Hellraiser 7 (2005) Deader

Continua il ciclo dedicato alla saga che fa male… perché fatta male!

Anno 2005. Dopo essere stata snobbata dagli attori del film precedente, la rivista specialistica “Fangoria” ha accannato la saga: fate lammerda e ve la tirate pure? E allora ammazzateve cor gas… (Interpreto liberamente il pensiero della rivista!)
Invece sull’altra rivista specializzata nel cinema horror, “Rue Morgue”, il giornalista Joseph O’Brien sul numero 47 (luglio 2005) inizia così un suo trafiletto:

«Gesù santo, ma davvero ci sono otto Hellraiser là fuori?»

“Rue Morgue” n. 47 (luglio 2005)

Questo comprensibilissimo stupore non sembra aver colpito i fratelloni Weinstein della Miramax e Dimension Films, che da bravi cenobiti continuano imperterriti a far male a se stessi e agli altri. Non so quanto godendoci.
All’apice della loro ricerca del dolore addirittura si lanciano in una doppia produzione: due filmacci girati in contemporanea in Romania, location d’elezione del nuovo cinema pensato per l’home video – e reso “famoso” (va be’) da Seagal, Van Damme, Snipes e gli altri eroi falliti.

Continua l’allibito O’Brien:

«Io mi ero fermato quando l’ambizioso Bloodline (1996) di Kevin Yagher è stato strangolato nella culla dai suoi produttori e lasciato morire d’inedia nel cassonetto della differenziata. Altri due sono seguiti – Inferno (2000) e Hellseeker (2002) – viaggiando al di sotto dei radar cinematografici e andando direttamente in video. L’ultima uscita dell’universo creato da Clive Barker (ed ora adottato da Rick Bota, a tratti incapace) è riuscito a viaggiare ancora più sotto quei radar, giacendo fino a questo mese sotto gli scaffali polverosi della Dimension.»

Cenobiti noi siam, e all’Inferno ce ne andiam

Dopo aver diretto il terribile sesto film, Rick Bota è nominato cenobita ad honorem nonché regista fisso della saga, qualsiasi valore questo possa avere. Insignito di cotanto titolo, un po’ ci rimane male quando il sito joblo.com lo intervista nel giugno 2005.

Domanda: Hellraiser da 1 a 5: qual è il tuo preferito?
Rick Bota: Uau, non hai incluso quelli dal 6 all’8: ok, sopravvivrò.

Bota sa di star compiendo un lavoro da coprofagi e ha la coda di paglia, così non coglie la correttezza dell’intervistatore: che senso ha chiedere ad un regista quale film preferisca in un elenco che comprenda anche i suoi?

Per il potere di Pinhead!

Per fortuna Bota si rivela onesto.

«Preferisco decisamente il primo, anche in confronto a quelli dal 6 all’8. Ogni film che piace al pubblico vede il fiorire di sequel, e non molti di questi possono arrivare alla qualità dell’originale. Ho l’impressione che i seguiti di Hellraiser abbiano tutti fallito l’obiettivo.»

Compresi i tre che ha girato lui? Non è chiaro cosa ne pensi Bota, ma ovviamente è così.

«Mi fu offerto Hellraiser: Hellseeker ed ho avuto una splendida esperienza sotto tutti gli aspetti della produzione. Stavo sviluppando alcuni altri progetti quando il produttore Nick Phillips della Dimension mi ha chiamato e mi ha chiesto di fare un altro film della serie. Ne abbiamo fusi due insieme così che in realtà ne ho girato solo uno. Clive Barker è stato molto utile e sebbene non avesse nulla a che fare con i film ha dato molti consigli: è stato anche grazie alla sua disponibilità ed entusiasmo che sono tornato a girare.»

Insomma, ce ne sono diversi di colpevoli. Bota non ha agito da solo, visto che il mandante è il produttore Phillips e c’era Barker a fare da palo.
Dal saggio The Hellraiser Films and Their Legacy (2006) di Paul Kane scopriamo che il copione sulla scrivania di Nick Phillips non c’entrava nulla con la saga di Hellraiser: vi è entrato solo perché il produttore adorava la storia e voleva infilarla da qualche parte. (Magari nel deretano degli spettatori…) Bota ha contattato lo sceneggiatore Carl Dupré con cui aveva lavorato in Hellseeker e quest’ultimo in due settimane ha scritto un copione che poi è stato trasformato nell’ottavo film (che vedremo la settimana prossima).

Hellraiser: Deader esce in home video americano il 7 giugno 2005 e non è nota alcuna distribuzione italiana: visto che esiste una versione italiana che gira in rete, evidentemente qualche tipo di distribuzione c’è stata. Probabilmente è stato trasmesso su qualche canale TV.

Ammazza, si sono sprecati per la grafica del titolo…

Facciamo la conoscenza di Amy Klein, che ha il volto della gradevolissima Kari Wuhrer, fresca final girl di The Hitcher II (2003) e che ritroveremo in Tornado Warning (2012). Amy è una giornalista d’inchiesta reduce da un pezzo in cui descrive cosa si provi ad essere una donna nel tunnel della droga: vuol dire che si è drogata? Non viene specificato. Come può aver descritto la condizione di “crack whore”, puttana del crack, rimanendo all’esterno? Va be’, non stiamo ad indagare.
Amy è una giornalista che si butta anima e corpo ma ha anche un torbido e sofferto passato alle spalle, probabilmente di un padre violento. (Non verrà mai specificato ma sembra abbastanza chiaro.)

Una giornalista che dà tutto per le inchieste: ma proprio tutto!

Indagando su bla bla bla entra in possesso della solita scatola di Lemarchand, che negli anni Ottanta servivano anni di duro lavoro per azionare ma ora basta guardarla perché faccia tutto da sola, e arrivi quel vecchio inutile di Pinhead, che passa l’eternità a dare fastidio ai demoni che lavorano («Non dovete trafiggere lì, dovete spostarvi più a destra» «Pinhead, per favore, ci fai lavorare? Vai a dare fastidio agli umani, va’») finché non viene chiamato a dare noia agli spettatori.
Con lo stesso carisma dello zio rompipalle che ti viene a trovare a casa di sorpresa e ti rovina la giornata, Doug Bradley continua a mangiare a sbafo con film dove fa ridicole comparsate di pochi secondi: bella la vita, eh Doug? In vent’anni hai fatto tre minuti totali in scena e ti chiamano a tutte le convention piene di fan adoranti…

Ehhh, una volta qui era tutto inferno!

Va ricordato che la lavorazione del film risale al periodo in cui nascono i due ridicoli sequel di Matrix e tutto il mondo è eccitato dalle minchiate di Neo e dalla realtà che non esiste. Così Neal Marshall Stevens – specializzato in filmacci che fanno piangere il cielo – scrive la storia di Winter (Paul Rhys), una specie di santone che fonda una setta di Deader, i cui adepti non credono alla realtà («questa non è la tua vera carne») e per dimostrarlo si suicidano dopo di che Winter li riporta in vita.

La versione romena di Keanu Reeves in Matrix

Indagando su di loro Amy entra in un vortice di schizzato passaggio fra realtà e mondo al di là della morte, nella lenta consapevolezza che non solo è una Deader pure lei, ma addirittura è la prescelta per… Be’, a questo punto della trama i produttori già hanno sbottato a ridere in faccia allo sceneggiatore e hanno passato il copione a Tim Day, nuovo padrino di Hellraiser: tie’, Tim, tìrace fuori qualsiasi cosa assomigli ad Hellraiser.

Vi prego, non posso infilare Hellraiser dove non c’entra niente!

Il risultato è una storiella sconclusionata che non va da nessuna parte con in più appiccicati con lo scotch la scatola di Lemarchand – dal cui inventore ora discende Winter in persona – e l’inutile Pinhead, la cui presenza in video è solo fonte di vergogna. Se qui venissero tagliati via quei due secondi e mezzo in cui appare, nessuno se ne accorgerebbe.

Ma… e ’sta scatola mo’ che c’entra?

Il guizzo della nuova sceneggiatura è che Winter non sa risolvere l’enigma della scatola di Lemarchand. «Soltanto pochi eletti, con la giusta dose di depravazione e solitudine dell’anima possono farlo: è una ricerca che dura da anni per trovare quell’unica mitica persona capace di risolvere l’enigma e desiderosa di unirsi a noi». Indovinate chi sarà la prescelta? Vi lascio con questo grande enigma…

Fammi prendere una Tachipirina, che sento qualche brividino nella schiena…

«La parola demone deriva dal termine greco che significa “conoscenza”» (from the Greek word for “knowledge”): no, amico, manco per il ciufolo. Se avessi detto saggezza, pure pure…
Demone deriva dal greco dàimon e vuol dire demone (o al massimo qualche variante sempre però legata al mondo del divino): giusto per far capire il livello di accuratezza di queste storie. Non è la prima volta che uno sceneggiatore cialtrone per dare sapore alla propria porcata ci infila dentro dell’etimologia da bar dello sport: lo farà Daniel Gilboy nel 2015, quando in I Spit on Your Grave 3 si affiderà ad una leggenda metropolitana per cui “Lucifero” significherebbe “Luce del mattino”. (In realtà è “portatore di luce”.)
Questa etiomlogia farlocca è il momento più alto di tutta la sceneggiatura…

Ma il treno… dei morti veri… nei miei pensieri all’inferno vaaaaa

A sorpresa è proprio dal citato O’Brien che arriva una lode del tutto inaspettata a questa porcata di film:

«Incredibilmente Deader è abbastanza buono. Mentre la Wuhrer non potrà mai essere scambiata per una grande attrice (il suo ruolo di esca in Anaconda rimane il picco della sua carriera), riesce a rendere credibile il suo personaggio emotivamente ferito, resistendo alla tentazione di andare in overacting. Il regista Bota costruisce un’atmosfera di isolamento rinforzata dalle oppressive location di Bucarest.»

Bisogna però dire che nel 2005 siamo appena all’alba dell’uso smodato di location est-europee, che magari a qualcuno possono ancora risultare “esotiche”: al millesimo film girato nello stesso modo è ormai ben chiaro che l’Est Europa è la poveracciata per eccellenza. (Infatti negli ultimi anni vanno tutti a Berlino, per far finta di star girando dei blockbuster.)

Non vi pare la macchina? La scatola di Lemarchand è la batteria perfetta!

Anni dopo, su “Fangoria” n. 340 (marzo 2015) Michael Gingold intervista Joel Soisson, prolifico produttore di filmacci che per la saga di Hellraiser si è occupato di Hellworld, Hellseeker e Revelations, e scopriamo la vera genesi di questo film.

«Dopo che hai lavorato un po’ in questo ambiente, sai che esistono questi ottimi copioni che girano da una casa di produzione all’altra: tutti li leggono ma nessuno li produce. Un copione intitolato Deader finì alla Dimension Films ed era un gran bel soggetto: due atti di un perfetto film horror e poi un terzo atto un po’ intricato, che scrittore dopo scrittore – me compreso – non riusciva a sciogliere. Così dissi a Bob [Weinstein]: “Guarda, non riesco a sistemare questo copione: vorrei solo che uscisse Pinhead!”, e lui fece Hellraiser: Deader!
Ero allibito, mi dissi: “Ho pisciato su un ottimo copione!”, e non volevo farlo. Per fortuna non ho mai incontrato l’autore [Neal Marshall Stevens] e non so cos’abbia pensato di me né se sappia che sono io il tizio che ha distrutto il suo sogno.»

È una cateeeeeeena ormai…

Quando finirà questo dolore? Quando finirà questa saga nata esclusivamente per far soffrire gli spettatori? Lo sappiamo tutti: non finirà mai…

L.

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20 risposte a Hellraiser 7 (2005) Deader

  1. Zio Portillo ha detto:

    Le riviste lo schifano, le case distributrici lo schifano, il creatore lo schifa, perfino il nuovo regista/sceneggiatore/mentore lo schifa. Solo quella vecchia pellaccia di Doug se lo tiene stretto con le unghie e coi denti.
    Ad ogni nuovo capitolo però cresce il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere la saga di Hellraiser e invece… No.

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  2. Denis ha detto:

    In pratica è come se i cenobiti tramite gli uncini avrebbero strappato i bulbi oculari ai poveri spettatori .

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Pinhead che guarda i cantieri e disturba è un gran bel momento XD

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  4. Cassidy ha detto:

    L’inferno non sono gli altri, l’inferno è Rick Bota! 😉 Per fortuna questo credo di non averlo mai visto, anche se l’ultima immagina mi ricorda qualcosa, forse ho semplicemente dimenticato il trauma di questa visione. Quando sarai uscito da questa bella rubrica su Hellraiser, potrai vantarti di un impresa da vero impavido! Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La sofferenza è tanta, lo ammetto, ma è anche un viaggio intrigante alla scoperta di quanto può rovinarsi un filone: che sia diventato io stesso un cenobita amante del dolore? 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Hellraiser 9: Hellblogger… troverai già disponibile sul tuo smartphone una misteriosa app “Lemarchand” per aprire comodamente la scatola senza troppe rotture di coglioni: dopodiché, arpionato e bloccato dalle catene, ti appariranno 1) Pinhead (con le scarpe anti-infortunistiche per via del cantiere infernale che stava ispezionando) 2) un cenobita simile al disc-jockey del terzo capitolo, ma con i blu-ray dei sequel di Hellraiser al posto dei “vecchi” cd pronti al lancio e 3) un altro cenobita dalla faccia di Rick Bota con la coda di paglia uncinata e la macchina da presa fusa nella carne… “E’ stato il tuo perseverare nella Zofferenza a richiamarci”, ti diranno (nel mentre, altri due cenobiti ricreeranno a cappella -anche all’inferno non c’erano più soldi per gli strumenti- la colonna sonora di Christopher Young) 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mica male! Anche l’inferno dovrebbe aggiornarsi con le app 😛

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  5. Moreno Pavanello ha detto:

    Basta, basta, basta! Il proseguimento della saga è una tortura degna dei cenobiti!

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Che nefandezza, e me lo ricordo anche un po’…per fortuna le tue didascalie musicali mi hanno restituito il buonumore! 🙂

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