[Novelization] Il mucchio selvaggio (1969)

In questo post del blog L’Ultimo Spettacolo nei commenti avevo promesso a Paolodelventosoest che gli avrei fatto cambiare idea sul genere novelization, troppo spesso noto per romanzi scritti non benissimo mentre quelli che addirittura sono meglio dei film sono davvero poco noti.

«non riesco proprio ad immaginare come possa riuscire un’operazione come quella della novelization de Il mucchio selvaggio… cioè boh, come fai a rendere quel finale pazzesco?»

Così Vincenzo manifestava i suoi dubbi sull’operazione, così mantengo la promessa e presento l’ultimo capitolo del romanzo Il mucchio selvaggio, scritto da Brian Fox basandosi sulla sceneggiatura di Walon Green e Sam Peckinpah per il film omonimo del 1969 di Sam Peckinpah.
Riuscirà questo testo a convincere che si possa scrivere bene anche una novelization?

La traduzione è di Tiziano Agnelli.
Per sapere tutto di questo romanzo, rimando alla Scheda di Uruk.

 


Il mucchio selvaggio


Introduzione

di Tiziano Agnelli

Scrivere un romanzo basandosi sulla sceneggiatura originale di un film di successo non è sempre cosa facile; nel caso di questo “The Wild Bunch”, l’autore Brian Fox, famoso sceneggiatore di telefilms d’ambientazione western per la TV Inglese, si veda la serie, inedita in Italia, “Alias Smith & Jones”, è riuscito perfettamente a ricostruire con una narrazione secca e scorrevole, con sequenze ficcanti e di taglio prettamente cinematografico, l’epica, ci sia permesso dirlo, di un film che, diretto nel 1969, divenne il capostipite di tutta una serie di Westerns sui generis, non ultimi quelli all’italiana, e per cui fu coniato l’aggettivo di “Dirty Western”, cioè Western sporco, inteso nel senso di violento, sanguigno, reale fino all’estremo.
Per chi ancora sostenesse che il regista, Sam Peckinpah, ha tratto l’ispirazione da Sergio Leone, si consiglia di confrontare le date dei films, laddove si può capire che la cosa non è possibile visto che Sierra Charriba, il film precedente del “Ribelle” Sam è stato girato nello stesso anno di Per un pugno di dollari e che già contiene, come dice il critico Goffredo Fofi in un suo illuminato saggio, «Lo stile, il tono, la carica de Il mucchio selvaggio».
A chi avesse già visto il film, questo romanzo serve per rivedere con la mente due ore e mezza di bel cinema, a chi non lo avesse visto raccomandiamo di colmare la lacuna al più presto possibile e nel frattempo di leggersi con calma il romanzo che serve a visualizzare appieno quella che si può definire a ragione “L’ellisse esistenziale” di un gruppo di Misfits (Spostati, Emarginati) nel crepuscolo del West, quello che per intenderci va dal 1890 al 1915, quando già c’erano le macchine, il telefono, gli aereoplani, ma ancora non si parlava di sindacato del crimine né di proibizionismo.
Basta immaginare nei panni di Pike Bishop un William Holden ingrigito, claudicante, che con questa superba interpretazione smentisce tutti coloro che hanno sostenuto la sua inadeguatezza ai ruoli western fin dai tempi di Texas diretto da George Marshall nel 1941, e di Arizona di Wesley Ruggles nel 1944. I fratelli Gorch sono rispettivamente Warren Oatles (Lyle) che sovente ha prestato la sua opera di ottimo attore sotto la direzione di Peckinpah, e Ben Johnson (Tector) scoperto da Ford, con il quale si era fatto le ossa, tanto che venne definito l’erede di Wayne, e che qui ritrova la sua vena migliore. I due danno corpo ad una coppia di fratelli picareschi, ridanciani, dalla sbornia facile e donnaioli, ma anche indisciplinati, pronti a ribellarsi, a far fronte comune anche contro gli altri membri del gruppo in una autodistruzione, nello scontro più volte accennato contro quella che si può definire l’intima unità del Mucchio. Ernest Borgnine è un Dutch Engstrom sanguigno, volitivo, fedele al suo capo fino all’estremo e forse anche inclinato all’amicizia virile con concrete connotazioni di omosessualità latente; significativo a questo proposito come lui sia l’unico a non entrare nel bordello prima del dirompente showdown finale. Jaime Sanchez è un Angel corposo, impulsivo e patriottico, un Pike con vent’anni di meno, che vive una stagione in cui le illusioni ancora non sono crollate, dove si soffre del disgusto per il tutto e della stanchezza che vengono con l’età, della nostalgia per i bei tempi andati, e soprattutto dove la morte appare come un punto indefinito, sfocato sui binari della vita. Edmond O’Brian è Sykes, il patriarca del gruppo, l’uomo che ha visto di tutto, rotto a ogni esperienza, che però riesce ancora a infiammarsi di spirito combattivo, a legarsi ad una causa che non lo riguarda perché “Non sarà certo come ai bei tempi, ma è sempre meglio che niente.”
E infine si noti la complessa e sfumata interpretazione di Robert Ryan, un Deke Thornton che giganteggia nello svolgersi della storia, l’amico di un tempo che è costretto a combattere a fianco dei persecutori del Mucchio per evitare gli orrori di Yuma. Ryan, da sempre condannato a ruoli di secondo piano o ruoli fissi, con la maturità e quando già era minato da un male inesorabile (infatti è morto nel 1973), ci ha saputo dare due indimenticabili interpretazioni, dapprima nel ruolo del domatore di cavalli, Ehrengerd, né I Professionisti (The Professionals) di Richard Brooks nel 1966, e poi in questo Mucchio Selvaggio, dove la sua maschera si fa, sempre citando le parole di Fofi, «nella piega sempre più amara delle labbra, nel brulichio irregolare e scavato delle rughe, nel volto di chi ha vissuto e meditato e sofferto, maschera tragica totalmente moderna, affermativa pur nella disperazione.»
Merita infine un accenno particolare il modo in cui il regista tratta il tema della violenza, tema principale attorno al quale ruotano una costellazione di altri temi, da sempre presenti nell’opera di Peckinpah. Lui stesso ha detto: «Per far veramente vedere la violenza di oggi agli spettatori bisogna sbattergliela in faccia. Tutti i giorni in televisione si vedono guerre, uomini che muoiono, ma la cosa non ci sembra reale. Siamo stati anestetizzati dai mezzi di comunicazione di massa… la maggior parte della gente non sa come è fatto il buco di una pallottola nel corpo umano, io voglio che vedano… Quando imprecano contro il mio modo di trattare la violenza, è come se dicessero: “Non mostratemela, non voglio sapere, e prendetemi un’altra birra in frigorifero”… Credo che sia sbagliato, e pericoloso, rifiutare di riconoscere la natura animale dell’uomo…»
Certo non si può dire che i suoi films non ce la facciano vedere questa violenza. Quando un uomo viene colpito dalle pallottole se ne sente l’impatto nella carne, e viene scaraventato all’indietro, magari andando a schiantarsi contro qualche finestra che si dissolve in una costellazione di vetri, e il sangue schizza per ogni dove, investendo lo schermo, come se volesse uscir fuori a imbrattare la faccia di chi sta a vedere. Gli uomini che combattono, vedi i cacciatori di taglie al soldo della ferrovia, sparano rabbiosamente, stravolti da rictus spasmodici, investendo banditi e folla in San Rafael con una valanga di piombo, incuranti delle grida strazianti delle donne, dei nitriti di terrore dei cavalli, pur di raggiungere lo scopo, pur di afferrare le taglie sul Mucchio Selvaggio. Per dare più incidenza alle scene viene usata la tecnica del rallenty, due banditi attraversano un negozio a cavallo uscendo dal retro attraverso un’ampia vetrata, il tutto come se ogni movimento venisse fissato sulla pellicola per l’eternità. E quando salta il ponte Deke Thornton e i suoi scampaforche volano nel fiume al rallentatore, in un sempiterno groviglio di membra umane e animali. Nessuno è immune dalla violenza nei films di Peckinpah.
Tipico è l’esempio dei bambini, anche se nel romanzo questa scena è stata omessa. Durante il massacro di San Rafael un gruppetto di bambini osserva tutta la scena da un angolo distaccato e spietato. E quando i superstiti fuggono dal paese, altri bambini, incuranti e sorridenti, stanno ruciando in un virulento e ripugnante falò formiche e scorpioni. Il film è quindi un variegato eppur nitido specchio di quello che nella realtà è stata la storia dell’America nel secolo scorso. Il mito della ferrovia, vista come componente civilizzatrice, è sporcato dalle manovre dei suoi loschi funzionari, il sogno del “Messico lindo” è infranto dalle sanguinose lotte che vi divampano e dall’odio che divide i suoi abitanti, i soldati sono visti come caricature da operetta, e gli stessi banditi non sono mossi da nobili sentimenti come poteva essere in Jess il Bandito (Jesse James) del 1939, o in Furia Selvaggia (The Left Handed Gun) del 1957, ma solo dall’egoismo e dalla paura del futuro che sono il segno della vecchiaia.
Per tutte queste sottili e sfumate annotazioni, per questa spietata minuzia da certosino nello sbugiardare i miti del “Sogno americano”, per il coraggioso e costante sforzo di ridimensionare la storia della Frontiera, Peckinpah merita un posto d’onore nell’Olimpo del cinema Western e sebbene i suoi ultimi lavori non siano del genere viene da chiedersi: «A quando un nuovo capitolo?»
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Tiziano Agnelli

Capitolo XVIII

Deke Thornton portò la sua banda di cacciatori di taglie su per la strada dove si era accampato il Mucchio Selvaggio e li scatenò in una accurata ricerca tra le rocce.
Lui stesso smontò da cavallo, arrampicandosi tranquillamente attraverso la boscaglia fino in cima al crinale e prese a scrutare con il binocolo la radura dove Sykes era scomparso. Dopo un momento vide quello che cercava, un peon vestito di bianco che compariva alla vista sbucato dal nulla, come uno spettro, appoggiava il machete sul terreno e si avvicinava ad un cespuglio cominciando a parlare, gesticolando, sorridendo, annuendo di frequente.
Il sorriso di Thornton balenò fugace e spettrale come quello dell’indio. Rivolse lo sguardo giù lungo il pendio dove stavano i suoi uomini. Coffer era proprio sotto di lui, il cappello gettato all’indietro, che si grattava la testa in preda al più grande stupore.
Parlò in direzione di Thornton, dicendo: «Chi ci capisce è bravo. Sembra che siano svaniti su una nuvoletta.»
Dal suo punto d’osservazione più elevato Thornton indicò con un braccio la pista nascosta.
«Di là. Ecco da dove sono passati.»
T.C. Nash corse fino all’imbocco, fece un rapido calcolo servendosi della posizione del sole e annunciò, «Credo proprio che da qui si arrivi dritto ad Agua Verde.»
Thornton scrollò le spalle.
«Molto probabilmente sono andati laggiù.»
«Per l’inferno, quello è l’ultimo posto a cui avrei pensato. Hanno consegnato le armi e son stati pagati, no? Perché mai dovrebbero voler ritornare nelle mani dei Messicani?»
«Forse pensano di essere più al sicuro con loro di quanto lo sarebbero con noi.» Un rapido movimento colto con l’angolo dell’occhio gli fece volgere di scatto la testa e osservare attentamente giù lungo la strada. Con fluide movenze da felino saltò a cavallo. «C’è una pattuglia che sta venendo proprio da questa parte. Muoviamoci di qui.»
I cacciatori di taglie non persero tempo a discutere. Non erano di certo ansiosi di aver a che fare con l’esercito di nessun paese. Imboccarono al galoppo la pista nascosta e Thornton, come già prima di lui aveva fatto Pike, indugiò qualche istante per ripulire quel luogo da eventuali tracce prima di seguire i suoi uomini.
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Herrera non ebbe difficoltà a ripercorrere la pista del Mucchio Selvaggio dal punto dove avevano lasciato il carro fino al campo. Non trovò nessun policio Americano. Fece distanziare gli uomini e trascorse le due ore seguenti in una accurata ricerca per tutta la zona circostante. Trovarono alcune tracce, ma nessun segno dei cacciatori di taglie. E non trovarono neanche Sykes né il suo cavallo né un solo peon.
Herrera si stava infuriando sempre di più. Decise che i fuorilegge lo avevano spedito a caccia di fantasmi. Non gli piaceva fare la parte del fesso, in special modo per causa di una banda di straccioni, pezzenti gringos.
Infine ordinò alla sua pattuglia di ritornare ad Agua Verde. Non avrebbe fatto rapporto al generale per questa notte. Quando prendeva la sbornia il potente Mapache diventava imprevedibile. Meglio comportarsi da saggio e aspettare che i festeggiamenti fossero terminati.
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Deke Thornton osservò le ricerche standosene appostato su una dorsale di rocce che era simile allo scheletro di un dinosauro e si estendeva molto più in alto del sentiero. Vide i Messicani che si radunavano e partivano a spron battuto verso Agua Verde, ma non smise di stare all’erta. Quella manovra poteva nascondere una trappola.
Ordinò ai suoi cacciatori di taglie di starsene nascosti lassù, e vi trascorsero tutta la notte, rabbrividendo dal freddo dato che non era consigliabile accendere un fuoco, per quanto piccolo fosse.
La mattina seguente Jess si impuntò e insistette per stare di vedetta in attesa degli avvoltoi che gli avrebbero indicato il posto dove Sykes era morto. Gli altri si diressero con grande cautela verso la città.
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Herrera attraversò il portale cercando di farsi notare il meno possibile e, dopo aver congedato gli uomini, prese a scrutare quietamente la plaza, in cerca di Pike. Poteva essere più facile per lui se riusciva a far confessare al bandito gringo che non c’era nessun poliziotto che stava inseguendo le armi.
Non gli riuscì di trovare Pike, Dutch o i fratelli Gorch. Tutti e quattro erano in qualche capanna dei nativi appena fuori delle mura.
Pike era già ubriaco e stava cercando di ubriacarsi ancora di più. Giaceva scomposto su di un’amaca, una donna al suo fianco. Un bimbo sul pavimento della capanna frignava cercando di allontanare le mosche che gli sciamavano sul viso. La donna era attraente, ma c’era una fosca espressione di tristezza che le turbinava il volto. Lui le aveva dato dell’argento e lei aveva ricambiato dandogli il suo corpo. Aveva già bevuto abbastanza tequila da poterci affogare dentro. Ma non era servito a niente.
Continuava a vedere Angel.
Per la prima volta nella sua vita aveva abbandonato al suo destino un uomo che cavalcava al suo fianco.
Chiuse di scatto gli occhi, cercando di isolare anche le orecchie. Ma le voci dei fratelli Gorch nell’altra stanza, filtravano fino a lui attraverso la parete sottile. Stavano discutendo con la foga impacciata degli ubriachi in merito ad una prostituta.
Pike si tirò seduto di colpo, appoggiò i piedi per terra, gettando a terra la donna con lo stesso movimento, ma senza neppure accorgersene. Scaraventò la bottiglia a fracassarsi nell’angolo più lontano, si infilò i pantaloni, legandosi il pesante cinturone attorno alla vita, poi si mosse ondeggiando fino alla porta della stanza dove erano i Gorch.
Stette fermo là, appoggiandosi con tutte e due le mani allo stipite per mantenersi in equilibrio, ondeggiando avanti e indietro con una lenta cadenza.
Tector sollevò lo sguardo ottusamente. Fino a quel momento era stato intento a guardare suo fratello Lyle che brancicava una donna distesa sul pavimento. Anche Lyle sollevò lo sguardo e di colpo ci fu un silenzio di tomba. La scena si raggelò in quella posa.
Pike biascicò con voce spessa, «Andiamo da Angel.»
Tector afferrò il suo cinturone e prese ad allacciarselo, i movimenti incerti come già lo erano stati prima quelli di Pike.
Lyle si arrabattò per vestirsi alla svelta e controllò la pistola.
«Perché no?»
Pike si ritrasse ondeggiando dalla porta e i tre uscirono nella strada del villaggio. Ormai era notte, L’aria si era rinfrescata. Stettero immobili per un momento inspirando a pieni polmoni.
Dutch stava seduto contro la parete della capanna immersa nell’oscurità, una bottiglia quasi vuota tenuta in grembo in modo noncurante. Sollevò lo sguardo su Pike, sistemò la bottiglia per terra e si alzò.
«Angel?»
«Yeah.»
Pike si diresse verso i loro cavalli, recuperando l’equilibrio ad ogni passo che faceva. Pike e Dutch estrassero i fucili dalle fonde delle selle, mentre Tector e Lyle scelsero gli shotguns. Per un fuggevole attimo si fermarono, guardandosi l’un l’altro. Improvvisamente ognuno di loro aveva riacquistato la lucidità. Come un’unica entità attraversarono l’ampio portale immettendosi nella plaza.
Camminavano fianco a fianco, tutti e quattro, e un’aria di violenza latente si sprigionò come per magia tutt’attorno, avviluppandoli nella sua cappa mortale. Le risate, le canzoni, l’allegria dei soldati avvizzirono istantaneamente al loro passaggio.
Sfilando con determinata, lenta uniformità, i fucili tenuti di traverso al petto, si mossero verso il portico aperto dell’hacienda ormai in rovina.
Dentro c’era luce e rumori giocosi. Mapache stava seduto al suo tavolo rialzato, circondato dai suoi aiutanti. Il tavolo era ingombro di cibo e bottiglie di liquore. La banda di mariachis stava suonando. Una ragazza, Chita, danzava sul tavolo, evitando con grazie felina gli ostacoli che vi erano sparsi.
Angel giaceva di fronte alla tavola, sull’orlo dell’incoscienza, irriconoscibile a causa delle crudeli torture subite.
Il Mucchio Selvaggio si fermò sotto al portico, imprimendosi ogni singolo dettaglio della scena nelle menti ricettive all’estremo, inclusa la mitragliatrice sul suo treppiede e i tavoli affollati di uomini in uniforme.
I quattro si mossero in avanti quasi che fossero azionati da uno stesso meccanismo nascosto.
Ancora non erano stati visti dal tavolo principale. La ballerina accentrava tutta l’attenzione di Mapache. Poi incespicò e Mapache la colpì brutalmente con una bottiglia, senza fiato, e fu allora che Mapache si accorse degli Americani. Mezzo arrabbiato, gridò loro nella sua lingua.
Zamorra tradusse: «Cosa volete adesso?»
Pike si fermò a meno di cinque piedi di distanza.
«Vogliamo Angel.»
Mapache li osservò ammiccando, la bocca aperta, senza pronunciar parola. Zamorra si sporse in avanti scuotendo lentamente la testa.
«Siete proprio degli stupidi.»
Di colpo Mapache s’alzò in piedi ondeggiando, scaraventò via la sedia di sotto, e si mosse pesantemente in direzione di Angel. Il generale si fermò a sovrastare quel povero corpo martoriato, poi lo costrinse in piedi con un brusco strattone, e lo tenne sollevato con una mano facendolo ruotare fino a trovarsi di fronte a Pike. La mano tastò dietro la schiena e riemerse fulminea con un coltello appuntito trovato sopra la tavola. Il coltello sciabolò l’aria una volta e recise la corda che legava le mani di Angel, mentre il generale sogghignava e continuava a mantenere la presa sul giovane.
Pike vide aprirsi gli occhi di Angel, vide che Angel capiva ma non riusciva ancora a credere di aver le mani libere. I quattro banditi se ne stettero immobili, come raggelati in quella posizione, senza emettere alcun suono. I fratelli Gorch ignorarono Mapache, spazzando con gli occhi in direzione dei soldati presenti, che stavano lentamente cominciando a portarsi più appresso al fulcro dell’azione.
«Prendetevelo.»
Mapache parlò sommessamente in Spagnolo.
Zamorra non si preoccupò di tradurre. Al contrario si versò un po’ di liquore. Il tintinnare della bottiglia contro la tavola risuonò come un colpo nella stanza avviluppata dal più profondo silenzio. I Tedeschi cominciarono lentamente ad alzarsi.
Mapache si appoggiò alla spalla di Angel, dicendo ad alta voce, «Vete Angelito, te esperan los gringitos
Aprì la mano.
Angel, che continuava a fissare Pike, si alzò lesto, poi mosse un passo incerto in avanti. Nessuno lo trattenne. La sua faccia cominciò a illuminarsi di rinata speranza. Fece un altro passo. Nessuno dei presenti cercò di contrastarlo. Le sue gambe si distesero nel movimento che lo avrebbe ulteriormente avvicinato alla salvezza.
La mano di Mapache scattò all’infuori con la rapidità di un serpente. Il generale afferrò Angel per i capelli e gli tirò bruscamente indietro la testa. Il coltello che teneva con l’altra mano lampeggiò maligno in un secco movimento trasversale rispetto alla gola esposta completamente. Il sangue zampillò addosso a Pike mentre Mapache gli scaraventava contro quel povero corpo ormai morente.
Pike balzò indietro con un fluido movimento, lasciando che il corpo continuasse la sua traiettoria, gli occhi che mandavano lampi selvaggi. Prima ancora che Angel si schiantasse per terra si udì il profondo ruggito della quarantacinque di Pike, che, apparsagli in mano come per magia, già eruttava due colpi verso il sogghignante Messicano.
Il ghigno si dissolse in una smorfia di sorpresa. Mapache si accartocciò su sé stesso. La successiva pallottola di Dutch gli scoperchiò letteralmente la testa.
La stanza esplose in una sequenza di movimenti concitati e di fragore assordante. Zamorra e quelli che gli stavano vicino si tuffarono in cerca di riparo, estraendo nel contempo le armi. Mohr ruotò su se stesso e scattò verso la mitragliatrice. Una rapida sparatoria crepitò nel cortile mentre vi irrompevano i soldati. Dutch, la mano racchiusa attorno ad una granata nella tasca, tolse la sicura e gettò l’ordigno, facendolo esplodere proprio in mezzo ai soldati urlanti.
Pike si stava spostando, adesso, scaricando freneticamente la quarantacinque, infilandosela poi nel cinturone e armando il fucile che cominciò poi a rinculare con terrificante velocità contro la sua spalla, rovesciando una tempesta di piombo negli angoli in ombra della stanza, uccidendo e uccidendo, senza curarsi dei colpi che gli venivano sparati contro e che spesso centravano il bersaglio.
Dutch gettò una seconda granata in una nuova ondata di uomini che provenivano dal cortile in flusso continuo, riuscendo così a bloccare l’entrata con i corpi dei caduti.
Tector e Lyle, fianco a fianco, urlarono a squarciagola assaporando voluttuosamente l’acre gusto della battaglia, e dopo aver caricato impetuosamente verso la tavola sfilarono via lasciandosi alle spalle solo corpi raggrinziti e dilaniati selvaggiamente.
Nel contempo Mohr era riuscito a portarsi di fianco alla mitragliatrice, cominciando a sparare all’impazzata prima ancora di averla ben assicurata al treppiede: L’arma sobbalzò come se fosse dotata di vita propria e lui ne perse ben presto il controllo uccidendo involontariamente un gruppetto di soldati.
Pike fulminò il Tedesco con le ultime due pallottole del fucile, ma le dita di Mohr si contrassero negli spasimi della morte rimanendo inchiodate al grilletto, e mentre lui rovinava per terra l’arma eruttò un’altra maligna raffica verso i soldati, ferendo anche Dutch.
Pike gettò via il fucile, inserendo subito un altro caricatore nella quarantacinque. Poi balzò verso la mitragliatrice, scalciando via il corpo ormai inerte di Monr. L’infernale arnese s’azzittì di colpo.
Avevano ancora una possibilità. Un’aspra risata gli gorgogliò dalla bocca, incontenibile, e i suoi occhi, che stavano scandagliando la stanza per localizzare i compagni, trovarono Dutch; l’amico gli fece eco ridendo a sua volta.
Zamorra scattò verso Dutch, scaricandogli addosso tre colpi a bruciapelo prima che una pallottola di Pike gli spappolasse la testa. Herrera comparve come per incanto alla vista e Pike lo fulminò.
Ma nel furore della lotta Pike non s’accorse di una cosa che avrebbe dovuto vedere.
Un soldato gli saltò addosso dal fianco, la baionetta tesa, e gli trapassò le budella inchiodandolo contro la parete.
Dutch era a terra ma non ancora morto. Vide tutta la scena e uccise il soldato, poi dopo essere rotolato su se stesso, riuscì a tirarsi in piedi, e riprese a sparare bel mucchio.
I fratelli Gorch, nel mezzo della stanza e circondati da Messicani che sparavano su di loro a bruciapelo, erano feriti malamente eppure riuscivano ancora a star ritti, urlando, investendo di piombo quella frenetica massa che s’infrangeva contro di loro. Tector colse i furtivi movimenti della ballerina, Chita, che stava strisciando tra i tavoli rovesciati, e la afferrò bruscamente per la vita. Poi, usandola come scudo, avanzò verso i soldati, sentendo quel corpo che sobbalzava sotto l’impatto delle pallottole e gli moriva tra le mani. Fu colpito e cadde su di un ginocchio. Le pistole ruggirono dal portico e lui fu investito da una valanga di piombo. Gettò il cadavere della donna in quella direzione, poi s’alzò ancora, danzando, turbinando come vento impetuoso, sparando, annientando per sempre quelle forme sfocate che s’affollavano sotto il portico. Poi, mentre i colpi diretti contro di lui aumentavano d’intensità, si raddrizzò con un ultimo sforzo in tutta la sua altezza, ondeggiò una mano verso Pike e crollò di schianto.
Lyle, colpito numerose volte anche lui, ruggì la sua rabbia e scaricò l’arma in direzione di coloro che avevano atterrato il fratello. Tector non era ancora morto, ma la pistola fece cilecca. Un soldato armato di machete sfuggì all’attenzione di Lyle, e mulinò la terribile arma sulla schiena di Tector. Questi, ormai morente, riuscì purtuttavia ad afferrare l’uomo per la gola. Le sue dita si racchiusero su quel fiotto pulsante e ne strizzarono fuori la vita. Erano ambedue morti quando Lyle, ormai dilaniato dalle pallottole, si arrovesciò di traverso ai loro corpi, giacendo inerte per l’eternità.
Solo Pike e Dutch erano ancora vivi e continuavano a combattere. Dutch era di nuovo in piedi. Sollevò di scatto un soldato al di sopra della sua testa e lo scaraventò nel mucchio dei suoi compagni cadendo ancora una volta. Riuscì a trascinarsi penosamente verso una carabina caduta, e, standosene prono, continuò a sparare metodicamente. Mantenne quel suo strano, estatico sogghigno fino a che un soldato ferito, ormai morente, non lo trapassò con il coltello accartocciandosi poi sul suo corpo immobile. La lama del coltello affondò in profondità nella schiena di Dutch e i due giacquero insieme uniti nella morte.
Pike riuscì ad estrarsi la baionetta. La gettò via, poi camminò traballando verso la mitragliatrice. L’aveva ormai raggiunta, tirandone indietro il cane, le dita pronte a premere il grilletto quando un soldato si materializzò alle sue spalle, lo sovrastò per un attimo e gli scaricò addosso la pistola.
Pike Bishop non si rese neppure conto di morire.
Il fragore non si fermò proprio subito. I soldati superstiti riversarono vendicative raffiche sui corpi immoti dei componenti del Mucchio Selvaggio. I gemiti dei moribondi durarono ancora per qualche momento. Poi la stanza piombò nel silenzio. Fuori nel cortile echeggiò un ultimo sparo provocato da una mano che si contraeva sul grilletto per l’ultima volta e un cane randagio mugolò di dolore. La bestia scattò di corsa, ululando, e disparve al di là del portale.
E finalmente il silenzio s’impadronì della notte.
I cacciatori di taglie arrivarono ad Agua Verde che era mezzogiorno. Avevano sentito i rumori della battaglia durante la notte. All’alba erano riusciti a catturare un soldato in fuga e si erano fatti raccontare tutta la storia. Eppure anche adesso avanzavano con estrema cautela. Che la maggior parte dell’esercito di Mapache fosse stata spazzata via era per Thornton una cosa molto difficile da credere.
Attraversarono l’alto portale e si fermarono. Corpi insanguinati giacevano scomposti nei luoghi dove si erano trascinati a morire, fuori dell’hacienda. Alcune donne drappeggiate con scialli neri stavano muovendosi tra i morti, ma all’apparire dei cavalieri si dileguarono nelle capanne. Un solitario avvoltoio aprì il becco possente in alte strida di rabbia e poi si allontanò tra gli alberi profittando di una corrente ascensionale. Non c’erano altri segni di vita.
Sempre cauto, Thornton scese da cavallo e, con Coffer, Nash e Ross che lo seguivano docilmente, si avviò verso il porticato. Il puzzo soffocante della morte li investi con violenza. Niente si muoveva là dentro. I loro sguardi considerarono la stanza per un interminabile momento, poi Thornton strinse le labbra fino a farle sbiancare e distolse la testa dall’orrendo spettacolo.
La voce di Coffer aveva il tono di chi avesse scoperto un filone d’oro.
«Sono loro.»
Thornton sibilò tra i denti, «Sarà un dannato lavoro tirarveli dietro per una settimana, fino nel Texas.»
«Diavolo, possiamo provarci. Una pelle rimane sempre una pelle, non importa in quali condizioni si trova.»
Nash si era allontanato per investigare.
Disse ad alta voce, stupefatto, «Ripuliti, non hanno addosso neanche un’arma. Ma chi ? Perché ?»
Thornton camminò lentamente tra i corpi. Trovò Angel, si piegò discretamente per prendere la medaglietta che gli circondava il collo e se la fece scivolare nella tasca. Poi si diresse verso la grande arcata che torreggiava poco distante. Coffer chiese frettolosamente, «Ehi, Thornton, possiamo caricare?»
Thornton non si fermò, disse solo, «Fate come volete,» e uscì fuori.
T.C. Nash gli gridò dietro, «Dobbiamo aspettare Jess quaggiù o è meglio andargli incontro per strada?»
Thornton non rispose. Gli uomini non ripeterono la domanda e cominciarono allegramente il loro macabro lavoro. Non si accorsero che lui montava a cavallo e usciva dal portale dirigendosi verso le colline.
Erano ancora là a depredare i morti, estraendo l’oro perfino dai denti di Mapache, scoprendo tesori da ogni parte, anche una borsa d’oro nella tasca di Pike, quando Thornton ritornò, legò il suo cavallo e sedette in disparte, la schiena appoggiata al muro di cinta del villaggio ormai deserto. Si arrotolò una sigaretta, chiuse gli occhi, e aspettò. Non aveva più la medaglietta di Angel.
Infine i tre cacciatori di taglie uscirono, tirandosi appresso quattro cavalli da carico; ciascun animale aveva un cadavere legato sulla groppa. Si avvicinarono a Thornton e, quando lui non fece alcun cenno a seguirli, Coffer inarcò un sopracciglio in segno inquisitivo.
«Non vieni?»
Thornton scosse la testa.
Nash occhieggiò nervosamente gli avvoltoi che adesso stavano pigramente veleggiando sopra le loro teste.
«Forse è meglio che ci fermiamo qui ad aspettare Jess.»
«No.» Il tono di Coffer era deciso. «Lo recupereremo strada facendo. Voglio allontanarmi il più possibile da questo dannato posto. Thornton, sei sicuro di non voler venire ?»
Ancora una volta Thornton rimase in silenzio e Coffer scrollò le spalle. Ingollò un sorso di tequila da una bottiglia che era miracolosamente scampata all’immane distruzione e si allontanò seguito da Nash e Ross che tenevano le cavezze dei cavalli da carico.
Thornton rimase seduto. Mezzogiorno passò, e anche tutto il pomeriggio. Infine il silenzio fu interrotto da tre spari lontani, accuratamente spaziati l’uno dall’altro. Si raddrizzò, ascoltando con attenzione finché non gli giunse un quarto sparo.
Poi si appoggiò di nuovo contro il muro.
Si stavano addensando le prime ombre della sera. Il sole era ormai calato e un vento freddo imperversava sulla plaza, sollevando piccoli folletti di polvere che si dissolvevano al contatto con i cadaveri. Ci fu del movimento fuori dal portale. Da almeno un’ora gli occhi di Thornton erano appuntati in quella direzione. Si alzò lentamente.
Freddie Sykes arrivò mantenendo il cavallo al passo, seguito da un gruppo di Indios. Don Jose, il giovane pastore di capre, Ignacio e un pugno di altri uomini tutti provenienti dal villaggio di Angel si tiravano appresso i cavalli dei cacciatori di taglie. Dal pomolo della sella di Sykes pendevano numerosi sacchetti d’oro. Il vecchio si bloccò all’apparire di Thornton, poi riprese ad avanzare. «Non credevo di trovarti qui, Deke.»
«Perché no? Li ho mandati laggiù. È tutto quello che avevo promesso di fare.»
«Non sono arrivati lontano.» Sykes fece una pausa, poi aggiunse, «Sei stato tu a spararmi ?» Thornton alzò le spalle con noncuranza.
«E chi lo sa. Fa qualche differenza?»
Sykes lo studiò per un interminabile momento.
«Immagino di no.» Un’altra pausa, poi riprese a parlare. «Che intenzioni hai, adesso?»
Thornton sollevò gli occhi, scrutando al di là del muro, verso il cielo del nord.
«Bah, me ne starò qua intorno, il più lontano possibile dalle prigioni.»
Sykes sputò di gusto. «Bene, vieni con noi. C’è del lavoro da fare.»
Voltò il cavallo davanti a Thornton e si diresse verso l’uscita, allontanandosi di pochi passi. «Certo non sarà come ai bei tempi, ma è sempre meglio che niente.»
Thornton osservò il vecchio che sfilava via e trasse un profondo sospiro, la faccia distesa in un mezzo sogghigno. Poi si alzò e, slegato il cavallo, montò in sella seguendo Sykes attraverso il silenzioso portale.
~

FINE


L.

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13 risposte a [Novelization] Il mucchio selvaggio (1969)

  1. Vincenzo ha detto:

    intanto grazie per aver mantenuto la promessa… 😉
    beh devo dire che avevi ragione, è scritta molto bene e fa rivivere degnamente il finale del film, nonostante le differenze, alcune anche importanti (a cominciare dal fatto che qui l’ambientazione è notturna)…
    hai ragione: quando uno sa scrivere riesce a rendere bene anche qualcosa che sembrerebbe difficile trasporre su una pagina di romanzo…
    ero dubbioso perché il finale di The Wild Bunch è epico e unico, ma del resto, a pensarci bene mi era già capitato di imbattermi in novelization che riuscivano a rendere bene cose che non pensavo si potessero trasporre su carta…
    so che non sei un fan di Star Wars (e men che meno, immagino, della trilogia prequel), ma ti racconto quanto segue solo per fare un esempio…
    tempo fa lessi la novelization della trilogia prequel…
    primo libro di Terry Brooks, che di certo conoscerai, è un noto autore fantasy…
    il secondo era di R.A. Salvatore e il terzo di Matthew Stover…
    ebbene, sebbene questi ultimi due siano ben meno famosi di Brooks, avevo notato che i loro romanzi erano decisamente migliori rispetto a quello del loro più celebre collega…
    Brooks si era limitato al compitino, su incarico di Lucas, e aveva scritto una novelization che ricalcava in buona parte la sceneggiatura…
    gli altri due invece ci avevano messo del loro, soprattutto Stover, che a mio avviso aveva scritto il migliore dei tre romanzi…
    (p.s. a mio avviso c’entra poco il fatto che della trilogia prequel il primo film sia probabilmente quello meno riuscito – non per me, ma per la maggior parte dei commentatori, per me il peggiore è il secondo)
    che c’entra con la novelization de Il mucchio selvaggio??…
    tutto questo per dire che anche il combattimento con le spade laser (esattamente come il finale sparatutto di The Wild Bunch) uno immagina che possa essere difficile replicarlo in un romanzo… e invece Stover ci riesce alla perfezione…
    tutto ciò per dire che in fin dei conti avevi ragione… The Wild Bunch è chiaramente inarrivabile e il suo finale è unico e memorabile… ma questa novelization è decisamente fatta bene (almeno il suo capitolo conclusivo che ho letto qui, che in linea di massima dovrebbe essere quello più arduo da scrivere) e francamente lo ritenevo molto difficile…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Contento ti sia piaciuto, e sono stato fortunato da aver letto ottime novelization che mi hanno fatto scoprire quanto possa essere bello un romanzo tratto da un film, quando un bravo autore sa aggiungere e arricchire. Nel campo fantascienza purtroppo se la comanda Alan Dean Foster è storicamente il più svogliato di tutti gli autori e butta via i testi come se non gliene fregasse niente, ma nel genere action ho incontrato sempre splendidi romanzi, targati spesso “Il Giallo Mondadori” e “Segretissimo”. Purtroppo sono firmati da autori ignoti in Italia quindi non hanno avuto alcun lancio, ma sono davvero scritti col cuore e sono letture molto appassionanti.

      Piace a 1 persona

      • Vincenzo ha detto:

        avrei invece qualcosa da ridire sull’introduzione di Tiziano Agnelli…
        o, meglio: quando parla di Leone e dell’influenza su Peckinpah, in parte ha ragione, perché è vero che Sierra Charriba esce prima di Per un pugno di dollari (in realtà esce dopo, ma Per un pugno di dollari arriva negli USA ben dopo l’uscita di Sierra Charriba)…
        ed è vero che in Sierra Charriba ci sono i prodromi del Peckinpah di The Wild Bunch…
        però bisogna anche dire che su Sierra Charriba i produttori ci misero le mani in modo importante, tagliando tutto il tagliabile… per cui sicuramente è vero che Peckinpah aveva già alcune sue idee per la testa e che Leone se lo ha influenzato lo ha fatto solo relativamente (eppure sfido chiunque a non trovare in The Wild Bunch degli evidenti richiami alla trilogia del dollaro)…
        però è anche vero che Leone è stato il primo in assoluto a proporre un certo tipo di approccio nel genere western (se si eccettuano opere precedenti ma del tutto dimenticate o comunque non in grado di competere con Per un pugno di dollari e i suoi due seguiti)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Di sicuro Leone ha saputo raccogliere la grande tradizione americana di copiare dai giapponesi 😀
        Agnelli non so se all’epoca avesse visto l’originale di Kurosawa, ma chissà se l’ha visto Peckinpah: Eastwood dice che sapeva di star fotocopiando un film giapponese, magari Sam si è rifatto ad Akira e non a Sergio 😛

        Piace a 1 persona

      • Vincenzo ha detto:

        Vero anche quello… diciamo che il rapporto tra Leone, Kurosawa e Peckinpah si potrebbe esprimere (e risolvere) con un bel mexican standoff, giusto per restare in tema… 😉😉😁

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahah me la immagino la scena 😀 Un autore si potrebbe divertire ad immaginare un ipotetico incontro fra i tre, che cominciano ad azzuffarsi 😛

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Gira voce che esistano persino fanfiction scritte bene, perché non potrebbe accadere con la novelization di qualcosa? 😛
    Certo, è un’operazione che parte un po’ svantaggiata per questioni psicologiche – uno può pure impegnarsi, ma se gli tocca scrivere qualcosa che non apprezza per incassare l’assegno, può essere dura completare il compito…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quello succede pure coi romanzieri, tipo gli autori che sfornano due libri l’anno fissi da trent’anni: non è che ci mettono sempre tutto il cuore 😛
      In Italia il genere novelization è sempre stato malvisto, finché non si è estinto, invece ha tanto da offrire. E pensa che sono arrivate novelization di film inediti da noi ^_^

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  3. Giuseppe ha detto:

    Direi che Brian Fox se l’è cavata egregiamente. E non ci avrei scommesso granché nemmeno io, dovendo lui cercare di rendere in maniera efficace un finale del genere…

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