G2 (1999) Mortal Conquest

Lascio la parola ad un mio lettore – che ha scelto di firmarsi Willy l’Orbo – che ci parlerà di un film vintage… anzi, Zintage!
L.

Nella vita, ahinoi, ci sono molte certezze (o presunte tali) di segno negativo. Tra queste rientrano senza dubbio comportamenti, oggetti o altre amenità varie porta sfiga, ad esempio un gatto nero che attraversa la strada, far cadere del sale, rompere uno specchio, un ombrello aperto al chiuso, Daniel Bernhardt. Daniel Bernhardt? Accidempolina, sì. Il perché è presto detto: si tratta di un attore, pur confinato nella serie Z, dalle indiscutibili doti atletiche, marzialmente dignitoso e a livello recitativo decisamente più appetibile di molti, inverecondi colleghi. Eppure… c’è un eppure.
Guardatevi la filmografia in cui si erge al ruolo di protagonista e ditemi se c’è una pellicola decente; no, vero? Quindi i casi sono due: o il buon Daniel ha un’innata propensione masochistica che lo spinge a cercare le peggiori produzioni partorite da mente sub-umana o… è perseguitato da una scalogna immane che poi pervade tutto il set. Come si sarà capito propendo per la seconda ipotesi e, al fine di testarne ulteriormente la veridicità, mi cimento nel disgraziato lungometraggio G2 – Mortal Conquest. [Arrivato in Italia in VHS Sony Pictures il 14 luglio 2000.]

Già il titolo, che occhieggia, ruffiano, alla partecipazione del nostro alla serie TV Mortal Kombat: Conquest (che ovviamente non ci incastra una mazza), fa storcere il naso ma temo che la visione me la deformerà del tutto, la pora nappa. In effetti basta la voce fuori campo che parla di una spada di Alessandro Magno dagli immensi poteri a instillare nello spettatore il sospetto di un trashone d’annata; le immagini cartonesche con cui la mitica arma ci viene presentata su sfondo spaziale… dilatano la perplessità.
Dannatamente confusi ci troviamo proiettati duemila anni fa con un Bernhardt cavaliere e munito del cimelio citato sopra che affronta uno sparuto gruppo di mongoli venendone però trafitto. Ma è un incubo del Daniel, discendente o reincarnazione, come preferite voi, che vive nel mondo contemporaneo (ove interpreta Steven Conlin): peccato, pensavo di essermela cavata con cinque minuti di film. E invece mi tocca soffrire ancora (anche perché in realtà quello scontro remoto, il nostro, l’ha vinto).

Nel frattempo il criminale Parmenion (nientemeno che James Hong), capo proprio dei mongoli del sogno e tornato dal passato per vendicarsi, trova la famosa spada. Capo dei mongoli? Tornato dal passato? Spada magica? Ma che trama è? Hanno promosso un concorso tra pappagalli imbastendo la sceneggiatura in base ai lemmi che casualmente uscivano dal loro becco? Deve essere andata proprio così.
Va detto che anche i primi accenni di recitazione destano una certa angoscia: quando i cattivi si scontrano con una banda rivale rispondono alla pioggia di spari di quest’ultima respingendo ogni singolo proiettile col movimento rapido delle lame; e nel fare ciò ondeggiano il bacino in modo talmente ridicolo da rimembrare la lambada: na nanana-na pum! pam! na-naaa.

È solo l’inizio: per verificare l’efficacia dell’arma uno sgherro partecipa ad uno scontro con un buzzurro che emette unicamente grugniti. Dunque i due, per intimorirsi, si scambiano dei “Grrr” e fanno della facce che nemmeno a Zelig. Non sto esagerando. Comunque Parmenion rintraccia la città dove Daniel lavora come fabbro di spade (sigh), si infiltra nella polizia e indaga su combattimenti clandestini con uso di sciabole, fioretti e compagnia cantante. Il filo logico che fa da sfondo all’opera si intuisce anche dal fatto che i tutori dell’ordine si fanno abbindolare in modo disarmante mentre un ragazzino a cui parlano di spade magiche, incredibilmente, ci crede all’istante… ed è l’unico che ha ragione.
In un mondo normale, il fanciullo, andrebbe preso a scappellotti h24. In un mondo normale, appunto.

Intanto avviene uno scontro tra gendarmi e uomini di Parmenion con l’uomo della lambada sempre sugli scudi: stavolta respinge i colpi nemici addirittura roteando dei fazzoletti legati tra loro. È ormai il mio idolo e ogni volta che lo vedo la tensione dovuta al trash invasivo si scioglie in un dolce sorriso. Già temo il momento dell’inevitabile dipartita.
Mentre i suoi scagnozzi fanno il lavoro sporco, Hong si trastulla con i combattimenti clandestini popolati da uomini armati di catene e bastoni, maschere improbabili, gente che si fa chiamare Conan. Eh, vabbè.

 

Proprio qui si incontrano forse casualmente forse no protagonista ed antagonista, il primo cade in una sorta di trance col secondo che gli fa le linguacce (!?), quindi i due si trovano su un tetto a discutere: vi prego di fare un minuto di silenzio per la morte di qualsiasi forma di coerenza nella trama. Come se non bastasse, quando finalmente Daniel combatte, lo fa contro un avversario la cui principale abilità è essere un mangiafuoco (esattamente) e con un uso della spada che penalizza le sue riconosciute abilità marziali. Peraltro non si capisce per quale motivo si cimenti in tali tornei e Parmenion non si sia risolto a farlo fuori… ma, a questo punto, son quisquilie.

È una pellicola talmente incomprensibile che quando il cattivone ha detto «Non te la do», riferendosi evidentemente al cimelio magico, io ho avuto il preoccupante flash di una sorpresa dietro la patta di Hong. Oh. Mio. Dio.
Si prosegue tra love story imbastite a casaccio, comportamenti folli, sparpagliamenti gratuiti di sangue, combattimenti modalità scherma, flashback più ripetitivi di un «Capra! Capra!» di Sgarbi.

Si prosegue, invero, con molta fatica e, dopo l’ovvia uccisione dell’uomo della lambada, con uno spesso velo di tristezza. Però, almeno, alla luce di quanto visto e sopportato abbiamo la conferma dell’ipotesi iniziale: Daniel Bernhardt porta una tale sfiga che un gatto nero che fa cadere il sale rompendo uno specchio mentre tiene nella zampa un ombrello aperto… può accompagnare solo.

P.S.
Ringrazio Willy l’Orbo per aver recensito il film.
L.

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20 risposte a G2 (1999) Mortal Conquest

  1. Cassidy ha detto:

    Per assurdo, per quanto la mia mente inizi a tremolare come gelatina durante una scossa di assestamento, potrei ancora giustificare la lambada, ma le boccacce? Perché!? Qui siamo all’improvvisazione teatrale applicata ai film di menare 😉 Cheers

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    • Willy l'Orbo ha detto:

      “Improvvisazione teatrale”, sintesi perfetta anche perché applicabile non solo alle discutibili performance ma anche ad una trama che più improvvisata di così… 🙂

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Questo lo voglio vedere, una storia così sconclusionata merita.
    Non so cosa, ma lo merita 😉

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  3. Lo Zio ha detto:

    Mammamia che roba… Allora, per me, l’unica soluzione possibile per spiegare questi film è la seguente: è un gioco. Una sorta di rito di iniziazzione della lobby degli sceneggiatori. Pescano da una serie di sacchettini (tipo tombola) i nomi di protagonisti e il loro mestiere, un’ambientazione, un paio di azioni random e un villain compreso del suo lavoro. Una sorta di gioco perverso hollywoodiano per “nonnizzare” i giovani sceneggiatori. Ecco che il vecchio sceneggiatore navigato che scrive film da Oscar o sit-com di cult, pone il povero, squattrinato giovane sceneggiatore del mid-west che arriva a L.A. carico di speranze, davanti al “gioco dei sacchetti”. Viene preso a badilate sul deretano (alla “Animal House” per capirci: SBAM! “Grazie signore posso averne un altro?” SBAM! “Grazie signore posso averne un altro?”…) e costretto a pescare un foglietto da ogni sacco e due da quello delle azioni. Il protagonista quindi è “Frank Dragovic antiquario del Vermont ma reduce dalla prima Guerra del Golfo”. Dove si svolge il film: “un quartiere residenziale di New Orleans alla vigilia del Mardi Gras”. Le azioni a caso sono quelle di “portare il cane a tosare” e “una banda di ninja neonazisti spaccia droga ai ragazzini davanti alle high school”. E infine, dall’ultimo sacchetto, quello dei villain esce “Vlad Tepes XVIII, erede della stirpe di Dracula, direttore di banca di giorno e vampiro di notte”. Ora se vogliono provare a far carriera i giovani sceneggiatori devono ricavare un film con tutti questi elementi.

    Solo così possono nascere i film che Willy recensisce, non trovo altra spiegazione.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ahahha mi sembra una spiegazione assolutamente plausibile 😛

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    • Conte Gracula ha detto:

      Io questo film con l’antiquario reduce dalla guerra del golfo e il bancario impalatore lo voglio proprio vedere XD
      Il metodo mi ricorda quello che immaginavo per il paroliere degli 883
      “Regola… amico… sbagliare… si scrive da sola!”

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    • Willy l'Orbo ha detto:

      Ahahahah! Uno dei commenti più belli che ho mai letto! Ora però io spero sia proprio così nella raltà sennò ci resterei troppo male! 🙂 🙂 🙂

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      • Giuseppe ha detto:

        Beh, Willy, quella de Lo Zio mi sembra una spiegazione più che esauriente per l’origine di tutte le tue cinesofferenze (sì, dai, dev’essere andata così) 🙂
        Quanto a Daniel Bernhardt, propendo anch’io per la teoria della scalogna immane. Solo mi chiedo: e se fosse vittima di una scalogna abilmente pilotata? E se non gliela dessero apposta la speranza di intravedere una via d’uscita da questi filmaZZi?
        Bernhardt: “Così mi state proponendo di partecipare ad un altro bel film di merda…”
        Produttori (anonimi, tanto, o l’uno o l’altro, per Daniel alla fine è sempre la solita musica che non vorremmo sentir suonare): “Dan, devi vedere le cose in prospettiva. La nostra. Sia chiaro, ci va a genio un tipo in gamba come te: prestante, atletico, marzialmente preparato… solo, ecco, c’è il problema della tua recitazione.”
        Bernhardt (si incazza): “State dicendo che non so recitare, per caso?!?”
        Produttori: “Al contrario, rispetto alla media dei tuoi colleghi sei quasi Al Pacino, ma qui noi ti si paga per menare e non per recitare! Che poi, se dovessimo alzare la qualità delle produzioni potrebbe venirti in mente di fare l’attore per davvero: ti impigriresti, finiresti fuori forma, dimenticheresti tutte le tue mosse, perderemmo un sacco di soldi… guarda, Dan, lasciamo tutto come sta, vuoi? Non è così male come sembra, no? Credici, un giorno ci ringrazierai per questo”
        Bernhardt (sguardo poco rassicurante): “Probabile che il giorno prima vi menerò … (sarcastico) così, giusto per tenermi allenato in vista del prossimo film. Intanto ringraziatemi voi visto che, per rimanere in tema, ho deciso di fare il FIORETTO di non passarvi a fil di SPADA!”
        (Andandosene, incrocia James Hong che sta ripassando le battute)
        Hong: “Daniel, già che passi di qua, che ne dici di provare la scena della lingua/trance?”
        Bernhardt: “Se non la proviamo dici che cambia qualcosa, eh, Jim?”
        Hong: “No, hai ragione, rimane sempre e comunque una stronzata. Come tutto il resto. Ma, scusa, tu l’hai capito perché subito dopo ci troviamo a discutere su di un tetto?”
        Bernhardt: “Boh, forse c’è del simbolismo nascosto: solo da una posizione ELEVATA si possono capire le VETTE di incoerenza raggiunte da ‘sta roba…”
        Hong: “Per quello mi sa sarebbe bastato a malapena il K2…”
        (Se ne vanno sconsolati seguiti da mangiafuoco, ballerini di lambada, accompagnatrici per love story a casaccio, uomini digrignanti e/o mascherati, finti Conan, portabastoni, rotea-catene, ecc.ecc., in pratica tutto quel circo Barnum che, come si sa, è l’anima di ogni film marziale assolutamente INdegno di nota) 😉

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Ahahaha! Il tuo commento Giuseppe è il giusto coronamento! Ora siamo a posto: i post dello zio e il tuo spiegano in modo esauriente la genesi di ogni film di serie Z!!! 🙂 🙂 🙂

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