivo è una bestia orribile che tutti istigano e punzecchiano coi bastoni, quindi tentare di discuterci è inutile e tentare di cambiare la sua opinione può sembrare revisionismo: metti che un giorno la gente capisca cosa sia davvero la clonazione, smettendo così di averne paura, poi che si inventano romanzi e film di fantascienza? 😀
        Scherzi a parte, per fortuna ci sono ancora storici che citano le fonti, prima di raccontare la propria interpretazione (che può essere condivisibile o meno), per cui per ora basta avere due neuroni per capire la qualità della Storia che vogliono propinarci… Quindi siamo tutti fottuti! 😀

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    • Willy l'Orbo ha detto:

      L’onda è un film bellissimo, lo consiglierei a chiunque!
      Bel post, l’argomento lo conoscevo ma un ripasso fa sempre bene 🙂
      Finale ottimo

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  7. Denis ha detto:

    confermo L’onda e un film molto bello consiglierei anche Il branco e forse anche Una poltrona per due^_^

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  8. Andrea87 ha detto:

    Forest Whitaker è il Reginald VelJohnson del nuovo millennio… davvero, non ho mai visto due attori così costantemente impiegati come poliziotti, agenti federali e similari xD

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  9. benez256 ha detto:

    I film sugli esperimenti sociologici mi piacciono sempre un sacco. Anche perchè gli stessi esperimenti mi intrigano un bel po’. Ad esempio mi piacque ai tempi il film “La Terza Onda”. Non che fosse un capolavoro, ma era interessante e l’esperimento che ci stava dietro altrettanto.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, è il più famoso e il più citato, per questo ho scelto questi film che invece sembrano ignoti, anche per dimostrare che l’Onda non ha nulla di originale: c’è un vero e proprio filone di film che parla di esperimenti sociologici e partono tutti da presupposti sbagliati: altrimenti agli spettatori non piacerebbero! 😛

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