[Novelization] Nome in codice: Broken Arrow (1996)

Cito questo libro ogni volta che devo fare un esempio di novelization spettacolare, decisamente migliore del film stesso. Purtroppo non è un romanzo noto né facilmente recuperabile, ma è fra le migliori novelization che io abbia mai letto: ogni pagina è mozzafiato e arricchisce tantissimo rispetto alla storia vista in video.

Sto parlando ovviamente di Nome in codice: Broken Arrow (Broken Arrow, 1996) di Jeff Rovin, dalla sceneggiatura originale di Graham Yost per il film omonimo diretto da John Woo. L’unica edizione italiana nota è quella “Segretissimo” n. 1341 (settembre 1997). Dimenticate i noiosissimi romanzi di Alan Dean Foster: questo è il modo giusto di scrivere novelization!

La traduzione è a cura dello storico Marcello Jatosti, firma illustre della collana Mondadori.


Nome in codice: Broken Arrow


1

La palestra della base Air Force Whiteman, nei pressi di Knob Noster, Missouri, era vividamente illuminata da schiere di lampade fluorescenti sospese al soffitto.
“Troppo” vividamente, pensò Vic Deakins, mentre girava attorno all’avversario, più alto di lui e più giovane di dieci anni.
In quella luce bianca, abbagliante, Deakins poteva distinguere ogni ruga, ogni ciocca di capelli sudati, ogni goccia di traspirazione sul volto duro di Reilly Hale. Deakins non voleva quei dettagli. Voleva l’uomo tutto intero: il tipo scuro, quasi brunito, che si muoveva fluido, danzava, affondava. L’anima viva di quell’uomo. Non sapeva che farsene di quei particolari, di quei tratti marcati così nettamente da non somigliare al volto di un pugile, ma solo a una maschera grottesca.
Attorno al ring, piloti, meccanici e controllori di volo sollevavano pesi, si allenavano al sacco e praticavano il Tai Chi. Deakins vedeva chiaramente anche loro, e ne detestava le muscolature pompate, i lineamenti esagerati, le mosse ripetitive. Sembravano sagome da tirassegno gonfie di vesciche.
“Non è così che dovrebbe essere” pensò.
Nel quartiere di Hell’s Kitchen, a Manhattan, dov’era cresciuto il maggiore, le palestre che frequentava lui erano palestre autentiche. Per soli pugili. Lì sentivi davvero l’odore dei corpi, il sudore, i cuori che battevano rabbiosi. Era come la gabbia delle scimmie, allo zoo, fetida ma viva; non come questo tempio antisettico del fitness, dove gli esercizi cardiovascolari servivano a far circolare il sangue, non a forgiare il carattere.
La luce, a quei tempi, era giallognola e fioca, diffusa da poche deboli lampadine che pendevano da lunghi fili. Ogni tanto sfrigolavano, investite dal sudore che schizzava da una testa sferzata da un pugno, da un braccio possente che saettava per colpire.
“Ma c’era più luce sui ring che nelle zucche di quegli ottenebrati” pensò Deakins con nostalgia. Difficile stabilire chi fosse il più tonto. Eppure, quei ragazzi avevano un cuore così. Come il peso welter Bobby Prewitt, tagliente e assetato di sangue come un rasoio. E scaltro. Anni prima di Mohammed Ali, già faceva la guerra psicologica agli avversari. E poi c’era Dick C. Wells, un armadio di due metri con una combinazione bruciante, affondo sinistro, montante destro, gancio sinistro che ti scuoteva fino alle fondamenta, come un’onda tellurica.
Ma la maggioranza dei brocchi che finivano stesi sui tappeti macchiati di sudore e sangue, o scaraventati contro i paletti del ring, non erano furbi, né svelti, né resistenti. In capo a tre riprese, le braccia gli penzolavano dalle spalle come filoni di pasta lievitata.
Se avevano una cosa, era l’amore per la competizione, e da quello traevano animo e grinta e quel po’ di adrenalina in più che gli permetteva, poi, di guardarsi allo specchio e sentirsi uomini. La dignità che la vita portava via loro, quando spazzavano i pavimenti dei cinema o strillavano i titoli dei giornali fuori delle metropolitane o sudavano nei vapori di grasso sfrigolante degli hamburger… la ritrovavano lì, sul ring.
Deakins voleva un gran bene a tutti quei ragazzi, e gli mancavano. Ma soprattutto gli mancavano quei tempi. Adesso, non solo le palestre erano ambienti sterili, ma gli stessi frequentatori non erano atleti. Erano creature d’argilla, scolpite a forza di programmi informatizzati, di steroidi e di vanità. E il ring era senz’altro peggio. Caschi, dentiere e conchiglie servivano a parare colpi che un tempo testa, corpo e spirito sapevano incassare, e c’era perfino una strizzacervelli dell’Air Force che veniva ad accertarsi che lo sport di Jim Corbett e Rocky Marciano, di Sugar Ray Robinson e Leonard, non stesse creando una razza di psico-guerrieri col cervello in pappa.
“Come se non ci pensasse già il mondo” rifletté Deakins mentre fintava un destro e quindi sparava un sinistro solido come un mattone all’ingenuo Hale.
Hale aveva spostato la testa sulla sinistra di Deakins, per evitare il destro. Il sinistro lo centrò allo zigomo, bloccò la testa con un tonfo sordo e la fece scattare incontro a un nuovo destro di Deakins. E stavolta non si trattò di una finta.
Imbroccare una bella combinazione come quella riportò i pensieri di Deakins sul ring, su “questo” ring. Guardò Hale. Coi capelli neri tagliati corti, la faccia rotonda, le orecchie a punta e gli occhi stretti, gli ricordava un elfo. Un elfo non molto felice, al momento.
— Okay, capito cos’è successo? — gli chiese con un sorrisetto sfottente.
Hale scrollò la testa più volte. Sprizzava sudore come un innaffiatoio. — Quel che è certo è che mi hai preso — bofonchiò.
— Eh già, ti ho preso, caro il mio Cartesio — disse Deakins, molleggiandosi sulle unte dei piedi. — Due volte. Sanguini, dunque sei. È successo che ti ho fregato. T’ho costretto a spostarti a sinistra, t’ho colpito, e poi ho potuto usare il destro a piacimento. Morale? Picchia duro e non pensare, testone.
Deakins fece partire un gancio destro. Hale spostò la testa a sinistra, si fermò sentendo arrivare un sinistro sibilante e scartò sulla destra. Restò inchiodato da un montante micidiale.
— Fregato di nuovo! — gongolò Deakins, danzando ancora più in alto.
— Divertiti pure, sono il tuo punching-ball — disse Hale.
— Sei solo un po’ lento di comprendonio. Vedi, tu ti aspettavi lo stesso trucco, perciò stavolta sono andato a fondo col destro. È tutto qui il pugilato, amico. Fai credere all’avversario che stai per fare una cosa, e invece ne fai un’altra. Come Ali nello Zaire, 1974. Te lo ricordi?
— Avevo sei anni, nonnetto.
— Peggio per te — replicò Deakins. — Noleggiati la cassetta. Ali l’ha fregato facendo la commedia.
— Cioè? — chiese Hale da dietro ai guantoni.
Deakins abbassò le braccia. Le tenne ciondoloni sui fianchi, come uno scimpanzé. Sgonfiò il petto glabro e lasciò uscire in fuori la pancia. Ondeggiava la testa da un lato all’altro.
— Coraggio, picchia — incitò.
— Come no.
— Sul mio onore di scout — giurò Deakins. — Non ti metto al tappeto. Prova un bell’uno-due.
Hale serrò le labbra, aggrottò le sopracciglia e fece partire un robusto montante sinistro. Deakins spostò la testa dall’altro lato. Quando Hale fece seguire un gancio destro, Deakins alzò le mani davanti alla faccia e parò il colpo coi guantoni.
— Visto? — disse abbassando i pugni. — Tu hai solo sprecato energie e intanto io ne ho approfittato per rifiatare un attimo. Proprio come nello Zaire. Tutti pensavano che Ali non reggesse più. Che fosse agli sgoccioli. Eh, no. Stava solo lasciando stancare Foreman. Si arriva all’ottava ripresa, Ali comincia a menare, il povero George ha finito la benzina: Ding ding!
— Fine dell’incontro — disse Hale.
— Cominci a imparare — commentò Deakins.
Hale mosse la mascella su e giù. Fece una faccia costernata e si sentì uno scrocchio sonoro.
— Comincio anche a non sentire più il lato sinistro della faccia — si lamentò. — Ma non è nulla di grave, no?
Deakins ridacchiò. — È quel che la nuova razza di pugili chiama reazione allo choc superfi…
Il colpo del guantone sinistro di Hale ricacciò in gola a Deakins il resto della frase e gli fece ruotare la testa di scatto. Il destro a seguire lo investì in pieno mento.
Deakins arretrò, molle sulle gambe. Aveva smesso di ridere.
— Capito cos’è successo? — lo sfotté Hale. — Non mi hai messo al tappeto.
Il gelo scese sui tratti spigolosi di Deakins; guardò Hale come un segugio che punta la preda.
— Eh, già — sibilò. I bicipiti si tesero, mentre sollevava le braccia. I pugni descrivevano piccoli cerchi insidiosi. — Non commetterò di nuovo l’errore.
Hale gonfiò gli addominali e si riparò dietro ai guantoni. Respirava col diaframma, non col torace, per non restare senza fiato se veniva colpito al petto.
— Non perdere tempo con la commedia — lo avvertì Deakins. — Tu non sei Ali.
Hale non rispose. Sferrò un diretto sinistro, seguito da uppercut destro. Deakins schivò il diretto, ma l’uppercut andò a segno, seppur debolmente, perché aveva fatto un passo indietro. Stava ancora arretrando quando Hale lo centrò in pieno con un gancio sinistro.
Deakins accusò il colpo. Dovette piantare i piedi per non finire giù.
Hale abbassò le braccia e trasse un profondo respiro.
Ma prima che potesse esalarlo, Deakins si era ripreso abbastanza per far partire un montante destro che fece vacillare l’avversario. Senza dargli il tempo di riaversi, Deakins andò sotto con una scarica di montanti e colpi incrociati che costrinsero Hale alle corde, chiuso dietro ai guantoni.
Deakins sbuffava a ogni colpo, ignaro della folla che si andava radunando attorno al ring, chi per lanciare strepiti d’approvazione, chi per incitare Hale. Un sacco di quella gente ce l’aveva con lui, ma Deakins se ne infischiava altamente. Molti li aveva battuti a poker, o scavalcati ottenendo una missione di volo, o aveva dato loro una bella ripassata proprio lì, sul ring. Un vincente non faceva la gioia di nessuno, a parte quella della sua mamma.
Deakins andò sotto a Hale, mentre quello si spostava sulla sinistra, verso il suo angolo. Un diretto destro gli fece uscire il sangue dal naso.
— Stai sanguinando — ruggì Deakins. — E quello è sempre l’inizio della fine.
— Ehi, Deak! — gridò qualcuno. — Dàgli un po’ di respiro!
Deakins arretrò, mulinando i pugni ancora più rapidamente. Hale fece un passo avanti e alzò la guardia, anche se non era più salda e sicura come prima.
— Ti voglio dare una piccola dritta — disse Deakins, l’ombra di un sorriso di nuovo sulle labbra. — Non guardare le mani. Guarda le spalle. È da lì che nasce il colpo.
Illustrò il concetto con un montante destro che fece schizzare il sudore fino ai sacchi d’allenamento.
— Ho reso l’idea? — chiese.
Hale arretrò ancora, a soli due passi dal paletto d’angolo.
— Stavi guardando le mani — lo punzecchiò Deakins. — Riproviamoci. Sei pronto?
Hale assentì in silenzio. Deakins fintò un uppercut sinistro e mise a segno un diretto destro.
Hale vacillò all’indietro, ma rimase in piedi. Aveva sempre quell’aria da cane bastonato, più che mai avvilito.
— Avanti, concentrati. Pronto? — chiese Deakins.
Fintò due colpi, un diretto sinistro e un affondo destro, poi centrò il bersaglio con un gancio sinistro.
— Le spalle — disse. — È lì che riconosci le finte dai colpi veri. Pronto?
Hale aggrottò le sopracciglia. La pelle dei guantoni si tese, mentre serrava i pugni e annuiva.
Deakins fintò un sinistro. Hale teneva gli occhi fissi sulle sue spalle, e non si muoveva. Intravide uno spiraglio nella guardia dell’avversario e tentò di approfittarne per far passare un diretto destro. Deakins fu colto di sorpresa, ma aveva abbastanza spazio per balzare indietro, fuori portata, e poi farsi sotto di nuovo. Venendo avanti, mise tutta l’energia in un montante destro.
Hale era in trappola e, a giudicare dalla sua espressione disperata, Deakins capì che se ne rendeva conto. Hale non sarebbe riuscito ad alzare i guantoni abbastanza alla svelta per proteggersi; sembrava Yul Brynner che stava per vedere richiudersi il Mar Rosso sui suoi carri. Non poteva far altro che incassare il colpo che stava arrivando. E quello che stava arrivando era un montante destro che partiva da poco sopra al ginocchio di Deakins per approdare sulla bocca di Hale, come il bacio di una palla da demolizione. Hale si abbatté contro il paletto, cercò di reggersi alle corde coi guantoni, ma riuscì solo a rallentare la caduta, non a evitarla. Il sangue fiottò dall’attaccatura di un dente, gli riempì la bocca, gli ruscellò sulla guancia.
Deakins torreggiava sopra di lui, la rabbia ormai sfogata. Fece segno col braccio, e uno degli altri pugili salì sul ring per slacciargli il guantone.
Allora Deakins tese la mano a Hale, che si schermì. Deakins ignorò il gesto e lo aiutò ad alzarsi.
— La regola del ring — disse — è che quando ti togli i guantoni il combattimento è finito. Dimenticato.
Hale si sporse in fuori dalle corde, mentre un militare gli slacciava i guantoni. Quando se li fu tolti, uno dei colleghi gli lanciò un asciugamano intriso di sudore, che lui si premette tra il labbro inferiore e la dentiera.
— Okay, è dimenticato — disse togliendosi di bocca l’asciugamano. Si tastò con prudenza il dente per essere sicuro che fosse ancora attaccato. — E posso dimenticare anche la sofferenza?
Deakins rise mentre aiutava Hale a passare tra le corde. — Solo quando crepi, amico mio — rispose. — Solo allora.

2

Il getto d’acqua, nelle docce degli spogliatoi, non aveva mai abbastanza pressione per tonificare la pelle indolenzita, né era abbastanza bollente per ravvivare lo spirito avvilito. Ma oggi, seppure tiepido ed esitante, era proprio quel che occorreva a Hale per risciacquarsi la bocca martoriata e rinvigorire le braccia stanche.
Una volta a settimana, da cinque mesi, Hale e Deakins salivano regolarmente sul quadrato. Per tenersi in forma, diceva Deakins. E una volta a settimana, Deakins gli dava una lezione sull’arte pugilistica. Come si incassa un pugno, come ci si molleggia sulle ginocchia, come ci si protegge il mento: il tutto illustrato a suon di cazzotti.
Hale non sapeva bene nemmeno lui perché aveva accettato, al di là del fatto che Deakins era un collega che aveva bisogno di uno sparring-partner e che scommetteva venti a uno su ogni incontro. D’altronde, era meglio qualche livido piuttosto che avere accanto un Deakins avvilito o irascibile, quando sedevano assieme in cabina di pilotaggio. E tuttavia, in quel momento si chiedeva perché non potevano farsi due tiri a canestro o una partitina a tennis come tanti altri piloti. Hale non stravedeva neanche per quegli sport, ma un pollice pesto o una pallina schizzata tra capo e collo non facevano così male.
“Tiriamo di boxe perché a Deak piace fare le cose dove riesce meglio” si disse. “E perché gli piace vincere.”
Per questo Deakins era un pilota d’eccezione. Per questo si era preso una brutta depressione quando non era riuscito a superare il concorso per entrare al Pentagono. E per questo Hale aveva accettato di incrociare i guantoni con lui, per aiutarlo a uscire dal tunnel. La terapia sembrava funzionare, anche se Hale si domandava se gli sarebbero rimasti ancora dei denti o una fisionomia riconoscibile, una volta che l’amico fosse guarito.
Deakins era uscito per primo dalla doccia. Si stava già infilando la tuta sulla panca, sotto una spia antifumo. Hale entrò nello spogliatoio semideserto, un asciugamano avvolto alla vita. Sul petto robusto, non troppo gonfio di muscoli, aveva i segni rossi di un paio di colpi che si era beccato all’inizio, durante il riscaldamento. Non gli facevano male… per ora. Doveva solo aspettare l’indomani. Le conseguenze si facevano sempre sentire dopo, come quando incassi un calcio nelle palle.
Benché Hale non avesse mai dato a Deakins la combinazione, la porta del suo armadietto, come al solito, era aperta. L’interno era tappezzato di fotografie di aeroplani rari, dall’SR-71 al Super Mirage 4000; l’unica foto sexy era quella della top model Ruth Springer, ed era lì solo per via dell’F-117A sulla pista alle sue spalle.
Deakins osservò Hale mentre si sedeva e buttava un mucchietto di vestiti sulla panca, accanto a sé.
— Gesù — brontolò Hale. — Devo pure stare a guardarti mentre fumi, dopo che me le hai suonate?
— Sicuro. Al danno aggiungi la beffa, figliolo: è il mio motto.
Hale cercò di dissipare la nuvola di fumo e sbirciò nell’armadietto di Deakins, spoglio e ordinato con una precisione Zen.
— Ma lo sai come ti si saranno ridotti i polmoni? — chiese.
— Neri e orrendi, come la mia anima — rispose Deakins. — Okay, la prossima volta che ci troviamo a precipitare, senza carburante, possiamo sempre confrontare i polmoni. Come se facesse qualche differenza.
— Solo perché viviamo nel rischio, non è detto che dobbiamo fotterci l’organismo — controbatté Hale. — E comunque, qui dentro non si dovrebbe fumare.
— Già, l’ho sentito — replicò Deakins. — Allora, che vuoi fare… suonarmele?
— Un giorno o l’altro lo farò — promise Hale. Allungò la mano verso il compagno. Tra indice e medio stringeva un biglietto da venti dollari. — Nel frattempo, ecco qua.
Deakins strizzò gli occhi, nel fumo. — Nossignore. Non posso accettarli, ragazzo mio. Non oggi.
Hale insisté. — Pigliateli e chiudi il becco.
Deakins alzò una mano. — No, davvero. Non posso. Mi sento in colpa. Quante volte abbiamo combattuto, e quante hai vinto tu?
— Un fantastiliardo, e mai — rispose Hale. — Dài. Tanto mi bastano due vittorie per rifarmi. Prenditi i quattrini, scemo.
Deakins sogghignò. — Se proprio insisti. — Infilò i soldi nel taschino della tuta di volo.
Hale cominciò a vestirsi. Si muoveva con lentezza.
— Lo sai perché ti batto? — chiese Deakins.
— Perché tiri di boxe da vent’anni e sei molto più bravo di me? — suggerì Hale.
Deakins scrollò la testa. — Perché non ti accanisci abbastanza.
— Stronzate — disse Hale.
— No, davvero. Ti manca la voglia di vincere.
Hale sbuffò. — Mollami, Deak. La tua sottile psicologia non la digerisco proprio.
— Guarda che non dico cazzate — riprese Deakins. — Oggi mi avevi in pugno. Mi hai sorpreso con quel montante destro e poi mi hai affibbiato un gran gancio sinistro. Potevi mettermi al tappeto. Ma non sei andato fino in fondo.
Hale alzò una spalla. — Era un semplice allenamento.
Lo sguardo di Deakins si fece più duro. — Eh, già. Se la pensi così, è chiaro che perdi. La vita non è un allenamento, Hale.
— Devo averlo visto scritto su qualche maglietta, non so dove — commentò Hale.
Deakins scosse il capo. — Lo sai qual è il tuo problema?
— Me l’hai appena spiegato — rispose Hale, chinandosi per infilare i calzini. — Non mi accanisco abbastanza.
— Non stavo parlando della boxe — precisò Deakins. — Il tuo problema è che non lotti per “niente”. Ti ricordi quella cameriera al ristorante Chow Fat, l’altra settimana, Libby Charshee…
— Già, ma non ero il suo tipo — si difese Hale. — Aveva degli orecchini tatuati sui lobi.
— Nemmeno Steve Burkow era il suo tipo, eppure con lui c’è uscita.
Hale rimase stupito. — Ma va’?
Deakins assentì.
— Be’, tanto meglio per Steve — disse Hale.
— Ci ha pure scopato.
— Meglio ancora.
— Puoi dirlo, a quanto ne ho saputo. E non hai neppure portato indietro quel CD degli anni Sessanta che ti sei comprato la settimana scorsa — insisté Deakins. — Alla cassa non si sono accorti che era in saldo: ti devono un verdone. Ma tu te ne freghi.
— Poi, però, ho trovato quei soldi per strada — ribatté Hale. — Da come la vedo io, il Signore pareggia sempre i conti.
— Il Signore ha di meglio da fare che stare dietro alle tue finanze — disse Deakins. — Devi sbrogliartela da solo. Come facciamo tutti.
— Perciò tu credi di avere già capito tutto, eh? — commentò Hale, mentre indossava la tuta di volo. — Be’, potresti anche sbagliarti, sai, Deak.
— Ne dubito.
— Davvero? Non pensi che forse tu lotti un po’ troppo?
Deakins ridacchiò. — Lottare “troppo” è una cosa che non esiste. Chi sta sotto deve lottare, per salire più su, e chi sta in cima deve lottare per rimanerci. La vita è una lotta.
— E la diplomazia? — chiese Hale. — A quest’ora saresti al Pentagono, se avessi imparato ad accettare anche i compromessi. Se non ti accanissi a spiegare a tutti esattamente dov’è che sbagliano. Se ogni discussione non si trasformasse in una lite e in una zuffa.
— Però, devi ammetterlo — disse Deakins — di solito ho ragione, no?
Hale fece una smorfia. — Mettere il dito in ogni piaga, nell’ambiente militare, non è esattamente la tattica migliore, Deak.
— Non solo nell’ambiente militare — controbatté Deakins. — Ma anche in palestra, da Chow Fat, negli spogliatoi… ho ragione io, ovunque vada. — Aspirò una lunga boccata dalla sigaretta, poi cavò di tasca il biglietto da venti dollari e glielo porse. — Riprenditeli.
Hale scrollò la testa. — No. Sono tuoi.
— Se non ce la stavi mettendo veramente tutta, nell’incontro, non li voglio.
— No — disse Hale. — È che… sono davvero tuoi. Li ho presi appena adesso nel tuo armadietto.
Hale gli lanciò il portafoglio che gli aveva sottratto, e lui si chinò ad afferrarlo, con la sigaretta che gli penzolava dalle labbra.
— Be’, socio, qualche trucchetto ogni tanto lo imbrocchi anche tu — commentò. Infilò i soldi nel portafoglio e lo ripose nell’armadietto. Chiuse lo sportello e diede un giro alla combinazione, poi guardò l’orologio. — Ti do altri novanta secondi, dopodiché vado al briefing. Il generale Boone aveva un’aria piuttosto nera, oggi, e non vorrei arrivare in ritardo.
Hale tirò su la lampo sul davanti della tuta di volo grigio antracite. Mentre si allacciava gli scarponi neri, si passò la lingua sui denti. — Pare che abbia smesso di sanguinare. Direi che posso venirci senza dover sputacchiare ogni minuto e senza dare troppo spettacolo.
Deakins si alzò e si accese una nuova sigaretta col mozzicone della prima. — Almeno una volta, vorrei proprio vederti dare spettacolo. Se ti scrollassi di dosso le inibizioni di bravo ragazzo texano per ubriacarti, giocare con un CD-Rom porno, metterti dei calzini a pois… che so, qualsiasi cosa.
Hale finì di allacciarsi gli scarponi e si alzò. Quella tirata sul suo temperamento virtuoso lo aveva rincuorato. — Volare oltre i mach due mi dà tutto il brivido che cerco, Deak. Forse un giorno imparerai anche tu ad accontentarti delle soddisfazioni più semplici che ti offre la vita.
— Ne dubito alquanto — rispose Deakins, dando una pacca sulla spalla al compagno, mentre uscivano dallo spogliatoio.

3

Con dieci o quindici chili e vent’anni di meno sul groppone, il generale Hubert “Dan’l” Boone sarebbe stato la perfetta controfigura di Colin Clive in Frankenstein. Naso piccolo, occhi infossati, capelli tirati all’indietro (di un castano ingrigito, però, non nero corvino alla Clive), un’aria aristocratica di superiorità che rasentava l’alterigia.
Hale non sapeva perché, ma quel sessantenne gli piaceva.
Quando Deakins e Hale entrarono, Boone era seduto dietro alla sua grande scrivania metallica e studiava una cartina sul monitor del computer. Alle sue spalle, due giovani attendenti stavano curvi sullo schermo.
— Generale — dissero i piloti, facendo il saluto.
— Signori, buonasera — replicò Boone. Alzò gli occhi e si toccò la fronte col dorso del dito indice. Gli attendenti salutarono i due con un cenno, poi si ritirarono strategicamente, uscendo da una porticina sul retro della piccola saletta operativa.
“Abbiamo un segreto e non ve lo diciamo” pensò Hale, leggendo le loro espressioni. Non sapeva se prenderla con ansia o con trepidazione e finì per miscelare un assaggio di tutt’e due.
Gli occhi di Boone si posarono su Deakins e ci rimasero. — “Maggiore”, mi chiamo forse Jo Condor ?
Deakins lo guardò, allibito. — Signore?
— O forse stavo dormendo e lei mi ha superato di grado?
— Ehm… no, signore — rispose Deakins.
Lo sguardo di Boone si spostò sul cartello bianco e rosso di VIETATO FUMARE alla parete. — Allora, perché fuma nella mia sala operativa?
— Ho violato il sacro comandamento! — disse Deakins. Si tolse di bocca la sigaretta. — Permette? — chiese, chinandosi su un portacenere del Pentagono sopra alla scrivania.
— No che non permetto — replicò Boone. — Quello l’ho avuto da Omar Bradley in persona.
— Oh, mi scusi — disse Deakins. Si raddrizzò, schiacciò la brace della sigaretta tra indice e pollice e si ficcò in tasca la cicca spenta.
Hale fece una faccia da “Io ti avevo avvisato”. Deakins scrollò la testa.
— Qual è il profilo della missione, signore? — domandò.
Boone si appoggiò allo schienale della sedia. — Simulerete uno sconfinamento a bassa quota in territorio nemico. Pancia a terra fino a casa.
— Spaventare un po’ di vacche — disse Hale — e mandare in bestia qualche allevatore, ammesso che riescano a vederti.
— Come al solito — commentò Deakins.
— Non esattamente, Deak — puntualizzò Boone. — Stasera sarà un tantino diverso dal solito. Vi porterete dietro un paio di atomiche, signori miei.
Hale e Deakins si scambiarono un’occhiata. Quella di Hale era incredula, quella di Deakins gongolante.
— Vere testate? — chiese Hale.
— Autentiche e genuine — rispose Boone. — A Palmdale temono che a bassa quota la diffusione di raggi X e gamma danneggi le periferiche. Vogliono testare le bombe in volo notturno. Vedere che effetti produce.
— Modello sessantuno? — domandò Hale.
Boone scosse lentamente il capo. — Più potenti.
— Le ottantatré — disse Deakins.
Boone annuì.
— Ah — fece Hale. — La gioia dei pacifisti.
— Sì — disse Boone. Fissò gli occhi su Deakins. — E… Deak?
— Signore?
— Mi faccia una cortesia.
— A disposizione, signore.
— Non dia troppo filo da torcere a quelli della sicurezza, oggi pomeriggio.
Deakins parve offendersi. — Signore, le assicuro che ho il massimo rispetto per…
— Si risparmi le sue chiacchiere per le cameriere del Chow Fat — lo interruppe Boone.
— Sì, signore.
Il generale sollevò un foglio di carta e lo sventolò. Hale riuscì a leggere l’intestazione in rosso, in cima alla pagina: BASE AIR FORCE WHITEMAN – SERVIZI DI SICUREZZA – RISERVATO.
— Ho saputo dell’adesivo osceno che ha incollato sul suo tesserino d’identità ieri, e della tessera della palestra Michaelson del 1968 che ha tentato di far passare due giorni prima.
Deakins rispose: — Stavo solo cercando di allentare un po’ la tensione, signore. A volte serpeggia un certo nervosismo, là fuori.
— La capisco — disse Boone. — E dato che è anche uno dei miei migliori piloti, chiuderò un occhio su questi reclami…
— Grazie infinite. — Deakins accennò un inchino.
— Per il momento — aggiunse il generale. — Un’altra di queste storie e la farò restare a terra per un mese filato. È chiaro?
— Limpido, signore.
Boone scosse la testa. — Non mi piace minacciare un uomo del suo valore, ma la base che comando non è il suo luna-park privato.
— No, ovvio che no, signore.
Boone piegò il foglio e lo strappò. — E ora, signori… fate una buona caccia, e ci vediamo al vostro ritorno.
— Sì, signore — risposero entrambi, salutando.
— E… grazie, signore — aggiunse Deakins. — Grazie tantissime.
Boone lo liquidò con un cenno della mano.
Mentre uscivano, Hale si chiese se Boone avesse colto il sapore dell’ipocrisia di Deakins sotto la coltre sottile di melassa, o se bisognava dividere l’abitacolo e lo spogliatoio con lui per capire quel che pensava davvero.
“O forse non voleva capirlo?” si domandò. Deakins era una creatura di Boone, pescato diciassette anni prima alla scuola piloti e scelto ogni volta per collaudare i nuovi apparecchi più ambiti. Da allora, erano sempre stati insieme. Il generale non pensava mai male di lui, a meno di non trovarsi in mano delle lagnanze, nero su bianco. E anche in questi casi non usava mai il polso duro.
A ogni modo, se Boone era parso di umore un po’ tetro, Deakins non lo era affatto. Camminava con passo baldanzoso, mentre attraversavano l’antiufficio della palazzina amministrativa per puntare verso la spianata e le schiere di hangar.

L.

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10 risposte a [Novelization] Nome in codice: Broken Arrow (1996)

  1. Giuseppe ha detto:

    Foster crede davvero in quello che fa quando lavora su creazioni proprie, non su quelle altrui. Rovin, invece, non pare farsi gli stessi problemi… e il risultato si vede 😉

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  3. Austin Dove ha detto:

    venuto qui da un’altra discussione, questa novelization non mi ha fatto impazzire; sarà che sono totalmente ignorante del film ma l’ho trovato abbastanza noiosetto

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