[Novelization] Alien Nation (1988)

Trent’anni fa uscita negli Stati Uniti un film destinato a segnare profondamente un’epoca e a diramarsi in seguiti e serie televisive, prima di venire totalmente e profondamente dimenticato. Infatti all’uscita del pompatissimo Bright (2017) con Will Smith ben pochi hanno notato la similitudine: pochi ma buoni, come La Bara Volante.
Per ricordare il film ai più distratti, ecco la novelization di Alien Nation (1988) scritta dal solito svogliatissimo Alan Dean Foster: una lettura pessima che ricordo ancora con raccapriccio a quasi trent’anni di distanza!

Sebbene sia tutt’altro che un libro da conservare, lo stesso è una discreta chicca. Dopo la prima edizione del gennaio 1989 la Sonzogno non ci ha pensato minimamente a ristamparlo in edizione economica, facendolo scomparire dal suolo italiano per sempre. (È nota solo l’edizione Club Degli Editori dello stesso anno.) Questo rende il romanzo tecnicamente “raro”, sebbene non abbia nulla di “prezioso”.
Gettata via la copia che ho letto (con dolore) da ragazzo, qualche anno fa ne ho trovata una copia in perfetto stato su bancarella: segno che da anni gli italiani si tirano dietro ’sto libro cercando di liberarsene…

La traduzione è di Bruno Amato.


Alien Nation


A James e Gale Ann,
che se la stanno spassando insieme.

1

Chi la vide la definì spettacolare e nessuno esagerò.
L’Astronave si teneva sospesa nel cielo senza nubi, azzurro come solo il cielo del Mojave sa essere, immensa da non credersi, una città di metallo e di plastica e di Dio sa cos’altro. Si materializzò sul letto asciutto del lago morto e rimase immobile, scultura d’argento sullo sfondo delle creste aride della Sierra Nevada meridionale.
I primi esseri umani a posare l’occhio su quel veicolo in visita furono i Porter, di Lancaster, California. Erano in viaggio per Bridgeport, verso una settimana di passeggiate e di pesca, quando Mark Porter si sporse dal finestrino della Ford familiare e strillò: «Gesù santissimo, papà… dai un’occhiata a quel coso!» Parole che ormai sono entrate a far parte della storia non meno di «Veni, vidi, vici» e «Un piccolo passo per un uomo, un passo da gigante per l’umanità». Il secondo essere umano a vedere l’Astronave fu sua sorella Mandy, ma le sue parole non sono né ricordate né registrate negli annali.
Un camionista con un carico di carne di manzo diretto a Los Angeles fu il successivo. Poi fu la volta di un poliziotto della stradale, che rimase a fissare inebetito l’apparizione per dieci minuti, prima di ricordarsi di rispondere alla radio, che a quel punto stava entrando in delirio. Da tutta la California meridionale e il Nevada cominciavano ad arrivare comunicazioni, a mano a mano che altri si accorgevano della presenza di un estraneo nel loro cielo. Cittadini sbalorditi di entrambi gli stati potevano vederlo perché quel mattino l’aria del deserto era limpidissima.
E anche perché l’Astronave era lunga dieci chilometri.
L’esercito dimostrò la sua efficienza circondando e isolando completamente la zona nel giro di ventiquattr’ore dall’avvistamento.
Purtroppo, nella foga della mobilitazione, tre civili e mezzo plotone di soldati rimasero uccisi, in diversi incidenti. Al di là della ristretta zona di atterraggio, però, di spazio per gli spettatori ce n’era in abbondanza. Come si fa a nascondere un’astronave lunga dieci chilometri? L’esercito, comunque, ci provò, interrompendo la US 395 e le autostrade secondarie, istituendo posti di blocco sulle strade di terra battuta e mandando di pattuglia gli elicotteri di attacco Apache per scoraggiare i piloti privati dall’avvicinarsi troppo. L’Air Force entrò in azione facendo volare di tutto, dagli AH-C agli F-16. Ai piloti dei caccia ben presto cominciò a girare la testa per dover volare costantemente in formazione stretta di pattuglia. Il traffico aereo civile fu deviato a sud su Yuma e a nord non più giù di Fresno. I satelliti spia sovietici, nel frattempo, modificarono le loro orbite e presero tutte le foto necessarie al Cremlino.
Niente poté impedire alla gente di uscire di persona a vedere l’Astronave. Arrivavano in macchina e in camper, in BMW e in jeep, in Winnebago e in case mobili GM. Le famiglie sistemavano tavolini da picnic e borse frigorifere e box per bambini, e montavano le antenne televisive per intrattenere quelli troppo piccoli per farsi impressionare da astronavi lunghe dieci chilometri. Gente comune si mescolava liberamente con yuppie di West Los Angeles che avevano aperto le loro sedie a sdraio e tirato fuori i thermos di succo di frutta. Operai della Valley sorseggiavano Budweiser e sgranocchiavano Fritoes, organizzavano festini e facevano l’amore e giocavano a carte.
Frattanto i media, un secondo esercito in arrivo, si presentavano con i loro furgoni irti di antenne e si affrettavano a mettere a punto le trasmittenti per spedire in tutto il mondo immagini dell’Astronave.
Duncan Crais era stato uno dei primi reporter a giungere sul posto. Il suo servizio si era fatto notare per l’essenzialità e per l’emozione con cui era riuscito a far vibrare ogni frase. Ora era più vecchio, le tempie grigie. Il suo lavoro sull’Arrivo gli aveva procurato un posto di tutto riposo da anchorman ad Atlanta, con uno stipendio annuo di sei cifre.
Adesso stava commentando un documentario sull’Arrivo per il sesto canale locale.
Gli avventori del bar riconobbero la voce familiare che raccontava gli avvenimenti che avevano cambiato per sempre il loro mondo.
«Questa era la scena in California, nel deserto del Mojave, tre anni fa: sono le prime storiche immagini televisive dell’Astronave al momento del suo spettacolare e assolutamente imprevisto arrivo. Come per l’assassinio di John F. Kennedy, chi di noi non ricorda esattamente dov’era e cosa stava facendo quel 19 ottobre mattina, quando si diffuse la notizia che era sbarcata gente sulla terra, gente da un altro sistema stellare?»
Il bar era affollato e semibuio. Chissà perché sembra sempre che nei bar delle grandi città dentro sia più buio che all’esterno, anche di sera. L’illuminazione del bancone, dall’alto e da dietro, sembrava risucchiare la vita dall’aria. Le piccole lampadine, le insegne pubblicitarie animate della birra che si inseguivano senza posa da destra a sinistra o dall’alto in basso, le sconsolate sigarette che danzavano tra le mani di quelli ancora svegli come lucciole su uno stagno della Louisiana, tutto contribuiva all’atmosfera di eccitato disagio.
Per quanto l’Hollowpoint Bar fosse più tetro di tanti altri, ce n’erano di peggio. L’umorismo macabro era prevalente tra la clientela abituale, come spesso succede tra i custodi dell’ordine pubblico. Molte risate che riecheggiavano l’aria notturna erano rose dall’amarezza.
L’unico televisore a schermo piatto montato in cima all’estremità del bar continuava a diffondere i vividi ricordi di Duncan Crais dell’Arrivo degli alieni. La maggior parte dei clienti ignorava tanto la sua voce quanto le immagini che l’accompagnavano. Solo i pochi che se ne stavano aggrappati all’estremità del bancone, come pipistrelli appesi alla volta della loro caverna, di tanto in tanto lanciavano un’occhiata distratta in quella direzione.
Da qualche parte nel centro della pista, il country-western si scontrava con l’hard rock, due galassie sonore che si urtavano senza mescolarsi. Nessuno protestava contro la cacofonia che ne risultava. Erano quasi tutti troppo occupati a discutere di questioni più importanti, come i superiori, i colleghi o l’incarico del giorno.
La conversazione era generosamente condita di parolacce e di volgare gergo da strada che non godeva diritto di cittadinanza in quella che, fuori dell’Hollowpoint, passava per società «bene».
I due uomini seduti al centro del bar non appartenevano alla società bene. Loro compito era proteggere chi ne faceva parte da individui di poco più in basso di loro nella scala sociale.
Erano poliziotti, più precisamente agenti investigativi. Depressi, malmessi e bravissimi nel loro lavoro. Al momento, anche un po’ sbronzi.
Gli antenati di Fedorchuk dovevano essere cosacchi – o magari quei servi della gleba che i cosacchi perseguitavano. Era alto e corpulento e l’abito non gli cadeva mai bene. Inoltre non era mai in ritardo al rapporto del mattino e non era mai ammalato, caratteristiche che lo facevano apprezzare dai superiori, se non dai colleghi. Non che fosse particolarmente ligio o devoto alla sua professione; semplicemente non aveva nient’altro da fare, e lo sapeva. Per cui andava a lavorare. Era stato un buon poliziotto di pattuglia, e ora era un discreto agente investigativo. Agli occhi dei suoi superiori, la sua affidabilità compensava abbondantemente lo scarso intuito.
Il suo compagno, Alterez, era più tranquillo, il che a paragone con Fedorchuk non significava gran che. Alterez era considerato uno del giro giusto e ne andava fiero. Ne aveva fatta di strada, sforzandosi di rendersi indistinguibile dagli anglos con cui lavorava. Il risultato di quegli sforzi era stato che aveva acquisito molti dei tratti negativi dei suoi colleghi di pelle più chiara, invece di quelli positivi. Non che ce ne fossero molti, di tratti positivi, alla stazione di polizia. Lui e Fedorchuk erano ottusi, privi di immaginazione, sboccati ed efficienti. Erano fatti l’uno per l’altro.
Fedorchuk si chinò sul suo drink e ne bevve un sorso senza sollevare il bicchiere mentre teneva lo sguardo fisso sullo schermo tremolante. Quando rialzò la testa, aggrottò la fronte.
«Io me lo ricordo dov’ero. Una cosa così uno non se la scorda, no? Stavo pisciando dal balcone addosso al cane del vicino!»
Dato che quelli seduti al banco vicino a Fedorchuk avevano tutti una mentalità e un atteggiamento non molto diversi, trovarono questo pio ricordo strepitosamente spassoso. Alterez si limitò a sorridere. Era abituato alle battute del suo collega. Invece di commentare o di ribattere, spostò la sua attenzione sul televisore illuminato. Non importava che Duncan Crais non potesse sentirlo. Quel che importava ad Alterez era che potesse sentirsi lui.
«Ma dacci i risultati delle partite!»
«Parole sante, socio.»
Fedorchuk socchiuse gli occhi dedicandosi tutto al suo bicchiere. Localizzare il bordo solo con le labbra era sempre una sfida impegnativa. Si vantava di accettarle sempre, le sfide, soprattutto quelle che si proponeva da solo.
Un’occhiata verso l’alto gli rivelò che Crais si era trasformato in una professoressa di mezza età del Cal-Tech. Appariva a disagio nell’abito blu, si capiva che il suo habitat naturale era un camice bianco da laboratorio. Ma tutti dovevano inchinarsi e sottomettersi alle esigenze dell’onnipotente tubo catodico. Era ben disposta a sacrificarsi per la scienza. Fedorchuk si trovò a domandarsi come potesse essere sotto quel vestito.
«Da quando la prima volta levò lo sguardo verso le stelle, l’uomo ha sempre speculato su una visita di gente di “là fuori”. La cosa paradossale è che quando si stabilì finalmente il primo contatto, i duecentosessantamila occupanti dell’astronave furono sorpresi non meno di noi del loro arrivo. Svegliandosi dall’ibernazione, una sorta di sonno profondo prolungato, si accorsero che il cattivo funzionamento del pilota automatico li aveva deposti per sbaglio sul nostro pianeta. Erano fuori rotta di molti gradi, e distanti centinaia di anni luce dalla meta prevista.» Pareva che avesse altro da aggiungere, ma qualcosa fuori campo richiamò la sua attenzione e la indusse a tacere. L’uomo seduto alla sinistra di Alterez fece un versaccio. Riapparve Crais, al posto della scienziata. Era rilassato, i capelli perfettamente a posto, tranquillo nella sua posizione e nella sua fama.
«Questi “Nuovi Arrivati”, come ben presto apprendemmo, erano gente manipolata geneticamente, creata per eseguire lavori duri in difficili condizioni ambientali. Non sarebbe esatto chiamarli schiavi, ma non avevano possibilità di operare scelte sul loro futuro. Il loro destino era stato determinato altrove, senza il loro consenso. Il destino, però, non aveva fatto i conti con un pilota automatico mal funzionante. Invece che sul pianeta previsto, si trovarono bloccati qui sulla terra, con il sistema propulsivo del loro veicolo, particolarissimo e finora incomprensibile, esaurito, senza la possibilità di tornare là da dove erano venuti o di mettersi in contatto con quelli che tanto tempo prima li avevano spediti in viaggio…»
Dei boccali di birra si urtarono rumorosamente. Alcuni clienti lanciarono un’occhiata irritata in direzione del cameriere, ma subito tornarono alla loro conversazione, o al documentario che scorreva interminabile sullo schermo.
Nel frattempo, Crais era stato di nuovo sostituito, stavolta da una donna sui quarantacinque. Era in piedi sul portico di una casa con il sole che splendeva violento dietro di lei. Un cane attraversò di corsa lo sfondo, inseguito da un bambino di otto anni. Fedorchuk si chiese cinicamente se cane e bambino fossero stati portati dalla televisione o se appartenessero davvero alla donna che sorrideva alla telecamera. Probabilmente un aiuto regista se ne stava da qualche parte fuori campo sulla sinistra, ad attirare il cane con una bistecca e il bambino con un biglietto da cinque dollari.
L’agente si scolò il resto del drink e appoggiò il bicchiere vuoto in un punto in cui il barista potesse vederlo. Lì erano conosciuti, sia lui che il suo collega. Il bicchiere si sarebbe riempito di nuovo magicamente senza che lui dovesse chiederlo.
«Quando lasciarono uscire i Nuovi Arrivati dalla loro Astronave,» stava dicendo la donna, «li misero in quarantena in un campo a una quindicina di chilometri dal paese.» Sorrise. Un sorriso spontaneo, decise Fedorchuk, sentendosi un po’ più ben disposto verso Duncan Crais e la sua troupe. «Potete immaginare come la prese la gente da queste parti. Ma, una volta esaminati, studiati dagli scienziati, e infine rilasciati dal campo, noi abbiamo avuto la possibilità di conoscerli, di renderci conto di che gente simpatica e tranquilla sono.»
Qualcuno più vicino alla TV mormorò una volgarità. Un paio di altri clienti sghignazzarono. L’uomo che aveva parlato si alzò e trafficò per un momento con i pulsanti dei canali. Un’acclamazione poco convinta si levò quando un altro notiziario riempì lo schermo. Non erano i risultati delle partite, ma era meno noioso.
Fedorchuk riabbassò gli occhi sul bicchiere. Come previsto, mentre non guardava si era guadagnato altre due dita di un liquido dorato e due nuovi cubetti di ghiaccio. Le labbra congelate in un perpetuo sorrisetto servile e complice, il barista fece un cenno del capo in direzione di Fedorchuk. L’agente gli sorrise grato.
Il barista ignorò la figura massiccia che lavorava sodo dietro di lui. L’aiuto cameriere era come tutti gli alieni: un umanoide ben piantato, difficile da distinguere a prima vista da un normale essere umano salvo che per le dimensioni. Solo quando si girò i segni rivelatori del cranio calvo e dell’assenza di orecchie esterne si resero evidenti. Avrebbe potuto schiacciare il barista con un dito, e invece gli si muoveva intorno con scioltezza, cedendo sempre il passo. Portava senza fatica due vassoi pieni di boccali di birra. Fedorchuk lo chiamò.
«Ehi, Henry!» Tutti gli alieni avevano ricevuto nomi umani quando si era scoperto che i loro andavano dal difficile all’impronunciabile. Avevano accettato i loro nuovi nomi con la stessa serenità con cui avevano accettato il destino di ritrovarsi in un mondo per il quale non erano stati progettati. I naufraghi non discutono le affermazioni degli indigeni.
«Come andiamo stasera?» continuò Fedorchuk. «C’è molto da lavorare? Reggere un ritmo del genere può essere duro, sai.»
Inespressivo ma consapevole che si stavano rivolgendo a lui, Henry si girò lentamente. Il suo volto era umano quasi quanto quello di Fedorchuk, il che forse non è molto. Eppure, le somiglianze tra Nuovo Arrivato ed essere umano erano straordinarie, le differenze scarse. Scarse, ma inquietanti. Un Nuovo Arrivato non appariva mai del tutto «normale».
Fedorchuk non aveva finito. Si stava divertendo. «Ce l’hai la tua carta verde, amico? Non sarai uscito di casa senza la carta? Non vorrei doverti portare dentro.»
Nel bar c’erano altri poliziotti. Alcuni conoscevano Fedorchuk, altri no. Quasi tutti trovavano divertente l’uscita del loro collega. Henry si limitava a fissare Fedorchuk e aspettare. Non c’era cattiveria nei suoi occhi né sofferenza nella sua espressione. Sbatté le palpebre. Poi si girò per portare i pesanti vassoi con i bicchieri sporchi in cucina.

2

L’auto era brutta come la zona della città che stava pattugliando. Seduta sulle ruote e sgangherata, con i numerosi strati di vernice ormai fusi da tempo in un unico verde primordiale, avanzava tra le strade del quartiere alieno di Los Angeles, inosservata. Sykes e Tuggle non l’avrebbero cambiata con il più recente, più scattante bolide d’autostrada del dipartimento. Se non classe, quella bagnarola aveva carattere. E visto che di classe non ne avevano neppure loro, gli occupanti la trovavano del tutto soddisfacente.
Le sue viscere erano un miscuglio lercio di pezzi antichi e recenti. C’era un solo meccanico al garage della stazione che aveva il coraggio di avvicinarla. Gli altri disprezzavano quell’arcana collezione di ingranaggi, o ne avevano paura. Oppure avevano paura di quel che gli agenti Sykes o Tuggle avrebbero potuto fare loro se avessero rovinato quel prezioso mucchio di spazzatura ambulante. I due provavano un irragionevole affetto per il loro veicolo, irragionevole persino per uomini che lavoravano a Los Angeles, dove si sapeva che a volte la discordia nei divorzi verteva non sulla custodia dei bambini, ma sull’auto di famiglia.
La bagnarola non aveva ceduto quasi mai. Il suo profilo poteva essere brutto, ma le vecchie fiancate di acciaio erano in grado di respingere proiettili che i materiali moderni degli chassis delle nuove auto avrebbero lasciato passare senza difficoltà. Si prendeva cura dei due uomini che la usavano per pattugliare le buie strade secondarie della metropoli, ed essi, a loro volta, si prendevano cura di lei.
Il quartiere degli alieni di Los Angeles non era troppo diverso dal resto del grande conglomerato urbano. Un po’ più sporco della maggior parte delle altre zone, più squallido di molte di esse, qualche occasionale dettaglio imprevisto che ricordava al visitatore che questo quartiere era popolato soprattutto da profughi di un altro mondo. A volte bisognava sapere dove cercare per poter riuscire a capire dove si era. Sykes e Tuggle erano sulla strada da tanto tempo che sapevano bene dove cercare.
Dai finestroni aperti tutta la notte si vedevano gli alieni seduti a tavola, su sedie modificate per contenere la loro corporatura fuori misura. Un altro alieno emerse da una doppia porta alla loro destra mentre l’auto avanzava lungo la strada. Tuggle notò l’iscrizione sulla finestra accanto alla porta. La vecchia lavanderia automatica era stata trasformata in una scuola serale per alieni.
Superarono un giardinetto, ancora verde nonostante l’evidente mancanza di cure regolari. Gli addetti del comune non amavano la zona degli alieni. Le erbacce avevano sostituito gran parte dell’erba originaria e avevano invaso anche le crepe del marciapiede, avanzando fin sulla carreggiata, un tempo intoccabile. Nonostante l’ora tarda, un gruppo di famiglie aliene si era riunito per farsi compagnia. Erano impegnate in un gioco alieno dallo scopo indefinibile e dall’incomprensibile strategia. Sykes seguì il gruppo con lo sguardo e scosse la testa, cercando senza riuscirci di cavare un senso dal gioco, mentre Tuggle puntava l’auto verso la zona di Washington.
«Cribbio, e lo chiamano gioco, quella specie di ammucchiata organizzata.» Tuggle strinse le labbra. Sul cartellone alla loro destra, una splendida aliena esibiva una bianca dentatura da un metro portandosi una Pepsi fredda alle labbra. Il cartellone era l’unico segno di costruzione recente negli immediati dintorni.
Tuggle rallentò mentre si avvicinavano all’incrocio successivo, con il semaforo rosso. Appena si furono fermati, una mano enorme sbatté contro il finestrino vicino alla testa di Sykes. Lui sobbalzò involontariamente, sorpreso, quindi si rilassò quando ebbe dato un’occhiata al proprietario della mano.
Il Nuovo Arrivato era un derelitto. Biascicando nella sua lingua sibilante, era ritto accanto alla macchina, oscillando nello sforzo di rimanere in piedi. Il sudiciume e la polvere gli incrosta vano il viso e gli abiti consumati; gli occhi erano semichiusi e iniettati di sangue. In una mano, sporca e con le unghie spezzate, stringeva un cartone di latte. Dentro quel palmo massiccio, sembrava minuscolo.
Tuggle lanciò un’occhiata interrogativa in direzione del suo collega. Sykes rispose con uno sguardo disgustato, scosse la testa negativamente, quindi abbassò il finestrino dalla parte dell’alieno.
«Amico, non lo vedi che questa è una macchina della polizia? Guarda, stasera non siamo in vena. Vatti a fare un giro, d’accordo?»
Appena ebbe finito, colse una zaffata piena del fiato del derelitto. Tirandosi indietro, rialzò il finestrino mentre Tuggle rimetteva in moto. Nell’atmosfera chiusa dell’auto il puzzo ci mise tempo a passare.
Gli occhi di Tuggle fissarono lo specchietto retrovisore. «Se ne sta in mezzo alla strada e agita le braccia.»
Sykes non si prese la briga di guardare indietro. Il disgusto era ancora evidente sul suo viso, il naso ancora arricciato contro il cattivo odore. «Non c’è traffico ed è tardi. Tra uno o due minuti si muoverà e si troverà un vicolo da qualche parte.» Frugandosi in tasca trovò una scatoletta di plastica di mentine e ne mise un paio in bocca. Tuggle rifiutò l’offerta e il contenitore sparì di nuovo.
«Ma perché si devono fare di latte acido? Cristo santo, non gli andava bene il Jack Daniels o Thunderbird?»
Tuggle si strinse nelle spalle, il suo gesto preferito. Era molto meno brillante del suo collega, e lo sapeva. «Cosa vuoi che ne sappia? Non ne sa niente neppure qualcuno dei cervelloni, da quello che ho letto. La fisiologia degli alieni è piena di curve, alcune fisiche, altre chimiche. Una cosa si deve ammettere: è una sbronza che costa poco.»
«Già.» Sykes guardava dal finestrino, tenendo d’occhio i semafori e le strade deserte. «Fecciopoli. Chissà come si chiamava questa zona di Los Angeles prima che arrivassero gli alieni?»
Non chiederlo a me. Di storia non me ne intendo.»
Tuggle svoltò su Broadway, ormai strada di negozi di liquori e di locali da due soldi aperti tutta la notte. Le sale cinematografiche erano quasi tutte chiuse, visto che non c’erano ancora film prodotti specificamente per le comunità aliene. Hollywood ci stava ancora lavorando. Ma un paio di cinema funzionavano come sempre, sforzandosi di attirare un pubblico sufficiente per rimanere aperti. Niente commedie. La commedia umana era incomprensibile agli alieni, se non ai più sofisticati. La maggioranza preferiva le storie di azione e di avventura e, cosa curiosa, le storie d’amore. Le casalinghe aliene erano spettatrici regolari delle soap opera mattutine in televisione.
Le prostitute aliene se ne stavano in fila davanti ai cinema e ai ristoranti, esponendo la loro mercanzia. Non tutti gli usi dei Nuovi Arrivati erano incomprensibili. Le donne erano eleganti e, pensò Sykes, tremendamente alte. Le fissò a lungo. «Chissà se là sono uguali alle nostre.»
«Sì.» Tuggle parlò con la sua solita voce monotona, senza togliere gli occhi dalla strada. Sykes gli lanciò un’occhiata incuriosita.
Stava per porgli l’inevitabile domanda quando una lunga giardinetta si affiancò alla loro auto, accompagnata dal brontolio diseguale del suo motore Chevy 127. Sgommò forte all’incrocio successivo, ma nella sua bravata il guidatore badò a rimanere entro i limiti di velocità. Il gesto di scherno alla macchina di polizia era implicito, ma mascherato con cautela. Tuggle continuò ad avanzare lentamente, lungo i ristoranti e i negozi di specialità aliene.
Nottata moscia, pensò Sykes. La solita atmosfera deprimente di Fecciopoli, come una pioggia continua sulle facciate dei negozi e dei condomini bui. Qui anche i vagabondi e i malviventi si muovevano lenti, stanchi. Fece una rapida ricerca sopra il cruscotto, localizzando la tazza di caffè in mezzo alla raccolta di residui di due settimane di fast food, grazie al cerchio di vapore condensato sul parabrezza. Tuggle si stava mordicchiando il labbro inferiore come sforzandosi di decidere se dire o no qualcosa. Sykes sapeva che il suo collega, qualunque cosa fosse, prima o poi ci sarebbe arrivato. Non si va di pattuglia con lo stesso uomo per nove anni senza finire con il conoscerlo a fondo.
Ma quando alla fine parlò, non era quello che Sykes si era aspettato di sentire. Né era un argomento di cui avesse voglia di discutere.
«Allora, ci vai o no?»
Sykes soppesò una risposta osservando Tuggle che con perizia pescava un triangolo di pizza tiepida e molliccia e cominciava a mangiarla. Era un gioco delicato di equilibrio: guidare, mangiare e riuscire contemporaneamente in qualche modo a non decorarsi l’abito con formaggio fuso o con gocce di pomodoro. Sykes non ci sarebbe mai riuscito. Per quanto si sforzasse, finiva sempre per portare sui pantaloni e sulla camicia le prove evidenti dei pasti del giorno prima. Tuggle non gli diceva mai niente. Non ce n’era bisogno. Le occhiate che rivolgeva all’abbigliamento del suo socio erano già abbastanza eloquenti.
«Come faccio ad andarci?» rispose, cercando di fare apparire logico e inevitabile che non andasse.
Tuggle non se la bevve. «Come fai a non andarci? Non tirare fuori scuse. Ti metti il vestito pulito e la spilla e la cravatta, ti fai allacciare le scarpe dalla padrona di casa e ti presenti in chiesa. Semplice. Anche per uno come te.» Fece una pausa, concentrando la sua attenzione sulla fila di vetrine illuminate che sfilavano alla loro destra. «Io e Carol ci si va.»
Questo colpì Sykes. «Che?»
«No, guarda, inutile che dici niente. Noi Kristin la conosciamo fin da quando fu concepita in quella baracca su a Big Bear.» Si raddrizzò un po’ dietro il volante e cercò di alleviare l’atmosfera. «Ti ricordi quella notte? Tu e Edie sbattevate così forte contro il muro che io e Carol ci siamo trovati l’intonaco tra i capelli per settimane. Lo sapevo che dovevamo insistere a prendere il piano di sopra. Ma no, dovevamo fare i generosi, dare a voi il letto grande. Che vacanza! Non si chiuse occhio.»
«Nemmeno Edie e io dormimmo molto, ma questo lo avevi già capito.» Il sorriso conquistato a fatica svanì rapidamente. «Maledizione, Tug, anch’io voglio vedere Kristin sposata, no? Più di qualsiasi altra cosa. Ma…»
«Ma ti rode,» finì Tuggle per lui, «che i quattrini ce li mettono la tua ex e suo marito.»
Sykes fece per replicare, poi ci ripensò. Tuggle si accorgeva quando il suo collega mentiva ed era troppo educato per farglielo notare. Non c’era gusto a provarci.
«Cazzo, se Kristin si dovesse sposare in un posto che io potessi permettermi, il ricevimento lo farebbe al fast food all’angolo. E allora io che posso dire? Edie ha sposato uno con i soldi. Mica gliene faccio una colpa. Noi, ci puoi giurare, di quelli, non ne abbiamo mai avuti tanti.»
«Pensa che sono soldi di Kristin. Lei vorrebbe che tu ci fossi.»
«Lo so, e anch’io vorrei esserci. Ma mettiti nei miei panni, Tug. Il padre della sposa, il parente povero. Tutti quanti quelli dell’altra parte con i loro maledetti sguardi pietosi che la gente ricca riserva a noialtri che non siamo mai stati titolari di una delle loro colorate carte di credito. Mi è rimasto troppo orgoglio per questo, Tug. Praticamente è tutto quanto mi è rimasto.» «Fottitene dell’orgoglio. Devi andarci.»
«Sì, lo so, lo so. Cosa sei, la mia dannata fata madrina?»
«Esatto, vuoi vedere la bacchetta?»
«Che cosa…» Sykes si interruppe di scatto. Solo metà del suo cervello si stava concentrando sul problema apparentemente insolubile se dovesse partecipare o no al matrimonio della sua unica figlia.
L’altra metà… l’altra metà continuava a funzionare sull’operazione di pattuglia. Qualcosa che vide fece scattare l’allarme automatico nella sua testa. Ed ebbe anche la capacità di far scomparire il malumore dal resto del suo cervello. Accennò al finestrino.
«Ah-ah. Controlla un po’.»
Tuggle si girò immediatamente, stringendo gli occhi. «Controllo che? Vedo solo buio.»
«Là avanti. Vicino all’angolo a destra, a ore due.»
Tuggle rallentò, sforzandosi di individuare quello che aveva richiamato l’attenzione del suo compagno. Sykes di notte ci vedeva meglio di lui. Alla centrale correva la voce che Sykes fosse una sorta di regressione notturna, che addirittura vedesse meglio di notte che di giorno.
I due alieni indossavano lunghi soprabiti, e fuori non faceva tanto freddo, né se ne andavano ciondolando come una coppia di pervertiti sbronzi. I pervertiti non lavoravano in coppia. Era un altro genere di feccia a farlo.
I soprabiti erano diversi. Uno era di plastica nera, l’altro di un pesante materiale nero o blu scuro che non pareva refrattario al l’acqua. Impermeabile, come Tuggle immediatamente lo battezzò dentro di sé, esibiva una camicia scura con la zippo tirata fino al collo. L’altro alieno era parzialmente nascosto dalla mole del suo compagno.
I due entrarono in un minimarket che occupava l’angolo dell’isolato e, prima di seguire il suo amico, Impermeabile si guardò indietro a controllare la strada.
«Ti pare che ci sia qualcosa di sospetto?» mormorò Sykes pensieroso.
Tuggle prese un’aria ingenua. «Ma cosa mai te lo fa pensare?» Trovò un posto vuoto tra le macchine parcheggiate e vi si infilò. Sykes aveva estratto il revolver e stava controllando il caricatore quando il suo compagno spense motore e luci.
Trovati automaticamente i comandi giusti sulla radio, Tuggle si sintonizzò sul canale adatto senza togliere gli occhi dalla strada. «Qui è Henry Seven. C’è in corso un possibile due-undici, al minimarket Porter’s, all’angolo tra Court e Alvarado. Chiediamo appoggio.»
Sykes stava per smontare. «Forza, socio.»
La mano dell’amico gli si posò sulla spalla. «Calma, cowboy. Uno di questi giorni ti troverai con le cervella sparse in giro per avere seguito la giustizia un po’ troppo da vicino.»
Sykes si fermò mezzo dentro e mezzo fuori dello sportello, ricambiò il sorriso a Tuggle. «Mi piace starle tanto vicino da vederle il sedere. È così che ci hanno detto all’accademia. “Mai perdere di vista la giustizia”.»
Tuggle sospirò, scosse la testa e rimise a posto il microfono della radio mentre dall’altra parte arrivava il segnale di ricevuto.
I vecchi edifici che incombevano su Alvarado erano stati costruiti tanto tempo prima, prima dei tempi d’oro in cui a Los Angeles erano arrivate le famiglie che potevano permettersi due macchine. Per gli agenti fu un sollievo. Significava che c’erano pochi garage, il che a sua volta significava una quantità di coperture mentre procedevano chinati dietro le file di malconce Toyota e Buick, avanzando furtivi verso il negozio illuminato.
Due minuti dopo erano abbastanza vicini da vedere l’interno attraverso la vetrata sporca e le barriere antifurto. Il minimarket Porter’s non era niente di speciale, con la merce ammucchiata alla meglio sugli scaffali, e nulla a che vedere con l’atmosfera ordinata e pulita di Circle K’s o Seven-Eleven’s. Dal soffitto pendevano le luci appese a nude catene, una cruda illuminazione fluorescente che metteva in evidenza lo sporco e la polvere.
Potevano vedere con chiarezza anche l’anziano proprietario alieno. Era in piedi dietro il bancone e conversava animatamente con uno dei due alieni appena entrati. Si interruppe quando quello più alto tirò fuori dal soprabito un corto fucile da combattimento e glielo puntò al petto. Impermeabile estrasse un’arma simile dalla profondità della sua incerata nera e si girò in direzione della porta deserta. A distanza, e attraverso il vetro, era difficile distinguere le espressioni, ma Sykes ebbe l’impressione che Impermeabile fosse nervoso. Quello che era davanti al proprietario aveva un’aria rilassata e molto pratica.
«Cristo, hai visto che arma?»
«Già.» L’espressione di Tuggle si era fatta cupa. «L’appoggio farà bene ad arrivare in fretta. Non fare stupidaggini o bravate.»
«Chi, io? Ce l’hai il giubbotto?»
Tuggle si aggrondò al ricordo della difesa antiproiettile. «Come no? Bello e sicuro come da regolamento, vicino alla ruota di scorta nel baule.»
«Già, ti dà sicurezza, no? Anche il mio.»
Erano tutti e due tesi per l’inaspettata potenza di fuoco che gli alieni avevano tirato fuori. Non pareva proprio che fossero necessari due fucili da combattimento per rapinare una drogheria familiare. Forse i ladri erano insicuri.
L’alieno più grosso faceva dei gesti nervosi con l’arma. Fuori, dalla strada, non riuscivano a sentire, ma potevano vedere le labbra che si muovevano veloci, il terrore negli occhi dell’anziano proprietario. Cominciò a riempire un sacco di carta da imballaggio con il denaro della cassa.
Tuggle fece un cenno con la testa. «In fondo alla stanza, a destra.» Spostando rapido gli occhi oltre la pantomima che aveva luogo davanti a loro, Sykes vide la moglie del proprietario ritta e impietrita accanto a un ingresso posteriore. Sul davanti, Impermeabile saltellava da un piede all’altro per alleviare la tensione. Nessun essere umano si sarebbe mosso in quel modo, sarebbe riuscito in una successione di passi incrociati così perfetta senza una preparazione. Ma le emozioni, se non i passi di danza, erano le stesse. Servivano a ricordare ai due agenti accovacciati al di là della strada che nessuna delle persone nella drogheria era umana.
Il proprietario continuava a infilare denaro nel sacchetto. Ci metteva tempo perché gli tremavano le mani e i biglietti continuavano a cascargli. Questo non faceva che aggravare la rabbia dell’altro, il che rendeva a sua volta il vecchio ancora più nervoso.
Impermeabile non era l’unico partecipante a quel dramma notturno che si stesse facendo prendere dai nervi. Tuggle accennò con la testa a un’auto parcheggiata accanto al negozio.
«Occhio all’autista. Io cerco un’angolazione migliore per la porta.»
Sykes guardò verso la strada, poi di nuovo il suo collega. «Ma non volevi aspettare l’appoggio?»
«Tra un minuto arrivano. Dobbiamo muoverci subito. L’autista.
Sykes tornò a girarsi verso la strada, puntando la pistola. «Ce l’ho. Non farti beccare entrando.»
L’altro annuì bruscamente, poi partì di corsa, come un gambero spaventato, traversando in diagonale l’incrocio. Sykes attese che si fosse messo al coperto prima di riportare l’attenzione al negozio.
L’alieno più grosso stava afferrando il sacchetto con il denaro e infilandolo nella tasca del soprabito. Alcune banconote caddero a terra. Il ladro le ignorò. Sykes aggrottò le sopracciglia perplesso davanti a questa stranezza ma non ebbe il tempo di approfondire. I capelli sul collo gli si rizzarono quando tutto cominciò. Si sentiva come uno che guardi uno striptease al rallentatore, incapace di reagire, incapace di intervenire. Era una pazzia, non c’era senso.
Follia pura.
Senza alcun preavviso, il rapinatore alzò di scatto il fucile e fece fuoco. A distanza ravvicinata, il calibro 12 squarciò il petto del vecchio proprietario come una carica da demolizione, scaraventandolo all’indietro contro gli scaffali ingombri di barattoli e scatole. Non aveva avuto alcuna possibilità. E non c’era stato alcun motivo per farlo, assolutamente alcun motivo.
Mentre il vecchio si accasciava al suolo, il rapinatore si sporse oltre il bancone e gli piantò nel corpo un altro proiettile.
«Oh, cazzo.» Sykes si alzò dalla sua posizione accovacciata.
Tuggle aveva quasi raggiunto l’altro lato della strada quando il primo colpo esplose. Si gettò a terra istintivamente, poi alzò la testa per controllare la situazione. Nello stesso istante un clacson suonò e i due uomini guardarono sorpresi verso la strada.
Una Sedan, un modello recente. Il clacson suonò una seconda volta, voce incorporea che correva per il selciato. Sykes ebbe appena il tempo di vedere che l’autista, un umano, stava mettendo in moto prima che si scatenasse l’inferno.
Girandosi d’istinto al suono del clacson, i due alieni fecero in tempo a vedere Tuggle rannicchiato sull’asfalto. Aprirono il fuoco immediatamente, attraverso la lastra di vetro. Un proiettile colpì il marciapiede. Un altro si schiantò contro un’auto civile che attraversava l’incrocio, perforandone il radiatore e facendola bloccare. L’autista terrorizzato, un alieno, ebbe il buon senso di rimanere all’interno e fuori di vista.
Tuggle si alzò e con un balzo si mise al riparo dietro un lampione vicino. Nello stesso momento, l’autista umano della macchina pronta per la fuga ne uscì puntando una pistola mitragliatrice in direzione dell’agente in fuga. Sykes rivolse immediatamente l’attenzione a questa nuova minaccia, sperando che i due alieni decidessero di rimanere al coperto all’interno del minimarket. Quando l’autista gli sparò, Sykes fu costretto a chinarsi dietro l’auto che gli faceva da riparo. La pistola a fuoco rapido mandò una raffica sul metallo e sul vetro di sicurezza sopra la sua testa.
Un furgoncino avanzava lentamente lungo la strada, ignaro della battaglia che si svolgeva davanti a lui. L’autista della rapina fece un ghigno e si chinò a inserire nella pistola un caricatore nuovo. Quel che non vide fu che, mentre avanzava sotto la copertura del lento veicolo, Sykes lo aveva già aggirato sul davanti. Il conducente del furgone ebbe appena il tempo di accorgersi che Sykes gli passava davanti, puntava il revolver e stendeva l’uomo con la pistola mitragliatrice.
Ora gli alieni non avevano più autista ed era Sikes che usava il loro veicolo come riparo. C’era un ostaggio potenziale, la moglie del proprietario, ma decisero di ignorarla. Sykes si teneva basso, emergendo di tanto in tanto il tempo necessario per spedire un paio di colpi in direzione del negozio, per poi chinarsi di nuovo all’arrivo dei proiettili di risposta.
Ma dove diavolo, si chiese freneticamente, dove diavolo era finito il loro dannato appoggio?
Con la sola copertura dello smilzo lampione, Tuggle se la vedeva molto peggio. Gli alieni, accortisi di questa situazione, stavano concentrando il loro fuoco verso di lui e ignoravano i colpi all’impazzata di Sykes.
Sykes si sporse dal davanti della Sedan. «Tuggle, vieni via di lì!»
Tuggle lo udì e annuì, spuntò sulla sinistra e immediatamente si ritirò, mentre un proiettile calibro 12 scuoteva il palo. «Non posso! Non vedi?»
«Ti copro io! Vieni fuori di lì!»
«Be’, se proprio insisti!»
Sykes fece una smorfia al suo socio, poi si alzò e vuotò in rapida successione un intero caricatore in direzione del negozio, quanto bastava per far ritirare temporaneamente al coperto i due rapinatori. Cogliendo l’opportunità al volo, Tuggle sgattaiolò da dietro il lampione e corse come un matto verso la più vicina copertura più consistente che si trovò a essere la macchina rimasta bloccata con il radiatore bucato. Gettandosi sul cofano e lasciandosi rotolare dall’altro lato, rimise i piedi a terra e si rialzò lentamente per guardare attraverso il vetro.
La sua attenzione fu distratta dall’occupante della macchina. L anziano autista alieno era ancora dentro, ansimante, steso sul sedile anteriore. Lanciò un’occhiata disperata a Tuggle.
«Posso uscire adesso?»
«Forza, fuori!»
Trascinò quasi il vecchio fuori dell’auto e rimase a controllare che si mettesse al sicuro, strisciando, dietro l’angolo più vicino. Si muoveva con un’agilità del tutto inattesa per la sua età.
«Tutto bene?» chiese la voce preoccupata di Sykes.
«Come no! C’è ancora da divertirsi?»
Sykes non rispose. Dopo aver controllato la pistola, Tuggle si alzò e prese con cura la mira verso il negozio. Gli alieni erano occupati a ricaricare, ma era difficile coglierli 11 dentro tra scaffali e banconi. I suoi colpi singoli attirarono un pesante fuoco di risposta. Ora l’eco delle fucilate indugiava più a lungo nell’aria notturna.
Sopra la sua testa piovvero i frammenti di vetro dei finestrini in frantumi. Di questo non si preoccupò: quel che gli fece spalancare gli occhi fu un fremito nel corpo del veicolo dietro il quale stava accucciato. Il metallo si squarciò e prese a fumare alla sua destra. L’ultimo proiettile aveva trapassato tutta la macchina. Mentre fissava sbigottito il buco frastagliato, un secondo colpo lacerò la spessa lamiera a un palmo dalla sua spalla.
Preso dal panico, scivolò verso la parte anteriore dell’auto, con i colpi e i fori d’uscita che lo seguivano in un’ordinata, precisa successione, finché rimase solo il paraurti. Poteva contare solo sulla macchina successiva, non troppo lontana, su per la strada. Tre metri. Tre schifosi metri. Non c’era tempo per pensare. Si alzò e si mise a correre.
A due passi dalla seconda macchina, il colpo successivo lo prese nel fianco, facendolo ruotare sulla destra; agitò le braccia all’impazzata nell’aria come una bambola di pezza gettata da un’auto in corsa. Un secondo colpo lo prese nel petto, mentre il primo lo faceva piroettare, ma non gli fece male. Niente più poteva fargli male. Il primo proiettile gli aveva troncato la spina dorsale. Era morto prima di toccare l’asfalto.
Sykes non poté far altro che rimanere a guardare quello che stava succedendo. Tuggle era stato suo collega per nove anni. Tuggle era stato suo amico per nove anni e Tug era lungo e disteso, freddo, nella strada.
L’alieno grosso sparò ancora uno, due, tre colpi in direzione dell’agente immobile. Uno di questi colse il corpo disteso e lo ribaltò come un ciottolo. Quindi l’alieno afferrò il suo compagno e lo trascinò verso il retro del negozio. Nel far ciò il fucile sfuggì dalle dita di Impermeabile. Nessuno dei due si fermò a raccogliere l’arma caduta, diretti com’erano entrambi a precipizio verso l’ingresso posteriore.
Sykes avrebbe potuto far irruzione adesso, avrebbe potuto tenerli sotto tiro. Invece stava attraversando di corsa la strada. Rallentò avvicinandosi al corpo di Bill Tuggle. Non c’era bisogno di sentirgli il polso, non serviva rivoltarlo per un esame più accurato. I tre potenti colpi avevano ridotto il corpo del suo amico a qualcosa di irriconoscibile.
Solo un minuto prima gli era stato vicino, aveva scambiato delle battute con lui, vivo e caldo e spiritoso dall’altra parte del marciapiede. Ora se n’era andato. Non sempre era necessario controllare il battito della vittima di una fucilata. Sykes era in strada da tanto tempo. Non controllò. Nessuno era mai apparso più morto di quanto apparisse morto Bill Tuggle in quel momento.
«Oh cazzo, Tug, Cristo! Maledizione!»
In certi momenti non c’è altro da fare che guardare e imprecare. Non tutti i poliziotti pregano nel senso convenzionale della parola, ma i più fanno qualcosa che ci si avvicina. Le labbra di Syker non si muovevano, ma chiunque avrebbe potuto leggergli negli occhi quello che sentiva. Parole e immagini si riversavano alla rinfusa attraverso il suo cervello sconvolto, tutte mischiate insieme come uno degli spezzatini di Edie, e la sua mente non era all’altezza del compito di metterle in ordine. Non riusciva a trarne alcun senso.
Quindi la sua espressione cambiò, il suo sguardo prese vita con qualcos’altro, qualcosa che si riversò in tutto il suo essere e prese possesso di lui. Avrebbe avuto tutto il diritto di rimanere dov’era. Il gemito delle sirene si avvicinava lacerando la notte. Arrivano i nostri, troppo tardi, troppo lontano. Avrebbe avuto tutto il diritto di non sentire la necessità di mettersi all’inseguimento, uno contro due. Pazzia, insensatezza, follia. Perché non doveva buttarcisi dentro anche lui? Cos’aveva più importanza, con Tug ridotto a un mucchio inerte di carne nel mezzo di una strada di Fecciopoli?
Spiccò la corsa verso il negozio, con uno sguardo selvaggio e la furia che gli metteva le ali ai piedi.
Il minimarket era deserto, la moglie del proprietario era fuggita. Per due volte fu sul punto di cadere, scivolando e slittando sul vetro in frantumi, senza badare alle schegge taglienti e alla possibilità di uno sparo a sorpresa. La porta posteriore era socchiusa. L attraversò appena in tempo per cogliere l’immagine dei due alti alieni che svoltavano l’angolo in fondo al vicolo di servizio. Gli pareva di volare, di toccare a stento il suolo con i piedi, con gli anni che gli cadevano di dosso mentre acquistava velocità nell’inseguimento. Non aveva paura, non ancora. Era difficile per dei Nuovi Arrivati trovare un posto dove nascondersi. Il dipartimento questo l’aveva imparato presto. Non sempre la corporatura è un vantaggio per uno scippatore, per un borsaiolo. Ne fa un bel bersaglio, grosso, grasso. La pistola in mano aveva il peso di una piuma.
Quando arrivò all’angolo erano svaniti. La strada davanti a lui era sgombra e aperta, ben illuminata dai lampioni. I negozi erano chiusi, le vetrine semibuie. Nonostante la mancanza di auto in sosta c’erano ombre e nascondigli in quantità. Ora avanzò più lentamente.
I poliziotti che sopravvivono ad anni di pattugliamento in strada non hanno il sesto senso, ma qualcos’altro: la cautela che si sviluppa con la paura.
Fu un piccolo rumore, insignificante. Chiunque altro pon ci avrebbe fatto caso. Sykes si volse immediatamente da quella parte, verso la base di un altissimo cartellone pubblicitario che mostrava una birra stretta in un pugno alieno. Il Nuovo Arrivato, quello alto, si era trovato un’angolazione difficile per il fucile. Senza pensare, Sykes si tuffò sulla sinistra.
Quello che a distanza ravvicinata era brutalmente efficace, in lontananza era difficile da puntare con precisione. La fucilata mandò in pezzi la cima della cassa dietro la quale si era riparato l’agente, ma non la parte che usava per copertura. Illeso, si mise a strisciare sul ventre, maledicendo gli inventori di tutti i fucili, inoltrandosi tra le pile di casse vuote come una specie di millepiedi ipercinetico drogato.
Un nuovo rumore lo fece sollevare sulle ginocchia. Era uno scatto secco, forte e metallico nel silenzio della notte: il rumore di un cane che picchia su una camera di caricamento vuota. Sulle sue labbra, mentre si alzava, si disegnò un sorriso mortale.
Lasciandosi cadere dal fondo di una scala antincendio e gettando il fucile scarico, l’alieno si diede alla fuga lungo la strada. Sykes lo seguì. Ora era più vicino, molto più vicino. Tanto vicino da vedere il fuggitivo svoltare all’angolo successivo. Lo seguì senza rallentare. Il rapinatore aveva sprecato le sue munizioni in un agguato fallito. Ora Sykes non lo avrebbe perso.
C’era davanti un tunnel pedonale, un buco nero spalancato su un muro di cemento. Nessun’altra via per uscire, nessun’altra via per entrare. Rallentò, con i nervi tesi al massimo, e nel cervello il lampeggiare di quel familiare lampo rosso di pericolo.
Sentì il cemento freddo e umido contro la schiena quando entrò rasentando il muro, il dito contratto sul grilletto della pistola. Poi capì: la notte era la solita notte asciutta di Los Angeles, e quell’umidità veniva dal sudore che gli inzuppava la canottiera.
Il buio dentro quell’apertura circolare si espandeva inghiottendolo, a mano a mano che avanzava lentamente, sforzandosi di controllare il respiro per poter sentire meglio. Nel tunnel l’aria era più secca che fuori, l’unico rumore era il fruscio delle sue scarpe sul pavimento. Molto buio, ma non totale; ombre distinte, ma non forme. Fu allora che sentì i passi. Non leggeri o cauti come i suoi, non passi che cercassero di nascondere la loro presenza, ma forti e martellanti. L’unico problema era che nel buio non riusciva a capire da che direzione venissero perché il suono rimbalzava pazzamente sulle pareti di cemento del tunnel. Era circondato di echi minacciosi.
Fece appena in tempo a girarsi per affrontare la sagoma massiccia che si gettava verso di lui. Udì qualcosa di violento in una lingua non umana, tutta suoni sibilanti e scatti. La plastica lo schiaffeggiò come le ali di un pipistrello.
Riuscì in qualche modo ad alzare la pistola in tempo per sparare una, due, tre volte. Impermeabile barcollò all’indietro, accasciandosi sulle ginocchia lentamente come i fianchi di una scala pieghevole, finché non rimase disteso sulla schiena sul pavimento del tunnel. Sykes si fermò per un momento a respirare, poi avanzò lentamente.
Con un urlo disumano, l’alieno si raddrizzò di scatto tendendo le lunghe braccia verso l’agente.
Con il cuore in gola, Sykes arretrò di un balzo e sparò altre due volte verso la sagoma scura. Questa volta, quando la figura avvolta nell’impermeabile andò giù, ci rimase.
Maledetti alieni, pensò Sykes. Il cuore gli batteva così forte c e pareva volesse spaccargli il torace.
Solo il suo orecchio sensibile e addestrato e la costante prudenza l’avevano salvato, gli avevano permesso di reagire a quegli ultimi passi che si appressavano. Le stesse cose che lo fecero girare adesso.
Questo rumore era peculiare, un tintinnio sommesso quasi infantile, metallo contro metallo, che echeggiava come un sonaglio da bambino o come bigiotteria. Ruotò su se stesso, con la pistola tesa davanti a sé, non vide nulla e guardò in alto solo all’ultimo momento.
Solo quando il più grosso dei due alieni gli piombava addosso dall’alto.
Andarono giù insieme. Mentre l’alieno lo afferrava con le mani enormi, Sykes riuscì contorcendosi freneticamente a recuperare la pistola. Mentre tentava di portarla in posizione, l’altro colpì il polso dell’agente con il taglio della mano. Un dolore lancinante gli attraversò la mano e la pistola gli sfuggì scivolando rumorosamente sul pavimento.
Tentò di mettersi a correre, ma si trovò sollevato in aria come un bambino. L’alieno lo scagliò lungo il tunnel. Un’altra fitta di dolore gli corse lungo la schiena e le braccia quando colpì con violenza la dura superficie. Ottima cosa, pensò in maniera sconnessa, che l’altro non avesse pensato di scaraventarlo contro il muro. Questo probabilmente sarebbe stato il passo successivo.
Lontano, molto lontano, un angelo stava chiamando attraverso la nebbia che riempiva il cervello di Sykes. Una sirena, lugubre ma promettente. Troppo lontano.
L’alieno gli veniva contro, ora; sicuro, silenzioso, inarrestabile. Mentre si avvicinava, Sykes udì il particolare tintinnio che lo aveva, quasi, avvertito in tempo. Era buio e i suoi occhi erano pieni di luci di Natale ma riuscì a cogliere un’immagine dell’oggetto che produceva il rumore. Era gioielleria, sì, non chincaglieria da pochi soldi. Un esotico braccialetto d’argento di disegno palesemente alieno ciondolava al polso destro del Nuovo Arrivato. Le maglie, urtando tra loro, producevano il metallico suono musicale che aveva solleticato il suo orecchio.
L’alieno incombeva sull’agente caduto, con la testa che sfiorava il soffitto del tunnel, un pugno alzato pronto a portare il colpo finale. Nello stesso tempo, quella che prima era la debole eco di una sirena si andava facendo molto più forte, come se avesse svoltato l’angolo vicino. La luce, lampeggiante e gloriosa, illuminò l’ingresso del tunnel di cemento.
L’alieno si girò a guardare in quella direzione, verso le luci lampeggianti rosse e blu che provenivano dall’esterno, concedendo a Sykes un’inattesa grazia. Poi si girò e, senza neppure un’altra occhiata in direzione dell’agente caduto, scavalcò con un salto il corpo disteso e impotente e scattò di corsa verso l’interno del tunnel.
Sykes sentì i passi che si allontanavano mentre arrancava per rimettersi in piedi. Era ancora stordito, vedeva ancora tutto sfocato. Si sforzò di alzarsi. Col cavolo che si sarebbe fatto trovare steso a piagnucolare.
Fu allora che vide una faccia aliena, a un palmo dalla sua, che lo fissava.
Senza esitare, senza pensare, fece partire il destro con tutta la sua forza. Non doveva essere ridotto poi tanto male: il pugno finì giusto in mezzo a quel viso alieno. Colto di sorpresa, il Nuovo Arrivato che lo guardava rotolò a terra. Non lasciarlo alzare, pensò Sykes automaticamente, freneticamente, non dargli modo di rimettersi in piedi. Si alzò e avanzò malfermo, cercando di mettere il piede destro in posizione per un calcio che mettesse fuori gioco l’alieno.
Ma quando fece per attaccare, si sentì afferrare alle spalle e tenere fermo. Si girò a metà tra le braccia che lo trattenevano, rilassandosi solo quando vide che sotto il suo berretto blu questa nuova faccia era del tutto umana. Il distintivo dorato sul berretto scintillava nella scarsa luce come una reliquia azteca.
«Ehi, ehi, fermo! Calmati!» gli stava dicendo il proprietario del berretto. Un buon consiglio, pensò Sykes, un consiglio utile. E, inutile dire, benvenuto. Improvvisamente si rendeva conto di quanto aveva corso, di quanto era esausto. La tensione in parte era scaricata.
L’uomo in uniforme stava ancora parlando, ma non a lui. Guardava, invece, con preoccupazione l’alieno ancora a terra.
«Tutto bene?»
Se stai fermo, gli occhi mettono a fuoco meglio, si disse Sykes, cercando di dare un senso a quello che vedeva. Gli alieni erano grossi e quindi robusti, ma non invulnerabili. Prova ne era quello che aveva appena mandato al tappeto, che se ne stava disteso a pochi passi. Mentre continuava a guardarlo, l’alieno si mise a sedere e recuperò il suo berretto, un berretto blu con il distintivo, identico a quello che portava l’uomo che stava trattenendo Sykes.
A quel punto l’agente capì di aver appena steso un collega. Un poliziotto alieno.
«Tutto bene.» La sua pronuncia era decisissima, senza la minima traccia di quell’accento straniero che distingueva tanti Nuovi Arrivati. Chiunque fosse, doveva aver passato una quantità di tempo a esercitarsi sui nastri registrati. Il risultato era privo di accento, sì, ma un tantino incerto.
Non pareva proprio che andasse tutto bene. Un filo di sangue rosso scuro gli scorreva dalla narice sinistra. Il poliziotto umano studiò per un momento il suo collega, poi decise che le sue condizioni non erano gravi.
«Io mi farei vedere dal dottore.» Girò attorno a Sykes e si diresse su per il tunnel.
L’alieno lo guardò allontanarsi, poi si alzò e si avvicinò a Sykes. L’agente si tese. Aveva picchiato piuttosto duro. Ma non c’era la rappresaglia nella mente extraterrestre del poliziotto. Ignorando Sykes, gli passò vicino, inginocchiandosi accanto all’alieno morto. Strinse fra le dita l’avambraccio di Impermeabile, cercandogli il polso. Sykes mormorò qualche parola di scusa.
«Niente.» Il tono dell’alieno era privo di emozione. «È decisamente morto.» Rialzandosi, si girò e vide Sykes che si stringeva il pugno con cui l’aveva colpito. L’agente fece un passo, incespicò. Immediatamente un braccio robusto lo prese sotto le braccia per sostenerlo. Ora la voce dell’alieno aveva un tono preoccupato.
«Dovrai farti vedere la mano.»
Sykes si divincolò, inciampando una seconda volta ma rifiutando con rabbia l’assistenza dell’altro. «Togliti dai piedi! Non ho bisogno del tuo dannato aiuto!»
Obbediente, l’alieno lasciò la presa. Sykes perse quasi l’equilibrio, dovette sostenersi contro la parete del tunnel. Era l’immagine della rabbia e della frustrazione impotente. Un alieno morto era una buona cosa. Un altro ancora libero lo faceva infuriare. A metà strada fra le due sensazioni c’era la reazione che gli provocava dentro questo poliziotto alieno che se ne stava lì stupidamente a fissarlo con quell’espressione lievemente interrogativa che i Nuovi Arrivati avevano sempre quando cercavano di comprendere le stranezze della natura umana.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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11 risposte a [Novelization] Alien Nation (1988)

  1. Cassidy ha detto:

    Ti ringrazio per la citazione ma ancora di più per i tuoi archivi che sono come le tasche di Eta Beta 😉 Forse non sarà un testo che cambierà le sorti della letteratura mondiale, ma me lo tengo buono, ho delle cose su “Alien Nation” in pista quindi mi tengo buono questo link per il prossimo futuro 😉 Cheers!

    Piace a 1 persona

  2. Paolo D'Alessandro ha detto:

    A me capita spesso di vederlo nelle bancarelle dell’usato… magari é la stessa copia che nessuno compra! Io per principio ero contrario alle novelizzazioni ma mi sono poi convinto a fare un’eccezione con quella di “Guerre stellari”… a cui devo aggiungere quella di “Morti e sepolti” letta, per sbaglio, qualche anno fa!
    Tornando al film in questione… l’ho visto solo una volta, all’epoca, e me lo ricordo con piacere!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il primo film è molto bello, i seguiti e la serie TV molto meno. Purtroppo Foster è un novellizzatore molto svogliato, si limita a romanzare la sceneggiatura senza cuore e senza passione, senza aggiungere una sola virgola che non stia nella sceneggiatura che gli viene consegnata, spesso più ampia rispetto a quella vista poi al cinema.
      Come dico a tutti, il genere novelization è come qualsiasi altro genere: l’importante è trovare l’autore bravo 😉

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      • Paolo D'Alessandro ha detto:

        Confesso di non sapere dell’esistenza dei seguiti, mentre della serie Tv mi pare di averne sentito parlare! Riguardo Foster… oltre “Guerre stellari” ho letto il racconto “Lui”, che parte con promesse “lovecraftiane” per poi rivelarsi una semplice, e poco concludente, storia “squalesca”!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Si è fatto anche quattro romanzi di Alien, The Thing, Starman e un sacco d’altra roba. Tutti romanzi dimenticabili, scritti svogliatamente come gadget del film. Poi è stato anche romanziere per conto suo e un po’ di roba è arrivata anche in Italia, sebbene molto poco nota rispetto alle sue novelization.

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      • Paolo D'Alessandro ha detto:

        Sì sapevo di quei romanzi… soprattutto di “Alien” che ebbi anche l’occasione di farmi prestare ma che poi, sapendo che non era un romanzo originale, mi rifiutai di leggere! Ora, che ho in buona parte sdoganato le novellizzazioni, una possibilità gliela darei!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il primo sicuramente merita, anche se in mano ad altri sarebbe stato molto meglio. Se ti capita, in tema alieno ti consiglio sicuramente “Alien la clonazione” di A.C. Crispin, la prova che in mano ad un bravo autore anche una storia traballante può rinascere! 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        Infatti credo che in genere Foster se la cavi meglio con materiale suo che non con le novelizations (e Alien Nation non fa eccezione)…

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  3. Pingback: Alien Nation 1 (Pocket Books 1993) | Gli Archivi di Uruk

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