[Novelization] Face / Off (1997)

Dopo Nome in codice: Broken Arrow (1996), John Woo torna a dirigere un blockbuster americano con John Travolta cattivo… o buono… o tutte e due!
Scambiandosi la faccia con Nicolas Cage, ecco dunque Face / Off (1997).

Il 4 aprile 1999 “Segretissimo” (Mondadori) presenta la novelization del film scritta da Clark Carlton: ecco i primi due capitoli, tradotti dall’action writer Stefano Di Marino.


Face / Off


Vincit qui se vincit.”
(Vince l’uomo che sconfigge se stesso.)


1

Sean Archer premette con dolcezza i talloni nei fianchi di Pegaso, il cavallo alato. Le ali dell’animale si agitarono in un cielo blu come il petto di un pavone mentre il figlio di Sean, Michael, montava sulla sua cavalcatura, un unicorno volante. Cavallo e cavaliere scomparvero in un castello di nuvole color panna, q ioidi Sean udì la risata cristallina del figlioletto filtrare nella nebbia che li circondava ed ebbe una fuggevole visione del palloncino rosso stretto nella mano del bimbo. Pegaso trottò salendo una invisibile scalinata, andando a raggiungere il punto dove si trovavano il bambino e l’unicorno.
— Andiamo, Mikey, non ci aspetteranno a lungo — disse Archer, sorridendo al ragazzo.
— Il mio cavallo ha fame — protestò Michael mentre l’unicorno si chinava su un cespuglio di nubi brucandolo con i denti dorati.
— Potrà mangiare più tardi. Andiamo, adesso.
Padre e figlio stavano cavalcando sui loro destrieri attraverso un canyon di cotone quando scorsero gli altri cavalieri all’inseguimento della volpe volante. Ragazzi e ragazze vestiti in marsine rosse e cappellini neri in sella a un maialino alato, a un leone volante, a uno pterodattilo a pois e a un elefante rosa che si sentiva delle enormi orecchie per volare. — Yuhuu! — esclamò Michael, mentre, assieme al padre, raggiungeva il gruppo dei cacciatori.
La volpe volante non si vedeva. Archer s’irrigidì sulla sella. Udì il sibilo vorticoso di un elicottero ancor prima che questo emergesse fendendo un velo di nebbia. Archer non riusciva a scorgere il pilota dell’elicottero che ormai incombeva sul gruppo di cacciatori. Poi, stringendo gli occhi a fessura, fu in grado di distinguere un viso che, sulle prime, gli parve simile al suo. Il volto continuò a mutare sino ad assumere lineamenti che esprimevano un odio così rovente da suggerire l’impressione che la carne si stesse consumando dall’interno. Il viso del pilota era freddo e impassibile mentre puntava il fucile.
— Michael! — gridò Archer mentre balzava da Pegaso sull’unicorno del ragazzo. Strappò le redini dalle mani di suo figlio. Il proiettile attraversò il palloncino facendolo esplodere e rimbalzò nel petto di Archer. L’impatto gli mozzò il respiro, ma riuscì a mantenere le braccia serrate intorno a suo figlio mentre un secondo colpo sibilava a brevissima distanza da loro.
— Via, via! — gridò, spronando con vigore i fianchi dell’unicorno. La creatura planò verso il basso, distanziando l’elicottero. Quando Archer intravide la sua abitazione, iniziarono una rapida discesa. Una volta giunti nel tortile, portò suo figlio al sicuro, in casa.
Guardando dalla finestra della cucina, non fu in grado di vedere l’elicottero. Le braccia di Michael erano ancora avvinghiate intomo al collo di suo padre. Avvertì l’odore della gomma da masticare alla ciliegia sulle labbra di suo figlio.
— Papà, stai sanguinando — disse Michael in lacrime.
— Ma tu sei salvo — rispose Archer, e gli accarezzò i capelli. Improvvisamente il calore cominciò a svanire dal corpo del ragazzo. Il bimbo si fuse nelle sue braccia, dissolvendosi nell’aria…

Sopraffatto dal dolore, Sean Archer si destò dal sogno, lo stesso pazzesco incubo che aveva già affrontato migliaia di volte. Respirando a fatica gettò le gambe oltre la sponda del letto e si prese il volto con le mani. Si stava svegliando nel mondo reale, dove suo figlio era morto da otto anni.
Il ricordo della morte del figlio irruppe nella sua mente… Si trovavano a Griffith Park, in groppa ai cavallini di una giostra vicino a un boschetto di palme da dattero. La giostra era stata da poco restaurata da una società che si occupava del ripristino di vecchie strutture e l’organetto stava intonando un allegro motivo. Michael era in sella all’unicorno rosa e lui a Pegaso quando una ventata aveva strappato il palloncino dalle mani del ragazzo. Michael aveva cercato di afferrare la funicella, ma era scivolato. Si era proteso per sorreggere il figlio attirandolo a sé. Improvvisamente era riecheggiata una scarica di proiettili che aveva coperto la musica. Il palloncino rosso era esploso. Sulle prime Archer aveva avvertito solo un leggero dolore alla parte superiore della schiena, poi era stato scosso da un’atroce agonia. Si era vagamente accorto che il sangue gli aveva inzuppato la camicia.
Il suo unico pensiero era stato coprire il figlio, ma mentre cercava di fargli da scudo, aveva sentito il sangue andargli alla testa. Un attimo dopo era caduto sul pavimento della giostra. In preda alla nausea, mentre la ruota continuava a girare, aveva perduto conoscenza. Lottando per emergere da una tenebra color inchiostro, era riuscito a strisciare come un insetto azzoppato sulla ruota che girava e aveva raggiunto la manina di Michael. Il proiettile aveva attraversato il corpo di Sean Archer finendo nel petto del bambino, trapassandogli il cuore e andando a fermarsi tra le costole.
Il sangue aveva macchiato la maglietta del piccolo. I suoi occhi, già privi di vita, si erano distolti da quelli del padre rivolgendosi verso il cielo. Archer aveva tentato di chiamare aiuto. Prima di precipitare in una gelida incoscienza, aveva scorto il cecchino che si arrampicava tra le palme nella macchia delle Hollywood Hills.
Otto anni dopo, Archer tremava ancora. Seduto sul bordo del letto, cercava di non destare sua moglie, ma Ève era già sveglia e lo scrutava attraverso le palpebre socchiuse. Sapeva esattamente cos’aveva sognato e cosa gli passava per la mente. Per quanto avesse visto quello spettacolo molte volte, l’immagine di suo marito così prostrato dal dolore la commuoveva sempre nel profondo. “Sean” gli aveva detto innumerevoli volte “devi smetterla di pensarci. Potresti rivivere quella scena all’infinito, ma questo non servirà a ridarcelo. Per il tuo bene, smettila.”
Ma Archer sapeva che, finché l’assassino di suo figlio fosse rimasto in libertà, quell’incubo non avrebbe cessato di tormentarlo. Il ricordo sarebbe venuto a infestare la sua mente, vivido come il giorno in cui era avvenuta la tragedia. E ogni volta che gli fosse tornato alla memoria quel momento in tutti i suoi più agghiaccianti dettagli, si sarebbe sentito sommergere dal senso di colpa. Se lui non fosse stato un agente federale, se non si fosse fatto onore sul campo, Mikey sarebbe stato ancora vivo.
Archer si alzò e osservò attraverso la finestra il sole rossastro che saliva in un cielo senza nubi. Sapeva che sarebbe stata una giornata torrida, una giornata in cui l’implacabile sole californiano avrebbe succhiato ogni goccia di vitalità da uomini, animali e piante. Era il tempo del Nino, giorni di insopportabili emicranie e venti secchi che spiravano da sud. Era già vestito… aveva voluto semplicemente distendersi per qualche attimo evitando di cedere a un sogno agitato. Maledicendosi per essersi assopito così a lungo, infilò il distintivo dell’FBi nel taschino della giacca intrisa di sudore. In quel momento si sentiva ben desto e ansioso di cominciare la giornata. I suoi informatori gli avevano rivelato che l’assassino di suo figlio era ritornato nella Città degli Angeli Caduti.

Il soprano era una graziosa fanciulla bionda di circa diciassette anni, e le pieghe della sua tunica non riuscivano a nascondere le curve del seno e dei fianchi. Mentre si dirigeva verso la fontana passò accanto a un uomo vestito da prete che non fece alcuno sforzo per mascherare il proprio compiacimento di fronte al suo bel viso e a ciò che promettevano i lussuriosi misteri celati sotto la tunica di seta arancione.
L’uomo voleva farsi passare per un prete, ma non si rendeva conto di quanto fosse poco convincente il suo travestimento. Era convinto di essersi abbigliato come un sacerdote cattolico, però il largo colletto bianco che indossava apparteneva al clero della chiesa episcopale. Il soprano era una battista, poco edotta delle differenze tra la sua e le altre confessioni, ma si rendeva conto che era bizzarro per un uomo di chiesa, qualunque fosse il suo credo, comportarsi a quel modo. Improvvisamente l’uomo si volse e la seguì sino alla fontana. La ragazza pensò che la situazione si stesse facendo ancor più strana quando l’uomo venne a strusciarsi contro di lei mentre si chinava sullo spruzzo d’acqua.
— La prego, signore! — esclamò allora.
L’uomo sostenne il suo sguardo, impassibile, prima di abbassare le palpebre e atteggiare le labbra a un pallido sorriso: stava scusandosi per quell’atteggiamento poco conveniente. Mentre gli occhi castani si stringevano a fessura, l’impenetrabile personaggio sussurrò: — Le mie scuse.
La ragazza lo fissò imbarazzata. Si sentì immediatamente affascinata da quell’individuo, quasi fosse stata ipnotizzata dal suo sguardo. I suoi occhi… parevano pulsare, come se stesse penetrando dentro di lei. Si rese conto che quello era un prete diverso da ogni altro che avesse mai visto, un uomo che affrontava con assoluta disinvoltura ogni più egoistico desiderio. Ciò gli conferiva un potente fascino sessuale e il carisma di un tiranno. Tornando in sé il soprano riuscì a sottrarsi a quegli occhi e sgattaiolò verso il coro. Quella mattina più di duecento ragazze dovevano intonare Il Messia di Haendel alle semifinali del campionato internazionale riservato ai cori, e lei era solista.
L’uomo considerò la possibilità di seguirla: era una sfida sufficientemente stimolante per interessarlo, ma la valigetta che stringeva in pugno ricordò a Castor Troy che era venuto al Centro Congressi per portare a termine un progetto di altro genere. Raggiunse un ascensore di servizio e si diresse nei sotterranei, verso la centrale energetica del complesso.
Sean Archer non superava mai il limite di velocità sulla via dell’ufficio, e anche quel giorno guidò con cautela attenendosi alle regole della circolazione e andando a parcheggiare nello spazio a lui riservato. Una volta arrivato si ricordò di non aver urinato, una cosa che avrebbe voluto fare due ore prima.
Mentre si lavava le mani in bagno, trasalì riconoscendo se stesso nell’uomo pallido, precocemente invecchiato, che vedeva rillesso nello specchio. Spruzzò con l’acqua le borse scure sotto gli occhi e poi si redarguì mentalmente per quella vanità. “Cristo, Sean, non hai tempo per queste frivolezze.”
Irruppe in sala agenti, schizzandosi il caffè sul polsino e macchiando così anche l’ultima camicia pulita. Gli altri agenti s’irrigidirono, improvvisamente consapevoli della tensione che aleggiava intorno al loro capo. Loomis, la recluta, era assorto di fronte allo schermo del computer. La foto segnaletica di Castor Troy sfavillava nella sezione superiore del monitor mentre il suo casellario criminale scorreva sotto, apparentemente senza fine. Loomis si sentiva frastornato dalla diversità dei crimini commessi da Troy. Aveva cominciato con la decapitazione di cani e gatti dei vicini, proseguendo con il rogo di un rivale in amore, preventivamente cosparso di benzina, e con il furto di un pullman della scuola, in seguito scaraventato giù da una collina di Malibu. A quei tempi Castor Troy aveva avuto dodici anni. A tredici si era distinto per lo stupro dell’insegnante di geografia e il susseguente tentativo di omicidio del direttore della scuola che aveva avuto la malaugurata idea di informare del crimine la polizia. Le autorità non erano riuscite a far condannare Troy per nessun reato dal tribunale giovanile. Da ragazzino Troy si era distinto per il soprannome di Teflon Terror, ma non era stato mai possibile affibbiargli alcunché.
Col passare degli anni i crimini di cui Troy era stato sospettato erano diventati sempre più spettacolari, ma il ragazzo si era anche dimostrato uno studente prodigio, passando come una meteora al liceo e diplomandosi a quindici anni. Una volta entrato al college aveva alterato leggermente il cognome, un sotterfugio che gli aveva permesso di recidere ogni legame con il suo casellario criminale. Poco prima di laurearsi all’UCLA, era stato reclutato dalla CIA. Aveva appreso con grande successo tutto ciò che l’Agenzia gli aveva insegnato e, una volta disertato, si era trasformato da piccolo criminale da strada a mercenario internazionale.
Grazie all’impressionante rete di contatti carpita dai files dell’Agenzia, era divenuto l’uomo a cui ricorrere per organizzare attentati dinamitardi, omicidi, rapimenti e atti di terrorismo. Durante i dieci anni della guerra tra Iran e Irak, aveva lavorato per entrambe le parti. Era stato sulla lista paga dell’OLP, di Muhammar Gheddafi, dell’IRA e di varie fazioni delle mafie russa, italiana e vietnamita. Si era quasi certi che fosse stato assoldato per assassinare un vescovo mormone della Chiesa degli Ultimi Santi di Gesù Cristo.
Archer ripulì la scrivania dai resti del cibo e vi posò la sua tazza di caffè. — Qualche notizia dal SIS o dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles?
— No, signore, non ancora — rispose Buzz Williams senza distogliere gli occhi dalla mappa tracciata sul suo monitor. Aspettava di poter scaricare alcuni dati da mezz’ora. Era un uomo corpulento e muscoloso, ricordava un idrante con i capelli a spazzola.
— Chiamali — sbraitò Archer. — Continua a chiamarli. Cosa dicono i reparti di sicurezza dell’aeroporto e della stazione dei pullman?
Wanda Tan aveva già tre persone in attesa sulla linea telefonica quando interruppe la conversazione in cui era impegnata. Divorziata, e una delle poche donne in servizio che potesse vantarsi di essere anche madre, era profondamente consapevole delle priorità di Sean quando si trattava di Castor Troy. — Signore — intonò con una voce più materna che deferente — abbiamo allertato tutti i controlli fisici e satellitari. Se mai Castor fosse qui non potrebbe non cadere nella rete.
— Lui “è” qui — ribatté Archer picchiando quasi senza accorgersene il pugno nel palmo della mano. — Non mi chiedere come lo so, ma ne sono certo. Continueremo a cercarlo sinché non lo scoveremo.
Wanda sospirò. Lei lo comprendeva benissimo, ma gli altri agenti protestavano in silenzio, mentre lo sguardo di Archer li redarguiva con brevi occhiate brucianti. L’ultimo sguardo cadde su Tito Biondi, che scalciò indietro la sedia, sbatté la cornetta e si avvicinò.
— Vieni con me, Sean — lo apostrofò sospingendolo gentilmente verso la porta.
— Non assillarmi, Tito!
— E tu smettila di assillare loro — ribatté Tito, accennando agli agenti. — Devi lasciargli un po’ di respiro. Stanno lavorando ventiquattrore al giorno sotto la massima pressione.
— Li lascerò respirare quando potrò farlo anch’ io.
Archer marciò fuori dalla stanza sbattendosi la porta alle spalle. Tito gli era alle costole; un attimo dopo lo raggiunse nel corridoio, lo afferrò per un braccio e lo costrinse a volgersi. I due uomini si fissarono negli occhi, i volti tesi, come pronti a picchiarsi.
Tito inspirò su con il naso e fece una smorfia. — Quando hai fatto la doccia l’ultima volta, Sean? Puzzi da far schifo.
Archer espirò, un po’ più rilassato, alzò le braccia e finse di annusarsi le ascelle. Tito aveva ragione.
— Che ne dici di mandare in lavanderia la tua giacca? — gli chiese Tito facendogli cenno di sfilarsi l’abito. — Penso di avere una camicia pulita in ufficio. Vieni.
Guardando negli occhi del suo amico, Archer avvertì la profondità della sua preoccupazione e quasi si lasciò andare a un sorriso. Poi lo seguì nell’ufficio, arredato con gusto in stile missione spagnola.

Castor Troy rimosse i filamenti appiccicosi dalla pistola a colla e premette con cura la piccola scatola di porcellana tra i blocchi di esplosivo posizionati nel circuito. La colla fece presa rapidamente e lui spense la Gitane. Stava considerando la possibilità di accenderne un’altra quando udì lo scalpiccio di qualcuno che si avvicinava. Il custode, un vecchio leggermente ingobbito, aveva seguito l’odore del fumo non tanto per punire il contravventore, quanto per scroccargli una sigaretta. Trasalì vedendo il prete oltre la porta di sicurezza, e lo fissò sbalordito. — Cosa sta facendo qui, padre? — domandò con un pesante accento inglese. Troy gli rispose in spagnolo, una lingua che aveva appreso da una delle sue amanti.
— Grazie a Dio! Mi sentivo come Teseo nel labirinto. Potrebbe gentilmente indicarmi dove il bagno degli uomini?
— Padre, questa zona è vietata — rispose il custode.
— Come c’è entrato?
Il rispetto che il travestimento da prete aveva inizialmente ispirato al custode stava rapidamente svanendo. Troy considerò la possibilità di confessare al custode che aveva cercato un luogo appartato per nascondersi a consumare il suo vizio, ma si rese conto che il vecchio nutriva già dei sospetti. Passandogli un braccio intorno alle spalle, proprio come avrebbe fatto un bravo sacerdote, lo condusse verso il pozzo delle scale.
— Sa, di solito mi trovo nella condizione di ascoltare le confessioni degli altri, ma adesso ne ho una io da fare a lei. Stavo posizionando una bomba.
— Una bomba?
— Già, sa come…
Il custode gli lanciò uno sguardo allibito.
— Un’enorme esplosione. Seguita da fuoco, distruzione e stragi… Oh, ma non ha importanza.
Troy piazzò il gomito sotto le scapole dell’uomo e Io catapultò giù per il pozzo delle scale. Il custode precipitò picchiando contro diversi angoli prima di atterrare di schiena sbattendo la testa sopra uno scalino. Gemeva. Troy si chinò a raccogliere il secchio delle pulizie e vi lesse il nome scritto sul lato con grafia incerta, Felix, quindi gettò secchio e spazzolone giù per le scale osservando il suo contenuto grigio e saponoso spargersi sugli scalini. Si avvicinò a Felix, gli piantò un piede sulla fronte e gli spezzò il collo. Si fermò un attimo ad ammirare quello che a tutti sarebbe sembrato un incidente quando il soprano iniziò a intonare un brano ispirato al Vangelo del Messia di Haendel.
“Padre Troy” passò attraverso la folla che si assiepava intorno al coro. Si fermò e rimase in reverente ascolto finché non identificò il soprano nella prima fila. La ragazza stava eseguendo il suo assolo leggendo da un foglio. Ancor prima di sollevare lo sguardo la ragazza si sentì trapassare dagli occhi di Castor, ricavandone un brivido che le arrivò sino alle ossa. Quando il suo sguardo incontrò quello di Troy, il foglio le scivolò di mano. Sfarfallò nel vuoto per un poco andando a posarsi ai piedi del finto prete, lui si chinò, lo raccolse e glielo porse inchiodandola con un’altra occhiata. In quel momento toccava agli uomini cantare. Troy le rivolse la parola.
— Non mi è mai piaciuto Il Messia. È troppo pomposo. Stucchevole. Melodie prive di sostanza, incollate luna all’altra con qualche artifizio incapace di abbellirle. Ma la tua voce può trasformare anche un fallito come Haendel in un genio — disse con un sorriso.
Mentre lui si scostava, la ragazza avvampò d’eccitazione. Una vicina le assestò una gomitata e lei si rese conto che era venuto nuovamente il momento del suo assolo. Quando apri le labbra emise un gridolino, prima di riuscire a trovare l’intonazione giusta.

Ève si sfilò i guanti di plastica, poi si rese conto che la parte superiore delle sue braccia era macchiata dal sangue e dal puzzolente liquido sebaceo spruzzato da un tumore benigno della misura di una palla da bowling. Mentre si lavava e si rivestiva, Ève immaginò che il tumore fosse cresciuto per almeno cinque anni all’interno di quella donna che continuava a lamentarsi perché non riusciva a perdere quei tre chili in più.
“Tanto sforzo per una vittoria così insignificante”, pensò mentre ricordava l’immagine di Sean tremante sul ciglio del letto quella mattina. Aveva cercato di telefonargli, prima di entrare in Chirurgia. Estraendo il cellulare per un altro tentativo, dubitò di essere in grado di raggiungerlo. Sapeva che, ancora una volta, si era lanciato sulle tracce di Castor Troy, ma solo perché Tito l’aveva chiamata per informarla. Digitò metà del numero poi si fermò esitante, provando quel miscuglio di esasperazione e rabbia che si era abituata ad avvertire ogni volta che cercava di contattare suo marito. Spinta dal senso di responsabilità terminò di selezionare il numero. La segretaria di Sean raccolse la comunicazione al primo squillo.
Archer stava prendendo una miscela di aspirina, ibuprofen e acetaminophen nella speranza di mitigare un’emicrania indotta dall’abuso di caffè quando il suo intercom trillò.
— Signor Archer, è di nuovo sua moglie.
Archer inghiottì le pillole. Stava per protendersi e raccogliere la comunicazione quando Tito irruppe nel suo ufficio. I suoi occhi sfavillavano di eccitazione.
— Sean, hanno noleggiato un jet all’Anderson Airfield sotto il nome Ethan Goddard. Indovina chi ha pagato in contanti… Pollux Troy.
Non solo Archer dimenticò sua moglie, ma si scordò anche di respirare. Il sangue gli affluì al viso e il mal di testa sparì istantaneamente. Schizzò dalla sedia, che cadde e rotolò contro il muro.
— Allerta la squadra intervento, Tito. Ci muoviamo. Voglio uno dei nostri su quell’aereo.
— Consideralo già fatto, ma non c’è ancora traccia di Castor.
— Dove va uno c’è sicuramente anche l’altro. — Con il cuore che batteva come quello di un ragazzino innamorato, Archer lasciò il suo ufficio con la rapidità di un fulmine.

2

Castor Troy sedeva, con un atteggiamento quasi rilassato, sui sedili foderati in cuoio della Lexus di Dietrich Hassler che lo stava accompagnando all’aeroporto. Le luci blu della pista di decollo si riflettevano sul cranio rasato di Dietrich. I fari correvano verso le montagne scure con le cime incappucciate da nuvole grigie che spiccavano nel cielo notturno. Troy provava una vaga irritazione nei confronti del suo complice, indossava una giacca costosa ed elegante, ma sera spruzzato con un’acqua di colonia col nome di un animale selvaggio acquistata in un grande magazzino. Sotto il profumo scadente, pregno di spezie e di lime, riusciva ad avvertire il vero odore di Dietrich, un olezzo di carne putrida e salsa di crauti inscatolata. La giacca di buon taglio e la cravatta elegante non riuscivano ad affinarne l’aspetto, anzi servivano solo a sottolineare quella volgarità che non sarebbe mai stato in grado di lasciarsi alle spalle. La Lexus andò a fermarsi vicino a una Land Rover. Assicuratosi che non ci fossero pericoli nei dintorni, Troy trasse una consistente mazzetta di banconote dal taschino della giacca. Dietrich parve compiaciuto da quella visione, anche se sembrava soprattutto incuriosito.
— Tutti ’sti soldi per un detonatore e un passaggio all’aeroporto, Cas? Chi è il bersaglio? Puoi dirmelo, lo sai che non andrò in giro a raccontarlo.
— Un coglione che faceva troppe domande, va bene? — ribatté astioso Troy e gli scoccò un’occhiataccia, nascondendo una sfumatura d’odio dietro un’espressione vagamente affettuosa. Era già sulla via dell’uscita quando, a voce sufficientemente alta perché l’altro potesse udirlo, aggiunse: — Salutami tua sorella.
Dietrich sogghignò restringendo gli occhi a due fessure. — Salutartela? Se appena ti nomino quella mi prende a calci in culo. Buon viaggio… dovunque tu vada — berciò, felice di potersene andare. La presenza di Castor gli provocava sempre una certa eccitazione, il terrorista lo affascinava, ma era ancora più contento quando veniva il momento di separarsi da quello che si era rivelato il suo più grande benefattore.
Castor Troy invece, sentiva la necessità di trovarsi accanto a suo fratello, doveva vedere l’uomo che lo completava come essere umano. Sulla sua strada incontrò un muro di nordica carne umana nelle persone di Lars e Lunt Lindstrom, due gemelli dagli occhi di cristallo che sembravano in grado di comunicare telepaticamente. Gonfi di muscoli e di armi mal dissimulate, si separarono lasciando apparire la figura di Pollux Troy. Quasi fosse stato un colibrì in forma umana, Pollux era sempre in costante movimento, nervoso quanto suo fratello era freddo e sicuro di sé. Persino la sua voce aveva una sfumatura elettrica. Castor si accorse che una delle scarpe del fratello aveva una stringa slacciata. Automaticamente si chinò per allacciarla, un gesto che aveva compiuto almeno un migliaio di volte.
— Ventisei minuti di ritardo — sibilò Pollux grattandosi dappertutto. — Hai avuto dei problemi a installare il detonatore al deuterio; lo sapevo che sarei dovuto venire anch’io.
Terminato di fare il nodo alla scarpa, Castor strabuzzò gli occhi e si portò una mano al cuore.
— Oh, mio Dio… — gemette.
— Cosa?
— Io… ho dimenticato di attivare quel dannato detonatore!
Pollux era sconvolto: il tremito costante che lo agitava cessò di colpo mentre il sangue gli andava alla testa.
— Stai… stai scherzando, vero? — balbettò volgendosi verso i fratelli Lindstrom. — Sta scherzando, non è così? — Poi scattò alla gola del fratello afferrandogli il collo con entrambe le mani. — Dimmi che stai scherzando! — urlò.
Liberandosi con facilità dalla stretta del fratello, Castor sogghignò esibendo una dentatura macchiata dal fumo. — Certo che sto scherzando, fratellino. È andato tutto bene. — Non appena lasciò le mani del fratello, l’abituale fremito che le scuoteva riprese regolarmente. Pollux si dimenò come un ragazzino scorbutico mentre Castor tentava di stringerlo in un abbraccio affettuoso. Cercò di respingerlo divincolandosi, ma Castor insistette nella sua manovra. Pollux sapeva che non avrebbe avuto pace sinché non gli avesse restituito l’abbraccio, quindi cedette. I gemelli Lindstrom, imbarazzati da quel rituale, evitarono di guardarsi. In quei momenti non osavano neppure posare lo sguardo sui fratelli Troy. Loro non si erano mai abbracciati né l’avrebbero mai fatto.
Quando finalmente Pollux ebbe la possibilità di divincolarsi dalla stretta del fratello, si avviò caracollante verso il jet. — Detesto quando mi chiami fratellino — sbottò. Castor sorrise rivolgendogli un’occhiata adorante, quindi si volse verso i Lindstrom.
— Grazie per avergli fatto da baby-sitter — disse traendo dalla tasca della giacca due distinte mazzette di banconote. Aveva imparato il silenzioso codice comportamentale dei gemelli e sapeva che detestavano essere trattati come un singolo essere umano. Ciascuno avrebbe ricevuto la sua paga, ma dopo tutti quegli anni né lui né Pollux erano in grado di stabilire chi fosse Lars e chi Lunt.
— Ha bisogno di qualcos’altro, capo? — chiese uno dei due.
— Basso profilo per qualche giorno, finché non avrete mie notizie… Oh, prima che me ne dimentichi — disse Castor Troy con un sorriso untuoso — non andate in centro. Ci sarà un aumento dello smog intorno al diciotto del mese. — I gemelli annuirono in perfetta sincronia, prima di intascare le mazzette e andarsene.
Castor salì a bordo del jet entrando nell’abitacolo di guida. — Andiamo, andiamo, andiamo — disse rivolto al pilota.
Questi avrebbe voluto rispondergli che prima avrebbe dovuto sedersi, ma visto che veniva pagato una piccola fortuna, si limitò a stringersi nelle spalle.
Arrivato al suo posto Castor stava per lasciarsi cadere nella poltroncina imbottita quando alle narici gli giunse un’essenza di vaniglia e gardenia, indizio di un profumo costoso. Lanciò uno sguardo alle caviglie della hostess. Salivano flessuose sino agli snelli polpacci color crema, a loro volta protesi verso un paio di cosce senza eguali. Gli occhi del terrorista corsero lungo il miniabito di buon taglio seguendone la linea sino alla vita stretta e a un décolleté che ospitava due seni fermi, pieni eppure completamente naturali. Castor Troy era in grado di riconoscere due tette siliconate a un miglio di distanza e sapeva che quelle che gli si presentavano davanti agli occhi erano autentiche… e al tocco dovevano essere morbide e calde. La ragazza gli versò un bicchiere di mescal che lui ingollò senza esitazioni.
— Benvenuto a bordo — augurò la hostess con voce zuccherosa. — Desidera qualcos’altro?
Le parole ruscellarono dalle belle labbra rosse come una colata di perle e diamanti. Lo fissò con uno sguardo penetrante. Il viso dominato da sontuose linee piane abbozzò un sorriso. Castor valutò la ragazza con divertita approvazione. Mentre l’osservava i suoi occhi lubrichi andarono a posarsi sulle labbra.
— Diavolo, sì — rispose attirandosela sulle ginocchia. — È un piacevolissimo modo di volare. — La ragazza ridacchiò senza far caso alla mano che le scivolava dal ventre alle cosce.
Pollux rivolse uno sguardo al fratello pensando che, dopotutto, non sarebbe stato un viaggio noioso. A un certo punto lui sarebbe andato nello scompartimento adibito a camera da letto, interrompendo le effusioni di Castor e della donna. Nell’intervallo di tempo che avrebbe impiegato a togliersi i vestiti, Castor avrebbe chiesto alla ragazza di concedersi anche a lui.
La hostess sembrava infastidita dall’alito di Castor, che sapeva di mescal e fumo, ma s’inarcò mentre le carezze si facevano più intime. Scrollò indietro i capelli e si scostò da lui quando l’aereo rallentò improvvisamente la sua corsa. Castor quasi la scagliò a terra mentre schizzava via dal sedile e apriva di scatto la porta dell’abitacolo di guida nel quale irruppe urlando.
— Cosa diavolo succede? — domandò, scrutando oltre il vetro del lunotto.
— Ce qualcosa — replicò il pilota strizzando gli occhi, come se questo potesse essere d’aiuto per distinguere il mezzo che stava correndo verso di loro nel buio.
Improvvisamente al limite della pista di decollo, si accesero un paio di fari di una Humvee. I sospetti di Castor si trasformarono in realtà quando mise a fuoco la camionetta che si avvicinava.
— Cazzo, è Archer!
Nel giro di un secondo aveva puntato la pistola alla testa del pilota. — Vai, maledizione, vai! — urlò premendogli la canna sulla tempia.
Nello stesso istante udì un boato assordante all’interno della carlinga e la pistola gli venne strappata via dalla mano. Il vetro anteriore era intatto… il proiettile era venuto da dietro, quindi. Si girò e scorse la hostess alle sue spalle, con i piedi ben piantati e una pistola fumante tra le mani ben curate.
— FBI — urlò la ragazza. — Si fermi, comandante!
— Troia! — sbottò Castor, mentre il pilota abbassava la cloche per diminuire la velocità.
Il jet subì un brusco sobbalzo e l’agente speciale Winters perse l’equilibrio, incapace di mantenere una posizione stabile a causa delle scarpe con i tacchi di media altezza che calzava. Prima che potesse riprendersi Castor le saltò addosso e la trascinò a terra. La ragazza cadde picchiando il mento e mordendosi la lingua. Castor le montò sopra protendendosi per afferrare l’arma.
Sulla Humvee, Tito era seduto vicino ad Archer cercando di tenere sotto tiro Castor con la sua pistola e quella del collega. Archer premette a fondo l’acceleratore e il veicolo schizzò verso il jet. Tito gli lanciò un’occhiata. Vedendone la cieca determinazione reagì agitandosi sul sedile.
— Sean, stai facendo a cornate con ventisei tonnellate di metallo! — urlò, ma Archer non gli dava ascolto. Tito si preparò a morire. Un vago ricordo della sua educazione religiosa gli tornò in mente mentre automaticamente eseguiva il segno della croce e pregava il Dio dei cattolici di perdonarlo. Nel giro di pochi secondi i due mezzi si sarebbero scontrati.
Archer non aveva una vera idea di cosa aspettarsi, ma tornò bruscamente alla realtà nel momento in cui Castor si chinò sul pavimento costringendo Winters a rialzarsi. Il terrorista mostrò la sua prigioniera attraverso il vetro del lunotto. Le serrava il collo premendole la pistola alla nuca. Snudò i denti ingialliti in un impavido sogghigno di sfida.
Archer, diviso tra il timore per la sorte della collega prigioniera e il disgusto per l’uomo che stava per ucciderla, sentì un’ondata di calore salirgli lungo la schiena. Sterzò schivando il jet di un soffio, poi schiacciò il freno, determinato a non lasciare che Castor potesse gloriarsi di aver fatto un’altra vittima. La Humvee eseguì una brusca curva in scivolata, accompagnata da un cigolio acuto. Tito tossì con la gola irritata dal puzzo di pneumatici roventi. Individuò i rinforzi dell FBI che stavano sopraggiungendo. Archer frenò mentre un elicottero dell’FBI cercava di atterrare sollevando un inferno di polvere. Il jet stava scivolando via quando la polvere si diradò e Tito si accorse che Archer aveva lasciato l’auto.

Tito fissò incredulo il portello del jet che si apriva lasciando intravedere la bionda chioma di Winters che lottava disperatamente con Castor nel tentativo di non farsi scaraventare di sotto. La ragazza si aggrappava al portello, ma Castor le coprì il viso con una mano sparandole nel contempo una pallottola nel fianco. Per un momento, prima che Castor la scagliasse sul cemento, le dita di Winters graffiarono il portello.
Castor rivolse un sorrisetto a Pollux che puntava la pistola alla tempia del pilota. I due fratelli scoppiarono a ridere mentre il jet accelerava, una risata così crudele e fragorosa che riuscì a coprire l’urlo dei motori lacerando i timpani del pilota. L’uomo si chiese se non fosse meglio mettere fine subito a quella corsa: quei due lo avrebbero ucciso comunque, una volta arrivati a destinazione. Castor si accorse della sua esitazione e gli assestò una botta sulla nuca.
— Decolla! — gli urlò nelle orecchie. Detergendosi il sudore dagli occhi il pilota tirò la cloche. Castor riuscì quasi a rilassarsi: la libertà era a portata di mano. Improvvisamente udì il terrificante scricchiolio di molti quintali di metallo che piombavano su di loro. Castor schizzò al portello e si protese all’esterno.
Frastornato dallo sbalordimento vide l’elicottero posizionato sopra l’aereo. Sean Archer, ai comandi, bruciava di un odio dell’intensità di un’esplosione nucleare inquadrando la sua preda con gli occhi sbarrati. Castor gli restituì l’occhiata contrastando quell’odio incandescente con un disprezzo gelido come una tempesta nell’artico. Sapeva di avere la possibilità di far infuriare Archer senza essere costretto a sprecare un colpo. Sorrise. E quell’atto ebbe l’insidioso effetto che Castor aveva sperato, poiché il viso di Archer si contrasse in un’espressione di furia ancor più incontrollabile.
Sollevando la pistola Castor sparò dal portello spalancato, mirando alla meglio a causa del rollio del jet. Archer riuscì a prevedere la traiettoria dei proiettili, chinandosi e schivandoli mentre le pallottole creavano una ragnatela sul lunotto. Tuttavia un proiettile sfiorò la mano dell’agente dell’FBi e l’elicottero scivolò via perdendo terreno.
Castor ridacchiò, leggendo la paura sul viso di Archer. Il pattino picchiò contro la carlinga, poi il velivolo si allontanò lasciando che i fuggiaschi guadagnassero terreno. Finalmente l’aereo stava alzandosi.
Castor si rivolse a Pollux che stava scrutando la zona circostante attraverso il lunotto della cabina. Il muso del jet s’inclinò in direzione del cielo notturno… la possibilità di fuga sembrava assicurata, ma improvvisamente, l’aereo tornò a inclinarsi verso il terreno. Castor e Pollux furono scaraventati contro il pilota.
— Merda! — urlò Castor — Merda! Merda! Merda! — Riuscivano persino a sentire lo sfrigolio dei pneumatici sul cemento.
— Gesù Cristo — ansimò Tito, niente affatto sicuro che lo spettacolo di fronte ai suoi occhi fosse reale. Archer aveva riacquistato il controllo dell’elicottero e si era andato a posare sulla coda del jet, cavalcandolo.
L’aereo si agitava selvaggiamente mentre l’altro velivolo cercava di rimanere in sella malgrado i pericolosi sobbalzi.
Pollux cominciò a tremare come gelatina quando si rese conto che l’aereo si stava avvicinando rapidamente al limite della pista. Il pilota sapeva cosa doveva fare ma rimase sconvolto quando s’avvide che un biplano era improvvisamente apparso di fronte a loro, in fase di atterraggio. Il panico del pilota aumentava a mano a mano che si avvicinavano al termine della pista. L’uomo riuscì a eseguire una virata uscendo dalla scia di cemento mentre il biplano li evitava di un soffio. Rivolgendo uno sguardo ansioso ai due terroristi, abbassò la cloche eseguendo un’altra virata.
— Cosa stai facendo? — ruggì Castor, trattenendosi a stento dal massacrargli il viso con il calcio della pistola.
— Volete che i serbatoi del carburante esplodano? Dobbiamo fermarci — gridò l’altro, prima di tornare a concentrarsi sui comandi.
Senza preavviso Castor sollevò la pistola, l’appoggiò sulla nuca del pilota e sparò. Sangue e materia cerebrale imbrattarono i comandi. Castor scaraventò via il cadavere dal sedile e fissò i comandi. Non riusciva a capirci nulla… e poi gli indicatori erano coperti di sangue. Si diede da fare sulla cloche e sui comandi ma non ricevette risposta. Il jet ruotò su se stesso e andò a sbattere contro una gru che gli sezionò un’ala.
Nel frattempo Archer lottava per liberare l’elicottero rimasto incastrato nelle lamiere di coda del jet. Accelerò il battito delle pale, ma il velivolo rimase bloccato mentre il jet procedeva, ormai senza controllo, inclinandosi sul lato dell’ala superstite. Grazie a una folata di vento l’elicottero riuscì finalmente a sganciarsi. Archer si alzò in volo evitando d’un soffio di colpire un hangar col rotore.
Castor e Pollux non ebbero la stessa fortuna. Il jet andò a schiantarsi contro l’hangar le cui pareti l’avvolsero come una tenda che cade improvvisamente sul suo occupante. I due fratelli ebbero la sensazione di essere mosche intrappolate in una lattina di birra, mentre le pareti metalliche del jet si piegavano all’interno. La coda del velivolo andò a infilarsi in una fessura nel muro dell’hangar spuntando comicamente all’esterno, come un cane troppo grande per la sua cuccia.
Un’improvvisa calma s’impadronì di Sean Archer, mentre atterrava. Era lo stesso tipo di calma che il maratoneta prova in vista del traguardo, quando si accorge che nessuno potrà mai raggiungerlo. Non rallenta il passo né concede pausa alla propria determinazione: si permette semplicemente il lusso di pensare che la vittoria può essere sua. Quando uscì dall’elicottero, aveva l’espressione di un poliziotto annoiato sul punto di compilare l’ennesima contravvenzione.
Tito, Wanda e Buzz guidavano un manipolo di altri quattro agenti nella carica al muro dell’hangar in frantumi. Superarono Archer, l’unico che riusciva a distinguere gli scatti metallici prodotti da Castor che ricaricava la sua arma. — Giù la testa! — urlò Archer gettandosi a terra. Il crepitio di un mitra rimbombò nell’hangar creando un’eco spaventosa. I proiettili rimbalzarono sull’acciaio mentre le detonazioni riecheggiavano con un terrificante fragore. Uno dei colpi sibilò accanto a Loomis strappandogli la punta dell’orecchio. Sul suo cranio si allungò una scia di sangue. Frastornato, Loomis cadde a terra. Altri agenti furono meno fortunati.
Castor si fermò per ricaricare una seconda volta, lanciando un’occhiata a suo fratello inchiodato tra le macerie. Pollux, liberata una mano, tentò di usare il pavimento di metallo squarciato come punto di appoggio. Cercando di strisciar via, gridò quando un frammento di metallo contorto gli lacerò la cassa toracica. In preda al panico, si rese conto di essere in trappola.
Archer irruppe silenziosamente nell’hangar, poi sparò quasi alla cieca verso il jet. Raggiunto Loomis, lo trascinò dietro un muletto meccanico, quindi si concesse un attimo per vedere quali fossero i danni. Provò un brivido quando si accorse che tre degli agenti erano morti. Con un respiro profondo chiamò a raccolta ogni briciolo di concentrazione.
Pollux era intrappolato dai pannelli di acciaio che gli erano crollati addosso. Castor cominciò a prenderli a calci, sicuro di poterlo liberare, ma i suoi sforzi si rivelarono vani. — Vattene — disse Pollux debolmente.
— Cosa?
— Vattene… non lasciare che ci prendano tutti e due.
— Provava dolore persino a parlare. Era sicuro che il polmone sinistro fosse stato trapassato.
Castor sbiancò, gli tremavano le labbra. Non riusciva a immaginare il mondo senza suo fratello. Si chinò su di lui e vide che aveva la fronte madida. — Dovunque ti manderanno, troverò un modo di tirarti fuori — gli assicurò scostandogli una ciocca di capelli dagli occhi.
Pollux gli rispose con un debolissimo cenno di assenso.
Fuori, nella sezione adibita alle riparazioni dell’hangar, Archer raggiunse i suoi colleghi federali. Tito notò che la mano del suo collega era scossa da un leggero tremito.
— È in trappola, Sean — disse.
— È quello che mi dici ogni volta — replicò Archer mentre inseriva un caricatore nuovo nella pistola. — Isolate la zona. Adesso vado a prenderlo. — Si fece strada nella sezione riparazioni zeppa di componenti per aeroplani, parti di sistemi idraulici e grandi motori a turbina. Forse poteva addirittura sentire che Castor era ancora vivo e stava uscendo dal jet. Forse dovevano scontrarsi un’ultima volta. In ogni caso era sicuro della sue mosse.
Castor si muoveva faticosamente tra i resti del jet diretto al portello posteriore. Lo aprì e, con uh balzo di qualche metro, atterrò sul pavimento in cemento. All’impatto con il terreno cadde, trascinato a terra da un dolore insopportabile alle gambe, ma si rialzò subito sgattaiolando sino al muro. Come aveva immaginato, si trattava dell’uscita posteriore di un tunnel che partiva dall’hangar. Trovata una manopola cercò di abbassarla nel tentativo di far scivolare il pannello di acciaio. Si sentiva troppo debole, o forse la porta era bloccata. Castor stava rinnovando i suoi sforzi quando una voce dall’oscurità lo fece trasalire.
— Voltati — disse Archer facendo la sua comparsa tra due enormi turbine. Separate da un aereo, ricordavano le zanne di un gigante. Castor si girò con un movimento aggraziato.
— Sean, comincio a trovare seccante la tua ossessione di rovinarmi il divertimento.
— E quanto ti avrebbe reso il divertimento questa volta?
— Che te ne frega? Io ero semplicemente venuto a Los Angeles, di ritorno negli States per meno di una settimana…
— Sei in arresto — urlò Archer sputando ogni singola parola. — Per quanto possa sembrare incredibile, hai ancora il diritto di rimanere in silenzio…
— Okay, okay, okay — sbottò Castor come se Archer lo stesse costringendo a rilasciare una confessione che alla fine aveva deciso di fare. Le sue braccia si agitarono con un movimento esagerato mentre occhieggiava la sua pistola, avvicinandovisi impercettibilmente. Archer non si lasciò distrarre.
— Sean — cominciò Castor, sempre assorto nelle sue manovre mentali alla ricerca di una possibilità. Improvvisamente un’idea gli sfavillò in testa. — Sean, ho uno scherzetto in programma per sabato sera. Un castigo peggiore di qualunque piaga Dio abbia inflitto ai faraoni.
Avvicinandosi, improvvisamente incuriosito dalla rivelazione, Archer aveva solo leggermente allentato la pressione sul grilletto. — Me ne parlerai dalla tua confortevole cella.
Castor si arrese con un sorriso così educato da apparire irritante, come se accondiscendesse a ridere della patetica battuta di Archer. — E tu cosa farai quando sarò in galera, Sean? Farai ammattire tua moglie e tua figlia? Come sta tua figlia, si è sviluppata? Scommetto che ha delle tettine sode come pomodorini… Come si chiama… Janie?
Nelle vene di Archer in quel momento circolava acqua gelida. Contrasse le mascelle. Tornò a serrare il dito sul grilletto.
— Se nomini la mia famiglia un’altra volta sei morto.
Castor trasalì con finta ingenuità. — Tu… non puoi sparare a un uomo disarmato, Sean. Non è da te. — Sbattendo le pesanti palpebre assunse un’espressione che riproduceva quella dei gattini abbandonati e delle bambole perdute dei quadretti che sua madre era solita appendere in casa. A dispetto di tutto Archer si scoprì affascinato dal bizzarro comportamento del suo nemico; al punto che esitò una frazione di secondo quando la mano di Castor si abbassò verso la sua pistola, la impugnò e fece fuoco.
Arretrando disordinatamente Archer si riparò dietro le due turbine nel tunnel della camera di controllo. Posò gli occhi sul pannello di comando e capì dalle luci sul monitor che i motori erano alimentati. Azionò un pulsante… nulla. Tentò con gli altri interruttori ottenendo lo stesso risultato. Si guardò alle spalle e si rese conto che c’era solo una via d’uscita.
Castor esultò accorgendosi che Archer era intrappolato nella sala controllo. Strisciando come una pantera si preparò a uccidere. Teneva la pistola puntata diritto davanti a sé, in bocca sentiva il sapore salato del sangue. Sparò attraverso il vetro: il proiettile schizzò vicino all’orecchio di Archer. L’agente dell’FBi scattò indietro andando a sbattere contro il monitor di controllo che si accese.
I timpani di Castor furono martellati da un improvviso ruggito. Le turbine si erano accese. Si tuffò a terra nel tentativo di evitare di essere travolto, ma il tornado lo sollevò dal pavimento e lo scaraventò attraverso l’hangar. Con un tonfo raccapricciante venne scagliato contro la parete più lontana, il suo corpo sbattuto come una bistecca sul ripiano di un tavolo di cucina. Archer spense le turbine ed emerse dal tunnel. Scorse Tito che correva verso di lui.
— Sean, dimmi che non ce l’ha fatta un’altra volta — ansimò. Archer non si curò di guardarlo. I suoi occhi erano incollati al corpo privo di vita di Castor. Tito e Archer si avvicinarono lentamente al terrorista, aspettandosi quasi di vederlo rianimarsi con un’arma in pugno, pronto ad aprire il fuoco su di loro.
In qualche modo, il sorriso di scherno di Castor gli era sopravvissuto, congelato sotto gli occhi sbarrati. Per un attimo Archer immaginò che quegli occhi fossero vivi e stessero cercando i suoi. Represse un brivido. Per sicurezza gli sferrò un calcio al fianco. Nessuna reazione. Tito osservò il volto di Archer e lo trovò sorprendentemente privo di emozioni.
— Stai bene?— gli domandò.
— Benissimo — rispose Archer. — Io… io devo prendermi una licenza.
Ciò di cui aveva realmente bisogno era un luogo appartato. Quando finalmente lo trovò, lasciò le luci spente, entrò in un bagno e sedette sulla tazza. Là dove nessuno poteva vederlo o sentirlo, scoppiò in lacrime. Il primo singhiozzo fu seguito da un secondo e da un terzo. E poi da un altro ancora. Mentre si asciugava gli occhi si redarguì mentalmente. “Cristo, Archer, sembra che tu abbia appena vinto il concorso di Miss America.’’ Tuttavia non erano lacrime di felicità, ma di sollievo.
Arrivò l’ambulanza e gli infermieri cominciarono a farsi largo tra le vittime. Castor Troy fu l’ultimo che riuscirono a raggiungere. Sebbene il suo corpo fosse ancora caldo, non vennero riscontrati altri segni di vita. Tuttavia, quando l’infermiere posò il disco dello stetoscopio davanti al sorriso congelato di Castor, una leggera nebbia ne appannò la superficie a specchio.

L.

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Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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2 risposte a [Novelization] Face / Off (1997)

  1. Cassidy ha detto:

    Ho una predilezione per il grande John Woo, questo film mi piace sempre molto, una delle poche volte in cui Woo è riuscito ad imporre il suo cinema anche nella terra della torta di mele, prima di cedere a troppi compromessi. La novelization è la ciliegina sulla torta! 😉 Cheers

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