Nunchaku al cinema 4. L’altro Bruce Lee

Quarta puntata dello speciale sulla mia arma preferita e di come è stata rappresentata al cinema.

Nei primi anni Settanta il nunchaku è ancora un’arma che appartiene a Bruce Lee: l’ha lanciata lui, al cinema, ed è inconcepibile senza la sua aurea. Come abbiamo visto, in Giappone lo rispolvera Sonny Chiba proprio nella sua opera di anti-Bruce Lee, anche perché il nunchaku giapponese (ottagonale) fa parte integrante del kobudo (l’insieme delle armi d’origine contadina che sono entrate nelle arti marziali tradizionali): perché lasciarlo agli odiati cinesi?

La situazione di Hong Kong l’ho descritta nel mio speciale Game of Death (raccolto anche in eBook): che sia per ragioni scaramantiche o per altro motivo, la Golden Harvest sta tergiversando e sembra intenzionata a lasciar marcire in cantina il girato del progetto interrotto di Bruce Lee. Ci pensano altre case, molto più ruspanti, a portarlo al cinema.

Intorno al 1975 – per i prodotti asiatici ogni datazione precisa è molto difficile – esce un film distribuito a livello internazionale come Goodbye, Bruce Lee: His Last Game of Death, giunto in Italia come Good Bye Bruce Lee!.
Il film è la cialtronesca resa del Game of Death stando alle indiscrezioni che girano riguardo a ciò che Bruce Lee ha lasciato scritto nei suoi appunti. Non può mancare un nunchaku.

Malgrado l’attore Bruce Li – il taiwanese Ho Chung Tao, il migliore dei cloni! – non abbia che vaghe conoscenze marziali, è comunque un atleta ed impara in fretta: dei “falsi Bruce Lee” che infestano il cinema di questo periodo è sicuramente il migliore e più preparato. Addirittura è l’unico che sappia lanciarsi in una sequenza di nunchaku, arma semplice che comunque richiede un minimo di allenamento per far finta di saperla usare.

I nunchaku hanno una striscia alla base, come quelli del girato originale di Lee – che non si sa se all’epoca era conosciuto o già era dimenticato, per paura che “portasse male” – ma il colore è uno strano bianco, sebbene Li indossi la tuta gialla che diventerà iconica dal 1978 in poi…

Come già raccontato, Sammo Hung ha l’ingrato compito di mettere insieme il girato di Lee e qualche guazzabuglio di trama, mentre il pessimo Robert Clouse fa quello che fa sempre: dirige come se sapesse farlo.

L’esperienza è così terribile che Sammo ha bisogno di sfogarsi: per un’altra casa va a dirigere il suo più grande capolavoro dell’epoca, Enter the Fat Dragon (1978).

Il film è un compendio parodistico del cinema di Bruce: è un atto d’amore ma al tempo stesso un divertito scimmiottamento di ogni canone di Lee. Non possono mancare i nunchaku, che Sammo sa gestire alla perfezione. Ovviamente accompagnati dalla “faccia alla Bruce Lee”.

Alla prossima puntata.

(continua)

L.

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7 risposte a Nunchaku al cinema 4. L’altro Bruce Lee

  1. Cassidy ha detto:

    Anche secondo me Bruce Li, era il migliore (o il meno peggio) tra gli emuli del Maestro, “Enter the Fat Dragon” mi manca, ma già lo amo solo sulla base del titolo 😉 Cheers!

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Sempre ricca di chicche gustose questa serie di post domenicali. Ti rinnovo i complimenti Lucius!

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  3. Giuseppe ha detto:

    Bruce Li, nome d’arte che il bravo “clone” Ho Chung Tao rivelò poi -per motivi più che ragionevoli- di amare tantissimo 😉 Un amore simile a quello riservato a Robert Clouse da ogni artista marziale che si rispetti… 😛

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah esatto! Il cinema di Hong Kong si è sempre affidato a pessimi occidentali per cercare di conquistare il mercato estero, tipo Clouse – che fallì pure nel compito di presentare Jackie Chan all’America – o Van Damme, che ha impallato ben due registi dopo averne miracolosamente fatto passare uno. (A cui però poi è toccato Nicolas Cage, quindi la sfortuna non viene mai sola!)
      Possibile che i bravi registi e i bravi attori non erano disponibili, negli anni Settanta? eppure il genere aveva conquistato il mondo…

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      • Giuseppe ha detto:

        E’ vero, eppure paradossalmente erano proprio i migliori a rimanersene in disparte. O, perlomeno, questa era l’impressione che davano…

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