Venerdì 13 [2] (1981) L’assassino ti siede accanto

Nuovo appuntamento per raccontare i miei venerdì con Jason.

L’enorme successo di Venerdì 13 quasi obbliga la Georgetown Productions a mettere in cantiere un sequel che, uscendo esattamente un anno dopo il primo, sfrutti l’eco mediatica e l’entusiasmo del pubblico. Bisogna quindi girarlo di corsa, e Sean Cunningham non è disponibile: sta curando altri progetti per altri studios. (Probabilmente una scusa per non dover essere ancora coinvolto in un film che non voleva fare sin dall’inizio, malgrado gli debba tutto.)

Poco male, si prende il produttore Steve Miner e lo si promuove regista. In fondo è appena stato sospeso il progetto che stava curando a Roma, cioè la pre-produzione di un film intitolato Marimba. (Visto che non esiste traccia di un film con quel titolo, non è che quel progetto sarà il futuro Mamba di Mario Orfini, uscito nel 1988?)

“Fangoria” n. 12 (aprile 1981)

Il regista prende la cosa con l’entusiasmo giusto e a “Fangoria” n. 12 (1981) rivela:

«Abbiamo cercato di creare il film più terrificante di sempre. So che ogni regista dice la stessa cosa, ma penso davvero che ci siamo riusciti. Mi sono prefisso di superare Venerdì 13 e abbiamo già avuto alcune proiezioni di prova molto promettenti.»

Di sicuro l’entusiasmo gli sarà servito, visto che non c’era altro. Se da un lato la Paramount mette sul tavolo almeno il triplo del budget rispetto al primo film, la velocità di produzione richiesta fa sì che tutto il cast tecnico sia già impegnato altrove e non possa partecipare: il che vuol dire perdersi per strada il giovane Tom Savini, fra i principali veri artefici del successo di Venerdì 13. Pazienza, tocca ripiegare su un amico di Steve Miner, un tizio promettente che potrebbe fare carriera… un certo Stan Winston!

«Quando chiamai Stan per fare Venerdì 13 Parte 2 lui disse che avrebbe voluto ma aveva degli impegni improrogabili. […] Mi disse di chiamare Dick Smith, il quale non poteva e mi consigliò Carl Fullerton.»

Alla fine della fiera i big scompaiono e rimane un ragazzetto. Ha 25 anni Carl Fullerton quando fa l’assistente al makeup del film Stati di allucinazione (1980), una palestra eccezionale che gli permette l’anno dopo di iniziare, con questo Venerdì 13 parte 2, una lunga carriera che dura tutt’ora. Miner racconta che Fullerton si è presentato al colloquio con una testa mozzata che aveva creato per Wolfen (1981) – «era così incredibilmente verosimile e straordinaria!» – il che aiuta sempre per l’assunzione. Però certo… mica male il pensiero del giovane Stan Winston all’opera…

Un inizio di carriera da perdere la testa!

Sempre in “Fangoria” n. 12 (1981) Miner racconta:

«L’effetto più elaborato del film è l’impalamento post-coito di due corpi nello stesso momento. Abbiamo utilizzato degli ingombranti corpi finti che costringevano gli attori ad una posizione molto scomoda. Carl e il suo assistente David, il figlio di Dick Smith, avevano una specie di macchinetta ad aria compressa che sputava sangue: hanno reso la scena davvero truculenta..»

Peccato che nessuno (almeno in Italia) la possa vedere, visto che la censura è stata molto più truculenta…

Una bella idea… già usata però da Mario Bava dieci anni prima…

Continua Miner:

«La mia scena di omicidio preferita è quella in cui Mark (Tom McBride) si becca il machete in testa. Parte della tensione in questi film consiste nel fatto che il pubblico sa che il personaggio dovrà morire, ma la suspence cresce perché non sa quando questo succederà. Quello che mi piace fare è distrarre l’attenzione il più possibile.»

Qualsiasi voce di scopiazzamento da Mario Bava mi sembra infondata…

Adam Rockoff nel suo saggio Going to Pieces (2016) afferma che il film è uscito nei cinema americani il 30 aprile 1981 e che, con un budget di 2,5 milioni di dollari, ha guadagnato in totale 21 milioni. IMDb fornisce tutt’altri dati: è uscito il 1° maggio 1981 e, con un budget di 1,25 milioni, ha guadagnato 6 milioni nel primo weekend e 21,7 in totale. Visto che nessuno dei due cita le fonti a cui si è affidato, non so a chi credere.

Arrivato nelle sale italiane in anteprima il 27 agosto 1981, esce ufficialmente il successivo 3 settembre con il titolo L’assassino ti siede accanto.

«Titolo routinier del tutto ingiustificato per un film che in realtà si chiama Venerdì 13, parte seconda, ed è la continuazione del misteriosissimo fortunato Venerdì 13, parte prima.»

Così scrive “La Stampa” del 14 settembre, per nulla entusiasta dell’arrivo di cotanto film.

Esistono due edizioni in VHS: una CIC Video, datata probabilmente 1992 e con il titolo L’assassino ti siede accanto, e l’altra del 20 ottobre 2004 targata Paramount, con il titolo Venerdì 13 Parte 2. L’assassino ti siede accanto.
Nello stesso ottobre 2004 la Paramount presenta anche l’edizione DVD da 83 minuti, cioè censurata. Con il remake del 2009 la Universal Pictures lo ristampa in DVD e Blu-ray Special Edition, ma sempre con la durata di 83 castissimi minuti.

Da “Sorrisi & Canzoni TV” n. 78 (1984):
grazie a Paolo D’Alessandro

Il primo passaggio televisivo noto risale al 1984 su Italia1, con lo stringatissimo titolo Venerdì 13-II (o almeno così è scritto sul trafiletto di “Sorrisi & Canzoni TV”): ringrazio di cuore il mio lettore Paolo D’Alessandro per avermi sottoposto questa preziosa informazione.

Dopo il logo, inizia l’usanza della “parte” numerata

Estate 1981. Il 39enne Roger Ebert, notissimo critico cinematografico scomparso nel 2013, nella sua città natale (Champaign-Urbana, Illinois) va al Virginia Theater a vedere Friday the 13th, Part 2: descriverà quell’esperienza in una recensione raccolta in I Hated, Hated, Hated This Movie (2013).

«La proiezione serale era piena di ragazzini e collegiali, e quando le luci si spensero venni preso da nostalgia: in quello stesso cinema per un numero infinito di venerdì sera avevo avuto un appuntamento fisso con i film. Quella nostalgia durò solo un paio di minuti.
Il film si apre con una delle eroine del primo film, sola in casa. Ha degli incubi, si sveglia, si spoglia, è spiata dalla cinepresa, sente un rumore in cucina. Va in cucina e attraverso una finestra un gatto piomba in scena. Il pubblico grida forte ed è felice: è divertente essere spaventati. Poi un uomo non identificato infila un rompighiaccio nel cervello della ragazza, e per me il divertimento è finito.
[…] Seduto in questa poltroncina sin da quando ero ragazzo, ricordo le fantasie cinematografiche di quand’ero bambino. Consistevano in adolescenti che si innamoravano, che truccavano le proprie auto, ascoltavano il rock and roll ed erano ribelli senza causa. Sia i ragazzi in questi film che quelli che li guardano sembrano avere un’unica visione del mondo: quella cioè in cui l’unica funzione degli adolescenti è essere fatti a pezzi.»

Quella di Ebert è una voce scontata, sarebbe stato sorprendente se invece il critico avesse colto l’importanza di un fenomeno nuovo – per l’America – che stava infiammando il cinema e riscuotendo un successo che i suoi stessi autori trovavano inspiegabile. Molto più acuto è John Brosnan, che recensisce il film per il numero di agosto 1981 di “Starbust”:

«È una fotocopia del precedente titolo. Il produttore/regista Steve Miner e lo sceneggiatore Ron Kurz hanno semplicemente rifatto Venerdì 13, riproponendo la maggior parte delle sequenze chiave quasi scena per scena. Ed ancora una volta – sorpresa! – funziona. Anche se sapevo cosa sarebbe successo il film mi ha comunque tenuto sul bordo della mia sedia. Be’, no: in realtà sono sprofondato e ho guardato tutto il film attraverso le dita, qualcosa che non facevo sin da quando vedevo gli horror da ragazzino.»

In tempi più recenti lo spiega Jim Harper nel suo Legacy of Blood:

«Stilisticamente, Venerdì 13 parte 2 è un aggiornamento del primo film. La granulosità non c’è più e i movimenti di camera sono più fluidi e naturali, il che probabilmente è merito del talento di Steve Miner e di un budget leggermente più alto. A parte questo, è incredibilmente simile all’originale. Il copione di Ron Kurz riproduce la struttura del primo film così come alcuni personaggi. Gli effetti speciali sono un po’ meno impressionanti ma più abbondanti, e soprattutto le inquadrature si assicurano che ogni goccia di sangue sia chiaramente visibile.»

Raramente un critico entra così in dettaglio, quindi la media di ogni età è il totale disprezzo. Parlando di Vestito per uccidere (1980) di Brian De Palma ha gioco facile Vinny Garvey su “Famous Monsters of Filmland” a contrapporlo a «spazzatura come Venerdì 13 parte seconda, in cui qualcuno viene fatto fuori ogni dieci minuti».

Tipica protagonista di slasher movie

Sul film non c’è molto da dire, se non sottolineare quanto è già stato detto: malgrado una regia più attenta e una tecnica più ricercata, la storia ricalca esattamente il film precedente. Con un gran difetto: stavolta la censura ci è andata giù duro e le scene truculente – cioè l’unico motivo per vedere il film – sono solo un pallido fantasma, di un paio di fotogrammi di durata. Quindi abbiamo 83 minuti di gente sconosciuta che fa cose noiose in video e poi esce di scena in un lampo.

Strizza l’occhio a L’ultima casa a sinistra (1972) o a Non aprite quella porta (1974)?

Giustamente spaventata da un maniaco che dopo il primo film cominciò a perseguitarla, l’attrice Adrienne King non vuole più lavorare nel cinema e fa giusto una comparsata all’inizio del film, quando viene uccisa da un Jason di cinque anni più grande: come abbia fatto da ragazzino gracile a diventare una montagna di muscoli rimarrà per sempre un mistero.

Me lo ricordavo più piccolo, Jason…

Malgrado venga chiamata “protagonista”, Amy Steel appare a fine film solo per diventare la final girl di turno: il suo peso nella storia è pari a zero. Nessuno è protagonista della storia semplicemente perché… non esiste alcuna storia! Esistono solo alcune sfumature di scopiazzamento da Mario Bava (lasciatemi l’icona aperta, come dice Cassidy!)

Ripeto: ogni voce di scopiazzamento da Mario Bava la trovo infondata!

La novità del film è che stavolta Jason non rimane un nome vago o una comparsata, è protagonista della vicenda con tanto di corpaccione, che appartiene ad un giovane laureando in economia che sognava di fare l’attore. Francis Warrington Gillette III aveva fatto il provino per un ruolo “parlante” ma non l’aveva ottenuto, così ha dovuto ripiegare su Jason: capendo in seguito di essere diventato immortale. Nessuno ricorda l’esercito di attorini che sono morti in questa saga, ma gli interpreti di Jason vengono regolarmente presentati in speciali e documentari ogni volta che esce un nuovo Venerdì 13 al cinema.

Guarda mamma, sto entrando nella storia del cinema!

Diventato in seguito modello di moda, nel 1981 Warrington Gillette – così scelse di chiamarsi come attore – sapeva che la parte non richiedeva gran che, in quanto attorialità, «ma trovai affascinante l’idea di andare in giro ad ammazzare la gente in onore della testa di mia madre»: moralmente discutibile, ma come motivazione attoriale non è niente male.

Sì, caro, bravo: il cinema ha sempre bisogno di assassini psicopatici

Subito l’attore si ritrova immerso nel make up di Carl Fullerton. «Mi incollarono pezzi di gomma alla faccia per distorcerla, mi infilarono protesi dentarie in bocca per tenerla forzatamente aperta e mi chiusero un occhio», racconterà l’attore a “Jason Goes to Hell Official Movie Magazine” (1993). «Avevo problemi a mangiare e bere e, con un occhio sempre chiuso, persi la percezione di profondità».

Carl Fullerton a lavoro sulla faccia di Jason (da “Fangoria” n. 12, aprile 1981)

Le cose peggiorarono quando dovette uscire fuori da una finestra ed attaccare l’eroina Amy Steel. «Quando il regista diede l’azione, presi la rincorsa e mi buttai fuori dalla finestra a tutta velocità e poi tornai indietro. Non ero a mio agio con quel processo e stavo male per tutto quel trucco: ero così goffo che temevo di ammazzare sul serio quella ragazza!»

da “Fangoria” n. 28 (luglio 1983)

Ecco come Steve Miner, al citato numero di “Fangoria”, racconta del suo Jason.

«Nel mio film, Jason sembra molto differente ma solo perché è più grande di cinque anni: non perché sia un morto vivente, come dicono alcuni. Credo che Jason sia sopravvissuto all’annegamento, è così che mi sono posto alla trama, ma questo non vuol dire che Alice abbia incontrato il vero Jason. In Parte 2 Jason non parla come la signora Vorhees lo imitava nel film precedente, in realtà anzi non parla affatto.»

Quando alla fine Gillette vede il risultato di tanta fatica, rimane sinceramente deluso. «Credevo di avere una grande parte, invece eccomi lì, sullo schermo, che senza dire una parola non faccio altro che ammazzare un gruppo di ragazzi». Curiosissima affermazione: quando ha firmato il contratto ha fatto caso al titolo del film? Non stava girando una tragedia shakespeariana…

Quando hai mal di testa, una buona bevuta è quel che ci vuole

Alla stessa rivista si confida Amy Steel, un’altra modella che all’epoca aveva velleità attoriali, rimanendo in seguito relegata a piccoli ruoli televisivi.

«Lavorare per due mesi di notte mi ha dato i brividi. Ero costantemente ricoperta di fango e mi gettavano acqua addosso, e dovevi guardare i tuoi colleghi venire uccisi, con sangue che schizzava dai loro copi… Be’, okay, non era reale, ma ad un certo punto è diventata un’esperienza parecchio tesa».

Per il resto l’attrice non ha trovato particolari difficoltà nel suo ruolo. «Essere spaventata è un’emozione relativamente facile da fingere: non era così difficile immaginare che qualcuno mi inseguisse con un coltello». Diverso invece quando qualcosa va storto nella scena in cui Jason deve attraversare la finestra dello chalet. «Di solito giravamo tre scene, e la parte peggiore era stare seduta sul letto a sentire gli strani suoni prodotti dalla cinepresa, e tutto ad un tratto un mostro sarebbe piombato dalla finestra. Era richiesto un particolare coinvolgimento emotivo, e alla terza ripreso ero sinceramente un po’ provata».

Adam Rockoff nel suo saggio Going to Pieces (2016) riporta alcune critiche di plagio, nate dalla scena in cui Jason uccide una coppia intenta a copulare: a quanto pare qualcuno ha voluto vedere in questa scena un rimando troppo palese al film Reazione a catena (1971) di Mario Bava. «Sebbene ci siano delle strette somiglianze fra i due film, soprattutto nelle sequenze d’omicidio», spiega Rockoff, «quand’anche Miner conoscesse il film di Bava si potrebbe parlare più che altro di un omaggio. In fondo la saga di Venerdì 13 non ha bisogno dell’aiuto di nessuno per i modi creativi di ammazzare la gente.»

Non ho saputo resistere e sono volato a guardarmi il film in questione, un misconosciuto thrilling che ha avuto nel nostro Paese una distribuzione praticamente inesistente: il 12 agosto 1971 ha ricevuto il visto censura un film dal titolo Ecologia del delitto che forse per qualche giorno è apparso in qualche cinema, senza lasciare traccia, trasmesso poi il 22 marzo 1980 con il titolo Reazione a catena. Uscito in VHS General Video in data ignota e con il titolo Reazione a catena (Ecologia del delitto), la Raro Video lo ripesca in DVD nel 2005 e Minerva Pictures lo ristampa nel 2014.
Non credo che nel 1980 fosse un film noto a molti italiani, chissà quanto lo era agli americani…

Il Jason di Mario Bava!

La trama del film è molto diversa da Venerdì 13, Parte 2, semplicemente perché… c’è una trama! C’è la madre schizzata, c’è il figlio assassino, ci sono i giovani che arrivano in una villa sul lago vengono trucidati uno alla volta in sistemi variopinti e pieni di sangue e carne, c’è la tipa che fa il bagno di notte… Insomma, scopro che Mario Bava aveva inventato lo slasher movie nel 1971!
A parte le scene che ho mostrato più in alto, è facilissimo che Miner non abbia “scopiazzato” altro: ogni slasher dal 1980 in poi è totalmente identico a Reazione a catena di Mario Bava, quindi non ha senso parlare di plagio…

Quiz: secondo voi è Venerdì 13, Parte 2 o Reazione a catena?

Una curiosità. Steve Miner racconta che l’attore Walt Gorney, che torna ad interpretare Crazy Ralph – il vecchio fuori di testa che nel primo film tentava di mettere in guardia i protagonisti – durante le pause sul set non faceva che parlare con se stesso. Il regista si è più volte chiesto se fosse una tecnica attoriale per rimanere in parte fra una ripresa e l’altra… o se l’attore fosse davvero fuori di testa come appare nel film!

Nell’estate del 1980 il cinema horror scopriva i videogiochi…

Chiudo con un’altra curiosità. Come si vede dalla foto qui in alto, il film nasconde un product placement – più volgarmente, una “marchetta” – di un qualcosa nato da così poco che stupisce trovarlo già in un film di genere.

In attesa che qualcuno ci maciulli, facciamoci un videogioco

Visto che in questi giorni Redbavon sta compiendo un viaggio nella storia dei videogiochi nei film, gli ho chiesto se sapesse aiutarmi ad identificare quegli scatolotti che gli attori usano a favore di camera.
Ecco il responso:

Piuttosto facile visto che mi hai dato due elementi essenziali: anno e foto da cui si evince che si tratta di un videogioco portatile, anzi due. L’anno poi mi ha fatto fare centro al primo colpo. Di videogiochi a quell’epoca non ve n’erano molti. Di portatili vi erano dei videogiochi con lo schermo a LED (ne ho un paio e prima o poi ci faccio uno dei miei consueti sproloqui). Ma di console portatili ce n’era solo una: Milton Bradley Microvision, lanciata nel novembre 1979. La prima console portatile in assoluto nel senso che aveva dei giochi intercambiabili. Non esattamente delle cartucce ma si sostituiva la mascherina. Qui trovi un articolo con molte foto e questo video spiega come funzionava l’aggeggio.

I due giochi presenti nel film sono: nel primo fotogramma la console che appare chiaramente dai colori è Microvision Star Trek Phaser Strike (pare sia oggi un pezzo rarissimo). Quello con la manopola è invece Block Buster, che era il primo fornito quando acquistavi la console. Una versione di Break Out, il gioco della pallina e del muro. La manopola per la precisione è un “paddle”.

Ringrazio Redbavon per la consulenza videoludica.
Ed ora, in allegato al Zinefilo, il poster uscito su “Fangoria” n. 28 (luglio 1983).

Poster di “Fangoria” n. 28 (luglio 1983)

L.

P.S.
E ora, tutti nella Bara Volante… prima che vi ci mandi Jason!


Bibliografia

  • John Brosnan, Friday the 13th Part 2 Review, da “Starbust Magazine” n. 36 (agosto 1981)
  • James Burns, Friday the 13th Part II, da “Fangoria” n. 12 (aprile 1981)
  • Roger Ebert, I Hated, Hated, Hated This Movie, Andrews McMeel Publishing (febbraio 2013)
  • David Everitt, The Terrifying Makeup of Carl Fullerton, da “Fangoria” n. 28 (luglio 1983)
  • Friday the 13th: Part 2, da “Famous Monsters of Filmland” n. 174 (giugno 1981)
  • Vinny Garvey, 1980: Fantasy Film Sweepstakes, da “Famous Monsters of Filmland” n. 183 (maggio 1982)
  • Jim Harper, Legacy of Blood. A Comprehensive Guide to Slasher Movies (Critical Vision 2004)
  • The Other Jasons, da “Jason Goes to Hell: The Official Movie Magazine” (1993)
  • Adam Rockoff, Going to Pieces. The Rise and Fall of the Slasher Film, 1978-1986 (McFarland 2016)
  • Marc Shapiro, Camp Crystal Lake Memories, da “The Bloody Best of Fangoria” n. 9 (1990)
  • The Surviving Starlets of Friday the 13th, da “Jason Goes to Hell: The Official Movie Magazine” (1993)

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50 risposte a Venerdì 13 [2] (1981) L’assassino ti siede accanto

  1. Zio Portillo ha detto:

    Complimenti per la ricerca! E pure per esserti andato a ripescare un film misconosciuto di Bava. Molto interessante questo parallelo tra un film nostrano degli anni ’70 e lo slasher americano della decade successiva. Sarebbe bello capire se il film di Bava sia stato distribuito in America. Hai visto mai che è più famoso da loro che da noi!
    Questo secondo capitolo onestamente non me lo ricordo per nulla… Invece già la volta scorsa mi sono dimenticato di chiedere (a Denis in particolare) se ricordate il gioco da sala “Splatterhouse”. Questo:

    Credo di essermi giocato i milioni da ragazzino a botte di 200 Lire a partita. C’è anche la versione portatile per Iphone…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Di solito i film horror italiani sono molto più conosciuti all’estero che da noi: questo in particolare temo sia particolarmente uscito sottotono e ben poco conosciuto. Bava ha davvero inventato un genere con dieci anni d’anticipo, ma temo sia più noto per robetta tipo “La maschera del demonio”. Chissà se uno dei miliardi di fan del regista ha mai studiato questo suo genere pre-slasher

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    • redbavon ha detto:

      Il film ha generato diversi videogiochi dal 1985 a oggi. Puoi ben immaginare che su un Commodore 64 o su una NES non facesse così paura, anzi…
      Si tratta di tie-in legati al franchise (è stato pubblicato uno di recente, ma non sembra sia decente) oppure ispirati o cammei di Jason come in Terrordrome e in Mortal Kombat XL.
      Splatterhouse è forse l’esempio migliore, fu convertito per Sega Mega Drive e Super Nintendo con risultati pregevoli per il genere di appartenenza, cioè l’hack’n’slash.

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    • Denis ha detto:

      Splatter House e un hack n’slash che ho in scaffale è uscito nel 2010 per Xbox 360 e Ps3 e contiene i 3 episodi usciti nel ’88,’92,93 di cui il primo solo in sala e gli altri 2 in esclusiva per Sega Megadrive,mai uscito per Super Nintendo e tecnicamente un picchiaduro a scorrimento in 2D mentre il terzo aggiunge anche i movimenti in diagonale e possibilità di scegliere la strada sono giochi difficili come ai vecchi tempi e le cartucce originali costicchiano caro,ed e uscito anche per Nintendo 8 bit mi sembra intitolato Wankaku Graffiti con i personaggi in versione deformed

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  2. Moreno Pavanello ha detto:

    Intanto grazie per avermi fatto scoprire l’interessante blog di Redbavon!

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  3. benez256 ha detto:

    Uuuuh, lo so lo so, il videogioco che hanno in mano è il Microv… oh cavolo è già stato detto…comunque questo è un super articolo Lucio, complimenti, me lo sono letto mentre stavo facendo colazione 🙂

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  4. Cassidy ha detto:

    “Reazione a catena”, oltre ad aver avuto un infinità di titoli (il figliolo Lamberto, diceva che papà Mario parlava di quel film con il suo primo titolo “Così imparano a fare i cattivi”, che trovo bellissimo) in uno strambo Paese a forma di scarpa è stato visto da 9 persone, ricordato da 7 perché due in sala stavano limonando, eppure è una pietra miliare dello Slasher, senza quello non avremmo avuto credo, tutta la carriera di Dario Argento e di sicuro Venerdì 13, quindi la tua analisi mi riempie di gioia 😀

    Grazie mille per le citazioni e per le chicche che hai pescato, abbiamo rischiato che Stan Winston diventasse anche il padre putativo di Jason! 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non me ne intendo di horor italiano quindi non stupisce che io ignorassi questo film di Bava, ma spero che anche i fan lo riscoprano, perché davvero è un Venerdì 13 con dieci anni d’anticipo! E rivisto oggi – anche per la prima volta, come è capitato a me – è ancora un signor film, perché ad effettacci belli gustosi corrisponde anche una trama molto complessa, che si dipana man mano, contro l’assenza quasi totale di copione di almeno i primi due Venerdì 13.
      Visto che addirittura “Alien” (1979) ha pesanti debiti con Bava – troppo forti per poter pensare a semplici coincidenze – penso che gli americani conoscano il nostro Marione molto di più di quanto lo conoscano i suoi connazionali.

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      • Cassidy ha detto:

        Sono contento ti sia piaciuto, dici bene a livello di qualità vale tre o quattro venerdì 13, forse di più. Esatto, senza “Terrore nello spazio” non avremmo avuto non dico tutto “Alien” ma per lo meno gli Space Jockey, quindi tanto di cappello. Marione Bava lo volevano negli stati uniti, ma è rimasto in Italia perché non parlava mezza parola di inglese e lo capiva peggio (storia vera) ma è più estimatori laggiù che qui da noi. Per me lui e Sergio Leone sono stati il meglio del nostro cinema, e non cito mai Leone con leggerezza 😉 Cheers

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Una ricerca intrigante sarebbe vedere come le fonti americane parlano dei registi italiani. Mi hai dato un’ideuzza 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        P.S.
        E’ davvero difficile pensare che Dan O’Bannon non avesse presente lo Space Jockey di Bava al momento di scrivere la versione cinematografica di Alien. Magari nel suo precedente “Starbeast” è molto meno evidente il collegamento, ma nel film definitivo davvero ce ne vuole per non pensare ad una contaminazione…

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    • Willy l'Orbo ha detto:

      Mi associo: io invece sono appassionato di slasher ma, confermando la tesi dei 9 spettatori (e purtroppo non ero uno di quelli che stavano limonando 🙂 ), ho visto Reazione a catena molto tempo dopo la sua uscita, nei 2000, praticamente dopo tutti i Venerdì 13 ma…l’ho visto e ne sono felice perché è davvero una pietra miliare. Confermo!

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  5. redbavon ha detto:

    Non sono un fan di horror. Il genere più truculento, poi, lo evito. Quindi non posso commentare il film non avendolo visto né con tutta probabilità vedrò mai (a meno che i miei pargoli crescendo me lo propongano).
    Proprio perché sono ignorante in materia, ho apprezzato moltissimo questo tuo post, in particolare la citazione del nostra maestro mio omonimo (ma non ho alcuna parentela).
    Gli americani avevano una venerazione per il nostro cinema del passato. Ancora oggi, alla domanda ruffiana sugli autori del cinema italiano preferiti, i più famosi attori e registi statunitensi rispondono citando nomi di autori scomparsi (mai uno che citasse un contemporaneo, chissà come mai…).
    Perciò, credo che d’ispirazione si possibile parlare avvicinandosi alla verità. Vai poi a distinguere tra tributo o plagio, in realtà lo hai scritto, questo film è un “copia&incolla” del primo.
    Grazie per la citazione della mia “pillola” video-ludica. Quando ti capita un videogioco in un fotogramma, non esitare a liberare il segugio che è in me.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Adoro indagare su aspetti all’apparenza secondari di un film, e quindi studiare le sue “marchette” è una gioia a cui non so rinunciare. Nel blog NonQuelMarlowe presento le eventuali marchette librarie, che una volta erano molto presenti anche nel cinema italiano, qui invece quelle più generiche 😉
      Non so mai se le citazioni americane di registi italiani d’annata corrisponda agli italiani che, come migliore attore, citano De Niro semplicemente perché non vedono più film dagli anni Ottanta.
      Di sicuro sfogliando riviste anglofone fa piacere scoprire che film italiani dimenticati – o mai conosciuti – addirittura vengono presentati in Blu-ray in Paesi esteri, e sicuramente la regola “copia dalla cinematografia straniera” trova in America il suo faro, ma il vero mistero è come mai quando parlano di questo genere di film lo si faccia nascere da titoli americani e non si dice che Mario Bava lo usava già nel ’71!

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  6. Paolo D'Alessandro ha detto:

    E’ il mio preferito della saga ed anche il primo che ho visto (anche se a metà) quando ero appena un ragazzino di 11 anni… e mi fece una strizza tremenda, soprattutto la lunga inquadratura finale della testa di mamma Pamela! Riguardo questa visione voglio precisare che si trattò della sua prima TV ed era il 1984. Su ebay ho trovato la scansione del trafiletto che vidi all’epoca e che curiosamente riporta un’altro titolo, decisamente più pertinente: https://www.ebay.it/itm/Ritaglio-Clipping-FILM-VENERDI-13-II-PROGRAMMI-TV-1984-N078/391930055032?hash=item5b40da0978:g:d3sAAOSwMQBaEe9m
    P.s.: Credo di essere uno dei pochi se non l’unico a preferire il Jason incappucciato piuttosto che quello con maschera da hockey!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Grazie di cuore, sia per la testimonianza personale che per la splendida “prova documentale”: non è facile trovare prove di passaggi televisivi, quindi sei doppiamente mitico ^_^
      Essendo io un neofita del ciclo non ho preferenze per Jason, ma magari poi avrò nostalgia di questo periodo “innocente” quando ancora aveva un sacco in testa 😛
      Grazie ancora e passa a trovarmi quando vuoi ^_^

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      P.S.
      Ho appena aggiornato il post con queste nuove info.

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      • Paolo D'Alessandro ha detto:

        Appena visto… grazie per la citazione, davvero onoratissimo!!! ^_^

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ proprio sull’intervento di lettori come te che conto, per ricostruire la “vita italiana” dei film che purtroppo le fonti italiane sono le prime ad ignorare. Grazie a database sparsi in giro e a provvidenziali aiuti – come ricordi personali supportati da “prove” – possiamo ricostruire quello che sono proprio le fonti italiane a non voler fare.

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  7. Giuseppe ha detto:

    Confermo il passaggio televisivo del 1984, perché c’ero anch’io 🙂
    Sarebbe stato interessante aver già conosciuto all’epoca anche il film di Bava per poter fare raffronti in tempo “reale” (dato che in quegli anni fortunati si trasmetteva ancora di tutto, non posso escludere con matematica certezza che mi sia sfuggito su qualche canale privato): penso però ne avrei ricavato la stessa impressione che ho oggi, e cioè trattarsi di omaggio e non di plagio…
    Comunque ottimo e abbondante in aneddoti, testimonianze e retroscena pure quest’altro tuo post sul nostro Giasone (per quanto Miner non lo pensasse morto vivente, avrebbe poi avuto tutto il tempo per diventarlo) 😉
    P.S. Visto “Swiss army man”: gioiellino! E ben più profondo e maturo di quanto ad alcuni possa essere sembrato… 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e spero traspaia l’instancabile lavoro di ricerca che c’è dietro un semplice post 😉
      Se Bava all’epoca era molto conosciuto in America sicuramente è un omaggio, visto che in fondo questi film sono costruiti su una struttura che aveva già usato lui, e la presenza di un personaggio su carrozzella in entrambi i film – anche se muore in modi differenti – è un buon segno, se invece era un autore poco noto c’è il forte rischio di “kurosawizzazione”.
      Il problema è sempre quello: se rifaccio una scena già fatta da un autore che nessuno conosce, è omaggio o plagio? Eastwood dice che all’epoca tutti i cinefili conoscevano “Yojimbo” quindi lui era ben conscio di starlo rifacendo con Sergio Leone, ma il grande pubblico non lo conosceva, quindi non è un omaggio. Tarantino dichiaratamente omaggia grandi classici che però in maggior parte sono ignoti ai fan – o lo erano prima che Quentin li citasse – quindi è tecnicamente un omaggio ma in pratica sta rilucendo di luce altrui. È una questione spinosa, lungi dall’essere risolta.
      Io per esempio ignoravo il film di Bava quindi per me “Venerdì 13 parte 2” ha delle morti curiose e innovative, poi dopo aver visto il film mi rendo conto che le uniche parti ispirate del film sono uguali a quelle di Bava: quanti spettatori all’epoca hanno avuto modo di fare il confronto? Quanti spettatori non specializzati all’uscita del film potevano cogliere l’omaggio? Ecco perché quello che tecnicamente è un omaggio puzza decisamente di scopiazzata per sfruttare buone idee altrui.
      P.S.
      Contentissimo ti sia piaciuto Swiss Army Man: è davvero un gioiellino sorprendente: un morto ci dimostra quanto il cinema sia ancora vivo ^_^

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  8. Ivano Landi ha detto:

    Post interessante. Conosco il film di bava, ma non l’avevo mai valutato nei termini di precursore di un intero genere. E’ comunque vero che non mi vengono in mente possibili concorrenti precedenti a quella data.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Di per sé lo slasher non è che sia narrativamente complesso: sbatti in video un assassino che gira e fa fuori personaggi uno alla volta. Il succo sta negli effettacci truculenti, all’epoca di grande rottura e che mandavano noi ragazzi in visibilio 😛 Sul finire degli Ottanta arrivò nelle nostre edicole persino “Fangoria”, tanto per dire quanto il cinema splatter – di cui lo slasher è parte – fosse di grande richiamo. Poi tutti hanno cominciato a dire che nei film horror conta la trama e tutto è morto, visto che di trama ce n’è sempre stata drammaticamente poca. Così oggi ci rimangono mille horror l’anno senza una goccia di sangue ma basati unicamente sugli jump scare, cioè il nulla contornato da niente…

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      • Ivano Landi ha detto:

        Non sarei così pessimista. Secondo me il sanguinolentissimo “Grave” (o “Raw”) della Ducorurnau è un capolavoro, pur essendo del 2017. Merito di una buona storia, di una buona regia e di una giovane protagonista (17 anni) che buca lo schermo.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ottime eccezioni non mancano ed è un bene, ci danno fiducia nel genere, ma parliamo di gocce nel mare: di tutti gli horror sfornati ogni anno davvero pochi non si basano esclusivamente sul “colpo di spavento”. E sono i casi migliori, perché altri – anche insensati dai fan – non hanno neanche quelli 😀
        L’impressione è che si sia “generalizzato il genere”, un gioco di parole per indicare come ormai non ci siano film prettamente di genere ma tutti sono “generici”. I film horror non hanno sangue, i film d’azione non hanno molta azione, i film di menare menano poco… Probabilmente è una scelta per acchiappare più pubblico possibile, ma il risultato è come un film porno dove nessuno si spoglia…

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  9. Ivano Landi ha detto:

    Mi è scappata una “r” di troppo… Ducournau.

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  15. Sam ha detto:

    Ma no Lucius, davvero non conoscevi i film di Bava ?
    Meriteresti di veder bruciata la tua collezione dei Masters per tale mancanza … Bava , come Fulci, è molto famoso negli USA ( avrebbe dovuto dirigere alcuni film americani, come il King Kong di de Laurentis se non ricordo male , ma rifiutò sempre perché si considerava un umile artigiano inadatto ai kolossal USA ), quindi l’idea del plagio è plausibilissima .
    Tim Burton, per dire, è un grande fa de “la maschera el demonio”.
    Bava poi creò lo slasher ( e il cinema giallo alla “Argento” ) con “6 donne per l’assassino ” del 1964 !
    In Italia i suoi film sono poco trasmessi ed editati in video ?
    Bè si sa che gli italiano sono dei colonizzati che credono che l’erba (filmica) del vicino sia sempre più verde.
    é pure opinione diffusa che Alien sia scoppiazzato da Terrore nello spazio, sempre di Bava …

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non conoscevo tutta la sua filmografia, e purtroppo come tutti i “maestri” italiani viene esageratamente citato e giudicato: visto che Fulci e gli altri mi fanno venire l’orticaria, evito accuratamente questi maestroni e quindi quel titolo in particolare di Bava non l’avevo mai visto. Non è un buon film, ma di sicuro è innovatore e anticipatore.
      Sì, gli americani impazziscono per Bava come noi impazziamo per i registi americani: credo si chiami esterofilia 😀

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      • Sam ha detto:

        Per me Bava è davvero un Maestro visionario e grande erede di Melies ( con uno spago e carta stagna realizzava trucchi incredibili : quelli che vedi nei suoi film sono tutti opera sua ), mentre Fulci , ammetto di non averlo mai trovato gran chè ( certi suoi film mi fanno pure addormentare )
        Purtroppo i nostri registi si ritrovavano a lavorare con budget e attrezzature di molto inferiori ai loro colleghi USA., che di certo non aiutava i film a resistere alle prove del tempo.

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  16. Sam ha detto:

    E Zeder di Pupi Avati , copiato, e tanto , da Cimitero Vivente ?
    Insomma, quando il cinema italiano creava e gli americani copiavano.
    Figurati il povero Tarantino, quando anni fa venne in Italia a un festival e vide che il nostro cinema si era ridotto a fare filmetti in stile fiction tv o commedie alla “Vacanze di..”

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Fare prima non vuol dire fare meglio, e i maestri italiani sono totalmente inguardabili: al di là del primato morale, sullo stile non li preferisco assolutamente.
      Ma Cimitero vivente è tratto da un romanzo: anche il romanzo si rifà ad Avati? 😀

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      • Sam ha detto:

        Non so perché non ho letto il libro. Il film però ricorda quello di Avati eccome, specie nel finale , identico .
        Francamente non credevo che odiassi il veccio cinema di genere italiano : credevo pure che il tuo nome fosse un omaggio a “l’etrusco uccide ancora “.

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