Hellraiser (1987) Da 30 anni artigiani del dolore

Il 29 gennaio 1988 l’inferno si apriva ed i Supplizianti sbarcavano in Italia. Per festeggiare i trent’anni di prigionia nell’inferno del piacere ho chiamato qualche blogger a darmi una mano:

  • La Bara Volante” ricorda il film con il suo stile inimitabile
  • Storie da birreria” dove il Moro ci racconta la sua versione della storia
  • IPMP” presenta le locandine italiane d’annata

Questo anniversario è l’occasione perfetta per iniziare un ciclo… che fa male!

Oxford, metà degli anni Ottanta. Simon Sayce ha studiato arte con Faith Tolkien, la moglie del figlio del celebre autore de Il Signore degli Anelli, ed è amico del figlio di C.S. Lewis, autore de Le cronache di Narnia. Simon insomma respira fantasy e, in un paesino delle vicinanze di Oxford, trova ispirazione per una creazione particolare: la scatola di Lemarchand (Lemarchand’s box).
Nel 2017 Sayce perde la sua decennale battaglia con il male che lo divorava dentro: se non altro ha avuto il tempo di capire l’immortalità del suo lascito.

Simon Sayce non è più fra noi, ma ci ha lasciato una scatola immortale

Inizi 1987, la storica New World Pictures di Roger Corman, che ci ha regalato emozioni senza tempo – dalle donne in prigione di Big Doll House (1971) al Carradine pilota di Death Race 2000 (1975), dai pescetti mordaci di Piranha (1978) ai mutanti acquatici di Monster (1980) – sta chiudendo i battenti, frammentandosi in varie altre piccole case. Fa in tempo a regalarci Wanted (gennaio 1987) e La casa di Helen (giugno 1987).

Lo strumento con cui Roger Corman ha creato il suo mito

Riesce anche a distribuire un progetto “cotto e mangiato”. Affidandosi a minuscole case produttrici, nel 1986 il 34enne britannico Clive Barker ha girato un piccolo film quasi amatoriale, tratto da un suo romanzo breve (o racconto lungo) appena pubblicato non si sa dove, The Hellbound Heart, di cui poi nel 1988 produce anche un audiolibro in cui lui stesso legge il testo. È una roba sicuramente meno ambiziosa de La casa di Helen, è un filmetto girato con pare una milionata di dollari. Una poveracciata: che dite lo distribuiamo? Ma sì, va’…
A qualche mese dall’uscita, Hellraiser era già un culto…

Basta una grafica semplice per un titolo di culto

Il film viene presentato il 13 maggio 1987 al Festival di Cannes, per poi uscire negli Stati Uniti il 18 settembre successivo.

Clive Barker e Pinhead (Doug Bradley)

Il successo è immediato e Clive Barker diventa un divo, anche se resta umile.

«Accanito ideologo, questo giovanotto dalla faccia da bambino, capelli alla Marisa Bellisario, completini da rockstar, più che per il successo strepitoso che Hellraiser ha ottenuto tra i giovani americani è soddisfatto per il messaggio che filtra attraverso la sua opera.»

Così la giornalista Simonetta Roblony racconta Barker il 13 gennaio 1988, quando lo intervista per “La Stampa” durante un passaggio romano dell’autore in piena campagna promozionale europea. Qual è dunque questo “messaggio” che filtra attraverso il film? Lo rivela Barker stesso nell’intervista:

«Io ho sovvertito i valori classici delle storie di horror perché detesto l’idea corrente che i mostri siano fuori di noi: i mostri sono dentro e la fantasia è la parte più reale della nostra vita.»

Locandina del 30 gennaio 1988

Distribuito nelle sale italiane dalla Eagle Pictures il 29 gennaio 1988, la storica Multivision lo porta in VHS, anche in edizione economica, purtroppo senza riportare alcuna data.
La Stormovie lo porta in DVD dal 28 ottobre 2005, ristampandolo nel 2010 anche in Blu-ray, poi la Koch Media lo riprende nel 2012, sia in DVD che Blu-ray, ripresentando tutto nel 2017.

Vista così, non sembra tanto pericolosa

«Così assorto era Frank nell’enigma della scatola di Lemarchand, che non sentì la grande campana mettersi a suonare.»

Inutile girarci intorno: la vera protagonista della saga di Hellraiser è la scatola di Lemarchand creata da Simon Sayce.

«La scatola era stata costruita da un ingegnoso artigiano e il mistero era questo: sebbene gli avessero detto che conteneva meraviglie, sembrava assolutamente impenetrabile; su nessuna delle sei facce lucide e nere c’era l’ombra di un’indicazione di dove si trovassero i punti da premere per poter separare i pezzi di quel rompicapo tridimensionale.»

Questi brani – presentati nella traduzione dello storico Tullio Dobner – sono tratti da Schiavi dell’inferno, l’edizione italiana del citato The Hellbound Heart portata nelle nostre librerie da Sonzogno nel 1991: cioè la stessa data in cui l’editore Fontana presenta il testo in Gran Bretagna e HarperPaperbacks lo presenta in America (fonte: ISFDb).

Grazie al Moro scopro che originariamente questo testo appare in chiusura dell’antologia Night Visions 3 (ottobre 1986), a cura di George R. R. Martin, informazione che curiosamente non era uscita fuori, mentre scrivevo il pezzo, dagli stessi database che ora la riportano. Che siano apparsi per intervento diabolico?

Comunque Barker non sembra intenzionato a sfruttare la carta “tratto dal romanzo di”, che di solito invece piace ai produttori: la “fonte letteraria” fa sempre la sua figura da scrivere nei lanci. Barker adatta il proprio testo ma è come se tenesse separate le due storie, quando nei titoli tace ogni riferimento a The Hellbound Heart.

Che sia chiaro che è tutta farina del sacco di Barker

Ristampato da Bompiani nel 1993, il romanzo scompare dai radar italiani per riapparire solo nell’ottobre 2017, quando la Independent Legions Publishing lo fa ritradurre da Francesca Noto e lo presenta anche in edizione digitale con splendida copertina di Daniele Serra.

Malgrado tutto questo, romanzo e film hanno piccole differenze, particolari che denotano il buon gusto di Clive Barker, ben conscio – come purtroppo non lo sono molti altri – che i due media sono molto diversi e hanno bisogno di trattamenti diversi. Giusto per fare un esempio quello che nel film è la figlia di Larry nel romanzo è la segretaria, e la scelta funziona benissimo calata nelle due diverse narrazioni.
Un altro esempio è la scelta romanzata di far entrare subito in scena, già nei primissimi paragrafi, i “protagonisti occulti” della storia.

«Ancora pochi attimi e sarebbero stati lì, quelli che Kircher chiamava i Supplizianti, teologi dell’Ordine dello Squarcio, convocati dai loro esperimenti nelle sfere somme del piacere per portare la loro presenza senza età in un mondo di piogge e fallimenti.»

Nel film lo spiegone all’inizio avrebbe avuto un risultato molto meno efficace, così Barker prende una decisione a mio parere molto ispirata e spalma le spiegazioni lungo la storia, tanto che i Supplizianti arrivano solo molto avanti nella narrazione.

«Credevo di potermi fermare in tempo, e non l’ho fatto. I Supplizianti mi hanno fatto arrivare oltre i limiti, dove il dolore e il piacere sono insuperabili.»

Vieni a cena… dai Cenobiti! (ok, era più divertente nella mia testa…)

Così a metà film entrano in scena i Supplizianti, scelta del doppiaggio italiano per rendere l’originale Cenobites – scelta a sua volta seguita dal traduttore Dobner quando, nel 1991, cura il romanzo.
In realtà il termine “cenobita” è ampiamente noto alla lingua italiana da sempre – dal latino coenobita, a sua volta dal greco κοινοβίτης (koinò-, “in comune”, -bìos, “vita”) – ed indica qualcuno che si ritiri a vita religiosa in comune, contrapposto all’anacoreta che sceglie vita solitaria. Però col tempo il significato del termine si è ampliato a comprendere anche ordini non strettamente religiosi – o comunque non di quella religiosità come la intende la Chiesa – e per esempio quando Pitagora fondò la sua setta, il cui unico maestro spirituale era Pitagora stesso, gli adepti fra i vari nomi avevano quello di Cenobiti.

Ha un saio, vive con i suoi simili e ha fatto un voto: un vero cenobita

Entrambe le accezioni si legano all’invenzione di Barker, che infatti chiama i suoi cenobiti «teologi dell’Ordine dello Squarcio» (theologians of the Order of the Gash), quindi il riferimento ad un ordine religioso è ben chiaro. La traduzione italiana più corretta sarebbe stata «i cenobiti, teologi dell’Ordine dello Squarcio», ma visto che il termine italiano è ormai rarissimo, sarebbe stata giusta addirittura l’accezione «i monaci», ma alla fin fine è pienamente funzionante l’invenzione Suppliziante, che sostituisce un termine generico con un riferimento ben chiaro fin da subito al culto professato da questi particolarissimi monaci.

«Abbiamo tante cose stupende da mostrarti»

Un nome alternativo usato dal romanzo è hierophants, che Tullio Dobner traduce con «gerofanti», termine certo non più noto di cenobiti e che poi in realtà sarebbe meglio nell’accezione «ierofanti». Anche qui abbiamo un chiaro riferimento alla sacralità, visto che il termine deriva dal greco ἱεροϕάντης (ieròs-, “sacro”, -fàino, “mostrare”), «Nella Grecia antica, il supremo sacerdote addetto ai misteri eleusini cui spettava, fra l’altro, il compito di mostrare oggetti sacri nei momenti culminanti dei riti iniziatici, e di pronunciare alcune formule sacre» (dal Vocabolario Treccani).

«Ma chi siete?»
«Esploratori delle più remote regioni dell’esperienza. Per alcuni, dèmoni: angeli, per altri. Tu hai aperto la scatola: devi venire con noi a provare i nostri piaceri. Niente lacrime, per favore: non si deve sprecare così la sofferenza.»

«Oh, no tears, please. It’s a waste of good suffering»

Come ogni storia geniale, la trama è semplice. Larry Cotton (Andrew Robinson) e sua moglie Julia (Clare Higgins) prendono possesso della casa di famiglia, dove tempo addietro abitava l’ormai scomparso fratello di Larry, Frank Cotton (Sean Chapman).
Durante il trasloco Larry si ferisce e dalle gocce di sangue cadute al suolo trae linfa vitale l’anima dannata e suppliziata di Frank per tornare su questo mondo, sfuggendo al controllo dei Supplizianti.

Guarda, cara: gli anni Ottanta e le sue assurde pettinature.

Julia non ama suo marito, non l’ha mai amato: da sempre il suo cuore (e il suo corpo) vibra per Frank. Quando scopre il suo atroce destino decide di aiutarlo. Ed aiutarlo significa trovare nuovo sangue e carne da sacrificare, perché il sangue e la carne di Frank risorga a nuova vita.

Buona… cattiva… Sono solo la donna col martello. (Semi-cit.)

Questa immonda transustanziazione vìola ogni principio religioso e Dio è lontano, in questa storia. La statua di Gesù nascosta nell’armadio, usata come geniale jump scare nel finale, testimonia come ogni divinità sia lontana: a curare il culto ci sono solo i cenobiti e i loro piaceri dei mille dolori.

Applausi per il direttore della fotografia

Attirati amanti nella stanza oscura dove si nasconde il mostruoso Frank (interpretato in modo magistrale da Oliver Smith, caratterista di lunga data), Julia li ammazza a martellate mentre il suo amante ne divora l’essenza per tornare umano. Anche se ormai di umano non ha proprio più nulla.

«Touch me, baby, tainted love»

La situazione crolla quando Kirsty (Ashley Laurence), figlia di Larry e nipote di Frank, scopre tutto e per puro caso aziona la scatola di Lemarchand. I Supplizianti stanno per prenderla quando lei stipula un patto con loro: se la lasciano stare, rivelerà dove si nasconde Frank così che potranno riprenderlo.

Ok, questo trucco fa davvero schifo… ma nel senso buono!

Dei cenobiti potete pensare quel che volete, ma essendo un Ordine religioso quando dànno la propria parola la mantegono: il patto è stipulato. Oppure no?

Un cenobita dell’Ordine delle Dita in Bocca

Come dicevo, le esigenze cinematografiche sono molto diverse da quelle narrative, così mentre nel romanzo i Cenobiti rispettano il loro patto, nel film invece fanno gli infami e vogliono lo stesso portarsi via Kirsty, così da allungare il minutaggio con vari scontri finali che permettano effetti speciali aggiuntivi. Mentre infatti il romanzo è più “serio”, Barker nel film si lascia andare alla comunque divertente sequenza di scene con Kirsty che fa fuori i Supplizianti agitando la scatola di Lemarchand come se fosse una pistola laser…
Sicuramente un’idea buona a livello visivo ma che in un romanzo avrebbe stonato e infatti Barker dimostra di conoscere molto bene i due linguaggi che sta maneggiando in contemporanea.

Che sia una scatola jedi?

Hellraiser è un piccolo gioiello che dimostra quanto siano assolutamente inutili grandi fondi per creare un grande film: il cinema di oggi, alla canna del gas, dovrebbero solamente prendere appunti.

Altro che cubo di Rubik…

Barker da solo ricopre i ruoli di regista appassionato e sceneggiatore ispirato, poi sa qual è la moda degli anni Ottanta (quello splatter che sui giornali i critici bravi insultano come fosse la peste bubbonica ma che la gente fa a botte per pagare un biglietto e gustarselo) e chiama Bob Keen, perché un qualsiasi film horror deve avere uno che sappia crearti il mostro giusto.
Il britannico Keen si è fatto le ossa come “ragazzino di bottega” a costruire modellini per Star Wars (1977) e Alien (1979), giusto per far capire di che tipo di professionalità stiamo parlando. Quando Barker lo chiama ha giusto curato gli animatronics de La storia infinita (1984) e i make-up di Space Vampires (1985) e Highlander (1986). Un tipetto in gamba.

Mi manca giusto un pezzo con un occhio…

Eccolo! Ho finito il puzzle!

Con un esercito di grandi professionisti, Keen crea un universo visivo che ancora oggi è di altissima qualità e assolutamente imbattuto. (Ed imbattibile, oggi che che si fa tutto col PC quindi è tutto un cartone animato.)

Oliver Smith è leggermente perfetto in questo ruolo

Una trama semplice ma perfetta, che preveda un’economica location unica, un team di tecnici dalle mani d’oro, attori più che convincenti e ad arricchire tutto una splendida colonna sonora firmata da un 29enne Christopher Young, che aveva già composto qualche scherzetto tipo Nightmare 2 (1985) e Morte a 33 giri (1986): un altro ragazzetto in gamba…
Più la formula è semplice, più è difficilissimo metterla in pratica: superato il Duemila, quale film può vantare un insieme di elementi anche solo vagamente simile a questi? Sono professionalità dimenticate perché tanto si fa tutto al computer. Il risultato verrà dimenticato venti giorni dopo? Meglio, così nessuno si accorgerà dei reboot che verranno girati…

Che darete per giocare con questa mitica scatola?

Come ogni caposaldo, anche Hellraiser ha dato vita a frammenti sparsi, nati dal grande successo del primo film ma che non sanno ripeterne le gesta. Ogni lunedì li presenterò sul Zinefilo, quindi fate scorta di Vicodin per la venuta degli artigiani del dolore…

L.

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43 risposte a Hellraiser (1987) Da 30 anni artigiani del dolore

  1. Pingback: Hellraiser (1987) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  2. Zio Portillo ha detto:

    Giusto due parole al volo prima di cominciare una giornata infernale (tanto per restare in tema…). Film che vidi da ragazzino (Notte Horror?) e che mi mise una paura fottut@ tanto che per anni non ne volli più sapere. Però pochi anni fa (2013) in pieno trasloco ripresi in mano tutta la saga. Sarà bello cominciate i lunedì commentando questa saga (che svacca… Purtroppo!).
    Ma questo primo capitolo è una bomba, come fai giustamente notare. Tecnici artigiani che con delle mani d’oro costruiscono letteralmente il film pezzo pezzo. Una trama semplice ma con l’idea vincente che fa saltare il banco. Ma a farla da padroni sono i “mostri” che sono da 30 anni nell’immaginario collettivo. Avercene di idee così oggi…

    Complimenti per il post Lucius. Dopo leggo anche gli altri blog…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Guardando i miei appunti, era il 2010 quando mi sono sparato la maratona di 7 Hellraiser, soffrendo parecchio ma non scrivendo una sola parola di recensione. Questo anniversario mi permette rimediare a quella “mancanza” ^_^
      Grazie dei complimenti e, se non l’hai già fatto, ti consiglio il romanzo: riletto ancora nel 2018 non ha perso una goccia del suo sangue!

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  3. Cassidy ha detto:

    Credevo che la scatola di Lemarchand fosse un invenzione di Clive Barker, vedi? Ne ho imparata un’altra grazie! Devo dire che sono sempre stato un lettore di Barker distratto, quindi ho apprezzato molto questo tuo post con porzioni di libri, per rinfrescarmi la memoria. Ho avuto un periodo in cui leggevo tutto quello che trovato di Barker, in maniera rigorosamente disordinata 😉

    Dici bene, quanti piccoli film, dal budget modesto sanno creare questa iconografia? “Hellraiser” apre una porticina su una dimensione (di dolore), i film di oggi una mossa così se la scordano. Per il resto, considerando quanto mal sopporto i martellanti artigiani dei divani, mi hai regalato una gioia, da oggi posso sperare che in ogni nuovo spot pubblicitario, spunti Pinhead a portare tutti, divani compresi dentro la scatola di Lemarchand 😛 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahaha Pinhead che si porta via quei noiosissimi divanari sarebbe davvero un sogno 😀
      Essendo Sayce un tipo molto sfuggente in pratica si è parlato di lui al momento della sua morte, nel giugno 2017, quindi l’unica specifica che ho trovato ben chiara è che per i primi due film è sua la grafica della scatola – poi arriva un altro di cui ora mi sfugge il nome, ma lo vedrò quando arriverò al terzo film.
      Però si parla della costruzione fisica e della grafica della scatola di Lemarchand: credo che l’idea di una scatola che apra le porte dell’inferno sia tutta di Barker. Immagino che abbia incaricato Sayce di costruirla in occasione del film, ma purtroppo della lavorazione del primo Hellraiser non sono riuscito a trovare chicche chiccose da raccontare 😛

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Ricordo che tempo fa ho trovato un sito che vendeva scatole di Lemsrchand su ordinazione, di diverse forme, ma tutte con decorazioni simili. Anche avendo i soldi, col cavo che ne comprerò una!
    Comunque, non si può negare il mostruoso impatto generato da quest’idea nel mondo della cultura popolare, a meno che i cenobiti non ti abbiano strappato via gli occhi: una scatola di Lemarchand appare al volo anche nella serie di Scooby-Doo più bella di sempre!

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Da appassionato di Hellraiser…clap clap! (per ora ho letto “di fretta” ma son già soddisfatto in attesa di lettura più attenta) 🙂
    E…non ho dubbi. I prossimi lunedì ho un appuntamento fisso…su queste pagine! 🙂

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  6. rikynova83 ha detto:

    Bellissima la locandina del Capitol: erano quelle pubblicate sui giornali, vero? Da piccolo adoravo vedere spuntare le locandine tra le pagine dei quotidiani. I teologi dell’Ordine dello Squarcio suona benissimo 😀

    Mi è sempre piaciuta una cosa di Hellraiser: il fatto che, a differenza ad esempio di Freddy Krueger, i Cenobiti hanno bisogno della malvagità umana. I veri cattivi sono Frank e Julia, senza dubbio.

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, sono locandine dei giornali dell’epoca: da ragazzo adoravo cercarle, e appena qualcuno lasciava in giro un quotidiano arrivavo io a strappar via locandine dalla pagina dei cinema 😛
      Ci ho aperto un blog apposta che ha superato le mille locandine di questo genere, giusto per far capire quanto la cosa mi piaccia “uno zinzinino”.
      Sì, la grande idea di Barker è proprio quella che non bisogna aver paura dei Supplizianti ma delle persone orribili che li invocano.

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  7. Sam ha detto:

    Io ho sempre trovato il primo film una boita pazzesca, tante erano le idiozie presenti_ e l’omaggio di Scooby Doo sembra eesere d’accordo con me citando la scena più scema di tutte.
    Parlo di quando la protagonista evoca i Cenobiti, poi scappa chiudendo la porta, poi scendendo le scale pensa un attimo alla loro proposta, torna indietro , apre la porta e loro sono ancora lì, iimmobili come statue.
    Arcidemoni della mutua, che se non li gradisci, basta chiudergli al porta in faccia per non avere più noie.
    Ovviamente nessuno ha ancoa citato “la mano di Dio” del manga di Berserk, l’imitazione più famosa dei personaggi di Barker ( con una spruzzata del “Fantasma del Palcoscenico” di de Palma )

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Fermo restando che non discuto i gusti, però non ho notato alcuna “idiozia”, soprattutto per un film horror, dove cioè comunque le regole della vita “normale” vanno un po’ rielaborate.
      Avendo rivisto il film proprio questi giorni, posso assicurarti che non esiste la scena che citi, a meno che tu non abbia visto una qualche Director’s Cut. Nel romanzo Frank aziona la scatola e poi parla con i Supplizianti, mentre nel film non vediamo cosa gli succede: ci verrà spiegato in seguito. Non si può rifiutare l’offerta dei cenobiti, né con la porta aperta né con la porta chiusa: Kirsty riesce ad evitare il supplizio perché offre loro una preda più ambita, cioè lo zio Frank, altrimenti toccherebbe anche a lei seguirli.
      Poi, per carità, come dicevo ognuno ha i suoi gusti, ma Hellraiser è un signor horror davvero al di sopra della media della sua epoca, e gagliardo ancora oggi 😉

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      • Sam ha detto:

        Guarda saranno 20 anni che non lo rivedo er forse ricordo male i particolari: ricordo solo ( era su Tele+ in italiano) ceh Kristy acappa appena vede i cenobiti, gli chiude la porta in faccia, elì che sta per scappare , poi torna, apre la porta e gli fa la proposta. Trovai tutto molto stupido all’ epoca ( forse perché non lo vidi da ragazzino su Odeon e simili ma già ventenne ). Non so, forse gli ridarò una chance in occasione dell’ anniversario.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Una chance gliela ridarei, anche perché la scena che descrivi, avendola rivista da poco, non fa pensare che la donna si possa salvare solo chiudendo la porta, infetti i cenobiti sono nella stanza anche se lei ha chiuso il varco del mostrone 😉

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  8. loscalzo1979 ha detto:

    ecco, tu sei praticamente riuscito a spiegare Hellraiser.
    E a non farne perdere un briciolo di quello che ha creato come impressioni, paure, immaginari e ispirazioni nel cinema, nel fumetto e in tantissimi altri campi.

    Chapeau.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ehi, grazie ^_^ E’ un piccolo gioiello che esalta parecchio: a memoria temo che i sequel non ne siano all’altezza, ma ho buone speranze con i fumetti (passati e presenti), che mi appresto ad affrontare 😉

      Piace a 1 persona

      • Giuseppe ha detto:

        Da quello che sono riuscito a leggere qua e là credo non ne rimarrai deluso (e certamente ci scapperanno degli ottimi post al pari di questo) 😉
        Quanto ai sequel di Hellraiser cosa dire, se non che -col senno del poi- la VERA saga sarebbe stato meglio farla chiudere con l’ancora più che dignitoso terzo capitolo… invece si è preferito continuare a vivere di rendita fino ad arrivare a un supplizio insopportabile persino per un Cenobita, e cioè l’ultimo incredibile “Revelations” (tanto insignificante da rendere i quattro capitoli precedenti degli autentici capolavori, a confronto) 😦

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mi appresto al sublime supplizio 😛

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  9. Nick Parisi ha detto:

    Che bella questa collaborazione tra blogger, faccio i miei complimenti a tutti voi tre.

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  10. Ivano Landi ha detto:

    Ho letto con interesse qui, però dopo aver letto da Cassidy, così quel poco che avevo da dire sull’argomento l’ho schiaffato di là. Ne approfitto quindi per comunicarti che ieri ho visto il mio amico come da programma, ma che purtroppo ha venduto entrambe le copie del cineromanzo (dopotutto vende per lavoro). In compenso mi ha autorizzato a passarti il suo indirizzo e-mail per richiesta di info sull’argomento JG, con preghiera di farne uso moderato. Te lo comunico alla prima occasione in cui apro la mia casella postale. Mi ha anche detto che gli era già capitato di transitare sul Zinefilo.

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  11. Evit ha detto:

    Ottime note sull’adattamento. Tra cenobiti e ierofanti mi sono acculturato un po’! Dovevi intitolarlo Hellraiser – tra cultura e supplizio.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaah per carità, qui non si fa cultura ma ricerca, ci tengo a differenziare 😛
      Anche perché ero convinto che il termine “cenobiti” fosse stato inventato per Hellraiser, quindi è stato bello scoprire quanto l’italiano sia più ricco di quanto ne sappiano gli italiani.

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  12. Pingback: Hellraiser 2 (1988) Prigionieri dell’inferno | Il Zinefilo

  13. Pingback: Hellraiser 3 (1992) Inferno sulla città | Il Zinefilo

  14. theobsidianmirror ha detto:

    L’inizio di questa serie di post è davvero immensa: l’etrusco ai suoi massimi livelli !
    Un film quasi perfetto, se non fosse per quelle capigliature anni Ottanta che anche tu hai fatto notare…. ma d’altra parte Julie è il personaggio che tutti devono odiare, per cui è molto più facile se metti lì un’attrice che era cessa anche all’epoca (non voglio nemmeno pensare che non fosse stato così) .
    Da notare che qui è stato corretto il clamoroso errore che fece Clive Barker nel consegnare il ruolo di protagonista positiva ad una trombamica di Larry: molto più azzeccata (e logica) la trasformazione di Kristy in figlia/figliastra.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, spero di riuscire a trovare materiale chiccoso da presentare anche per i successivi episodi 😉
      Barber come regista mi piace molto, era facile sbagliare la scena della resurrezione invece è qualcosa che secondo me funziona benissimo ancora nel 2018! Peccato che i seguiti non si sia sporcato le mani a girarli…

      Mi piace

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  22. Austin Dove ha detto:

    Ho finalmente letto Schiavi dell’inferno se ti può interessare^^

    Piace a 1 persona

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