Hellraiser 5 (2000) Inferno

Continua il ciclo dedicato alla saga che fa male… perché fatta male!

Basta, eh? Abbiamo detto basta, eh? E quando diciamo basta è basta. I fratelli Harvey e Bob Weinstein battono i pugni sul tavolo: è stato un errore il terzo Hellraiser e fare il quarto è stato pure peggio. Mobbasta!
Finché si scherza, si scherza, ma non è che la Miramax e Dimension Films possono scendere così in basso: che figura ci fanno con padron Disney? I Weinstein Bros sono più che decisi: mai più un film di questa immonda saga… Però, va be’, giusto un altro. Ma fate piano, che se no poi sudate e prendete freddo.

Una grafica che già fa capire il dolore della visione

Il Duemila comincia nel peggiore dei modi, visto che il 3 ottobre sulla Terra – ma solo in home video – viene deposto Hellraiser: Inferno, nell’indifferenza degli organi di stampa.
Il mese dopo “Fangoria” n. 198 (novembre 2000) titola in modo più che esplicativo: «Oh “Hell”, another sequel».

«Non c’è furia all’inferno come una saga filmica disprezzata.»

Così il giornalista Anthony C. Ferrante cita un aforisma molto amato dagli anglofoni, tratto da La sposa afflitta (The Mourning Bride, 1697) di William Congreve: aforisma di cui però si cita sempre e solo l’ultima parte.

«Non c’è rabbia in Paradiso quanto quella di un amore trasformato in odio, né furia all’inferno come quella di una donna disprezzata».

Nella cultura popolare anglofona appena c’è un personaggio di donna forte in qualche modo esce fuori quell’Hell hath no fury profondamente radicato.

“Fangoria” n. 198 (novembre 2000)

Scopriamo così che i fratelloni Weinstein sin dallo scempio del quarto film iniziano a vagliare sceneggiature per il quinto – dimostrando quindi premeditazione – stando attenti a scegliere autori che non avessero già scritto per la saga. (Cioè chiunque altro tranne il folle Peter Atkins!) Questa infernale ricerca finisce con la scelta di Paul Harris Boardman e Scott Derrickson, due giovani sconosciuti che hanno appena esordito nel 2000 con Urban Legend: Final Cut e destinati ai bassifondi del cinema.
Boardman racconta alla citata rivista la sua geniale intuizione di sceneggiatura:

«A questo punto la Lament Configuration è stata mostrata sin dalla sua preistoria e nascita fino al futuro, e tutti i posti possibili in cui è stata, ma pur essendo originale è comunque un tema dalle radici mitologiche. Si tratta del bene e del male racchiusi nel vaso di Pandora, di cosa accade quando sei così curioso da aprirlo per guardare nel lato oscuro. Così abbiamo pensato di creare una storia moderna con questi spunti mitici senza età. Poi ci siamo chiesti: cosa succede se una detective story va al di là dello specchio? Cosa succede?»

Poche idee, ma in compenso molto confuse. Per fortuna interviene Scott Derrickson a regalarci questa chicca:

«Ci hanno lasciati liberi di creare il nostro film, quindi se non dovesse piacervi potete dare la colpa a me e Paul».

Tranquillo, Scott: lo faremo.

Paul Harris Boardman e Scott Derrickson: due passanti che si fingono sceneggiatori

Il film è arrivato nelle sale italiane? ComingSoon.it lo lascia supporre ma non fornisce data: si limita ad informarci che il visto censura è del 2003.
Comunque la Eagle Pictures si riappropria del franchise e il 28 marzo 2003 presenta a noleggio sia la VHS che il DVD del film, in vendita dal 22 luglio successivo.
A sabato 29 maggio 2004 risale l’unico passaggio televisivo noto, in seconda serata su SKY Cinema 3.

L’entusiasmo con cui Craig Sheffer si appresta alla prova attoriale

Il film inizia con il faccione indifferente di Craig Sheffer, attore a cui abbiamo voluto un gran bene negli anni Novanta ma che poi si è un po’ appannato, pur lavorando tanto. Siamo nel periodo in cui non gioca più in serie A ma in un’onesta serie B tendente alla C. Avrà tempo per peggiorare, e nel 2016 la sua carriera toccherà l’apice con Code of Honor al fianco del degno Steven Seagal.
Nel 2000 è ancora solo un onesto bravo attore a cui non propongono più grandi ruoli e si ritrova costretto a fare il quinto episodio di una saga morta da anni. Però è un drago a scacchi, e già sappiamo questo cosa significhi: quando uno sceneggiatore americano vuole far capire che il protagonista è in grado di fare piani machiavellici lo rende bravo a scacchi.

Tie’, scacco matto co’ ’na mano sola!

Scheffer interpreta il detective Joseph Thorne, classico “cattivo tenente” che alterna genialità investigativa ad una vita priva di morale. E a volte priva di molare. (Ok, questa è un omaggio al doppiaggio italiano di Ridere per ridere di John Landis: prendetevela con loro!)

«Il mondo è pieno di misteri e di puzzle da rimettere insieme, e ho capito presto di avere il dono di risolverli».

Insomma, gli sceneggiatori hanno la stessa sottile simbologia del “detto e non detto” di una banana eretta fra due arance, e attraverso il loro ritratto sottilissimo abbiamo capito che il detective Thorne è in gradi di affrontare la scatola di Lemarchand e tutti i suoi misteri.
Ed è proprio una di queste scatole che il detective trova sul luogo di un delitto particolarmente truculento. Essendo lui un criminale matricolato, se la mette in tasca per la forza dell’abitudine.

Attente, cenobite, che potrebbe piacermi…

Fra una tirata di coca e sesso mercenario, Thorne trova anche il tempo di azionare la scatola di Lemarchand – che nel 1987 era una roba da perderci anni di fatica! – e gli piombano addosso due diavolette gemelle, interpretate da vere gemelle per dovere di realismo: Darlene e Maureen Sue Levin.

E si mettono a balla’ attuorn’
diavoli e diavolette allegramente
divento rosso
ma so più cuntento
siamo diavole tutti quanti
siamo diavole tutti quanti

Sicuramente gli sceneggiatori si sono ispirati a Diavoli e diavolesse di Mimmo Cavallo (qualcuno si ricorda ancora di lui?) per suggerire sottilmente che quel mariuolo di Thorne non sfigurerebbe affatto fra i cenobiti.
Il detective infatti scopre una certa propensione al piacere doloroso che i supplizianti sanno garantirgli, ma poi è combattuto: quale natura seguire? Quella in cui si droga, bestemmia, picchia i bambini e non si caga la moglie (per dirla come Elio) o quella in cui si spupazza le diavolette assatanate?

Una trama da leccarsi il dito!

Intanto il suo capo lo manda da uno psichiatra, quale occasione migliore per trovare la soluzione al dilemma morale? Peccato che il dottor Gregory sia interpretato da James Remar, che ai cenobiti gli fa un baffo a manubrio.

«Lo chiamano il cancello degli Inferi, ne parla da diversi secoli la letteratura occulta. Sembra sia una specie di finestra, o un passaggio: lei la apre, loro arrivano… e la fanno a pezzi.»

Ah, quando trovi un bravo psichiatra è davvero una bella fortuna. Quindi dobbiamo credere che un detective che per caso trova una scatola di Lemarchand va per caso dall’unico psichiatra al mondo che casualmente ha condotto ricerche sulla stessa scatola. E quello che il doppiaggio italiano chiama “cancello degli Inferi” in realtà è la celebre Lament Configuration, in pratica assente dalle edizioni italiane.

Quando James Remar ti psicanalizza, sei fottuto!

Dalle deliranti indagini di Thorne esce fuori una scottante realtà:

«Cerca l’ingegnere… e l’ingegnere troverà te.» (Hunt for the Engineer… and the Engineer will hunt you)

Incredibile, ci troviamo davanti ad un inquietante caso di convergenza creativa: un anno dopo questo film Corrado Guzzanti a “L’ottavo nano” crea il personaggio del telepredicatore Snack il cui slogan è:

«Trova il Signore prima che Lui trovi te.»

Solo che Guzzanti non può aver visto il film, che uscirà due anni dopo gli sketch televisivi. Che il nostro Corradone abbia una scatola di Lemarchand a casa e la strofini per cercare ispirazione?

Quando chi dovrebbe aiutarti ti spinge nel burrone

A tre quarti la storia diventa un incubo che sogna d’essere un incubo svegliandosi dall’incubo sognato da un altro incubo, tutto frutto di peperonata con le cozze e un filo d’olio. Sarà stato il filo d’olio a bloccare la digestione?
Il film svacca senza vergogna e nulla ha più senso, come se a un certo punto si fosse perso il copione e tutti abbiano cominciato a fare quello che volevano, in pieno vale tudo.

Ai confini della cialtroneria

Lo spunto del film non è neanche da buttar via. Facendo un paragone ardito quanto blasfemo, potrei dire che Hellraiser: Inferno è la versione al negativo de Il cattivo tenente (1992) di Abel Ferrara, perché alla fine non appare Gesù a ricordare al protagonista tutti i suoi peccati bensì Pinhead, molto meno interessato alla redenzione. Così il cattivo detective Thorne si ritrova nel suo personale inferno, costretto a rivivere in eterno tutto il male che ha fatto.
Chiuso questo ardito parallelo, rimane la realtà dei fatti: un film delirante che dimostra l’ovvio, cioè che due passanti non possono scrivere una sceneggiatura in grado di risollevare una saga nata morta. Forse un bravo sceneggiatore ci sarebbe riuscito, ma anche se questa figura mitologica esistesse sul serio… pare che voglia essere pagato! Quindi meglio dimenticarcelo.

Scusate, fate dire qualcosa anche a me?

Andiamo, chi vede Hellraiser se ne frega della sceneggiatura, vuole solo effettacci sanguinolenti da bassa macelleria, splatter come se non ci fosse un domani e arti mozzati che volano in aria. E infatti… niente di tutto questo si può trovare in questo film, con giusto due scene pezzenti e tre gocce di sangue tre, non una di più. Ho visto più sangue quando mi sono tagliato con la carta da fotocopie.
In compenso continua a gigioneggiare disinteressato e pigro il nostro buon vecchio Doug Bradley nel ruolo di Pinhead, che alla fine dei suoi tre giorni totali di riprese – non proprio un grande impegno lavorativo – si sente fare gli auguri dal make-up supervisor Gary Tunnicliffe. Auguri di che? Esce fuori che quello è il 100° giorno in cui Doug indossa la maschera piena di spilli, per quattro ore di trucco al giorno. Se lo stesso impegno fosse stato profuso nelle sceneggiature staremmo parlando di un prodotto decisamente migliore.

Doug Bradley mezzo truccato e il make-up supervisor Gary Tunnicliffe
festeggiano 100 giorni di trucco. Da “Fangoria” n. 219 (gennaio 2001)

Va be’, ci siamo divertiti, abbiamo scherzato ma ora basta. Il ciclo finisce qua, no? Per citare Capatonda, Emmobbasta. E invece no. Per citare Marilyn Manson, è lunga la strada che porta fuori dall’inferno…

L.

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19 risposte a Hellraiser 5 (2000) Inferno

  1. Cassidy ha detto:

    Quello che per i Supplizianti è la più bassa forma di perversa tortura, per James Remar è un normale giovedì sera 😛 Incredibile che Scott Derrickson abbia pure fatto carriera con un paio di horror anche famosi, secondo me quello con la scatola di Lemarchand a casa è lui 😉

    Il tuo paragone arance e banane non raggiunge la raffinatezza di certe scelte di questa sceneggiatura, ma il tuo paragone con quella bomba di “Il cattivo tenente” mi piace molto, ha cittadinanza bisogna dirlo, peccato che il film sia davvero poca cosa, altri applausi per la scelta del pezzo di Marylin Manson 😉 Cheers!

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Questo mi manca e forse è un bene. Anche il sesto mi manca… brrr!
    Però ho visto questo, in italiano, molti anni fa: una parodia in una serie di Cartoon Network a tema horror

    Vale? 😛

    Vabbè, scherzi a parte, quando dici che i fan vogliono i mostri che smembrano, probabilmente hai ragione, ma a me non sarebbe dispiaciuta una buona costruzione della mitologia dei supplizianti, dopo il primo film – che ha creato la curiosità.
    Non so se sperare che qualcuno riprenda in mano il concetto per svilupparlo bene, magari in continuità coi vecchi fumetti, che a sfogliarli sembravano interessanti 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Dopo il Duemila nessuno può riprendere in mano nulla e nessuno può salvare un medium morto come il cinema: si può solo fare come gli scarabei stercorari e fare baldoria su questa immensa palla di sterco. Ecco, con questo ottimismo, che è il sapore della vita, ti lascio immaginare come mi pongo davanti ai prossimi Hellraiser 😀

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Ultimo film della serie che ho visto. E sono sincero: ho preferito questo al capitolo precedente. Non di molto, eh. Come scegliere tra la “Peretta Gigante” e il “Panino alla Merda” di South Park… Ma se proprio fossi obbligato con una pistola alla tempia a riguardarmene uno opterei per questo. Nel piattume (e pattume) generale almeno due-idee-due in croce le hanno messe. E hanno riportato la serie alle origini senza spazio, Rivoluzione Francese o altre cavolate. Ribadisco: poca roba ma meglio di niente.

    Sono curioso di vedere quanto a fondo hanno scavato nei capitoli successivi perché già stiamo raschiando il fono del fondo del barile!

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  4. Giuseppe ha detto:

    D’accordo con lo Zio riguardo a questo capitolo (avrei dato la precedenza al il quarto SOLO se non fosse stato quella roba alla Alan Smithee) e poi, suvvia, lo “psichiatra” James Remar cosa poteva fare se non attirare a sé il detective Thorne? Avrebbe mai permesso che finisse da qualcun altro, visto che lui in realtà è (no, non Mimmo Cavallo)…

    Per
    Indovinare
    Non
    Ho
    Evidentemente
    Avuto
    Difficoltà

    dato che era piuttosto ovvio, ad aver la passione per certe scatole 😉
    P.S. Guzzanti cenobita: “La risposta è dentro di te… PERO’ E’ SBAGLIATA!” (partono le catene) 😀

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  5. rikynova83 ha detto:

    Praticamente Hellraiser 5 riesce a uccidere tutta la saga 😀 complimenti agli autori e al cast

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