Cinema d’assedio 4. Bataan

Compie cento anni il cinema d’assedio, e per l’occasione ripresento – arricchendo l’apparato fotografico – lo speciale a puntate che ho curato su ThrillerMagazine nel 2013: speciale che poi ho raccolto nell’eBook gratuito Dieci contro mille. Il grande cinema d’assedio.
Scegliete voi se seguirlo a puntate qui, ogni mercoledì, o “bruciare le tappe” con l’eBook.


4. Bataan

(da ThrillerMagazine, 3 maggio 2013)

Come abbiamo visto nella puntata precedente, nel 1942 la Columbia Pictures sta girando Sahara, quello che può definirsi un instant war movie – che si riferisce cioè ad un recentissimo evento bellico realmente accaduto – ma che in realtà è il remake-fotocopia del sovietico Sangue e sabbia.

L’idea, come si è visto, nasce dal fatto che la Paramount nell’agosto di quell’anno ha presentato il suo instant war movie – L’isola della paura (Wake Island) – e la Columbia ha subito voluto seguire la nuova onda: non è l’unica major ad aver fiutato l’idea, così come non è l’unica ad ispirarsi a celebri storie di assedio.

Nell’estate del 1942 la Metro-Goldwyn-Mayer (MGM) compra da David O. Selznick il progetto del film Bataan e come sceneggiatura usa un’idea che l’autore radiofonico Robert Hardy Andrews ha proposto indipendentemente. Alla MGM non sfuggono certo i forti richiami del concorrenziale Sahara alla Pattuglia sperduta di John Ford, così vuole girare un film anch’esso collegato a quel film. (La presenza fra le bozze originali della sceneggiatura di Bataan di riferimenti più che espliciti alla pellicola di Ford è testimoniata da Richard Slotkin nel suo Gunfighter Nation, 1992.)

Visto che il deserto è ormai opzionato dalla Columbia, la MGM decide di ambientare la pellicola in un altro territorio bellico di grande attualità. L’espansionismo giapponese è inarrestabile e i giornali di tutto il mondo lo seguono con apprensione, creando un bacino di utenza sensazionale. Pearl Harbour è però già “occupata” (a maggio del ’42 è appena uscito Remember Pearl Harbour della piccola casa Republic Pictures) così come l’Isola di Wake (il citato L’isola della paura targato Paramount) così la MGM decide di seguire l’esercito nipponico fino alle Filippine…

Nel gennaio del 1942 era iniziato l’assedio giapponese all’avamposto americano nella Provincia di Bataan, nella penisola di Luzon, e con lo scontro finale nell’aprile l’esercito statunitense è costretto a ritirarsi sconfitto. Ci sarà tempo per la riconquista e per gloriose pellicole come Gli eroi del Pacifico (Back to Bataan, 1945) con tanto di John Wayne e Anthony Quinn: nel 1942 c’è solo l’epica tragedia di un esercito sconfitto che si ritrova assediato da un nemico superiore e… invisibile!

Diretto da Ty Garnett, Bataan inizia con l’avvenuta sconfitta americana e con la scelta coraggiosa e tragica del sergente Bill Dance (Robert Taylor). Egli vuole riunire un manipolo di volontari per rimanere nelle retrovie e garantire la fuga al grosso dell’esercito: vuole far saltare un ponte locale, importante e principale via di comunicazione, ma vuole anche rimanere ad assicurarsi che i lavori di ripristino del ponte siano più lenti possibile. Insomma, vuole guidare un gruppo di eroi nel tentativo suicida di fermare l’avanzata dell’esercito giapponese.

Non sarà tecnicamente una “pattuglia perduta”, ma protagonista della storia è sempre un gruppo di uomini di diversa estrazione, cultura e religione che rimane bloccato in uno spazio chiuso e circondato da un nemico invisibile. E quanti sono gli uomini che compongono questo manipolo? Curiosamente sono tredici, come nel film di Mikhail Romm a cui Lawson si è ispirato per il suo Sahara. (In cui però diventano dieci per omaggio alla Lost Patrol di MacDonald-Ford.)

Proprio come nel film della Columbia anche in questo titolo l’OWI (Office of War Information) gradisce l’inserimento di un attore di colore nel cast, anche per tenere buona la NAACP (l’associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore). Mentre in Sahara il personaggio di colore fa parte delle truppe cammellate, qui il nero Wesley Eeps (Kenneth Spencer) è un vero e proprio soldato in forza attiva all’Esercito degli Stati Uniti. Oggi può sembrare scontato che in un plotone di soldati americani ci sia un nero, ma negli anni Quaranta è una vera e propria rivoluzione.

«La fantasia integrazionista mostrata in film come Bataan e Sahara – racconta Lauren Rebecca Sklaroff in Black Culture and the New Deal (2009) – non solo rappresenta il liberismo interraziale in tempo di guerra ma diviene anche marchio di fabbrica della cultura post-bellica.»

Robert Taylor contro tutti

La pellicola – arrivata nelle sale italiane nel luglio del 1964 – ricrea alla perfezione l’angoscia del “nemico invisibile”: non ci sono le dune a coprire l’esercito, bensì la fitta e opprimente vegetazione, dove dietro ogni foglia potrebbe esserci (e spesso c’è!) un occhio malevolo o un fucile puntato.

È un film denso e il più esagerato patriottismo viene controbilanciato da un’ottima prova attoriale: la scena in cui il sergente Dance, ormai isterico, affronta orde di giapponesi a suon di mitragliatrice è davvero emblematica. La scena è presente in entrambe le versioni precedenti (tanto Sangue e sabbia che Sahara, mentre ne La pattuglia sperduta c’è solo un fucile e non una mitragliatrice), ma lì il personaggio affrontava con impeccabile aplomb il nemico superiore quasi con sprezzo del pericolo. In Bataan c’è la disperata follia dell’ultimo uomo contro il mondo, che manda giù i nemici con un machismo isterico che può nascere solo dalla consapevolezza di aver perso.

Tredici uomini assediati nella giungla

Un’ultima parola per il numero dei protagonisti. Mentre nelle varie versioni della Pattuglia sperduta si parla sempre di soldati che si ritrovano in una situazione di pericolo, in Bataan per la prima volta ci troviamo di fronte a dei volontari. Tredici volontari per una missione suicida… Che questo film sia stato visto anche dai giapponesi, che vent’anni dopo tireranno fuori la pellicola 13 Assassins? Tredici samurai che si votano ad una missione suicida, ma visto che il tredicesimo ha un ruolo minimo nella vicenda, forse hanno fatto meglio gli americani a tirarne fuori Quella sporca dozzina… Ma questa è un’altra storia.

Il successo della pellicola spinge la RKO ad approfittare della riconquista della Provincia di Bataan e a girare nel maggio del 1945 il citato Gli eroi del Pacifico (Back to Bataan): non si parla però di assedio, c’è solo John Wayne che guida la resistenza filippina a suon di stelle e strisce.

Vistasi sottratta la propria location, la MGM ingaggia lo stesso attore e lo affida nelle sapienti mani di John Ford, compra i diritti del romanzo They Were Expendable – scritto nel ’42 dal cronista di guerra e romanziere William L. White – e nel dicembre 1945 sfida la RKO con il film I sacrificati di Bataan. (Che arriva in Italia nel giugno del 1963, paradossalmente prima del Bataan originario.) Malgrado la locandina con Wayne che corre all’attacco, il film è soporifero e praticamente immobile, senza lasciare filtri alla letale dose di propaganda bellica e moralismo spicciolo.

Purtroppo Bataan non ha più storie di assedio da offrire: per trovarne di buone dobbiamo andare nella vicina Manila… come vedremo la settimana prossima.

L.

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10 risposte a Cinema d’assedio 4. Bataan

  1. Cassidy ha detto:

    Quindi è un film “Spike-Lee-Approved” visto che critica tutti i film bellici senza soldati neri (citofonare Clint Eastwood per chiarimenti). Ricordo il film con John Wayne, ma questo proprio no, anche se devo dire mi sembra molto più nelle mie corde, grazie per la dritta andrò a cercarmelo, questa rubrica migliora di settimana in settimana e grazie per la citazione! Cheers

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Un pensiero estemporaneo: qualcosa dell’assedio c’è anche in Alien, a pensarci su 😛
    I film di cui parli non li ho visti, ma pensi che possa esserci una pur lontana parentela?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non mi sento di considerare Alien un film d’assedio: ok per lo spazio chiuso, anche se grande come un astronave, ma il “nemico” è all’interno e quindi sfalza tutti i valori. Invece la caratteristica del grande cinema d’assedio è il fatto che il nemico è sempre esterno ma scatena nei protagonisti il loro nemico interiore. E poi un altro prerequisito sarebbe la superiorità numerica del nemico sui protagonisti, mentre in Alien c’è l’esatto opposto: sono sette contro uno! :-p

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      • Conte Gracula ha detto:

        Però quell’uno basta e per lo più è “invisibile”. Certo, non quanto un Predator 😛
        Comunque, la struttura è indubbiamente diversa. Forse era un’idea un po’ peregrina 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        L’horror è molto debitore al genere d’assedio (lo vedremo più avanti), ma il fanta-horror ha subito cambiato struttura. Invece rimangono assedi duri e puri i primi film zombie, in cui orde di nemici silenziosi (e non sempre visibili) costringono i protagonisti in spazi chiusi, più o meno grandi, ma peggio ancora li costringono ad affrontare le proprie paure, a cui ognuno poi reagisce in modo diverso. Tutto questo purtroppo è assente in Alien, che è un fanta-horror talmente classico che è noto il suo forte debito con altre pellicole precedenti moooolto simili. (Parlo dell’alien di Ridley Scott: il vero Alien, la sceneggiatura mai portata su schermo, era tutta un’altra cosa!)

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  3. Giuseppe ha detto:

    Mai sopportati i film bellici(sti) di John Wayne… per fortuna, quello sciacquone propagandistico del ’45 non ha nulla ha che fare con il Bataan originario.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Diciamo che Duke era uno zinzinino propagandistico 😀 Scherzi a parte, quando si ricordano i suoi grandi film spesso ci si dimentica che ha prodotto anche un ingente numero di prodotti terribili, il cui peggior difetto è essere noiosi da morire. Di sicuro nel periodo bellico la propaganda non aiutava a sopportare la noia…

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