[Novelization] Guerre stellari (1977)

da “La Stampa”,
25 ottobre 1977

In omaggio al nuovo Star Wars Panettone, come tutti i dicembre al cinema, presento i primi due capitoli della storica novelization di Alan Dean Foster di Guerre Stellari (1976), che all’epoca venne firmata da George Lucas.

Quella che riporto è la prima edizione italiana del romanzo, quella targata “Oscar Mondadori” n. 805 (settembre 1977, ma uscita in libreria ad ottobre) con la traduzione di Ursula Olmini ripresa anche dalle più recenti edizioni mondadoriane.
Nel 1997 la Sperling & Kupfer ha ristampato il romanzo con la traduzione di Gian Paolo Gasperi, nome illustre del fandom di Star Wars.

L’introduzione di Lucas è assente dalla citata edizione Oscar: appare solamente nel 1997 ma quella che riporto, per uniformità di casa editrice, è la versione ritradotta da Mondadori nel 2015.
Faccio notare che in questa prima edizione la citazione di Leia è sbagliata, in quanto è stata “appiccicata” alla Cronaca degli Whill: ho corretto com’è stato corretto in altre edizioni.

Infine, per un commento pepato su questo romanzo è imprescindibile la recensione di Doppiaggi Italioti.


Guerre Stellari


Introduzione

di George Lucas

Nel dicembre del 1976, Ballantine Books pubblicò in paperback un romanzo intitolato Star Wars: From the Adventures of Luke Skywalker (Guerre Stellari: dalle avventure di Luke Skywalker), scritto dal ghost writer Alan Dean Foster sulla base della mia sceneggiatura del film. Sulla copertina campeggiava un quadro di arte concettuale di Ralph McQuarrie mentre sulla quarta, a caratteri piccoli, si annunciava “Presto un grande film della Twentieth Century Fox”.
Il primo approccio del pubblico al mondo di Star Wars avvenne così, in sordina, e quella prima edizione del romanzo non fu un grande successo commerciale. Solo quando venne riproposto come tie-in ufficiale del film vendette milioni di copie rompendo tutti i record, proprio come stava facendo il film nei cinema. In qualche modo, la prima edizione si era comportata come mi aspettavo avrebbe fatto il film – una performance rispettabile, sufficiente a permettermi di continuare la saga. Star Wars ha superato tutte le mie aspettative.
Nel momento in cui questa edizione speciale dello Star Wars originale viene data alle stampe, sono già immerso nella scrittura di nuovi episodi della saga, il che mi dà un senso di déjà vu, perché il succo della nuova trilogia di prequel è già tutto delineato nelle prime due pagine di questo libro, nel prologo. Insomma, ho richiuso il cerchio adesso che torno alle origini per un nuovo inizio.

Prologo

Un’altra galassia, un’altra era.
La Vecchia Repubblica era la Repubblica del Mito, grande più dello spazio e del tempo. Non occorre dire dove si trovava né da dove veniva, basti sapere che era La Repubblica.
Sotto il saggio governo del Senato e salvaguardata dai Cavalieri di Jedi la Repubblica prosperava. Ma spesso, quando il benessere e la potenza raggiungono l’eccesso, si fanno avanti le forze del male e con esse la cupidigia.
Così avvenne quando la Repubblica era al culmine della sua magnificenza. Come certi alberi in apparenza forti che hanno resistito a tutte le intemperie, la Repubblica si stava sgretolando dall’interno marcendo senza alcun segno esteriore del suo decadimento.
Con la complicità di elementi del governo assetati di potere e di gruppi d’interesse del mondo degli affari l’ambizioso senatore Palpatine riuscì a farsi nominare presidente della Repubblica. Aveva promesso di porre fine alle lotte intestine e di riportare la Repubblica alla sua antica grandezza.
Ma non appena fu insediato si proclamò Imperatore ed eresse un muro invisibile fra sé e il popolo. Falsi consiglieri e lacchè cui egli aveva conferito alte cariche fecero in modo che il grido di giustizia degli umili non giungesse mai alle sue orecchie.
Eliminati con il tradiménto e la calunnia i Cavalieri di Jedi, garanti della giustizia nella galassia, i luogotenenti e burocrati imperiali avevano ormai via libera per instaurare un regime di terrore contro cui le altre forze della galassia erano impotenti o non se la sentivano di intervenire. Investiti dei poteri imperiali e facendo intendere di agire con il consenso e nel nome dell’imperatore sempre più isolato dal suo popolo, questa cricca di palazzo perseguiva unicamente le proprie ambizioni nefaste.
Ma un piccolo numero di sistemi galattici osò insorgere contro questo regime di soprusi e violenze. Sfidarono il Nuovo Ordine e lo combatterono per ristabilire la Vecchia Repubblica.
Sin dal primo momento numericamente sopraffatti dai sistemi asserviti all’imperatore, attraversarono giorni oscuri in cui sembrava certo che la limpida fiamma della resistenza sarebbe stata soffocata prima ancora di poter accendere nuova speranza nei popoli oppressi della galassia.
~
Dal Libro Primo della Cronaca degli Whill
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«Si trovarono nel luogo sbagliato nel momento sbagliato e divennero eroi.»
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Leia Organa di Alderaan, senatore

1

Il grande globo luminoso gettava nello spazio una forte luce color topazio, ma non era un sole. Eppure per parecchio tempo il pianeta aveva tratto in inganno gli scienziati e solo quando i suoi scopritori finalmente entrarono nella sua orbita stretta capirono che si trattava di un mondo in un sistema binario e non di un altro sole.
Inizialmente avrebbero giurato che su un pianeta del genere nulla potesse esistere, meno che mai degli esseri umani. Tuttavia delle stelle dell’ordine G1 e G2 orbitavano con straordinaria regolarità attorno a un unico centro e Tatooine girava attorno a esse a una distanza sufficiente perché vi si potesse formare un clima caldissimo ma stabile. Era un mondo costituito per la maggior parte da deserti il cui strano riverbero giallo astrale era causato dalla doppia radiazione solare sulle distese di sabbia ricche di sale.
La luce solare fece rilucere all’improvviso l’involucro metallico di un corpo che precipitava a linea irregolare verso l’atmosfera.
~
La traiettoria bizzarra descritta dalla nave galattica non era dovuta ad avaria ma, anzi, al disperato tentativo di evitarla. Lunghi raggi di energia concentrata colpivano lo scafo di metallo come una minacciosa tempesta di fuochi d’artificio; sembravano uno sciame di remore irridate che cercavano di attaccarsi a un riluttante portatore.
Uno dei tentacoli luminosi colpì un alettone solare dell’astronave disintegrandone la punta che mandò schegge scintillanti di metallo e materiale sintetico nello spazio. L’astronave sembrò di rabbrividire.
A un tratto apparve la fonte dei raggi multipli di energia: un incrociatore imperiale avanzava pesantemente, una grossa forma goffa irta come un gigantesco cactus di decine e decine di tubi siluranti. I raggi proiettati dalle spine multicolori del cactus cessarono man mano che l’incrociatore si avvicinava all’obiettivo dalle cui parti colpite provenivano esplosioni intermittenti e lampi. Nel freddo siderale l’incrociatore scivolò al fianco della sua preda ferita.
Un’altra esplosione remota scosse l’astronave, ma Artoo Detoo e Threepio l’avvertirono come un colpo terribilmente ravvicinato. La deflagrazione li sbatté contro le pareti dello stretto passaggio.
Vedendoli si sarebbe detto che la macchina antropomorfa alta, Threepio, fosse il capo e il tozzo robot tripode, Artoo Detoo, un suo subalterno. E invece erano pari in tutto tranne la loquela, un campo in cui Threepio primeggiava chiaramente per forza (anche se avrebbe sdegnosamente respinto questa prerogativa).
Una nuova scossa fece perdere l’equilibrio a Threepio. Il suo compagno più piccolo se la cavava meglio in quei momenti, grazie al basso centro di gravità del suo tozzo corpo cilindrico sulle corte ma possenti gambe chelate.
Artoo guardò Threepio che cercava di reggersi in piedi aggrappato alla parete del passaggio. L’unico occhio meccanico del robot più piccolo lampeggiava enigmaticamente mentre scrutava il corpo malconcio dell’amico e compagno. Una patina di polvere metallica ma viscosa rendeva opaco il rivestimento di lucido bronzo e qua e là c’erano vistose ammaccature provocate dallo sballottolamento dell’astronave.
L’ultimo attacco era accompagnato da un fortissimo e persistente ronzio che neanche il fragore dell’esplosione riuscì a sovrastare. Poi inspiegabilmente il ronzio simile al suono di un contrabbasso ma infinitamente più intenso cessò di colpo e nel passaggio non si sentiva altro che lo scricchiolio poco rassicurante dei corti circuiti nei quadri di collegamento e gli scoppiettii dei tubi che saltavano. Altre esplosioni rimbombavano a brevi intervalli nella nave ma ormai più lontani dal passaggio.
Threepio inclinò la liscia testa di antropoide, le orecchie di metallo tese nell’ascolto. Non era necessario che imitasse questo tipico gesto umano – Threepio aveva dispositivi auricolari onnidirezionali – ma l’esile robot era programmato in modo da potersi confondere perfettamente in mezzo agli umani, al punto da assumerne anche gli atteggiamenti consueti.
«Hai sentito?» chiese al suo paziente compagno senza aspettarsi una risposta. Si udiva una specie di battito. «Hanno spento il reattore centrale e tolto il propellente.» Aveva la voce incredula e preoccupata di un normale umano! Si fregò con un palmo metallico la scalfittura di grigio opaco sul fianco, dove una putrella rotta dello scalfo sfiorandolo aveva graffiato il suo rivestimento bronzeo. Threepio era una macchina schizzinosa e queste cose gli davano fastidio.
«Che pazzia.» Scosse lentamente la testa. «Questa volta saremo distrutti, non c’è scampo.»
Artoo non disse niente. Col torso a botticella piegato indietro e le gambotte ben ancorate con le chele sulle lastre del pavimento, il robot alto appena un metro era assorto a studiare il soffitto. Pur non avendo una testa da reclinare nell’ascolto come il suo amico antropoide, Artoo riusciva a dare l’impressione di averla. Il suo microfono emise,una rapida serie di ticchettii e scricchiolii che non avrebbero detto niente all’orecchio per quanto allenato di un umano, ma per Threepio erano parole chiare e intelligibili.
«Sì, probabilmente non hanno potuto fare a meno di togliere la propulsione,» annuì, «ma che facciamo adesso? Non possiamo entrare nell’atmosfera con lo stabilizzatore centrale a pezzi. Non mi va l’idea che non abbiamo altra scelta che la resa.»
Un gruppetto di umani armati apparve in fondo al passaggio con i fucili puntati. Avevano l’aria preoccupata e circospetta, sembravano consci della morte vicina.
Threepio li guardò in silenzio finché non scomparvero dietro un’ansa in fondo al passaggio, poi si rivolse ad Artoo che non aveva mutato la sua posizione di ascolto. Levò gli occhi al soffitto, pur sapendo che Artoo aveva sensori più fini dei suoi.
«Che c’è, Artoo?» Gli rispose un breve ticchettio. Un attimo ancora e non ci fu più alcun bisogno di auricolari particolarmente sensibili. Per un paio di minuti il passaggio fu immerso in un silenzio di tomba. Poi sopra di loro ci fu un lievissimo raspare, come le unghie di un gatto sulla porta. Era il rumore smorzato di passi strascicanti e di qualcosa di pesante che fregava contro lo scafo esterno.
Si susseguirono alcuni scoppi smorzati e Threepio sussurrò: «Sono penetrati da qualche parte sopra noi. Questa volta il comandante è spacciato.» Si volse e guardò Artoo. «Sarà meglio che…»
Prima che potesse terminare la frase lo stridore di metallo teso fino a spaccarsi riempì l’aria e la parte più lontana del passaggio s’illuminò di un lampo attinico che li accecò. In qualche punto laggiù il drappello di umani armati che era passato poco prima si era imbattuto nel nemico.
Threepio fece appena in tempo a voltarsi perché il suo viso e i delicati fotoricettori non fossero colpiti dalle schegge di metallo che lo investirono. Dall’altra parte del passaggio il soffitto era squarciato e delle forme rilucenti simili a grosse sfere metalliche si calavano attraverso il buco nel passaggio. I due robot sapevano che nessuna creatura meccanica aveva l’elasticità con cui quelle forme si muovevano e assumevano le posizioni di combattimento; non erano robot, infatti, ma umani corazzati.
Uno di essi fissò Threepio – no, non lui, pensò il robot terrorizzato, ma qualcosa alle sue spalle. La forma puntò il grosso fucile nelle mani guantate d’acciaio, ma era troppo tardi. Un raggio luminoso fortissimo lo colpì in testa e frammenti di metallo, ossa e sostanza cerebrale schizzarono da tutte le parti.
Metà dei soldati imperiali si girarono e presero a sparare nel passaggio mirando oltre i due robot.
«Presto, di qua!» gridò Threepio. Artoo lo seguì. Avevano fatto pochi passi, che videro davanti a loro degli umani dell’equipaggio ribelle che rispondevano al fuoco degli attaccanti. In pochi secondi il passaggio era un inferno di fuoco e di raggi d’energia che s’incrociavano.
Bulloni rossi verdi e blu rimbalzavano dai pannelli lucidi delle pareti e del pavimento segnando lunghi solchi nella superficie di metallo. Le urla di umani feriti o colpiti a morte – a Threepio parve un rumore estremamente poco da robot – rieccheggiavano al di sopra della scena di distruzione immonda.
Un raggio colpì la lastra vicino ai piedi del robot e un altro squarciò la parete alle sue spalle rivelando un labirinto di cavi elettrici e tubi. Lo spostamento d’aria del duplice colpo gettò Threepio fra i cavi spezzati e decine di scosse di varia intensità lo trasformarono in un pupazzo che sussultava e si contorceva spasmodicamente.
Strane sensazioni percorrevano i suoi terminali nervosi di metallo. Non avvertì alcun dolore ma solo confusione. A ogni suo tentativo di liberarsi dal groviglio sfrigolante si prese una nuova scossa da qualche altro cavo impazzito. Rimase bloccato in mezzo al fragore e ai lampi delle armi mentre la battaglia giunse al parossismo.
Il fumo si addensava nel passaggio. Artoo Detoo si diede da fare per liberare l’amico. Il piccoletto manteneva una flemmatica impassibilità in mezzo alle energie che invadevano il passaggio; era così basso che gran parte dei raggi gli passavano sopra senza scalfirlo.
«Aiuto!» gridò Threepio improvvisamente terrorizzato da un nuovo messaggio captato da un suo sensore interno. «Credo che si sta fondendo qualcosa. Liberami la gamba sinistra… il guasto dev’essere vicino al servomotore pelvico.» Era caratteristico il modo come la sua voce da implorante si fece di colpo accusatoria.
«È tutta colpa tua!» Adesso parlava con tono iroso. «Figuriamoci se dovevo fidarmi del buon senso di un tappo di assistente termocapsulare. Che ti è frullato nella mente, a insistere perché abbandonassimo il nostro posto per scendere in questo maledetto passaggio? Non che ciò importi ormai. L’intera dannata nave dev’essere…» Artoo Detoo lo interruppe nel mezzo della tirata con seccati ticchettii e fischi senza tuttavia smettere di tagliare e districare con movimenti precisi il groviglio di cavi ad alto voltaggio.
«Ah sìì!» sibilò Threepio. «Allora ti dico che cosa sei tu, piccolo stupido…»
Un’esplosione più violenta delle altre gli ricacciò l’insulto in bocca. Un miasma soffocante di componente carbonizzato riempì l’aria che si fece nera.
~
Alto due metri, bipede. Avvolto d’un fluttuante mantello nero, il volto eternamente nascosto da un funzionale quanto bizzarro schermo respiratore di metallo nero – il Signore Nero di Sith apparve come una paurosa minaccia nel passaggio dell’astronave ribelle.
La paura era il seguito di tutti i Signori Neri. La sensazione di male emanata da colui che ora era apparso era tanto intensa da far indietreggiare le incallite truppe imperiali, tanto minacciosa da indurre ogni aperta rivolta a un nervoso borbottio sommesso. I più decisi membri dell’equipaggio ribelle abbandonavano ogni idea di resistenza, si accasciavano e fuggivano in panico alla mera vista dell’armatura nera eppure molto meno funerea dei pensieri nella mente dell’uomo che si celava dietro essa.
Questa mente era adesso dominata da un solo pensiero ossessionante che animava i passi di Darth Vader mentre attraverso un altro passaggio si dirigeva verso la centrale di combattimento messa fuori uso. Il fumo si stava diradando, sebbene l’eco di lontani combattimenti risuonasse ancora nello scafo. Dov’era lui la battaglia era cessata.
Un solo robot si muoveva ancora al passo del Signore Nero. Threepio si era finalmente districato dall’ultimo cavo. In qualche punto dietro le sue spalle grida umane indicavano che le forze imperiali stavano soffocando gli ultimi focolai di resistenza dei ribelli.
Abbassando lo sguardo Threepio vide solo lastre squarciate. Si guardò attorno e adesso la sua voce era soltanto preoccupata. «Artoo Detoo, dove sei?» Il fumo si affievolì e liberò la vista nel passaggio.
Artoo Detoo era là. Ma non guardava dalla parte di Threepio. Il piccolo robot era come irrigidito in una posa di attenzione. Chino sopra lui – perfino i fotoricettori elettronici di Threepio faticavano a penetrare il fumo acre e appiccicoso – era una figura umana. Era giovane, sottile e, almeno secondo gli astrusi metri estetici degli umani, di una serena bellezza. Una piccola mano tastava la parte anteriore di Artoo.
Threepio andò da loro attraverso il fumo che si stava di nuovo ispessendo. Ma quando giunse in fondo al passaggio c’era solo Artoo. Confuso Threepio si guardò attorno. A volte i robot sono soggetti ad allucinazioni, ma perché egli dovrebbe avere delle allucinazioni che gli facevano vedere un umano?
Si strinse nelle spalle. Eppure… perché no, con tutti i fatti sconvolgenti che erano accaduti in quest’ultima ora e la massiccia dose di corrente ad alto voltaggio che si era presa. Nessuna meraviglia, se i suoi circuiti interni tutti collegati fra di loro gli avessero combinato qualche scherzo.
«Dove t’eri cacciato?» domandò infine tutto stizzito ad Artoo. «Ti sei nascosto, eh?» Decise di non fare parola dell’umano che credeva di aver visto. Se era stata un’allucinazione non era il caso che Artoo sapesse fino a che punto gli avvenimenti dell’ultima ora avevano scombussolato i suoi circuiti logici.
«Ritorneranno da questa parte» proseguì accennando con la testa in direzione del passaggio, senza dare all’automa piccolo il tempo di rispondergli, «per vedere se ci sono umani sopravvissuti. Che facciamo ora? Dire che non sappiamo niente d’interessante non servirà, non crederanno a macchine al servizio degli insorti. Verremo spediti nelle miniere di Kessel o ci disfaranno per costruire con le nostre parti dei robot di seconda scelta. Se piuttosto non ci considereranno potenziali congegni trappola e ci disintegreranno a vista. O se…» Ma Artoo si era girato e stava scendendo con rapidi passi giù per la passerella.
«Aspetta, dove vai? Non hai sentito cosa ho detto?» Imprecando in vari idiomi, alcuni puramente meccanici, Threepio rincorse l’amico. Quel congegno che rispondeva al nome di Artoo, pensò, quando voleva riusciva a essere maledettamente corto di circuito.
~
Il passaggio fuori dalla centrale di comando della nave galattica catturata era affollato di prigionieri dall’aria abbattuta, spintivi dai soldati imperiali. Sul pavimento giacevano feriti e morti. Molti ufficiali erano stati separati dai loro uomini e formavano un gruppetto a parte. Lanciavano occhiate rabbiose e invettive ai soldati nemici che li sorvegliavano.
Tutti, imperiali e ribelli, tacquero come su comando quando una imponente sagoma avvolta in un ampio mantello entrò nel passaggio. Due degli ufficiali ribelli poc’anzi ancora fieri e indomiti vennero presi da convulsioni. L’alta sagoma si fermò di fronte ai due e una mano enorme afferrò uno di essi per il collo e lo sollevò. Gli occhi dell’ufficiale schizzarono dalle orbite ma egli non fiatò.
Un ufficiale imperiale con una vistosa ferita da raggio d’energia in faccia – si era tolto la visiera — uscì dalla centrale di comando scuotendo la testa. «Niente, signore. Il sistema di elaborazione delle intercettazioni è distrutto.» Darth Vader accolse la notizia con un quasi impercettibile cenno della testa. La maschera impenetrabile si volse verso l’ufficiale ribelle che stava torturando. Le dita corazzate si contrassero di più e il malcapitato cercò disperatamente ma invano di allentare la stretta.
«Dove sono i dati che avete intercettato?» tuonò Vader. «Che avete fatto dei nastri con le informazioni?»
«Non… abbiamo intercettato… niente» balbettò l’ufficiale mezzo soffocato. Con un singhiozzo di onore oltraggiato riuscì ad aggiungere: «Questa è… una nave parlamentare… Non avete visto l’emblema sullo scafo? Siamo… in missione… diplomatica.»
«All’inferno la vostra missione!» ringhiò Vader. «Voglio i nastri!» e strinse più forte.
Quando riuscì finalmente a rispondere la voce dell’ufficiale era ridotta a un rauco gorgoglio. «Lo sa… soltanto il… comandante.»
«Questa nave reca i colori di Alderaan!»
La testa di mostro mitologico si avvicinò minacciosa alla sua vittima. «C’è qualcuno della casa reale sulla nave? Chi avete a bordo?» Le dita d’acciaio si strinsero ancora sul collo dell’ufficiale che si contorceva sempre più disperatamente. Le sue ultime parole erano un rantolo incomprensibile. Vader non era affatto contento.
La sua vittima era ormai un povero corpo che penzolava inerte ma la mano impietosa continuava a stringere e si sentiva un agghiacciante scricchiolio di ossa che si spezzavano come ramoscelli secchi. Infine con un soffio di disgusto Vader lanciò il pupazzo che poco prima era stato un uomo contro una parete distante. Alcuni soldati imperiali si chinarono appena in tempo per non essere investiti dal macabro ordigno.
Il gigante si girò di scatto e il suo sguardo funesto raggelò gli ufficiali imperiali. «Rivoltate questa nave centimetro per centimetro, componente per componente e trovatemi quei nastri. Quanto ai passeggeri, li voglio vivi.»
Nella fretta di andarsene gli ufficiali e subalterni a momenti inciampavano gli uni negli altri. Non era tanta la premura di eseguire gli ordini di Vader quanto il desiderio di fuggire alla sua aura malvagia.
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Artoo Detoo si fermò finalmente in un passaggio vuoto senza fumo né tracce di battaglia. Confuso e preoccupato Threepio lo raggiunse.
«Mi hai fatto correrti dietro per tutta la nave e per quale…?» S’interruppe e guardò incredulo il suo tozzo compagno che aveva alzato uno dei suoi arti chelati per aprire il portello di una navicella di salvataggio. Subito s’accese una luce rossa e una sirena si mise a suonare sommessamente.
Threepio si guardò intorno spaventato ma non arrivò nessuno. Intanto Artoo si stava già infilando nella cavità del baccello di salvataggio largo abbastanza per ospitare un certo numero di umani ma assai più stretto per delle creature meccaniche. Artoo ebbe qualche problema a sistemarsi nell’angusto spazio.
«Ehi,» disse Threepio sempre più a disagio, «non possiamo entrarci! È riservato agli umani. Magari riusciamo a convincere gli imperiali che non siamo programmati dai ribelli e che siamo troppo preziosi per essere disintegrati, ma se qualcuno ci trova qua dentro per noi è finita davvero. Dai, scendi.»
In qualche modo Artoo era riuscito a infilare la sua mole nel posto di manovra. Si piegò leggermente e mandò una serie di violenti ticchettii e fischi all’indirizzo del suo titubante compagno.
Threepio ascoltava. Riusciva perfettamente a dare l’impressione di corrugare la fronte anche se non era vero. «Missione? Quale missione? Che cavolo stai dicendo? Parli come se ti fossero saltate tutte le valvole insieme. No… basta rischi. Preferisco arrendermi agli imperiali e comunque là dentro non ci metto piede!»
Artoo emise un furioso strepitio elettronico. «Come ti permetti di dare del cervellotico pusillanime a ME!» lo rimbeccò Threepio, «brutta palla di lardo che non sei altro!»
Stava per rincarare la dose di insulti, quando un’esplosione fece saltare la parete di fondo del passaggio. Lo stretto androne fu invaso da polvere e frammenti di metallo e poi ci fu una serie di scoppi minori. Delle fiamme lambivano le pareti rimasti intatte e si riflettevano nelle poche chiazze ancora lucide della pelle (si fa per dire) di Threepio.
Raccomandando, in termini elettronici, la propria anima all’ignoto, l’agile robot saltò nel baccello di salvataggio. «Me ne pentirò,» borbottò mentre Artoo armeggiava con la chiusura di sicurezza alle sue spalle. Il piccolo robot azionò alcuni interruttori, tolse una sicura e premette tre pulsanti. Accompagnata dagli scoppi dei propellenti la navicella fu catapultata dall’astronave in avaria.
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Quando seppe attraverso gli interfoni che le ultime sacche di resistenza nell’astronave ribelle erano state eliminate il comandante dell’incrociatore imperiale sospirò di sollievo. Stava ascoltando il rapporto sull’andamento della battaglia quando uno dei suoi artiglieri gli fece segno di avvicinarsi. Gli indicò il video circolare; sullo schermo si vedeva un puntino minuscolo che si allontanava in direzione del mondo infuocato sotto di loro.
«Un altro baccello di salvataggio che se ne va, Ordini, signore?» La mano dell’ufficiale si spostò sui comandi dell’artiglieria elettronica.
Il comandante sicuro della potenza della propria artiglieria e dell’efficienza della sua macchina bellica diede un’occhiata distratta ai monitor che seguivano il movimento del baccello. Il puntino era scomparso.
«Lascia perdere, tenente Hija. Gli strumenti confermano che non c’è più vita sulla nave nemica. Evidentemente il baccello si è staccato da solo per un corto circuito o un comando sbagliato. Risparmia le munizioni.» Si voltò per ascoltare soddisfatto l’elenco dei nemici catturati e dei materiali presi sulla nave ribelle.
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Il riverbero dei pannelli infuocati e dei cavi sfrigolanti tremolava sull’armatura del soldato della truppa d’assalto che si spingeva con circospezione nel passaggio. Stava per voltarsi a fare cenno agli altri di seguirlo quando notò un movimento da un lato del passaggio. Una cosa viva si schiacciava sul fondo di una piccola nicchia scura. Piano, con la pistola spianata, il soldato si avvicinò alla nicchia e guardò dentro.
Una esile figura coperta di veli bianchi si stringeva tremante sul fondo della nicchia, Grandi occhi lo fissavano in un volto di giovane donna che somigliava perfettamente alla descrizione della persona la cui cattura stava tanto a cuore al Signore Nero Vader. Il soldato ghignò dietro la sua visiera. Era fortunato e avrebbe avuto una bella promozione.
Girò lievemente la testa sotto l’elmo per parlare nel microfono condensatore incorporato. «L’ho trovata,» avvertì gli altri dietro lui, «chiamate rinfo…»
Non poté finire la frase, né avrebbe avuto l’agognata promozione. Nel breve attimo in cui aveva tolto gli occhi dalla ragazza per parlare nel microfono la giovane smise di tremare come per un incantesimo. Alzò la mano con la pistola che aveva nascosto sulla schiena e sparò.
Il soldato che era stato così sfortunato di imbattersi in lei cadde per primo, la testa ridotta una poltiglia di ossa spappolate e metallo fuso. Il secondo militare che nel frattempo si era avvicinato fece la stessa fine. Ma poi un’asta energetica verde chiaro toccò il fianco della ragazza che si accasciò al suolo, il delicato pugno ancora serrato sulla pistola.
Figure rivestite di metallo si chinarono su di lei. Una di esse, un ufficiale medico a giudicare dai gradi sul braccio, s’inginocchiò e la voltò sulla schiena esaminando con occhio clinico la giovane paralizzata.
«Si riprenderà» constatò guardando i suoi subalterni. «Avvisate sua signoria Vader.»
~
Dal piccolo oblò nella prua della navicella di salvataggio Threepio vedeva affascinato come il caldo alone giallo di Tatooine li inghiottiva. Sapeva che da qualche parte alle loro spalle l’astronave distrutta e l’incrociatore imperiale stavano diventando punti impercettibili.
Meglio così. Se fossero atterrati nei pressi di qualche città si sarebbe cercato un impiego decente in un ambiente tranquillo, qualcosa di più adatto al suo livello sociale e alla sua preparazione. Gli ultimi mesi’ erano stati troppo agitati e imprevedibili per il suo carattere di robot.
Il modo apparentemente a casaccio con cui Artoo manovrava il baccello lasciava però prevedere tutto fuorché un atterraggio liscio. Threepio guardava il compagno con palese sgomento.
«Sei sicuro di saper guidare questo arnese?»
Per tutta risposta Artoo emise un fischio indifferente che certamente non era atto a tranquillizzare l’altro.

2

I vecchi coloni dicevano che era più facile accecarsi guardando le assolate piane desertiche di Tatooine che non fissando direttamente i suoi due grandi soli, tanto era forte il riverbero delle sconfinate distese. Ma nonostante il tremendo calore nei deserti formati da laghi da tempo prosciugati c’era vita, grazie alla reimmissione di acqua. Però l’acqua che esisteva su Tatooine era scarsa e andava conquistata faticosamente, l’atmosfera era riluttante a cedere il suo umore agli umani. Bisognava strappargliela dal duro blu del cielo perché bagnasse le terre riarse.
Due figure che avevano per l’appunto l’incarico di procurare questo umore prezioso si stagliavano contro il cielo sopra una piccola altura in mezzo a una delle distese inospitali. Una era di rigido metallo – un vaporatore polveroso ancorato saldamente attraverso la sabbia nel fondo roccioso. L’altra era non meno segnata dal sole e dalla polvere ma decisamente più viva.
Luke Skywalker aveva il doppio d’età del decenne vaporatore ma era molto meno calmo di questi. In quel momento stava imprecando sommessamente a un recalcitrante regolatore di valvole del suo strumento di lavoro. Ogni tanto ci picchiava coi pugni invece di usare l’utensile appropriato, ma il successo era zero lo stesso. Luke era convinto che i lubrificanti dei vaporatori erano fatti apposta per insabbiarsi. Si asciugò la fronte e riposò un attimo. Una lieve brezza gli smosse i capelli arruffati e gonfiò la sua tuta di fatica troppo larga. Decise che non era il caso di prendersela con una macchina.
Intanto che Luke – la cosa più interessante che aveva era il nome – rifletteva sul da farsi una terza figura apparve da dietro il vaporatore e si mise a trafficare con movimenti goffi attorno alla parte guasta. Le tre braccia ancora funzionanti delle sei di cui era dotato questo robot del tipo Treadwell erano assai più malconce degli stivali di Luke. La macchina fece qualche tentativo di accendersi ma si rispense regolarmente.
Luke la guardò con aria afflitta, poi alzò la testa per scrutare il cielo. Non c’era traccia di nuvole e sapeva che non ne sarebbero apparse finché il vaporatore non si fosse rimesso in funzione. Stava per fare un ultimo tentativo di rimetterlo in moto, quando scorse nel cielo un piccolo ma intenso punto luminoso. Staccò svelto il macrobinocolo dalla cintura porta-attrezzi e lo mise a fuoco.
Scrutò attentamente il cielo; peccato che non aveva un vero telescopio al posto del binocolo. Ciò che vide gli fece dimenticare il vaporatore, il caldo e il resto del lavoro da fare. Rimise il binocolo nella cintura e corse al suo aerospider. A metà strada gridò: «Sbrigati! Che aspetti? Avanti, monta!».
Il robot Treadwell fece per seguirlo, poi si fermò e cominciò a girare su se stesso a cerchi stretti fumando da ogni sua giuntura. Luke gridò altri ordini, poi tacque con un’espressione di disgusto quando si rese conto che ci sarebbe voluto altro che invettive per rimettere in funzione il Treadwell.
Per un attimo Luke era incerto se abbandonare il robot, ma si convinse che era meglio così, dal momento che le sue parti essenziali erano irrimediabilmente partite. Saltò sull’aerospider. Il galleggiante a repulsione sbandò paurosamente ma Luke riuscì a ristabilire l’equilibrio distribuendo il proprio peso mentre si metteva al volante. Il veicolo rollava a qualche palmo sopra il terreno sabbioso come una barca col mare grosso. Luke accese l’avviamento che protestò con un gemito; la sabbia schizzò via sotto il galleggiante mentre Luke dirigeva la leggera “pulce” verso Anchorhead.
Alle sue spalle una malinconica nuvoletta di fumo nero del robot che bruciava saliva nella limpida aria del deserto. Al suo ritorno Luke non avrebbe più trovato traccia del robot, gli sciacalli delle vaste distese di Tatooine si nutrivano anche di metallo.
Gli edifici di pietra e metallo sbiancati dai raggi dei soli binari Tatoo I e Tatoo II che formavano il centro della estesa comunità agricola di Anchorhead si stringevano uno addosso all’altro come per cercare compagnia e protezione.
A quell’ora le polverose strade non asfaltate erano deserte. Le mosche che ronzavano pigre attorno ai cornicioni sbriciolati e il latrato lontano di un cane sarebbero stati gli unici segni di vita, se una vecchia nerovestita nel suo scialle antisolare non fosse apparsa per attraversare la strada.
Qualcosa, un rumore, la indusse ad alzare la testa e a guardare giù per la strada deserta. Il rombo dapprima distante si fece fortissimo e una scintillante forma rettangolare girò l’angolo. La vecchia sgranò gli occhi spaventata quando il veicolo puntava diritto su di lei e si scansò all’ultimo momento con un balzo.
Col fiato corto e agitando un pugno al folle guidatore urlò: «Quand’è che voi disgraziati imparate ad andare piano!».
Forse Luke l’aveva vista ma non poté sentirla. Comunque non le badava, aveva altro per la testa. Arrestò infine la sua folle corsa dietro un lungo e basso edificio in calcestruzzo dal quale spuntavano una serie di spirali e aste. Le dune di sabbia in migrazione perpetua si frangevano come gialla schiuma pietrificata sui mari dell’edificio che nessuno si prendeva la briga di ripulire, tanto sarebbe stata fatica inutile, perché il giorno dopo sarebbero stati come prima.
Luke spalancò la porta principale e gridò: «Ehi!».
Un giovane robusto in tuta di meccanico era sdraiato più che seduto su una sedia dietro il banco di controllo disadorno della centrale. La sua pelle era protetta da uno ‘trato di olio solare, come pure quella della ragazza che gli sedeva sulle ginocchia e della cui pelle si vedeva parecchio di più. Perfino il sudore era bello su di lei.
«Ehi, salve!» gridò ancora Luke vista la non proprio vivace reazione al suo primo saluto. Corse al laboratorio nel retro della centrale. Il meccanico sonnacchioso si passò una mano sulla faccia e ridacchiò: «Mi sbaglio o è passato qualcuno?»
La ragazza sulle sue ginocchia si stiracchiò con mosse gattesche rivelando un corpo invitante sotto il vestito di ottimo taglio. Aveva una voce gutturale. «Ooh,» sbadigliò disinvolta, «era solo quel fanatico di Vermetto.»
Deak e Windy alzarono gli occhi dal bigliardo elettronico quando Luke irruppe nello stanzone. Erano vestiti come lui ma le loro tute erano tagliate meglio e meno logore.
I tre giovani formavano un contrasto stridente con il bell’uomo dal fisico atletico in piedi dietro il bigliardo. Tutto, dai capelli tagliati perfettamente all’uniforme impeccabile, lo faceva sembrare un uccello del paradiso in una stia di polli. Il lieve ronzio dietro i tre umani era di un robot che stava riparando un pezzo di macchinario della centrale.
«Sentite questa!» gridò Luke eccitatissimo e in quel mentre vide l’uomo più anziano in uniforme. Nello stesso momento anche l’altro lo riconobbe.
«Biggs!».
L’uomo sorrise. «Ciao Luke.» I due si abbracciarono con affetto. Infine Luke si scostò ammirando l’uniforme dell’altro. «Non sapevo che eri tornato. Quando sei arrivato?»
Seppure affettuosa, la voce dell’altro aveva una sfumatura di presunzione. «Poco fa. Volevo farti una sorpresa, testamatta.» Indicò lo stanzone. «Credevo di trovarti qui con quei due perditempo.» Deak e Windy ghignarono. «Non m’immaginavo di certo che eri fuori a lavorare.» La sua risata affabile e naturale non mancava mai di fare effetto sugli altri.
«Non sei cambiato all’accademia,» osservò Luke. «Ma sei tornato presto.» Si fece serio. «Che è successo? Non hai avuto il tuo incarico?»
Biggs evitò gli occhi dell’amico e la sua risposta era un tantino evasiva. «Certo che l’ho avuto. La settimana scorsa mi hanno assegnato alla nave da carico Ranci Ecliptic. Primo ufficiale Biggs Darklighter, agli ordini.» Fece un saluto militare metà serio metà scherzoso e produsse di nuovo quel suo sorriso accattivante seppure esagerato.
~
«Sono tornato soltanto per dire addio a voialtri topi di terraferma.» Tutti risero, finché Luke si ricordò all’improvviso la ragione per cui si era precipitato alla centrale.
«Quasi me lo dimenticavo,» disse, di nuovo agitato. «C’è una battaglia, proprio nel nostro sistema! Venite a vedere.»
Deak fece una smorfia. «Un’altra delle tue battaglie mitiche, Luke. Quando la smetterai con queste bambinate?»
«Bambinate un corno! Sul serio, c’è una battaglia!».
Riuscì in qualche modo a convincere gli altri a seguirlo nel sole accecante. Soprattutto Camie aveva un’aria disgustata.
«Guai a te se è una balla!» avvertì Luke coprendosi gli occhi contro la luminosità. Ma Luke stava già scrutando il cielo col suo macrobinocolo. Impiegò poco a ritrovare il puntino. «Ve l’ho detto,» rispose. «Ecco, là!».
Biggs gli si mise accanto e afferrò il binocolo. Gli altri scrutavano il cielo a occhi nudi. Dopo aver aggiustato le lenti Biggs riuscì a individuare due macchioline d’argento nell’intenso blu del cielo.
«Non è una battaglia, testamatta,» disse abbassando il binocolo e guardando l’amico con un sorriso indulgente. «Sono fermi tutti e due. Sono due navi, è vero, probabilmente una d’appoggio che carica un cargo, visto che Tatooine non ha un porto orbitale.»
«Però prima c’era uno scambio di fuoco,» obiettò Luke, ma il suo iniziale entusiasmo stava scemando di fronte alla sprezzante sicurezza dell’amico più anziano.
Camie strappò il binocolo a Biggs facendolo sbattere leggermente contro un pilastro. Luke glielo tolse rapidamente, preoccupato che la ragazza glielo rovinasse. «Piano, è roba delicata!».
«Non ti agitare, Vermetto,» sogghignò la ragazza. Luke fece un passo verso di lei ma si fermò quando il meccanico grande e grosso si mise fra loro e gli lanciò un’occhiata di avvertimento. Luke capì che era meglio lasciar perdere e si strinse nelle spalle.
«Te l’ho già detto, Luke.» fece il meccanico con l’aria di chi è stufo di dover ripetere sempre le stesse cose, «che l’insurrezione è lontana da qui. Non credo che l’impero si metterebbe a combattere contro il nostro sistema. Guarda che Tatooine non è che un pugno di sabbia.»
Tutti rientrarono nella centrale prima che Luke potesse obiettare. Fixer aveva preso Camie sotto braccio ed entrambi sghignazzavano per la sua ingenuità. Perfino Deak e Windy parlottavano sottovoce di lui, Luke ci avrebbe scommesso.
Li seguì non senza aver dato un’ultima occhiata alle macchioline lontane. Era certissimo di aver visto uno scambio di lampi fra le due navi e che non si era trattato di riflessi dei soli di Tatooine sul metallo.
~
Il legaccio che le bloccava le mani sulla schiena era primitivo ma ingegnoso. La sorveglianza costante dei soldati armati fino ai denti nei confronti di una fragile donna poteva sembrare eccessiva se la loro vita non fosse dipesa dalla sua consegna sana e salva.
Ciò nonostante, quando rallentò deliberatamente il passo, la sua scorta dimostrò di non disdegnare un po’ di brutalità. Una delle figure corazzate le diede uno spintone nella schiena che quasi la fece cadere. Si voltò e guardò il soldato con odio. Ma non avrebbe saputo dire se la sua occhiata aveva fatto effetto, poiché la faccia di lui era interamente nascosta dalla visiera.
Nell’atrio in cui finalmente sbucarono, le fiamme non si erano ancora spente intorno allo squarcio nello scafo della nave. Una passerella mobile era stata inserita nella cavità e dall’altra parte un cerchio luminoso gettava un ponte di luce fra la nave dei ribelli e l’incrociatore. Quando la giovane tolse lo sguardo dalla passerella, un’ombra le cadde addosso e la fece sussultare nonostante la sua impassibilità.
Era la grande sagoma minacciosa di Darth Vader; i suoi occhi erano brace rossa dietro l’orrida maschera. Ma la contrazione di un muscolo nel viso della ragazza fu l’unica sua reazione percettibile, anche la sua voce era ferma come sempre.
«Darth Vader… avrei dovuto immaginarmelo. Solo tu potevi essere tanto temerario… e tanto stupido. Ma il senato imperiale non te la farà passare liscia. Quando saprà che hai attaccato una missione diploma…»
«Senatore Leia Organa,» soffiò Vader senza violenza ma abbastanza forte da stroncare il suo tentativo di protesta. Il modo come scandiva le sillabe tradiva la soddisfazione di averla in suo potere. «Niente giochetti, altezza,» proseguì con tono minaccioso, «questa volta non eri in missione diplomatica, hai attraversato un sistema proibito ignorando una serie di divieti e le intimazioni di invertire la rotta – finché non era troppo tardi.»
L’enorme testa metallica si chinò sulla giovane donna. «So che le vostre spie hanno trasmesso parecchie informazioni a questa nave. Quando abbiamo rintracciato le spie a una a una hanno avuto il pessimo gusto di uccidersi prima che le potessimo interrogare. Voglio sapere che fine hanno fatti i dati che vi hanno comunicato.» Né le parole né la presenza funesta di Vader sembravano di impressionare la ragazza. «Non so di che stai blaterando,» disse senza guardarlo. «Sono un membro del senato in missione diplomatica diretta a…»
«Ai vostri alleati ribelli,» ringhiò Vader. «Sei pure una traditrice.» E rivolto a uno degli ufficiali: «Portatela via.»
Leia riuscì a sputargli addosso e la saliva sfrigolava sul l’armatura ancora calda dalla battaglia. Vader si ripulì in silenzio m i suoi occhi non abbandonavano la giovane che i suoi uomini portavano sull’incrociatore.
Fu distratto dai suoi pensieri dalla comparsa di un soldato alto e magro con i gradi di comandante imperiale. «È pericoloso tenerla,» disse il nuovo venuto seguendo anch’egli con lo sguardo la prigioniera. «Se la voce si sparge il senato andrà su tutte le furie. Nasceranno simpatie con i ribelli.» Guardò l’imperscrutabile maschera metallica, poi aggiunse in fretta: «Sarebbe meglio eliminarla subito.»
«No. Prima di tutto devo scoprire la loro fortezza nascosta,» rispose Vader. «Tutte le spie ribelli sono state eliminate, da noi o per mano loro. Lei è ormai l’unica chiave che mi rimane per sapere dove si trova la loro base. Intendo trarne il massimo vantaggio. Se occorre la distruggerò, ma prima DEVO conoscere la posizione della fortezza.»
Il comandante arricciò le labbra e scosse leggermente la testa e da questo suo gesto sembrava trasparire una vaga ammirazione per la ragazza. «Morrà piuttosto che parlare.» La risposta di Vader era lapidaria quanto agghiacciante: «A questo ci penserò io.» Rifletté un attimo e disse:
«Trasmetti un segnale di soccorso a banda larga. Avverti che la nave del senatore si è scontrata con un ammasso di meteoriti, che i timoni di direzione sono stati spaccati e la nave è stata colpita al punto di perdere il 95 per cento della propria atmosfera. Informa suo padre che non ci sono superstiti.»
Un gruppo di soldati dall’aria stremata si avvicinava al comandante e al Signore Nero. Vader li guardò con aria inquisitoria.
«I nastri non sono sulla nave. Non abbiamo trovato nessuna imormazione d’interesse nelle cassette di sicurezza che del resto non recano segni di effrazione,» riportò come un automa l’ufficiale in carica. «E da quando abbiamo preso contatto con questa nave non ne è partito nessun messaggio o altro. Durante i combattimenti una navicella di salvataggio si è staccata, probabilmente per un difetto nel congegno d’espulsione, ma abbiamo accertato che non c’era vita a bordo.»
Vader era sovrappensiero. «Può darsi che la navicella si è staccata da sola per un guasto,» pensò ad alta voce, «ma se conteneva invece i nastri… Nastri non sono esseri vivi. Se li trova qualche indigeno probabilmente ignora il loro significato e li cancella per riutilizzarli. Eppure…»
«Incaricate un distaccamento di cercarli o almeno di accertarsi che non si trovano sulla navicella,» ordinò infine al comandante e all’ufficiale sugli attenti. «Con discrezione, mi raccomando, non voglio chiasso inutile, neanche in questo miserabile avamposto della civiltà.»
Quando l’ufficiale e i suoi uomini se ne furono andati Vader si rivolse nuovamente al comandante. «Fa vaporizzare questa nave, non ne devono restare tracce. Quanto alla navicella non posso rischiare che non si trattava di un semplice guasto. Le informazioni che forse contiene potrebbero essere pericolosissime. Occupatene personalmente. Se quei nastri esistono dobbiamo assolutamente trovarli e distruggerli.» Poi, con tono soddisfatto, «Fatto questo e col senato in mano nostra questa assurda insurrezione sarà finalmente stroncata.»
«Sarà fatto come desideri, signore,» disse il comandante. I due uomini ritornarono sull’incrociatore.
~
«Che posto della malora!»
Threepio si guardò cauto alle spalle dove la navicella giaceva mezza sepolta nella sabbia. I suoi avvolgimenti interni erano ancora sottosopra per il brusco atterraggio. Atterraggio! Mai un termine era stato più eufemistico, eppure doveva ancora ringraziare il suo incosciente compagno per averli portati a terra interi. Chi sa, pensò osservando il desolato paesaggio, se non avrebbero fatto meglio a rimanere sull’astronave catturata. Da un lato il cielo tagliato da alte rocce di arenaria, mentre in tutte le altre direzioni non si vedevano che sterminate distese di dune migranti, chilometri e chilometri di onde gialle il cui riverbero si confondeva in lontananza con la luminosità del cielo, tanto che non si distingueva la linea dell’orizzonte.
Espletata la sua funzione, la navicella era ormai inutile e i due robot se ne allontanavano sollevando piccole nuvole di sabbia polverosa. Arrancavano faticosamente, nessuno di loro era fatto per la locomozione a piedi su un terreno così sconnesso.
«Siamo fatti per soffrire,» piagnucolava Threepio pieno di autocommiserazione. «Che vita di m…» Qualcosa cigolava nella sua gamba destra. «Ohiohiohi! Se non ci fermiamo giuro che cado a pezzi. Le mie interiora non si sono ancora riprese da quello schianto che tu chiami atterraggio.»
Si fermò, ma non così Artoo Detoo. Il piccolo automa aveva descritto un angolo acuto e ora stava sgambettando con fatica ma deciso verso il più vicino sperone di roccia.
«Ehi!» gli gridò dietro Threepio ma Artoo proseguiva imperterrito. «Dove credi di andare?»
Artoo si fermò per emettere un getto di spiegazioni elettroniche intanto che aspettava che Threepio col fiato corto lo raggiungesse.
«Se credi che io vada da quella parte ti sbagli di grosso,» dichiarò Threepio quando Artoo ebbe finito.
«C’è troppa roccia.» Indicò la direzione che avevano seguito prima di cambiare rotta. «Di là è più facile.» Il movimento della sua mano metallica sembrava voler cancellare gli alti costoni di roccia. «Cosa ti fa pensare che di qui troveremo degli insediamenti?» Un lungo fischio uscì da Artoo.
«Non fare il sofistico con me,» s’inalberò Threepio. «Ne ho abbastanza delle tue arie di superiorità.»
Artoo ticchettò brevemente.
«E va bene, fa come credi,» sospirò Threepio con sufficienza. «Finirai insabbiato in meno di un giorno, stupido ammasso di rottami che non sei altro.» Diede una spinta ad Artoo mandandolo rotoloni giù per la duna. Mentre il piccoletto cercava di rimettersi in piedi Threepio riprese la direzione di prima, verso l’orizzonte di fuoco. Si voltò solo per gridare: «Se vuoi venirmi dietro per chiedermi aiuto scordatelo!».
Ai piedi della duna Artoo si era rialzato. Con un braccio ausiliare liberò il suo unico occhio dalla sabbia. Il breve sibilo elettronico che produsse somigliava molto a un’espressione umana di rabbia, ma poi si mise a ronzare tranquillamente e riprese come se nulla fosse accaduto il cammino verso i costoni di arenaria.
Ore dopo Threepio, al limite delle sue forze, col suo termostato incorporato vicino al crollo totale per surriscaldamento, strisciò in cima a quella che sperava fosse l’ultima duna. Attorno a lui stalagmiti e speroni di calcio sbiancati dal sole e le ossa di qualche gigantesco animale formavano pietre miliari poco rassicuranti. In cima alla duna Threepio si guardò attorno tutto speranzoso, ma al posto dell’auspicata oasi verde di umana civilizzazione vide solo altre dune desolanti identiche a quelle appena superate. L’ultima della serie era ancora più alta di quella sulla cui cresta egli si trovava.
Si voltò. Il costone di roccia ormai lontano era sfumato nella caligine. «Disgraziato d’un rasoterra» farfugliò, ancora incapace di ammettere che forse, tanto per fare un’ipotesi, il piccolo Artoo aveva avuto ragione. «È tutta colpa tua, hai fatto di tutto per farmi andare da questa parte, ma non te la caverai meglio di me.»
Ma neanche lui se la sarebbe cavata se non proseguiva. Fece un altro passo avanti e sentì uno scricchiolio nella giuntura di una gamba. Col circuito elettronico tutto traballante si sedette per cavare la sabbia dalle cerniere irrigidite.
Avrebbe potuto proseguire nella stessa direzione. O ammettere di essersi sbagliato e cercare di raggiungere Artoo Detoo. Ma nessuna di queste alternative lo attirava troppo.
C’era ancora una terza possibilità. Restare lì seduto sotto i soli finché le sue giunture si fossero bloccate del tutto, le valvole interne fuse e i raggi ultravioletti avessero bruciato i suoi fotoricettori. Sarebbe diventato un altro memento della forza distruttiva dei due soli tale quale quel mostro il cui scheletro corroso e calcificato aveva incontrato poco fa.
Già se ne stavano andando i suoi ricettori. Gli sembrò di scorgere un movimento in lontananza. Un’illusione ottica, probabilmente, per la caligine. Ma no… era chiaramente qualche cosa di metallo che riluceva e si stava dirigendo su di lui. Gli spiriti vitali gli ritornarono di colpo; dimenticò delle fitte nella gamba rovinata saltò in piedi e si mise ad agitare freneticamente le braccia.
Adesso vide che cos’era: un veicolo di un tipo che non conosceva, ma pur sempre un mezzo di locomozione, il che faceva supporre l’esistenza di una concezione tecnologica.
Nella sua eccitazione non pensò che forse non era un mezzo di provenienza umana.
~
«Allora io fermo il motore, spengo la postcombustione e giù in picchiata addosso a Deak» stava raccontando Luke con un gran gesticolare. Lui e Biggs passeggiavano nell’ombra davanti alla centrale elettrica. Il suono di metallo battuto su metallo proveniva dall’interno dove Fixer stava dando una mano al meccanico robot.
«Gli ero talmente addosso che temetti di spaccare l’aero-spider» continuò Luke. «Tanto è vero che l’ho conciato mica male.» Al ricordo del danno subito dalla sua “pulce” assunse un’aria corrucciata.
«Zio Owen era furibondo. Mi ha tenuto a terra per il resto della stagione.» Ghignò di nuovo ripensando alla sua bravata.
«Peccato che non c’eri, Biggs.»
«Dovresti stare un po’ più attento, Luke,» disse l’altro. «Sarai il pilota più spericolato da queste parti di Mos Eisley, ma queste “pulci” sono pericolose, sono troppo veloci per essere dei mezzi troposferici. Continua a fare i tuoi rodei privati e prima o poi, pam!» Picchiò il pugno nell’altra mano, «finirai a decalcomania contro una roccia.»
«Senti chi parla!» ribattè Luke. «Da quando sei stato su un paio di grosse navi automatiche parli come mio zio. La vita cittadina ti ha rammollito.» Finse di prendere a pugni Biggs che un po’ svogliato parò il colpo finto con un simulato contrattacco.
Ma l’aria un tantino distaccata di Biggs aveva ceduto a un’espressione calorosa. «Mi sei mancato, piccolo.»
Luke distolse lo sguardo, imbarazzato. «Qui è cambiato parecchio da quando sei partito, Biggs. Tutto si è fatto…» Non trovò il termine adatto e finì, «così tranquillo.» Guardò le sabbiose vie inanimate di Anchorhead. «Veramente qui è sempre stato tranquillo.»
Biggs si era fatto pensieroso. Si guardò attorno anche lui. Non c’era un’anima viva all’infuori di loro due, stavano tutti nel fresco relativo della centrale. Si chinò verso l’amico e Luke avvertì una insolita gravità nella sua voce.
«Luke, non sono tornato per salutarvi o per darmi delle arie perché ho fatto l’accademia.» S’interruppe incerto, ma riprese subito a parlare rapidamente, come per non dare spazio ad altri dubbi. «Devo dirlo a qualcuno e non posso parlarne coi miei…»
Luke sgranò gli occhi. «Dire che cosa? Di che stai parlando?»
«Delle cose che si dicevano all’accademia e non solo lì, Luke. Cose grosse. Mi sono fatto nuovi amici, di altri sistemi. Abbiamo le stesse idee su certe faccende e…» adesso bisbigliava, «non appena raggiungeremo uno dei sistemi periferici abbandoneremo la nave e ci uniremo all’Alleanza.»
Luke guardò sbalordito l’amico. Cercava di immaginare Biggs – il suo Biggs spensierato e sganciato, sempre pronto a prendere la vita alla leggera – nelle vesti del patriota votato anima e corpo alla causa degli insorti.
«Vuoi metterti coi ribelli?» chiese incredulo. «Non dirai sul serio?! E come?»
«Parla piano!» lo ammonì l’altro con un’occhiata.preoccupata alla centrale. «Non occorre gridarlo ai quattro venti.»
«Scusami.» Adesso anche Luke bisbigliava. «Non griderò più. Senti come parlo piano. Scommetto che non capisci una parola di…»
Biggs lo interruppe. «Un mio amico d’accademia ha un amico su Bestine che potrebbe metterci in contatto con un’unità ribelle.»
«Un amico di un… Sei pazzo» affermò Luke convinto che l’altro vaneggiasse. «Lo sai quanto ci vuole per trovare una base degli insorti? A parte il fatto che gran parte ne esistono solo nella fantasia della gente. E se quell’amico del tuo amico fosse un agente imperiale? Finiresti dritto filato a Kessel o peggio. Se le basi ribelli fossero tanto facili da avvicinare l’impero le avrebbe già snidate da chi sa quanto tempo.»
«So che sembra fantastico» ammise riluttante Biggs. «Se non posso mettermi in contatto con loro, allora…» Qualcosa nei suoi occhi lo faceva sembrare più maturo, c’era una strana luce… «…farò qualcosa da solo.»
Guardò Luke con una fermezza tutta nuova. «Luke, non aspetterò che l’impero mi chiami sotto le armi. Contrariamente alle informazioni ufficiali l’insurrezione si allarga di giorno in giorno. E io intendo essere dalla parte giusta, dalla parte in cui credo.» La sua voce aveva perso ogni affabilità e Luke si domandò a che cosa stesse pensando.
«Se tu avessi sentito ciò che ho sentito io, Luke, se sapessi quali crimini stanno commettendo… Una volta l’impero sarà anche stato un regno grande e giusto, ma le persone che sono al governo adesso…» scosse brevemente la testa, «sono una banda di corrotti e delinquenti.»
«E io invece non posso fare un accidente» mormorò Luke. «Sto a fare la muffa qui.» Diede un calcio alla sabbia.
«Credevo che presto saresti entrato all’accademia anche tu» disse Biggs. «In quel caso te ne potresti andare da questa trappola di sabbia.»
Luke sbuffò. «Niente da fare. Ho dovuto ritirare la domanda.» Schivò lo sguardo interrogativo dell’amico. «Non avevo altra scelta. Dopo la tua partenza gli insabbiati ci hanno dato parecchio filo da torcere, hanno anche razziato la periferia di Anchorhead.»
Biggs scosse la testa. «Tuo zio da solo è capace di tener testa a un’invasione intera.»
«Barricato in casa, certo» ammise Luke. «Ma adesso che abbiamo installato abbastanza vaporatori e la fattoria rende finalmente, lo zio Owen non può difendere da solo tutta quella terra, ha bisogno di me per almeno un’altra stagione. Non posso abbandonarlo proprio ora.»
Biggs sospirò. «Mi dispiace per te, Luke Prima o poi dovrai imparare a scegliere fra le cose veramente importanti e quelle che lo sembrano soltanto.» Descrisse un ampio cerchio con il braccio. «A che serve tutta la fatica di tuo zio se poi l’impero si prende le sue terre? Pare che abbiano l’intenzione di imperializzare le imprese private in tutti i sistemi periferici. Fra poco tuo zio e tutta la gente di Tatooine saranno ridotti a fittavoli che si rompono la schiena per le glorie dell’impero.»
«Qui non succederà» obiettò Luke ma senza convinzione. «Lo hai detto tu stesso che all’impero non interessa questo deserto.»
«Le cose cambiano, caro Luke. Per il momento evitano misure troppo drastiche perché hanno paura di nuove insurrezioni. Ma aspetta a vedere quando avranno tolto di mezzo questa minaccia. Ci sono due cose che gli uomini non sono mai riusciti a dominare: la curiosità e la cupidigia. Quanto alla prima, i bonzi imperiali non ne hanno molta.» Tacquero entrambi. Un turbine di sabbia si sollevò dalla strada silenziosa e si infranse contro un muro dividendosi in tanti mulinelli che vorticavano in tutte le direzioni.
«Vorrei poter venire con te» disse infine Luke. Guardò l’amico. «Ti fermi per molto?»
«No. Domattina devo ripartire per presentarmi sull’Ecliptic
«Vuoi dire… che non ci rivedremo…»
«Forse un giorno o l’altro» disse Biggs. Aveva ripreso l’abituale tono spensierato e quel suo sorriso disarmante. «Mi guarderò attorno per vedere se sei nei paraggi, testamatta. Intanto cerca di non spiaccicarti contro le rocce.» «Andrò all’accademia la prossima stagione» affermò Luke più per convincere se stesso. «E dopo, chi sa dove andrò a finire?» Parlava con ostentata sicurezza. «Non mi farò arruolare nella flotta spaziale, questo è poco ma sicuro. Abbi cura di te, Biggs… Sarai sempre il mio migliore amico.» Non avevano bisogno di stringersi la mano.
«Addio Luke» lo salutò Biggs prima che si girasse per rientrare nella centrale. Luke lo seguì con lo sguardo finché scomparve nell’ingresso. Nella sua mente il turbinio dei pensieri era più violento delle tempeste di sabbia di Tatooine.
~
Tatooine si distingueva per una serie di strani fenomeni unici nel loro genere. Il più straordinario di tutti era la nebbia misteriosa che si alzava regolarmente nei punti dove la sabbia del deserto lambiva le scogliere e i costoni rocciosi.
La nebbia in mezzo al deserto infuocato era assurda come le palme su un ghiacciaio, eppure c’era. Meteorologi e geologi discutevano sulla sua origine avanzando astruse teorie a proposito di vene acquifere nell’arenaria sotto la coltre di sabbia e di complesse reazioni chimiche che avrebbero fatto salire l’acqua in superficie quando il terreno si raffreddava e ripenetrare in profondità al levare del doppio sole. Erano tutte spiegazioni irreali per un fenomeno molto concreto.
Ma né la nebbia, né i sinistri gemiti degli abitanti notturni del deserto turbavano Artoo Detoo mentre si arrampicava circospetto sul costone roccioso cercando un passaggio più facile per raggiungere la sommità. Il raschio metallico dei suoi larghi piedi quadrati era amplificato dal silenzio della sera. Man mano che il robot saliva, il fondo da sabbioso diventava ghiaioso.
Si riposò un attimo. Nel silenzio gli parve di distinguere un rumore di metallo su roccia davanti a lui, ma quando non si ripeté riprese il cammino.
Sopra di lui, troppo in alto perché lo potesse vedere, un sasso si staccò dalla parete rocciosa. La minuscola creatura che lo aveva accidentalmente fatto cadere si rintanò nell’ombra come un topo. A un metro dal canalone in cui Artoo proseguiva l’ascesa due puntini luminosi come carboni ardenti apparvero sotto i lembi di un mantello marrone.
Il raggio sibilante colpì il robot alla sprovvista. Per un attimo Artoo divenne fluorescente, un’apparizione spettrale nel crepuscolo. Si udì un unico breve stridio elettronico, poi il supporto tripodico vacillò e il piccolo automa cadde sul dorso. Le luci sulla sua parte anteriore lampeggiavano all’impazzata sotto l’effetto del raggio paralizzante.
Tre caricature di umani sgusciarono fuori dai massi. Si muovevano più da roditori che da esseri umani ed erano Poco più alti di Artoo. Vedendo che l’unico raggio di energia nervina era bastata a immobilizzare il robot riposero le loro armi. Tuttavia si avvicinarono alla macchina inerte con la diffidenza tipica dei fifoni per natura.
I loro mantelli erano coperti da uno spesso strato di polvere e sabbia. Febbricitanti pupille arancioni come gli occhi dei gatti sbirciavano da sotto i cappucci. Parlavano fra di loro emettendo ragli gutturali in un bizzarro idioma solo vagamente umano. Se, come gli antropologi presumevano, una volta questi jawa erano stati esseri umani, ormai erano troppo regrediti per somigliare ancora alla specie umana.
Apparvero altri jawa e tutti insieme tirando e spingendo riportarono il robot ai piedi del dirupo.
Sul fondo del canalone un mezzo cingolato mastodontico, grande quanto erano piccoli i suoi proprietari e manovratori, sembrava un mostro preistorico. Il veicolo di alcune decine di metri di altezza posava sul terreno su dei cingoli multipli alti più di un uomo. Il suo rivestimento di metallo era smerigliato e corroso da innumerevoli tempeste di sabbia.
Avvicinandosi al cingolato gli jawa ripresero a parlottare fra di loro. Artoo Detoo li sentiva senza capire una parola, non certamente una deficienza sua, tant’è vero che gli jawa erano capaci di rendere le loro conversazioni del tutto incomprensibili per gli estranei, servendosi di un linguaggio la cui mancanza di qualsiasi regola o schema ordinato faceva impazzire i filologi.
Uno di essi tolse un dischetto dalla sacca che teneva attaccata alla cintola e la fissò al fianco di Artoo. Un enorme tubo uscì da un lato del gigantesco veicolo; vi rotolarono Artoo sotto e si allontanarono. Un breve rutto, il fruscio di un potente aspiratore e il piccolo robot fu risucchiato dalla proboscide nelle viscere del mostro. Compiuta questa operazione gli jawa tennero un altro conciliabolo, dopo di che si arrampicarono sul cingolato usando tubi e scalette, topi che brulicavano su un elefante.
La proboscide depose Artoo senza troppa delicatezza in un vano cubico occupato, oltre che da un ammasso di strumenti rotti e altra ferraglia, da una dozzina di robot di varie fogge e misure. Alcuni dei suoi compagni di prigionia erano assorti in una conversazione elettronica, altri giravano su se stessi senza fare niente di particolare. Quando Artoo fu gettato nella cella lo accolse un grido di sorpresa.
«Artoo Detoo, sei tu! Sei proprio tu!» Dal suo cantuccio buio Threepio balzò accanto all’ancóra paralizzato robot e Jo abbracciò con un ardore poco meccanico. Scorse il piccolo disco attaccato al fianco di Artoo e si guardò il petto su cui spiccava lo stesso aggeggio.
Degli ingranaggi pesanti e male lubrificati si misero in moto. Gemendo e sferragliando il mastodonte cingolato virò e avanzò lentamente nella notte del deserto.

L.

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19 risposte a [Novelization] Guerre stellari (1977)

  1. Denis ha detto:

    Proprio ieri ho visto il simil remake il Risveglio della Forza

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Io continuo ad ignorarlo: dopo la prima trilogia non ho visto (né vedrò) altro 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Eh, ti va bene che non soffri di completismo ANCHE per Star Wars, Lucio… io, invece (mannaggia a me) sì! 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Dopo aver visto al cinema “Il ritorno dello Jedi” (avevo 12-13 anni) mi scoppiò una forma acuta di starwarsite, saga che ho amato fortissimamente per qualche anno. Questo mi ha permesso di fare gli anticorpi così che quando è arrivata quella roba di Minnaccia Fantasma e via dicendo ormai ero immune 😛
        Da Aliens invece non sono mai guarito, con continue ricadute ^_^

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      • Evit ha detto:

        Non sei immune dai nostri videocommenti però

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Infatti le immagini che vedo nei vostri video mi confermano che sin dal ’99 ho fatto una saggia scelta a stare lontano da quella roba assurda. Il bello è che ancora oggi sento gente sparare a zero sui poeri Eworks perché erano “roba da bambini”: invece il 99% di Star Wars seconda e terza trilogia è pieno di roba da adulti… 😀

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      • Evit ha detto:

        Siamo vecchi Lucius. Viviamo in un universo alternativo dove alle produzioni stile Cannon danno miliardi di dollari.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        MAGARI stile Cannon, scherziamo? Quelli facevano roba seria, mica “cacca puzza” 😀

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      • Evit ha detto:

        Beh, ogni tanto la Cannon riusciva a fare qualcosa di bello, per puro caso, ma spesso era l’equivalente anni ’80 del cacca puzza. Se avessero avuto la CGI penso sarebbero arrivati pure loro a far dire cacca puzza ad un coniglio animato. 😄

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      • Giuseppe ha detto:

        Ricadute? Ti basti pensare che il primissimo DVD in assoluto che comprai -il mio “battesimo” ufficiale del nuovo formato, in pratica- fu proprio “Star Wars: l’attacco dei Cloni”… dimmi tu se non era già essere “ricaduto”, questo 😛
        P.S. Fermo restando che il meglio di Star Wars lo vedo confinato nella produzione fumettistica -e poco altro al di là di questa, se escludiamo i videogames- da anni e anni, ormai….

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Pensa che non ho mai letto un solo fumetto di Star Wars: ho paura che ci sia l’effetto DC/Marvel, che se non conosci i vent’anni di produzione precedente non capisci una mazza di quello che succede 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Beh, sai, per MOLTO tempo ha dettato legge la Dark Horse. Che se ne è altamente fregata dell’effetto DC/Marvel (e ha parimenti permesso ai suoi lettori di farlo) 😉
        P.S. La Marvel? Si occupasse SOLO di Star Wars mi andrebbe anche bene (e se lo dico io, che non vado esattamente pazzo per il nuovo expanded universe)…

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