[Novelization] Terminator Salvation (2009)

Ad integrazione del ciclo L’altro Terminator – dedicato ai filmacci che si rifanno, più o meno dichiaratamente, al capolavoro di James Cameron – presento i primi due capitoli della novelization di Alan Dean Foster di Terminator Salvation (2009), portata in Italia da Multiplayer.it nel maggio 2009.
La traduzione è di Francesca Noto.


Terminator Salvation


A Brian Thomsen, che avrebbe approvato
ma purtroppo ci ha lasciati troppo presto.
*
Con stima e amicizia.

Il futuro non è già scritto.
*
Mi è stato detto che ho pronunciato
questa frase, una volta.
Tra tanti anni.
Era un avvertimento.
La certezza che sarei finito all’Inferno,
ma se avessi lottato fino in fondo forse
sarei riuscito a uscirne.
*
Ci ho creduto per tutta la vita.
*
JOHN CONNOR

1

Il Penitenziario Statale di Longview non era migliore o peggiore, né architettonicamente più attraente o deprimente di qualsiasi altra prigione di massima sicurezza dello stato del Texas; questo significava che, per il metro di giudizio di chi viveva in istituti squallidi come quello, stava tra lugubre e brutto come il peccato.
Chi vi risiedeva, che fosse condannato a rimanerci per poco o tanto tempo, tendeva a esser duro e spietato come la terra su cui era stato edificato. Pochi pesci piccoli osavano alzare le mani o la voce in mezzo a quella popolazione ringhiante, i cui membri più autorevoli preferivano spaccar teste, più che farle ragionare.
In altre parole, si poteva dire che a Longview ci fossero più teste rotte che teste matte.
Tra i più attivi nel menar le mani si poteva contare un soggetto altamente antisociale di nome Marcus Wright. Purtroppo, per la maggior parte della sua vita era stato dalla parte sbagliata. Ora sedeva su una branda in un angolo di quell’inferno sulla Terra, a guardare la parete di fronte. La vista dell’intonaco macchiato e del cemento non era niente d’eccezionale, ma sempre meglio che fissare uno dei tre uomini in piedi lì attorno. Due indossavano l’uniforme, il terzo no.
No, si corresse. Non era del tutto vero. In realtà, tutti e tre ne indossavano una. Ma era deprimente guardarli, perché due di loro erano fermi ai lati delle solide sbarre di ferro che lo confinavano nella sua gabbia, mentre il terzo poteva uscirne quando voleva. La società preferiva chiamare cella quella sua dimora sempre più temporanea. Lui la pensava diversamente, ma si trattava sempre di un sostantivo femminile.
Due dei tre individui liberi erano secondini. Armati e con delle manette di metallo in mano, osservavano cautamente ciò che stava accadendo dall’altra parte delle sbarre. La loro postura e le loro espressioni riflettevano la preoccupazione di uomini duri, perfettamente consci del fatto che qualsiasi momentaneo rilassamento nel compiere il loro dovere quotidiano avrebbe potuto comportare dolore, ferite o morte. Non avevano ottenuto il loro posto attuale a Longview perché non ce n’erano come neurochirurghi o scienziati aerospaziali.
Non che fossero ignoranti: solo che, nel loro lavoro, i muscoli e l’agilità fisica erano utili alla sopravvivenza spicciola più delle abilità mentali, che, di solito, non erano particolarmente importanti. Ad ogni modo, la loro capacità cranica era mediamente superiore a quella di coloro che dovevano tenere a bada.
Al di là di poche eccezioni.
Il triumvirato era completato da un uomo ché si trovava appena dentro la cella; le sue parole lo descrivevano, anche se l’essersi occupato di molti ospiti di quel carcere, attuali e precedenti, l’aveva reso più duro. Nel corso degli anni, la recitazione dei tradizionali versetti biblici era diventata per lui una monotona nenia, sfiorata più da una speranza bastarda e dura a morire che non da una vera aspettativa.
Anche se l’ottimismo di quel sacerdote non era stato del tutto stroncato dalla brutalità che gli esseri umani riuscivano a scaricarsi addosso, comunque, ripetutamente schiacciato e preso a pugni da una quantità demoralizzante di duro realismo, non aveva più alcun legame con ciò che ci aspetteremmo da chi dedica la sua vita alla Chiesa.
La sua fede era massacrata.
“Sì”, intonò meccanicamente, “se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male”.
Stupido, pensò Wright. Stupido e inutile. Dovrei aver paura di me stesso?
Perché, non era forse lui il male incarnato? Non gliel’aveva detto quello stronzo di un giudice, acclamato da un pubblico viscido e fremente? Se quello era il loro verdetto su di lui, doveva esser vero, no? Aveva perso da molto tempo il desiderio di opporsi al giudizio della società. Aveva questo in comune con la parete di cemento che stava fissando. Erano entrambi solidi, impenetrabili, inespressivi e muti. Se quel muro poteva accettare il suo destino in silenzio, doveva riuscirci anche lui.
“…perché tu sei con me”, proseguì il prete senza slancio.
Perché non può starsene semplicemente zitto? Perché lui, o chiunque altro, doveva passare sempre un minuto di troppo nelle profondità di quel grigio stagno di umanità languente?
“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.
Ecco un passo che comprendeva bene. Dammi un bastone e un vincastro, pensò con ironia cupa, e poi sarà meglio che ti levi di mezzo. Dammi una possibilità
Se pavimenti lucidi e solidi corridoi hanno un pregio è la loro eccellente acustica. Questo può rivelarsi spiacevole, quando qualcuno prende a urlare incessantemente, un’attività non così fuori dal comune a Longview. Ma l’edificio poteva anche amplificare il suono dei passi, e fu proprio un rumore di questo tipo a far lanciare a Wright un’occhiata lugubre verso l’esterno.
Un attimo più tardi, la sua attenzione si era spostata del tutto dal muro immobile ai fianchi che si stavano avvicinando. E i suoi occhi, di colpo vigili, presero a vagare silenziosamente su tutto ciò che c’era al di sopra e al di sotto di quelle morbide linee ondeggianti.
*
Anche i secondini la guardarono. I visitatori come la dottoressa Serena Kogan erano rari a Longview. E non era il suo titolo a destare il loro interesse, anche se la reazione di Wright fu più conflittuale di quanto avrebbero potuto sospettare. Abituata agli sguardi carichi di testosterone, lei li ignorò.
Poco più che trentenne, era di una bellezza non convenzionale; in parte per la natura del suo lavoro, che le donava un immagine di perfezione come frutto dell’intensa e costante concentrazione. Diversamente dal solito, però, la tensione del suo volto e delle sue labbra serrate rivelavano che era assillata da una sorta di disperazione. Il suo fascino, comunque, ne risentiva ben poco.
*
Fermandosi appena fuori dalla cella, lei guardò dentro e sostenne senza problemi lo sguardo di Wright. Il successivo silenzio tra loro valse, se non mille, almeno una o due parole. Lui fissò il prete.
“Vattene”. Dalla bocca del detenuto sembrava più un ordine che una richiesta.
Il suo visitatore pagato dallo Stato gesticolò, esitante, con la Bibbia che aveva in mano. “Non ho ancora finito, figliolo”.
Il suo sguardo passò dal muro al suo indesiderato confessore. Ed era più duro del cemento. Non aveva bisogno di rispondere… non con le parole.
Pragmatico quanto in buona fede, il sacerdote comprese il messaggio. Mentre la porta metallica veniva aperta, non lanciò neanche uno sguardo vago verso la nuova arrivata. Era perso nei propri pensieri, che non erano confortanti come avrebbe gradito.
Uno dei secondini riuscì ad alzare gli occhi dal corpo di Serena Kogan al suo viso abbastanza a lungo da rivolgerle un cenno d’avvertimento. “Se ha bisogno di noi, io e il mio collega siamo qui”, diceva la sua espressione, e quella dell’altro aggiungeva: “Non faccia niente che necessiti del nostro intervento”.
Mentre la porta della cella si richiudeva dietro di lei, l’imbarazzo sostituì qualsiasi incerto saluto. Wright, a cui ben poco interessavano le chiacchiere, la osservò senza parlare. Il silenzio tra loro minacciava di diventare profondo quanto le loro differenze sociali.
“Come sta?”, mormorò infine la donna.
Nei confini primitivi di quella stanzetta, la domanda suonava divertente come la battuta geniale di un comico famoso.
“Me lo richieda tra un’ora”, replicò l’uomo freddamente.
Il silenzio era rotto, ma non il disagio. L’attenzione di lei si fermò sulla piccola scrivania. Non c’era granché, a parte un libro: Al di là del bene e del male. Non si trattava certo di una lettura leggera, ma era felice di vederlo lì. “Ha ricevuto il libro che le ho mandato”.
Wright non era tipo da commentare l’ovvio. Il mugugno che offrì di rimando avrebbe potuto significare che l’aveva letto oppure che ne aveva usato le pagine come carta igienica. Il suo viso non lo faceva capire. E ormai erano entrambi a corto d’argomenti.
“Ho pensato di provarci un’ultima volta”. Nella luce fioca della cella, la sua carnagione pallida era luminosa come il sole che lui non avrebbe più visto. “La prego, davvero”.
Non ci furono sorrisi o parole di disapprovazione. Solo la stessa espressione indecifrabile.
“Sarebbe dovuta rimanere a San Francisco”, borbottò. “Fossi stato al posto suo, io l’avrei fatto”.
Lei lo fissò per un altro istante, poi tornò alla scrivania. Dalla sottile valigetta che portava con sé prese un fascicolo di fogli ordinati, li posò sul pianale rovinato e irregolare del tavolo e vi aggiunse una penna, a punta morbida secondo le regole. Il suo tono prese forza. “Firmando questo documento di consenso, donerebbe il suo corpo a una nobile causa. Con la sua ultima azione, avrebbe la possibilità di far qualcosa per il genere umano. È un’opportunità che non è stata offerta a tutti quelli che si sono trovati nella sua condizione”.
Lui alzò lo sguardo. “Sa cosa ho fatto. Non sto cercando una seconda possibilità”.
La donna esitò, poi riprese i fogli e la penna. Le sue mani esili stavano tremando, e non per la vicinanza del detenuto. Conoscendola abbastanza, lui ne capiva almeno in parte il perché. “Non sono certo l’unico condannato a morte, no? La vita è bizzarra. Lei pensa che firmando quelle carte potrò aiutarla a sconfiggere il suo cancro, dottoressa Kogan?”
Lei si irrigidì lievemente. “Moriremo tutti, Marcus. Prima o poi, tutti si spengono, tutto finisce. La gente, le piante, i pianeti, le stelle… tutto. Nello schema delle cose, la mia vita, la sua, non hanno nessuna importanza. Siamo qui per un minuto o due; mangiamo, ridiamo, ci diamo tanto da fare… e poi finiamo”. Schioccò le dita. “Così. Non ho paura per me stessa, ma per il futuro dell’umanità”.
Lui sembrò ponderare quella risposta, poi annuì lentamente. “Come se a me dovesse importare qualcosa del futuro dell’umanità. Come se a chiunque gliene fregasse niente. La società di cui parla ha prodotto me, no?” Tacque per qualche altro istante, poi dichiarò inaspettatamente: “Le dirò cosa farò. Glielo venderò, il mio corpo”. Si guardò e il disgusto nel suo tono divenne indiscutibile. “Questo”.
Non era la risposta che la donna si aspettava. “Venderlo? In cambio di cosa?”
Lui rialzò lo sguardo, incontrando quello di lei. Una scintilla di vita era comparsa nel vuoto dei suoi occhi. O forse era solo il riflesso delle luci sul soffitto. “Di un bacio”.
Le labbra di lei si schiusero in un muto stupore. “Sta cercando di essere divertente?”
Lui scrollò le spalle con diffidenza. “Non lo sono neanche quando ci provo”. Stendendo un braccio, indicò i dintorni. “Non c’è poi molto da ridere, qua in giro. Beh?” Con l’altra mano si sfiorò il petto. “Lo vuole o no, quest’articolo?”
“Sta scherzando, vero?”
“L’ultimo che pensava che stessi scherzando non ha avuto modo di cambiare idea”.
Lei deglutì. Il suo intestino era pieno di tumori non operabili. Aveva qualcosa da guadagnare e assolutamente niente da perdere. Quando si è sul punto di morire, è incredibile quanto nozioni come il rispetto per se stessi e la dignità si riducano velocemente a inutili banalità. Tornò a posare sulla scrivania le carte e la penna, poi si girò verso di lui e annuì. Le braccia le ricaddero lungo i fianchi. Sembrava una donna di fronte a un plotone d’esecuzione.
Per la prima volta da quando il sacerdote era arrivato per poi andarsene, Wright si alzò dalla branda. In piedi sembrava molto più alto e robusto. La minaccia psicologica e fisica che rappresentava si estese in ogni direzione dalla sua figura potente. Anche solo stargli vicino era inquietante.
*
Fuori dalla cella, i due secondini videro ciò che stava accadendo e si accostarono immediatamente alla porta. Uno afferrò ansiosamente la maniglia. Ma era stato detto loro di non interferire, a meno che non fosse assolutamente necessario.
*
Wright le si avvicinò. Lei restò immobile. Lentamente, prendendosi il suo tempo, l’uomo si piegò su di lei. Prima che le guardie potessero intervenire, avrebbe potuto afferrarla e spezzarle il collo come un pezzo di legno secco. Lo sapevano entrambi.
Chinandosi, la baciò.
Le sue mani si sollevarono a circondarle il viso, mentre manteneva quel contatto. Non c’era alcuna attrazione sessuale, né romanticismo o tenerezza, in quel bacio. Era angosciante, profanatorio e brutale, psicologicamente se non fisicamente. E mentre lui continuava, gli occhi di lei restavano chiusi, e non perché provasse piacere.
Durò molto a lungo.
*
Disgustati e confusi al tempo stesso, i secondini osservarono la scena senza intervenire. Stavano già immaginando i commenti dei colleghi, quando più tardi gli avrebbero raccontato quella storia davanti a caffè caldo e ciambelle.
*
La sua presa decisa continuò finché non ne ebbe abbastanza. Forse, semplicemente se ne annoiò. O forse aveva dimostrato a sufficienza di cos’era capace quando voleva. Lasciandola andare, fece un passo indietro studiando il suo volto. Guardando dentro di lei. E quando infine parlò, il suo tono era stranamente pensieroso.
“Dunque è questo il sapore della morte”.
Lei ci provò, ma la sua espressione non lo uccise. Comunque, di lì a poco c’avrebbe pensato lo Stato.
*
Passandole oltre, il condannato prese la penna dalla scrivania. Senza quasi guardare le pagine fitte di espressioni legali, firmò dove indicato. Avrebbe potuto sbagliare a scrivere il suo nome, o firmare “George Washington”, avrebbe potuto fare molte cose per invalidare legalmente quelle carte. Invece, scrisse semplicemente “Marcus Wright”, a lettere chiare e leggibili. Un patto era un patto, e a lui sembrava che ne fosse valsa la pena.
Riponendo la biro, si voltò verso il corridoio e sollevò le mani a palmo aperto, mostrandole ai secondini. Quello dei due che non aveva lasciato la presa sulla maniglia fece muovere di lato le sbarre, mentre il suo collega sollevava le manette che aveva con sé. Non c’era bisogno di spiegazioni.
Era venuto il momento.
Uscendo dalla cella restò immobile, a fissare la parete opposta del corridoio. Era un sollievo uscire da quella gabbia. Anche solo per fermarsi lì. Pur essendo l’ultima volta. Non si mosse né oppose resistenza mentre una guardia gli chiudeva i ceppi intorno alle caviglie. Nonostante le loro armi e l’addestramento, Wright aveva la consapevolezza di poterli uccidere entrambi. Probabilmente ne erano consci anche loro, così come tutti e tre sapevano che, se avesse fatto anche la minima mossa ostile, non avrebbe lasciato vivo quel corridoio: la sua morte sarebbe stata meno veloce e probabilmente più dolorosa di quella che gli aveva assegnato lo Stato.
Mentre gli bloccavano le gambe, la dottoressa stava studiando le sue carte. Insieme soddisfatta e sollevata, le rimise in ordine, quasi con deferenza, per farle poi sparire nella sua valigetta. Solo allora uscì dalla cella e si mise da un lato, osservando l’impassibile Wright. “Sta facendo qualcosa di molto nobile”.
Lui la guardò. “Sto morendo per i miei peccati e lascio che voi facciate a pezzi il mio corpo finché non resterà nulla di me. Comunque nessuno visiterebbe la mia tomba, se ce ne fosse una… Sì, sono proprio un eroe”.
“Non capisce. Questo è l’inizio di qualcosa di meraviglioso”.
“No. È la fine di qualcosa di spiacevole”.
Il secondino che gli aveva bloccato le caviglie controllò un’ultima volta prima di rimettersi dritto. Lui e il suo collega si scambiarono un’occhiata. Poi l’altro fece un cenno al detenuto.
“Andiamo. È ora”.
*
Visto che non c’era modo di camuffare la camera della morte, e non ce n’era neanche motivo, nessuno Stato si era mai preso la briga di farlo. I colori pastello sarebbero sembrati fuori luogo, qualunque decorazione non necessaria grottesca. La stanza era severa e vuota, funzionale come un deposito di carbone o un albero a gomiti.
C’era un vetro antiproiettile che la divideva. Da una parte stavano le sedie per gli invitati: i testimoni, i media, i familiari delle vittime del condannato. L’altra era riservata alla morte.
A molte esecuzioni assistevano solo le persone necessarie a portare avanti il volere del popolo. Non a quella di Marcus Wright. Non suscitava il fervore proprio delle decapitazioni del diciassettesimo secolo, certo, ma di gente ce n’era comunque parecchia.
Serena Kogan era tra gli spettatori. Non perché la sua presenza fosse richiesta, ma perché, per motivi noti solo a lei stessa, sentiva la necessità di esser lì.
Scortato dalle attentissime guardie, il condannato entrò nella stanza di sua volontà. Fin troppi dovevano essere trascinati dentro a viva forza o sedati.
Non Wright.
Con l’aiuto dei secondini, gli esecutori si misero all’opera. Guidandolo fermamente, lo posizionarono supino su una specie di barella. Manette e ceppi gli furono tolti, mentre delle spesse fasce di cuoio gli vennero strette intorno al corpo. In quel momento della verità, molti uomini, che fino a poco prima si erano mostrati calmi o perfino tracotanti, erano caduti in violente e incontrollabili convulsioni. Era per questo che le cinghie erano abbastanza forti da tenere a bada le sgroppate di un giovenco selvaggio.
Mentre continuavano il loro lavoro silenzioso e metodico, il direttore di Longview fece il suo discorso, in piedi lì vicino. Non disse poi molto. Non era certo il momento di perdersi in chiacchiere.
“Le tue ultime parole?”
Wright ci pensò, disteso sul lettino mentre gli altri si affaccendavano in silenzio intorno a lui. Non era mai stato molto bravo con le parole. Forse, se fosse stato più abile ad esprimersi e meno a tirar pugni…
Ma ormai era troppo tardi. Troppo tardi per qualsiasi rimpianto. Si sarebbe stretto nelle spalle, se i legacci glielo avessero consentito. “Ho ucciso un uomo che non se lo meritava. Ciò che è giusto è giusto. Procediamo”.
*
Nei suoi anni a Longview, il direttore ne aveva sentite di tutti i colori. Questo non era stato un addio eloquente, ma il condannato non aveva neanche ceduto all’isteria. Gliene era grato. Quella procedura, pur diventata più rara, non era per questo meno sgradevole. Era sempre meglio quando veniva affrontata senza problemi.
*
Un infermiere passò un batuffolo di cotone imbevuto d’alcool sull’incavo del braccio di Wright. Ad osservarlo, appariva perplesso. Temevano forse che prendesse un’infezione?
Avvertì appena la puntura quando l’ago gli affondò nella carne. L’uomo era molto bravo nel suo lavoro e quasi non gli fece avvertire alcun dolore. Wright gliene fu immensamente riconoscente.
I suoi occhi iniziarono a muoversi rapidamente, vagando attorno alla stanza. Tutto gli sembrava improvvisamente nuovo ed estremamente nitido: il colore dei camici, il blu delle pupille di una guardia, l’intensità delle luci sopra di lui. E c’era anche qualcos’altro di sconosciuto. Per la prima volta negli occhi del prigioniero comparve distintamente la paura.
Di lato, un altro infermiere regolò una valvola. Un fluido iniziò a scorrere nel tubicino che ora finiva nel suo braccio. Era di plastica, e il liquido trasparente. Sembrava acqua.
Gli occhi presero a spostarsi ancor più in fretta. Alcuni monitor mostravano che il ritmo del suo battito era bruscamente salito, insieme a quello del respiro. Non c’era alcun dolore, tranne quello della comprensione.
Iniziando a morire aveva improvvisamente capito quanto desiderasse vivere. Voleva lottare, sentiva il bisogno di combattere. Ma non poteva. Il veleno, facendo il suo lavoro, stava già prendendo possesso di lui, spegnendo un sistema dopo l’altro. Nervoso, respiratorio, circolatorio… fine della storia.
Avrebbe voluto urlare, ma non poté.
Sopra di lui, la luce era bianca e chiara. Pulita, purificatrice. Mentre le idee e ciò che restava della sua coscienza scivolavano via, lottò per comporre un ultimo, confuso pensiero. Non riguardava le cose che aveva fatto e che l’avevano condotto fin lì. Non ricordava i suoi giorni più felici, o come la sua vita era andata alla deriva e invece sarebbe potuta cambiare in meglio. Non si riferiva al cibo, al sesso, alla gioia o al dolore.
Il suo pensiero si fermò su quell’ultimo bacio e su come avrebbe potuto renderlo migliore.

2

Gli animali compaiono sulla Terra, vivono e poi si estinguono. Le piante coprono il terreno come un lenzuolo verde, poi si ritirano e ritornano con maggiore fecondità. La vita si espande, si contrae, viene spazzata via e poi riprende, a volte ritraendosi fino ai margini della sopravvivenza.
Ma la Terra continua a esistere. Non importa quante specie brulichino sulla sua superficie o cadano vittime di inondazioni, terremoti, epidemie, derive continentali o catastrofi cosmiche: il pianeta continua a girare metodicamente intorno alla sua ignara stella gialla. Le onde dell’oceano continuano a sollevarsi, il suo nucleo di metallo fuso brucia e ribolle, i venti, leggeri o violenti che siano, continuano a scorrere sulla sua superficie. Il ghiaccio si espande e si ritira ai poli, le piogge tropicali bagnano l’Equatore e il calore fa tremare l’aria sopra ai suoi deserti.
Una di queste superfici aride, nella parte centrale del continente chiamato Nord America, stava per ricevere un momentaneo picco di calore fuori dalla norma.
Il missile arrivò basso e veloce, su una traiettoria capace di eludere anche i più avanzati sistemi di controllo. La testata che portava era molto più potente di quanto si potesse sospettare a prima vista. Guidato da un programma e dalla sua intelligenza interna, scivolava così radente al suolo da esser costretto occasionalmente a deviare, per non colpire gli alberi e le torri di trasmissione.
Il suo obiettivo era una valle piatta e bruciata da cui si sollevavano dozzine di parabole satellitari, come coralli su un fondale marino. L’unico segno di vita in quella foresta tecnologica era una singola figura bipede che, marciando con passo fermo e instancabile, di quando in quando riposizionava l’enorme fucile che portava sulla spalla.
Un suono ne attirò l’attenzione. Girandosi a controllare il cielo, focalizzò rapidamente lo sguardo verso l’oggetto in arrivo. Imbracciando l’arma pesante, mirò e sparò con eccezionale velocità e precisione. Un proiettile centrò una delle alette, spedendolo fuori traiettoria… ma solo per un istante. Il sistema di guida interno corresse immediatamente il suo corso.
Mentre il missile si inclinava verso un tratto di terreno spoglio al centro del largo spiegamento tecnologico, la guardia era di nuovo pronta a sparare. Non sembrava affatto preoccupata di quanto stava per accadere.
Il razzo si schiantò sulla terra con un tonante whoom!
La sentinella barcollò, si rimise in piedi e si preparò a mirare di nuovo.
Ma ora c’era solo un cratere a mostrare il punto del terreno in cui il vettore si era piantato.
E poi il mondo esplose in un tripudio di fuoco e rumore, quando la testata, raggiunta una profondità predeterminata, detonò.
Detriti e roccia polverizzata si sollevarono con veemenza verso il cielo. Insieme a tutto ciò che era nelle vicinanze dell’esplosione, anche la guardia venne lanciata in aria. Atterrò violentemente, si girò, cerco di rialzarsi e crollò di nuovo al suolo. Il calore e le fiamme avevano incenerito la pelle del suo volto fino a rivelarne il teschio. Avrebbe dovuto esser bianco.
Invece scintillava.
Come i suoi occhi, rossi.
Lottando contro i gravi danni subiti, il T600 cercò di tirarsi in piedi. Risuonarono degli ordini in cerca di una risposta. I servomeccanismi gemettero e l’idraulica si mise in moto. Ma la meccanica interna era stata colpita troppo gravemente. Non che questo lo facesse desistere, comunque.
Ignorando l’incrollabile determinazione della macchina seriamente danneggiata, uno stormo di Warthog A-10 passò sopra al complesso, in volo lento e radente. Brutti e letali, privi dell’aerodinamica grazia dei velivoli più veloci ma meno pericolosi, iniziarono a distruggere il terreno di fronte a loro con il fuoco delle mitragliatrici e i missili di cui erano dotati.
Invece delle insegne governative, che da tempo ormai avevano smesso di aver senso o validità, mostravano un caos di colori e graffiti che riflettevano i gusti e il carattere di chi li pilotava: tutti decisamente chiassosi, molti di loro osceni.
Uscendo dal terreno, una sola torretta antiaerea li tracciò, prese la mira e sparò. Colpendo uno dei Warthog dietro le sue protezioni e centrando i vulnerabili motori posteriori, tramutò il jet della Resistenza in una palla di fuoco nel cielo. Ma prima che potesse mirarne un altro venne colpita con un razzo guidato, che lasciò solo un cratere fumante al suo posto.
Mentre gli aerei viravano e danzavano in cielo per offrire copertura, apparve anche un gruppo di elicotteri. Atterrando, iniziarono a far scendere delle squadre di combattenti della Resistenza, vestiti con le più disparate uniformi, divise o semplici abiti civili. Erano equipaggiati con un misto di armi bizzarre, varie quanto lo erano gli elicotteri, sia militari che civili, che li avevano trasportati fin lì. Nessuno di quegli uomini avrebbe mai potuto partecipare a una parata militare. Però dalla loro c’era che erano tutti vivi.
Uno dei pattini di un elicottero si posò direttamente sul teschio del T600 che era stato a guardia delle parabole satellitari, spaccandone il metallo e affondandolo nel terreno. Reagendo automaticamente alla presenza degli esseri umani, la macchina danneggiata tentò ancora di contrattaccare. I suoi servomeccanismi massacrati si lamentarono rumorosamente.
Un largo tubo metallico si posò sul teschio dagli occhi rossi: la canna di un fucile. Un singolo colpo di grosso calibro fece saltare metà del cranio metallico, facendolo carambolare da un lato. Esposti alla luce, i circuiti interni avvamparono, sfrigolarono e infine si spensero.
*
John Connor osservò la macchina ormai senza vita per assicurarsi che fosse effettivamente finita. Quei dannati androidi avevano la gran brutta abitudine di simulare la loro morte per poi attaccare alle spalle. Questo, però, era senza dubbio da rottamare. Poi alzò lo sguardo nel momento in cui un altro Warthog passava oltre, lasciandosi dietro una scia di fumo. Non si guardò attorno, mentre la figura stanca ma determinata del capitano Jericho si stava avvicinando. “Sei Connor?”
Borbottando qualcosa di incomprensibile, tirò su gli occhi.
Quel John Connor?” Anche mentre si rivolgeva all’altro uomo, Jericho osservava con attenzione i dintorni. “Il tizio che, secondo i piani, doveva far atterrare la sua unità sull’altro lato del crinale e spingerla fin qui?”
Lo sguardo di John incontrò finalmente quello del capitano. “Quel piano era sbagliato”.
L’altro sembrò sul punto di ribattere qualcosa, ma venne interrotto dall’arrivo dell’unità di Connor. Uscendo da un elicottero nelle vicinanze, si radunarono dietro al loro leader e puntarono tutta l’attenzione su di lui.
“Problemi?” Il grosso soldato che aveva parlato spostò lo sguardo dal suo capo al capitano.
John lasciò che i suoi occhi si fermassero ancora per qualche istante sulla figura di Jericho. Negli ultimi anni di guerra, il termine gerarchia di comando si era tramutato in un riempitivo, che aveva più a che fare col tradizionale SNAFU che non con la vera procedura militare. “No, nessun problema. Andiamo”.
*
Jericho osservò il team di Connor unirsi agli altri per raggiungere velocemente il bordo del cratere, spalancato nel terreno dal primo missile. Avrebbe avuto molto da ridire. Ma, saggiamente, restò in silenzio.
*
Sporgendosi cautamente a guardare nella buca, uno degli uomini di John dichiarò con sicurezza ed eloquenza: “Di certo è un gran buco di culo”.
“Chissà che c’è là sotto..”., gli diede di gomito il suo vicino, non tanto da sbilanciarlo ovviamente.
Il primo sbuffò. “Scommetti che lo scopriremo presto?”
Il generale Olsen era giovane per i suoi gradi, ma dimostrava più anni di quanti ne aveva realmente. I combattimenti incessanti e a volte disperati l’avevano fatto invecchiare precocemente. Per salvare la vita a un soldato avrebbe buttato dalla finestra qualsiasi procedura. Ora, insieme alle sue truppe, si ritrovava anche lui a guardare in un’oscurità che era metaforica quanto letterale. “Niente errori, uomini. Non abbiamo la più pallida idea di cosa ci sia là sotto. L’inferno, di sicuro. Ma non sappiamo di che genere, e dobbiamo scoprirlo”. Li guardò. “Ho bisogno di un volontario..”.
Si interruppe di colpo mentre una figura gli passò oltre di slancio, restando per un lungo istante sospesa in aria sopra al cratere, per poi ricadere in basso. Come il filo di seta di un ragno, una corda si dipanava dalla cintura di Connor, scintillando nel sole del deserto.
Lontano dal limite dell’abisso, uno dei suoi uomini controllava attentamente un capo della fune, assicurato alla carcassa contorta di un aereo.
Incapace di decidere se avesse voglia di maledire o lodare la sua decisa iniziativa, Olsen finì per gesticolare verso gli uomini che osservavano a occhi spalancati la rapida discesa nelle tenebre del commilitone più giovane. “Avanti, in fila per uno! Tutti dietro a Connor! Via, via, via!”
*
Dondolando appena alla fine della corda, Connor non era in grado di sentire il generale. Afferrando un razzo di segnalazione dalla cintura e accendendolo, lo lanciò in basso. Affondò nell’oscurità, rivelando solo fugacemente l’entità del labirinto che si dipanava in ogni direzione. Il complesso sotterraneo era enorme. Come gli altri, si era aspettato che fosse grande, ma quello che vedeva andava oltre ogni immaginazione.
Restò immobile, aggrappato alla fune e silenzioso, in attesa dei suoi compagni.
Con dei salti composti, raggiunsero i corridoi laterali. Uno dopo l’altro, i vari gruppi scomparvero nelle profondità di quel dedalo cavernoso.
L’infezione umana sta arrivando, pensò John con soddisfazione mentre guidava i suoi uomini in un tunnel allagato. Nell’acqua fino al petto, prese posizione in testa al gruppo, come sempre. Altri capisquadra preferivano stare di retroguardia o avanzare solo quando erano circondati dalle loro truppe. Non Connor. Lui amava far strada ai suoi sia fisicamente che tatticamente. Era una scelta che gli aveva insegnato molto.
I soldati sono molto più pronti a seguire un leader capace di guidarli.
Con le armi in pugno, David e Tunney lo tallonavano. Mentre avanzavano, il primo imprecava sottovoce. John sapeva perché, ma non disse nulla. A David non importava di sporcarsi, non temeva l’azione, avrebbe affrontato mezza dozzina di nemici da solo senza chiamare alcun rinforzo… ma non sapeva nuotare
Di solito non era un problema nei deserti del sud-ovest, ma nell’acqua fino alle ascelle…
Tunney lo affiancava, e Connor sospettava che stesse facendo una fatica dannata per evitare di far commenti sull’ovvio disagio del compagno.
La bomba aveva fatto il suo lavoro. I soffitti erano crollati nel tunnel, degli incendi inattesi avevano divorato le avanzate strumentazioni e la tipica illuminazione rossastra degli ambienti dominati da Skynet lampeggiava instabile. John, comunque, sarebbe stato ancor più felice di vederla cedere del tutto, lasciando il luogo nell’oscurità più completa. In quel caso, avrebbero potuto usare i loro mezzi per illuminarlo.
Il coro insistente di una distante sparatoria riecheggiò vagamente fino al corridoio che stavano esplorando. Evidentemente, qualche altra squadra aveva incontrato qualcosa di più di luci intermittenti e tubature rotte.
Poi l’acqua dietro di loro si mosse, e non per le infrastrutture che cedevano. Quando il T1 ne uscì per metà, sia David che Tunney si erano già girati a fronteggiarlo. Fu il primo a sparare la raffica decisiva. Schegge di metallo e fibra di carbonio volarono dappertutto, mentre il loro potenziale assassino veniva fatto a pezzi.
“Ehi, fratello, pensavo che fosse il mio turno”. Con la canna della sua arma, Tunney spinse un pezzo galleggiante del Terminator.
David si strinse nelle spalle. “Allora devi essere più veloce, Ton. Ho intenzione di polverizzare il mio record. Ma me ne starò tranquillo a guardarti, mentre togli di mezzo i prossimi due”.
L’altro ghignò a denti stretti. “Lo apprezzo, amico. Comunque non vale, se conti solo i T1”.
“Da questa parte”, li interruppe John, qualche metro avanti a loro. Subito i due tornarono al lavoro.
Mettendosi l’arma in spalla, Connor usò entrambe le mani per tirare la grossa maniglia di una porta pesante che si apriva nella parete della galleria. Ma quella non si mosse. Qualcun altro avrebbe provato a piantare un piede sullo stipite per far leva, o avrebbe chiesto ai compagni di aiutarlo. Ma avendo di meglio da fare e poco tempo, lui prese dal suo zaino un blocco di C4, seguito da miccia e detonatore. Fra le sue dita, l’esplosivo prese forma come una pizza a Napoli. Raggruppandosi intorno a lui, il team lo osservava ammirato.
“Non perderci qualche pezzo, capo”. Il nervosismo si avvertiva chiaramente nella voce di uno dei combattenti più giovani, mentre osservava le mani al lavoro. David, molto più rilassato, lanciò un’occhiata al ragazzo preoccupato. “Diavolo, Connor è stato un terrorista di prima classe per tutta la vita, e quante dita gli mancano? Esatto… nessuna. L’unica cosa che salterà in aria, qui, è quella porta”. Girandosi, iniziò ad arretrare lungo il tunnel. “Piuttosto è il caso che ti allontani un po’ dallo spettacolo, se non vuoi rimetterci la faccia”.
Non appena tutti si furono scostati, Connor settò il timer e corse a raggiungerli. Il tempo sembrò passare con interminabile lentezza. Prima che un altro soldato finisse di sussurrare “so quanto è esperto, ma è dannatamente umido qui sotto e for..”., il boato del C4 venne ingigantito dalle strette pareti del corridoio.
L’effetto fu simile a quello di una dozzina di trombe che suonano tutte insieme… ascoltate dall’interno di una di esse. Parecchi di loro sobbalzarono. Non John né i suoi due luogotenenti, Tunney e David. Quel boato, per loro, era solo la ripetizione di un interminabile concerto per strumenti creati da composti estremamente volatili. Prima ancora che l’aria si schiarisse stavano già avanzando di nuovo.
La stanza in cui entrarono era vasta e il fumo che si disperdeva rendeva difficile guardarsi intorno. Al punto che Connor scivolò su qualcosa e quasi cadde. Abbassando lo sguardo, si aspettava di trovare altra acqua. Invece il liquido sotto ai suoi piedi era scuro e appiccicoso. Per un attimo sperò che si trattasse di olio lubrificante. Ma il colore era sbagliato, troppo rosso.
Il sangue era ancora fresco.
Dei nuovi rumori lo distrassero. Per la prima volta da quando con la sua squadra era entrato nel complesso, sentì altre voci umane. La più forte era bassa, la più debole appena udibile. Gemiti e preghiere. Portando una mano alla cintura, afferrò e accese un altro razzo di segnalazione, lanciandolo in avanti. Illuminò il fumo, le macerie, del liquido che evaporava… e le gabbie.
Le voci provenivano da diversi gruppi di persone, chiuse, con disumano spregio per il loro numero, in vari gabbioni appesi al soffitto. Mentre John e i suoi si avvicinavano, alcune mani si stesero verso di loro. I suoi occhi vagarono su volti disperati e corpi emaciati.
Alcuni dei prigionieri erano all’ultimo stadio di sfinimento e d’inedia.
*
Tunney fissò rabbioso gli sfortunati detenuti. Mentre osservava quella scena che, per la sua esperienza, non aveva senso, un movimento dall’altra parte della stanza lo portò a sollevare velocemente l’arma, contemporaneamente agli altri.
Altrettanto rapidamente, però, si rilassarono. David si concesse perfino un sorriso. Un gruppo di colleghi era entrato nella stanza da un altro corridoio.
*
Spingendosi all’interno dell’area di contenimento, Connor si costrinse a ignorare le suppliche e le mani protese. Stava muovendo verso una serie di schermi illuminati che fronteggiavano delle compatte console. Fortunatamente ancora funzionanti, ma per quanto era impossibile da dire. Una cosa era certa: avrebbero dovuto lavorare in fretta. Sollevando la sua ricetrasmittente, parlò nel microfono: “Olsen, obiettivo localizzato. E c’è dell’altro che devi vedere”. Riagganciando il microfono andò verso i computer.
Il generale lo raggiunse poco dopo. Osservando rapidamente il complesso ancora illuminato, si girò e abbaio un nome: “Barbarossa!”
Subito il capo tecnico del gruppo corse accanto a loro due. I soldati li circondarono, bloccando la postazione. Il tecnico si fermò, sgranando gli occhi alla scena che gli si presentava davanti.
“Forza, ragazzo”, lo incitò Olsen. “Non sappiamo quanto tempo ci resta. Al lavoro”. Annuendo silenziosamente, un po’ stupito, l’uomo afferrò il portatile che aveva con sé e iniziò a maneggiare una manciata di cavi. Non volevano rischiare di render nota la loro presenza laggiù utilizzando un contatto radio.
“Disperdetevi”, ordinò Olsen alle sue truppe. “Controllate il perimetro”. Indicò in una direzione. “C’è un varco, qui. Siamo occupati e non sono dell’umore giusto per le sorprese”. Tornando a girarsi verso Connor, intento a osservare il lavoro del tecnico, abbassò la voce. “Perché non ne sapevamo nulla?”
Il capo tecnico lo interruppe. “Sono dentro. Sembra il server centrale. E credo sia ancora intatto”. Come una vespa all’assalto di un termitaio, entrò nel programma di protezione, mostrando collegamenti ancora attivi, diagrammi di circuiti, relè: alcuni mai visti prima, incredibilmente avanzati e pericolosamente incomprensibili, altri invece piuttosto familiari.
Una buona parte lo erano.
Soprattutto, l’operazione riuscì con incomparabile velocità. Delle stringhe riempirono presto lo schermo illuminato di fronte ai tre uomini. Non c’erano immagini di corredo o musica. Nessun video né introduzioni intriganti. Solo codici e schemi, freddi e ordinati. A volte si leggevano da destra a sinistra, altre dall’alto in basso. Nel corso del tempo, i tecnici avevano imparato a interpretare il linguaggio di Skynet.
E anche Connor.
Se vuoi capire un nemico, devi saper parlare la sua lingua.
“Eccoci”. Borbottò Barbarossa, mentre una marea di dati iniziò a riempire lo schermo. “Sembra che questa gente fosse qui per essere portata al settore nord e utilizzata in qualche progetto di ricerca e sviluppo”. Le sue dita danzarono sulla tastiera del portatile davanti a lui. “E c’è dell’altro”.
Qualcosa sullo schermo attirò l’attenzione di John
Olsen si voltò. “Hardy! Fronte al centro!”
Connor ignorò il generale, concentrato sullo schermo e sul capo tecnico. “Aspetta. Torna indietro”.
Barbarossa esitò, realizzò chi gli aveva dato l’ordine e si affrettò a eseguirlo. Gli occhi di John si spalancarono quando la sezione richiesta riapparve sullo schermo. David si avvicinò al suo comandante per guardare meglio. “Cristo”, borbottò. “È proprio come avevi detto tu”.
“No. E peggio”. Annuì al tecnico. “Okay, ho visto quello che dovevo vedere. Riprendi pure”.
Notando che Connor stava prestando più attenzione agli schermi che ai prigionieri, l’impaziente generale tornò a voltarsi verso di lui.
“Signore”. Con gli occhi spalancati a fissare lo schermo, Barbarossa parlò con voce quasi inudibile mentre cercava di capire ciò che stava osservando. “Signore..”.
Olsen si avvicinò ulteriormente. “Connor, questo non è compito tuo. Allontanati da qui”. Spostò il viso a destra, verso i prigionieri imploranti. “Liberiamo quei poveri diavoli”.
Concentrato sulle informazioni che si accavallavano sul monitor, Barbarossa riuscì infine ad alzare la voce, mentre le sue dita continuavano a correre sulla tastiera del portatile. Fermando lo scorrere dei dati, tornò a guardare il generale. “Ho trovato un’altra cosa, signore. Sembrano informazioni sulla nostra gente”, concluse.
Olsen annuì duramente. Non si trattava poi di una rivelazione così sorprendente. “Non è il momento né il luogo per tentare un’analisi più approfondita. Manda tutto ciò che hai trovato al Comando. Lasciamo che se ne occupino loro. Non possiamo fare niente da qui”.
Altri due tecnici si fecero avanti e iniziarono una temporanea scansione di superficie utilizzando il computer dell’ufficiale. Con alcune delle parabole satellitari ancora intatte, c’era solo bisogno di trovare un contatto ancora esistente, sfruttarne la frequenza e appropriarsi del trasferimento dati.
I soldati che non erano impegnati a liberare e aiutare i prigionieri, o a controllare le entrate, si radunarono lì intorno ad assistere. La maggior parte di loro non riusciva a comprendere il processo in atto. Non era la tecnologia il loro pane quotidiano. Era la guerra. Ma sollevava loro il morale vedere con quanta efficienza il team dei tecnici si stava occupando di quella faccenda.
Olsen abbaiò nella sua radio: “Jericho! Rispondi!” L’unica replica fu il silenzio. Non era un buon segno, il generale lo sapeva. “Jericho”, ripeté. “Merda”.
La stanza tremò. Non per un terremoto. O per lo meno non per quello provocato dalla stanca Terra. Olsen afferrò di nuovo la ricetrasmittente. “Jericho, che diavolo sta succedendo lassù?”
Un’altra scarica di silenzio, ben presto soffocato da un secondo boato, più forte, che riverberò nell’intera sala. Polvere e detriti caddero dal soffitto; una pioggia lenta e secca. Le urla di chi era ancora imprigionato diventarono isteriche, i volti dei soldati si tesero.
“Jericho, rispondi!” Le dita di Olsen si strinsero spasmodicamente alla radio.
Il capitano non rispose. Né nessun altro dei suoi colleghi. La frequenza era muta come una tomba. Brutta similitudine, pensò il generale, soprattutto considerato che si trovavano sottoterra. Come aveva fatto altre volte, dovette chiedere aiuto a un particolare caposquadra. Al contrario di Jericho, non esitava a farlo. Come ogni buon amministratore, i bravi soldati sono capaci di sottomettere il proprio ego alla necessità. “Connor, riporta le chiappe in superficie e ricorda a quegli uomini che devono rispondermi quando li chiamo, anche se sono morti. Connor!”
Serio in volto come al solito, John si affrettò a eseguire l’ordine, marciando verso l’apertura che lui e i suoi uomini avevano creato. Olsen lo seguì con lo sguardo per un attimo, poi indicò ai suoi subordinati le gabbie sospese.
“Liberiamo questa gente. Vederli così mi fa rivoltare lo stomaco. E ascoltare i loro lamenti mi spezza il cuore”. Annuendo di rimando, gli ufficiali e i soldati che si erano riuniti intorno a lui si dispersero per andare ad aprire le ultime celle.
*
Da tempo il mondo avrebbe dovuto esser pieno di invenzioni fatte per rendere la vita più facile, pensò Connor mentre maneggiava il meccanismo che lo stava facendo risalire lungo il cavo. Jet pack e cibi sintetici. Colonie su Marte e oceani ringiovaniti. Computer controllabili col pensiero.
Niente di tutto questo aveva visto la luce, a causa di un’unica, scellerata creazione: le macchine che si potevano controllare col pensiero, infatti, erano state fatte.
Il problema era che loro stesse erano capaci di riflettere, e la loro intelligenza non si era rivelata poi così benevola.
Il suolo tremò ancora quando raggiunse la superficie. Attese sul posto finché non fu in grado di identificare la fonte di quel profondo rombo.
Passando quasi sopra la sua testa, un enorme Trasporto di Skynet volò oltre. In parte era aperto e così poté vedere al suo interno altri prigionieri umani. Quelli che erano stati gettati per ultimi lì dentro stavano schiacciando gli sfortunati sul fondo.
Ma forse proprio quelli calpestati sono i più fortunati, si disse uscendo dal cratere.
Anche se dubitava di poter fare qualcosa per loro, sapeva che era necessario tentare. Doveva provare, fin quando avesse avuto ancora una scintilla di vita in corpo.
Era il suo destino.
Controllando il campo di battaglia e i resti delle parabole satellitari di Skynet, il suo sguardo si fermò su un elicottero apparentemente integro. Sollevando il suo equipaggiamento, lo raggiunse di corsa e si arrampicò all’interno. Notò a quel punto che il Trasporto virava verso nord, prendendo velocità.
“Ci sono dei prigionieri umani a bordo!”, urlò mentre entrava nell’apparecchio. “Inseguitelo! Se le armi funzionano, forse possiamo..”.
Si interruppe. Le armi dell’elicottero potevano anche essere operative, ma i piloti di certo no. Entrambi morti ai loro posti, ciascuno con un foro di proiettile in fronte. Opera dei Terminator. Un rapido sguardo intorno gli disse che la macchina che li aveva uccisi si era spostata in cerca di altri esseri da sterminare.
Il Trasporto pieno di prigionieri era quasi sparito alla vista. Una delle ragioni per cui John era ancora vivo stava nel fatto che aveva imparato ad agire in fretta. Aspettare troppo su un pensiero significava dar tempo ai cyborg, non soggetti a questo tipo d’esitazione, di farti saltare il cervello prima ancora che si fosse concluso.
Velocemente, slacciò le cinture del pilota, trascinandolo sul retro dell’elicottero e depositandovelo con cura, se non con rispetto. Il potente whup-whup dei rotori in movimento divenne un rombo crescente, mentre lui si sistemava sul sedile vuoto e prendeva il controllo del mezzo.
Gli uomini erano stati freddati, ma l’elicottero era a posto. Nessun servitore di Skynet avrebbe distrutto un’altra macchina, sia pure non senziente, senza una ragione precisa. Lo stesso Connor aveva visto carri armati e altri mezzi pesanti lasciati sui campi di battaglia, dopo che i loro occupanti umani ne erano stati estratti.
L’elicottero non aveva danni e rispondeva perfettamente ai comandi, oltre ad avere il serbatoio pieno. Si sollevò in aria e accelerò, sulla scia del Trasporto ormai quasi scomparso all’orizzonte.
*
Molto più in basso, il lavoro di Olsen e delle sue truppe era rallentato dai prigionieri che, una volta liberi, si gettavano nelle braccia dei loro salvatori. I soldati cercavano di confortarli come potevano, mentre continuavano a spaccare chiavistelli e aprire gabbie.
Oltre quel caos pieno di singhiozzi e sospiri, Barbarossa continuava a lavorare sul server in cui era entrato. Osservando attentamente qualcosa sul monitor principale, fermò di nuovo il flusso di informazioni. Controllando più da vicino, sentì i suoi pensieri passare più volte da un’attenta analisi tecnica a un rosario d’imprecazioni. “Ho trovato dell’altro, signore”, chiamò.
Pochi istanti più tardi, Olsen stava guardando da sopra la spalla del tecnico. “Che succede?”
“Non ne sono certo, signore, ma si può leggere”. Le sue dita volarono sulla tastiera.
*
Immersa nell’illuminazione rossastra della stanza, una luce cremisi iniziò a lampeggiare. Un allarme diverso da qualsiasi suo corrispettivo umano iniziò a farsi sentire sopra i lamenti e le urla dei prigionieri.
Lontano dai tecnici e dalle voci dei civili, Tunney guardò verso David. I loro sguardi si incrociarono. Era così tanto tempo che condividevano i campi di battaglia, che i loro sensi erano ormai acutissimi.
Al contrario dei tecnici, non erano in grado di interpretare i dati che continuavano a scorrere sugli schermi. Ma sapevano che quel segnale lampeggiante e quella sirena non avrebbero portato nulla di buono.
*
In alto, ma non abbastanza lontano, Connor stava pilotando l’elicottero di cui si era appropriato, quando alcune miglia quadrate di deserto si sollevarono, sembrarono restare sospese nell’aria per qualche istante e poi ricaddero al suolo. Da profondità sconosciute si alzarono colonne di fiamme, eruzioni vulcaniche di polvere e fumo e un’onda d’urto che fece carambolare l’elicottero fuori dal suo asse. Per quanto lottasse per mantenere il controllo del mezzo, l’esplosione fu così potente da non concedere ai poveri muscoli umani di opporvisi.
Fu un miracolo già riuscire ad atterrare. Colpì il suolo con un’angolazione che spezzò i rotori, spedendo lame di metallo potenzialmente letali in ogni direzione.
L’apparecchio morì, ma non John Braccia, gambe, testa… era molto più integro lui del mezzo che gli aveva fatto da scudo nell’impatto. Scivolando fuori dalle cinture e dal rottame, si ritrovò a fissare la gigantesca depressione che delimitava i confini del complesso sotterraneo di Skynet, ormai annullato.
Ogni cosa era svanita, totalmente distrutta. Non sarebbe stato un male, se la sua intera compagnia, dai comandanti all’ultima recluta della squadra, non fosse scomparsa anch’essa là sotto. Amici, commilitoni… non c’era più nessuno.
Beh, non esattamente.
Una grottesca massa di metallo contorto, il T600 che aveva messo fuori uso all’arrivo, lo attaccò con forza alle spalle. Sotto ciò che restava della testa spezzata, gli occhi inespressivi fiammeggiavano rossi.
Colpì Connor che, sorpreso e stordito, rotolò via. Con un solo scopo in mente, come tutti i suoi simili, il Terminator si trascinò verso di lui. Afferrando l’arma nella fondina ascellare, John mirò e sparò diverse volte. Se gli avesse sputato addosso avrebbe ottenuto lo stesso effetto. I proiettili di piccolo calibro rimbalzavano sul suo volto e non riusciva a centrargli gli occhi.
Se l’androide fosse stato nel pieno delle forze, Connor si sarebbe già considerato morto. Ma pur essendo entrambi feriti, il cyborg era più danneggiato di lui. Barcollando indietro e tentando di tenersi lontano, l’uomo colpì qualcosa di duro: la carcassa dell’elicottero. Dal suo muso, sporgeva verso il basso la mitragliatrice, ancora attaccata alla base.
Strisciando nell’abitacolo, cercò i controlli, basandosi sull’esperienza e la memoria. Sbilanciato come lui, il Terminator gli si lanciò contro. John si gettò di lato e la mano metallica mancò di poco la sua faccia.
Riprendendosi, il T600 puntò di nuovo il suo bersaglio apparentemente inerme e si sporse in avanti. Allora usò l’altra mano per girare la canna della mitragliatrice, che andò a cozzare contro le mascelle metalliche della macchina. Poi aprì il fuoco.
Uno stridio di proiettili di grosso calibro trasformò la testa del nemico in una miriade di schegge metalliche. Ansimando, Connor si lasciò scivolare di nuovo contro il fianco del velivolo. Piccole lingue di fuoco si sollevarono dal collo della macchina: i circuiti erano bruciati. Terminato.
Quando una voce lo raggiunse, lo shock che lo colse fu pari a quello per l’attacco dell’androide. Era di sicuro una voce umana. Proveniva dalla radio dell’aeromobile. Inizialmente quasi incomprensibile, la trasmissione divenne lentamente più chiara, mentre l’operatore dall’altra parte cercava di ottenere una frequenza pulita.
“Bravo Dieci, rispondete”, sentì infine, esausto. “Bravo Dieci, qui Quartier Generale. C’è qualcuno? Rispondete”.
Strisciando di nuovo dentro, il giovane trovò il microfono, lo portò alle labbra e lo accese. Cosa avrebbe dovuto dire, dopo tutto ciò che aveva passato e a cui aveva assistito? Cosa poteva dire?
“Qui”, balbettò.
Ci fu una pausa come se il ricevente stesse cercando di ottenere chissà quali informazioni da quella singola parola. “Chi è?”, chiese infine la voce.
“Connor”.
“John Connor?”
“No. Lucy Mae Connor”.
La risposta sarcastica provocò un’altra pausa, seguita da una domanda in un tono che non ammetteva scherzi. “L’obiettivo è distrutto?”
Non replicò, allora l’altro tentò ancora, con più decisione. “Connor! Sei in zona di pericolo! Non c’è tempo. Rispondi. Mi ricevi? Ripeto: l’obiettivo è distrutto?
Lottando per riprendersi, John ribatté ansante con una sola parola. “Affermativo”.
La voce da esigente si fece ansiosa. “Dov’è il Generale Olsen? Non riusciamo a trovarlo”.
Questa volta prese un profondo respiro prima di rispondere. “Olsen è morto”.
Ci fu una pausa più lunga. “Procedere al punto d’uscita. Manderemo qualcuno a prendervi. Quanti sono i sopravvissuti?”
Raddrizzandosi, fissò di nuovo la vallata comparsa dove prima c’era solo il deserto e qualche collina brulla. La polvere sollevata dall’esplosione impediva ancora la vista. Il complesso satellitare, il resto del centro di Skynet, tutti i poveri prigionieri umani, tutti i suoi compagni… morti, seppelliti e perduti. Ricordando di essere isolato solo fisicamente, sollevò di nuovo il microfono. “Uno”.
L’uomo alla radio rispose molto più sommessamente. “Ripetere… prego”.
Uno!”, scattò.
Inaspettatamente non arrivarono risposte dalla ricetrasmittente. Dopo aver atteso per assicurarsi che il collegamento fosse chiuso, mise giù il microfono, rialzò le spalle e iniziò a uscire dall’elicottero. Non aveva una destinazione da raggiungere, non sapeva neanche esattamente dove si trovava. Non temeva la resurrezione del T600 che aveva finalmente e definitivamente abbattuto. Iniziò a muoversi solo perché aveva bisogno di lasciarsi indietro il più possibile quella scena di colossale devastazione.
Se sono fortunato, pensò mentre zoppicava verso l’orizzonte sempre più tempestoso, troverò una lucertola. In quel mondo, qualsiasi compagno che non fosse fatto di metallo e circuiti era da accogliere con gioia.
*
La tempesta fece calare sul deserto l’oscurità prima del tempo. Lampi frequenti illuminavano i resti di quella giornata: pezzi d’ossa, membra umane e metalliche strappate via dai corpi cui appartenevano, pezzi di macchine che avevano servito gli umani e altri appartenenti a quelle che avevano perseguito solo i loro spietati scopi. Sui resti organici e metallici si muovevano solo le nuvole e i torrenziali rovesci di pioggia.
Anche gli uccelli e gli insetti erano fuggiti.
In mezzo a quella distruzione totale si stendeva una macchia di fango. Delle sagome allungate, simili a vermi, emersero dal terreno umido e si levarono verso il cielo. Non erano serpenti o millepiedi… erano dita umane… attaccate a una mano, e questa a un polso, il polso a…
Emerse una figura coperta di fango e di detriti. Gli occhi erano spalancati, vitrei ma non scintillanti di rosso. Sconvolta dalla realtà circostante, con le braccia lungo i fianchi, si guardò intorno nella notte di tempesta. La pioggia battente lavò via il fango dal suo volto e dai suoi arti. Era un uomo.
Nudo e sotto shock, Marcus Wright spalancò la bocca e ululò al cielo.
Fluidi non meglio identificati e di consistenza vischiosa si riversarono fuori dalle sue labbra. I suoni che emise erano bassi, gutturali, incomprensibili. Stordito e incerto, sollevò le braccia nude verso la pioggia. Unico elemento puro lì attorno, l’acqua continuò a lavarlo. Gli piaceva. Lo puliva. Era fredda.
Tremando lievemente, si abbracciò il petto nudo e abbassò lo sguardo al suolo tormentato su cui poggiava i piedi. Poi notò l’elicottero abbattuto. Lentamente, cautamente, si avviò verso la carcassa. Piegandosi sul velivolo distrutto, disorientato e sconcertato, si ritrovò a fissare il cadavere di uno dei piloti, col foro di un proiettile che gli attraversava il casco.
Bagnato, gelato, confuso e molto, molto solo, poteva solo star lì, guardare… e farsi domande.

L.

– Ultimi post simili:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Novelization e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

4 risposte a [Novelization] Terminator Salvation (2009)

  1. Pingback: [Novelization] Terminator 3: Rise of the Machines (2003) | Il Zinefilo

  2. Pingback: Agents of SHIELDS: Aida, la ginoide androide (2016) | Il Zinefilo

  3. Pingback: [Italian Credits] Terminator 4 (2009) | Il Zinefilo

  4. Pingback: Bloodfist 2 (1990) Pugni d’acciaio 2 | Il Zinefilo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.