Schwarzenegger ricorda Terminator

Riporto un estratto dalla biografia Total Recall: My Unbelievably True Life Story (2012) di Arnold Schwarzenegger, in cui l’attore ricorda il periodo delle riprese di Terminator (1984).

La traduzione è mia.


Quando nel febbraio 1984 tornai dal Messico [dopo le riprese di Conan il Distruttore], ero pronto per iniziare a prepararmi in vista di Terminator. Avevo appena un mese prima che iniziassero a girare: la sfida era riuscire ad entrare nella fredda modalità del cyborg privo di emozioni.

Lavorai con le pistole ogni giorno, e per le prime due settimane di riprese mi allenai a smontarle e rimontarle ad occhi chiusi finché il movimento non fosse venuto automatico. Passai ore infinite al poligono di tiro, imparando ad utilizzare un intero arsenale di armi differenti, abituandomi al loro rumore così da non sbattere gli occhi. In quanto Terminator, quando carichi o usi una pistola non guardi in basso, così come Conan non guarda in giù quando sfodera la sua spada. E, naturalmente, devi essere ambidestro. Devi esercitarti a fare ogni mossa trenta, quaranta, cinquanta volte finché non ti viene bene. Dall’esperienza del bodybuilding ho imparato che tutto è esercizio e ripetizione: più esercizio fai, più migliori; più ripeti, più migliori. Credo molto nel lavorare duro fino alla fine, quindi quella sfida mi intrigava.

© 1984 Metro-Goldwyn-Mayer

Capii che il Terminator era un mistero per me. Mentre imparavo la parte il mio mantra era il monologo di Reese a Sarah Connor: «Quel Terminator è là fuori. Non si può patteggiare con lui, non si può ragionare con lui, non sente né pietà né rimorso né paura. Niente lo fermerà prima di averti eliminata. Capito? Non si fermerà mai.» Lavorai sull’idea di non avere umanità, sull’essere privi di espressione, sul non compiere mai movimenti inutili. Così quanto il Terminator si presenta alla stazione di polizia dov’è rifugiata Sarah, e dice all’agente «Sono un amico di Sarah Connor, mi hanno detto che è qui: poteri vederla?» e lui risponde «No, non può», tu sai già che la situazione finirà male.

Cameron aveva promesso di rendere il Terminator una figura eroica. Discutemmo molto su come fare: come convinci gli spettatori ad ammirare un cyborg che devasta una stazione di polizia e massacra trenta poliziotti? Era una combinazione di come io recitavo la parte, di come lui riprendeva la scena e le cose stupide che Jim faceva fare ai poliziotti perché sembrassero degli idioti. Invece di essere agenti competenti di sicurezza pubblica, erano degli impediti, così lo spettatore poteva pensare “Sono solo degli stupidi arroganti”, e il Terminator li spazza via.

I maniaci del controllo come Jim sono grandi estimatori delle riprese notturne, perché ti danno il controllo totale sull’illuminazione, creandola tu stesso: non devi competere con il sole! Se vuoi creare una strada isolata dove lo spettatore provi l’ansia di non avere un luogo dove cercare protezione, è facile crearla di notte. Così gran parte di Terminator è stata girata di notte. Naturalmente per gli attori le riprese notturne significano un’agenda intricata, e non è comodo o divertente come girare di giorno.

© 1984 Metro-Goldwyn-Mayer

Cameron mi ricordava John Milius, amava appassionatamente fare cinema e ne conosceva la storia, i titoli, i registi, le sceneggiature. Inoltre avrebbe passato ore a parlare di tecnologia. Io perdevo la pazienza quando mi cominciava a parlare di cose tecnologiche che purtroppo non poteva fare, e pensavo: “Perché non ti limiti a girare il film? Cioè, le cineprese normali sono andate benissimo per Spielberg e Coppola: Alfred Hitchcock ha fatto i suoi film e non si è mai lamentato della propria apparecchiatura, quindi chi cazzo sei tu?” Mi ci è voluto un po’ per capire chi fosse realmente Jim.

Lui organizzò con precisione ogni aspetto, soprattutto le scene d’azione. Ingaggiò stuntman esperti e prima di ogni scena andava da loro e spiegava cosa voleva, come fosse l’allenatore di una squadra sportiva. Due macchine in un inseguimento devono scoppiare in una strada fuori da un vicolo, diceva, finendo quasi nel traffico, e una delle macchine deve scivolare e agganciare il parafango posteriore di un pickup che va nell’altra direzione. Jim avrebbe girato questa scena attaccando poi le riprese da altre angolature. Era così ben informato che gli stuntman sentivano di poter parlare apertamente con lui, prima di buttarsi a correre dei rischi: facevano tutto ciò che era necessario per portare a casa la scena.

Probabilmente io ero a dormire nella mia roulotte, alle tre del mattino in cui girarono: non avevano bisogno di me per le prossime due ore, quindi ne approfittai per un riposino. Guardando però il girato, il giorno dopo, mi ritrovai in soggezione: era sorprendente che un regista alla sua seconda prova avesse la capacità di tirare fuori quella roba.

© 1984 Metro-Goldwyn-Mayer

Sul set Cameron conosceva ogni dettaglio ed era costantemente in giro ad aggiustare cose: aveva occhi anche dietro la testa. Senza neanche guardare il soffitto diceva: «Daniel, dannazione, aggiusta quelle luci, o devo arrampicarmi io e fare da solo il tuo fottuto lavoro?» Daniel, trenta metri più in alto, a momenti cadeva dall’impalcatura. Cameron sapeva i nomi di tutti e aveva messo bene in chiaro che non potevi prenderlo in giro: non ci saresti mai riuscito. Ti avrebbe gridato contro e punito pubblicamente, rimproverandoti a livello professionale utilizzando una terminologia che ti faceva pensare: “Questo tizio ne sa più di me: sarà meglio fare come dice lui”. È stato molto istruttivo per chi, come me, non ha mai prestato attenzione ai particolari.

Mi resi conto che comunque Cameron non era solo un maniaco dei dettagli: aveva una perfetta visione del quadro generale e di come dovesse essere il cinema. Specialmente per quel che riguarda le donne sullo schermo. Nei due mesi prima di girare Terminator ha scritto le sceneggiature di Aliens e Rambo 2. In quest’ultimo caso ha dimostrato che sapeva fare il macho, ma il personaggio davvero duro era quello protagonista di Aliens, cioè una donna: Ripley, interpretata da Sigourney Weaver. Anche Sarah Connor in Terminator è eroica e potente.

Non si trattava solo di cinema, perché le donne che Jim ha sposato – e comincia ad essere una lunga lista – sono tutte donne con cui è meglio non scherzare. La produttrice di Terminator, Gale Anne Hurd, l’ha sposato in seguito, durante la lavorazione di Aliens. Il suo lavoro era mantenere il progetto all’interno del budget, che si aggirava sui 6,5 milioni di dollari: cifra che andava stretta ad un film così ambizioso. Gale, che aveva superato la ventina, ha iniziato la carriera di produttrice subito dopo la laurea a Stanford e dopo aver fatto la segretaria di Roger Corman. Era appassionata di cinema e devota al nostro progetto. Tempo addietro lei e la sua amica Lisa Sonne, una delle production designer, vennero a casa nostra alle tre di mattina per svegliarmi e parlarmi del film.

© 1984 Metro-Goldwyn-Mayer

«Da dove venite, ragazze?» chiesi.

«Direttamente da una festa», risposero. Erano un po’ alticce. Tutto d’un tratto mi ritrovai in una conversazione su Terminator, su cosa bisognasse fare e su come gli servisse il mio aiuto. Chi è che fa tutto questo alle tre del mattino? Pensai che era fantastico.

Gale in seguito mi cercò per parlare del copione, delle riprese e delle sfide. Fu molto professionale, e fu tosta: ma sapeva tirar fuori la dolcezza quando ce n’era bisogno. Sedeva nella mia roulotte sul set, alle sei del mattino, e diceva: «Hai lavorato davvero duro, questa notte: ti dispiace se ti usiamo per altre tre ore di riprese? Altrimenti rischiamo di sforare i tempi». Persone come lei, che perseguono il proprio obiettivo ventiquattr’ore al giorno, credo vadano sempre aiutate. Così mentre un altro attore si sarebbe fiondato al telefono per lamentarsi con il suo agente, io ho accettato con piacere il suo invito.

Mi fece davvero effetto passare da un grande e costoso progetto della Universal Studios alle economiche riprese notturne di Terminator. In quel caso non eri solo parte di un grande meccanismo, non eri solo un attore: eri parte di un gruppo affiatato. Gale era giusto nella roulotte accanto alla mia, e Jim era sempre lì e mi consultava sempre per le decisioni da prendere. John Daly, che tirava fuori i soldi, era anche lui in giro. Non c’era nessun altro, dietro. Eravamo noi quattro, tutti ad inizio carriera, a lavorare per fare qualcosa di grande.

Lo stesso dicasi per la gente della troupe, che non era molto nota e non aveva ancora fatto molti soldi. Stan Winston stava vivendo la sua grande occasione come creatore degli effetti speciali, così come il makeup artist Jeff Dawn e Peter Tothpal, l’hairstylist che ha inventato i vari modi di far apparire il Terminator spigoloso e bruciato. È stato un momento meraviglioso che ci ha regalato notorietà mondiale.

© 1984 Metro-Goldwyn-Mayer

Non ho cercato di stringere rapporti con Linda Hamilton e Michael Biehn, cioè Sarah Connor e Kyle Reese, anzi ho fatto l’opposto. Loro hanno molto spazio su schermo, ma sono ininfluenti ai fini del mio personaggio: il Terminator è una macchina, non gli importa cosa facciano quei due, vuole solo ucciderli. Meno “chimica” c’era con i due attori meglio era: non esiste chimica fra esseri umani e macchine. Così mi estraniai da loro, era come se loro facessero il loro lavoro e questo non avesse nulla a che vedere con il mio.

Terminator non fu quello che io chiamerei “set allegro”. Come puoi essere allegro nel mezzo della notte a far esplodere cose, quando tutti sono stanchi e sotto pressione per le scene d’azione che si devono girare? Fu un set produttivo dove l’allegria consisteva nel star girando roba buona. Pensavo, “È grandioso, è un horror con dell’action: in realtà non so cosa sia, ma è qualcosa di strepitoso”.

© 1984 Metro-Goldwyn-Mayer

Per la maggior parte del tempo avevo della colla sul viso, per attaccare i vari effetti speciali. Ho una pelle forte, per fortuna, quindi quei prodotti chimici non mi hanno provocato molti danni, ma fu terribile lo stesso. Avevo gli occhi rossi del Terminator sopra i miei, e sentivo il filo che li faceva illuminare che si scaldava fino a bruciare. Ho dovuto esercitarmi ad utilizzare un braccio finto, mentre per ore il mio braccio vero rimaneva legato dietro la schiena.

Cameron fu pieno di sorprese. Una mattina, appena fui pronto nel costume del Terminator, disse: «Sali in auto, andiamo a girare una scena». Guidammo fino ad una strada residenziale e lì disse: «Vedi quella station wagon laggiù? È tutta truccata. Quando darò il segnale, avvicinati allo sportello del guidatore, guardati in giro, dà un pugno al vetro, apri la portiera ed entra: metti in moto e parti». Non avevamo né i soldi né i permessi cittadini per girare quella scena, così bisognava fare di nascosto. Mi faceva sentire parte della creatività di Jim, svicolare dalla burocrazia perché il film rimanesse nel budget.

Le idee fiacche lo irritavano, specialmente se non erano nel copione. Un giorno decisi che in Terminator non c’erano abbastanza momenti divertenti. C’è una scena in cui il cyborg entra in una casa e cammina davanti ad un frigorifero. Pensai che magari lo sportello del frigo potesse essere aperto, magari potevo aprirlo io stesso. Vedevo la birra dentro, mi chiedevo cosa fosse, la bevevo e per qualche secondo mi muovevo tutto strano. Jim mi fermò prima ancora che finissi: «È una macchina, Arnold», disse, «non un essere umano. Non siamo in E.T., non può ubriacarsi!»

«I’ll be back»

Il nostro più grande disaccordo riguardò la frase «I’ll be back», che ovviamente è la battuta che il Terminator dice prima di distruggere la stazione di polizia. Ci volle molto tempo per girare la scena perché io discutevo su quella frase: sentivo che sarebbe risultata più meccanica e minacciosa se pronunciata senza la contrazione.

«È troppo “delicato” dire I’ll», mi lamentavo, ripetendo la frase così che Jim potesse capire il problema. «I’ll, I’ll, I’ll. Non sembra “duro”».

Lui mi guardava come se fossi pazzo. «Rimaniamo con I’ll», disse. Ma io non ero pronto ad arrendermi, finché Jim gridò «Guarda, fidati di me, okay? Io non ti dico come recitare, e tu non dirmi come scrivere». E girammo la scena esattamente com’era scritta. La verità è che, anche dopo tutti questi anni a parlare inglese, ancora non capisco le contrazioni. Ma la lezione che appresi era che gli scrittori non cambiano mai nulla del loro lavoro. Non era il copione di qualcun altro che Jim stava girando, era il suo. Era pure peggio di Milius: non era disposto a cambiare una sola virgola.

[…]

In mia assenza [in giro per il mondo a promuovere Conan il Distruttore] Terminator divenne un successo. Distribuito una settimana prima di Halloween del 1984, rimase al primo posto in America per sei settimane, pronto a guadagnare qualcosa come 100 milioni di dollari. Non mi resi conto del successo finché non tornai negli Stati Uniti e la gente mi fermava per strada, a New York.

«Ehi, amico, abbiamo visto Terminator. Dillo! Dillo! Devi dirlo!»

«Cosa?»

«Lo sai, I’ll be back!» Nessuno di noi, di quelli coinvolti nel film, poteva immaginare che quella battuta sarebbe rimasta impressa negli spettatori. Quando fai un film non puoi mai davvero predire quale frase diventerà un tormentone.

Malgrado il successo del film, la Orion fece un terribile lavoro di marketing. Jim Cameron era amareggiato, la compagnia si era concentrata sulla promozione di Amadeus che poi vinse un Oscar quell’anno. Non dando peso a Terminator il mercato lo relegò ad un normale film di serie B sebbene fosse chiaro a tutti che era molto di più. I critici scrissero in modo entusiastico, del tipo “WOW, da dove arriva questo film?”. La gente era incantata, e il film a sorpresa piacque molto al pubblico femminile, in parte grazie alla potente storia d’amore fra Sarah e Kyle.

La campagna della Orion invece si focalizzò sui fan dell’action, con scene di me che sparavo e facevo esplodere tutto in aria. Gli spot in TV e il trailer ufficiale facevano pensare agli spettatori: “Fantascienza violenta? Uh, non fa per me. Magari piacerà a mio figlio quattordicenne ma non lo manderò al cinema, perché è vietato ai minori di 16 anni”. Quello che la Orion comunicò al mercato è stato: “Questo è un film fatto solo per pagare le bollette: il nostro film di classe è Amadeus“.

Cameron uscì pazzo, per questo. Implorò lo studio di ampliare la promozione ed alzare i toni prima dell’uscita del film. Gli annunci avrebbero dovuto puntare sulla storia e su Sarah Connor, così il messaggio sarebbe stato: “Anche se pensi che sia fantascienza violenta, rimarrai sorpreso: è un film di classe”.

Lo trattarono come un ragazzino. Uno dei dirigenti disse a Jim che robaccia come quel film di solito aveva una vita di due settimane. Non aveva importanza che Terminator balzò subito ai primi posti, la Orion non aveva intenzione di incrementare la promozione. Se i suoi dirigenti avessero dato ascolto a Jim, avremmo potuto incassare il doppio.

Tuttavia dal punto di vista economico Terminator è stato un grande successo, avendo incassato 40 milioni in patria e 50 milioni all’estero, con un costo totale di 6,5 milioni. Ma i nostri profitti non erano certo del tipo di quelli di E.T. Paradossalmente, però, per me fu un bene che il film non guadagnasse così tanto. Se avesse guadagnato, per dire, 100 milioni solo nei cinema americani, da quel momento io sarei stato scelto solo per ruoli da cattivo. Invece il film rimase nella zona “sorpresa inaspettata”, finendo nella lista dei dieci film migliori dell’anno del “Time”. Per me il fatto che sia Conan che Terminator siano rimasti sui 40 milioni in patria ha dimostrato che il pubblico americano mi accettava sia come eroe che come cattivo.

Prima della fine dell’anno il produttore Joel Silver venne nel mio ufficio e mi propose il ruolo del colonnello John Matrix, l’eroe del film Commando. L’ingaggio era di 1,5 milioni di dollari.


L.

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14 risposte a Schwarzenegger ricorda Terminator

  1. redbavon ha detto:

    Gran bel ‘dietro le quinte’! Grazie anche per la traduzione.

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ un grande piacere, sperando che a trent’anni di distanza il nostro Arnie non abbia infiocchettato troppo i suoi ricordi 😉

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      • redbavon ha detto:

        Il rischio c’è, ma almeno abbiamo delle informazioni in più su cosa è girare un film e la sua promozione, sulla sua genesi. Se si avesse anche la versione di Cameron e altri coinvolti si potrebbe mettere a confronto. Ma insomma Terminator in effetti è esattamente quello che dissero all’epoca: una sorpresa!
        Una produzione costata 6,5 milioni che in mani sapienti e appassionate ha avuto il riconoscimento del pubblico è una consacrazione nel Cinema.

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        E oggi continuano a spendere 100/150 milioni di dollari per immani stupidate che non incassano neanche un terzo del budget: la storia non insegna mai, neanche la storia del cinema 😀

        Piace a 1 persona

      • Fra X ha detto:

        “Una produzione costata 6,5 milioni che in mani sapienti e appassionate ha avuto il riconoscimento del pubblico è una consacrazione nel Cinema.”

        Già. già! Soprattutto all’ estero. Come Rambo!

        “E oggi continuano a spendere 100/150 milioni di dollari per immani stupidate che non incassano neanche un terzo del budget: la storia non insegna mai, neanche la storia del cinema”

        Decisamente! Poi, visti pure certi effetti speciali, ti chiedi cosa ci facciano con tutti quei soldi! °_O

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  2. Cassidy ha detto:

    Boom! Gran modo per iniziare la Domenica 😀 Grazie per aver tradotto tutto e per le tante citazioni, l’incontro tra Arnold e Jim sul set di “Terminator” e il loro diverbio sulla mitica “I’ll be back” è storia del cinema, sembra quasi la risposta alla domanda, cosa succede quando una forza inarrestabile incontra un oggetto inamovibile 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mi ha fatto riflettere il punto in cui Schwarzy vuole aggiungere scenette umoristiche di dubbio gusto e Cameron riesce a fermarlo. Se ci pensi, dal terzo film in poi il T-800 di Arnie ne fa un mucchio di scelte umoristiche di dubbio gusto, dimostrando una grande verità nel cinema: il genio non è solo quello che crea, è anche quello che sa dire “no, quella bojata non farla!”

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Bellissimo articolo, zeppo di succosi dietro le quinte. Che poi, Jim e Arnold non sono così diversi. Ambedue (uno per il cinema e l’altro per il culturismo) non si accontentano mai e ricercano la perfezione mettendo a punto tecniche o inventandone di nuove.
    Ad esempio Schwarzenegger ha inventato l’esercizio “Arnold Press” per le spalle perché con gli esercizi “classici” non otteneva i risultati voluti.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Anticipazione/spoiler: Oh, proprio oggi pensavo di recensire un film del mito sopra…ormai siamo sensitivi! 😉😉😉

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  5. Giuseppe ha detto:

    Ottimo articolo con tanti interessanti retroscena 🙂 Così, a botta fredda, i ricordi di Arnie mi sembrano essere abbastanza veritieri, in special modo riguardo al suo rapporto con il tostissimo James Cameron… meno male che in quelle discussioni tecnologiche non è mai arrivato a dirglielo “quindi chi cazzo sei tu” 😉

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