La Storia e la Finzione: Cenare all’inferno

Sono commosso dall’entusiasmo che voi lettori avete dimostrato per questa rubrica, quindi mi impegno a presentarla con più frequenza: spero si capisca che i motivi del suo ritardo sono dovuti ad un lavoro di ricerca molto impegnativo, visto poi che non può basarsi su alcun lavoro precedente.

Stavolta invece di un film intero prendo in considerazione una sola frase: una frase… maschia!


Il nemico è soverchiante e la battaglia risulta impari: come può un manipolo di eroi affrontare un esercito così enormemente superiore? Il condottiero prende la parola e infiamma gli animi dei suoi eroi con un grido che illumina la notte:

«Chi vuol cenare all’inferno vada all’assalto.»

No, non è Leonida, non siamo alle Termopili: siamo nella Milano del Cinquecento, nel pieno delle Guerre d’Italia in cui i potenti d’Europa pensano di poter piombare nella penisola italica e conquistare tutto. Non hanno tenuto conto che gli italiani sono di coccio, e – parafrasando lui – conquistarli non è impossibile: è inutile.
A pronunciare quella frase è il condottiero Fernando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara (1490-1525), almeno stando a quanto ci racconta Paolo Giovio nel suo De rebus gestis Ferdinandi Davali (Basilea 1548, all’interno di “Vite di uomini illustri”).

Numero 1 (27 maggio 1998)

Più di quattrocento anni dopo, la Dark Horse Comics presenterà la saga a fumetti in cinque parti 300 (maggio-ottobre 1998), con cui Frank Miller – sia ai testi che ai disegni – fa finta di parlare della battaglia delle Termopili ma in realtà parla dell’unico argomento che interessa alla cultura americana: la cultura americana. Anticipando di una manciata d’anni gli Stati Uniti del post-11 settembre – cioè una nazione che avvera una per una le parossistiche e sarcastiche fanta-previsioni del romanziere Joe Haldeman di Guerra eterna (1977) – Miller maschera da epica classica quella che è una semplice chiamata alle armi, finge di parlarci di eroismo quando in realtà ci spiega che chi muore per la patria vissuto è assai, che è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende e che spezzeremo le reni ai Greci… pardon, ai Persiani. Che essendo un popolo colto e raffinato, mentre noi siamo rudi soldati analfabeti (leggi: carne da macello), bisogna denigrarlo agli occhi degli americani, così li rendiamo tutti zozzoni dediti ai piaceri sessuali. Che schifo, i piaceri sessuali…

Curiosamente gli americani considerano il nazismo il male assoluto, però ne utilizzano gli stessi stili narrativi e spesso ne perseguono gli stessi obiettivi. Così in questa “sottilissima” opera che persino Donald Trump troverebbe un tantino esagerata, Miller prende un vero evento storico la cui importanza è stata pompata ad arte dalla stampa – a cui piace presentarla come una battaglia di scontro di civiltà da cui si è decisa l’identità europea – e ne ha approfittato per giustificare la guerra: così come gli Spartani si difendevano a casa loro, gli Americani sono giustificati a difendersi. A casa degli altri.

Capito che non c’è speranza di salvezza da questa battaglia, che sarà cioè una missione suicida in nome di un bene superiore, Leonida sferza i suoi uomini con una potente “frase maschia”:

«Spartani. Fate colazione e gustate il vostro cibo. Perché stanotte ceneremo all’inferno

Il condottiero spartano di Frank Miller sta citando il marchese di Pescara? Ovviamente no: quella che sembra una tipica frase ad effetto da action movie americano è in realtà fra le più potenti “frasi maschie” che la storia antica ci abbia tramandato.


Caccia al libro

Non è questa la sede per dilungarmi sull’argomento, ma va premesso che quando si afferma che la cultura classica persa in Europa ci sia ritornata grazie alla cultura mediorientale si dice qualcosa di giusto ma impreciso. Perché sembra che gli intellettuali bizantini si siano presentati agli europei con le mani piene di opere dimenticate da far riscoprire: di nuovo, è giusto ma impreciso.
Ciò che noi chiamiamo cultura occidentale, ciò che noi chiamiamo modernità, nasce nel giorno del Quattrocento in cui il fiorentino Poggio Bracciolini rimane disoccupato: lavorava per il Vaticano, un bel lavoro sicuro, finché i litigi fra il papa di Roma e l’anti-papa di Avignone hanno portato ad una fortissima crisi. Perché in Italia c’è sempre crisi.

Per saperne di più…

Poggio Bracciolini ama i libri più di ogni altra cosa, e ha sfruttato la sua posizione in Vaticano per ottenerne sempre di più: ora che non ha più quella possibilità, come può fare? Visto che grazie ai suoi agganci ha avuto accesso a cataloghi librari di conventi e monasteri, decide di intraprendere una carriera rischiosa, visto che in pratica inventa il suo lavoro: Poggio Bracciolini diventa ciò per cui non esisteva una definizione, tanto che anche le fonti straniere usano l’espressione italiana per descriverlo. Diventa cacciatore di libri.
Comincia a fiondarsi nelle biblioteche di chiese, conventi e monasteri sparsi per l’Italia e l’Europa alla ricerca di ciò che da secoli non interessa più a nessuno: i classici latini e greci. Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente (V secolo) la cultura europea muore, e Carlo Magno più di trecento anni dopo troverà che addirittura il clero, cioè i dotti per eccellenza, è di un’ignoranza abissale. Dopo altri seicento anni, grazie proprio agli sforzi di Carlo Magno, la cultura cattolica è cresciuta ma quella classica, cioè pagana, è particolarmente scarsa.

Poggio Bracciolini comincia a trovare quelle opere latine e greche che noi diamo per scontate ma che l’Europa aveva dimenticato per secoli: quando vi capita di sentir citare una frase latina, quasi sicuramente lo potete fare solo grazie alla “caccia al libro” che Poggio ha lanciato nei primi decenni del Quattrocento. E la caccia diventa moda e la moda si sparge per tutta Italia: tutti i bibliofili nostrani cominciano ad andare a caccia di ritrovamenti di autori latini e greci, e ogni volta che un qualsiasi dotto greco – da dovunque egli arrivi – sbarca su suolo italiano viene aggredito “librariamente”: per caso ha con sé dei classici? Ce li fa copiare?
Decenni prima che crollasse l’Impero romano d’Oriente ogni ricco intellettuale italiano è disposto a ricoprire d’oro chiunque arrivi da quelle terre con un libro in mano: se poi parla greco – come lo parlano tutti i saggi bizantini – sicuramente ci scappa una cattedra di lingue in una qualche scuola italiana. E un lavoro come traduttore non glielo leva nessuno.
Quando Costantinopoli crolla, nel 1453, Firenze e l’Italia sono pronti: esuli costantinopolitani, avanzate con i libri in alto e sarete tutti accolti a braccia aperte…

Amanuensi e traduttori si danno da fare con un lavoro titanico: ricopiare un libro non è né facile, né veloce, né economico, soprattutto se è scritto in una lingua ormai dimenticata e c’è bisogno di un traduttore e di qualcuno che sappia ricopiare il greco. Certo che ci vorrebbe qualcuno che si inventi un sistema più veloce di “duplicare” libri… tipo la stampa a caratteri mobili che quel tizio di Magonza, un tal Gutenberg, sta sperimentando nel 1449.
L’arrivo di un sistema enormemente più veloce, preciso ed economico di duplicare libri aiuta i bibliofili italiani a rendere pubbliche le grandi scoperte classiche, e nel 1509 il celebre editore veneziano Aldo Manuzio presenta un volume che raccoglie alcuni saggi attribuiti a Plutarco, opera curata nel 1296 a Costantinopoli dallo studioso Planùdes (italianizzato Massimo Planude) che l’aveva chiamata Ethikà (“Opere morali”).

Sebbene già girassero nel Quattrocento manoscritti incompleti, grazie all’aiuto bizantino e alla “moda libraria” lanciata dai fiorentini in questo inizio del Cinquecento l’Europa finalmente conosce ampiamente la “frase maschia” di Leonida.


La “morale” di Leonida

Nel giugno 2017 arriva a compimento un’imponente opera di traduzione e la Bompiani presenta per la prima volta in italiano Tutti i moralia di Plutarco, alla cui traduzione hanno contribuito una quarantina di studiosi coordinati da Emanuele Lelli e Giuliano Pisani.
Nella sezione Parallela minora, 4 (306D) troviamo il passaggio in cui Plutarco ci racconta un estratto dalla battaglia delle Termobili.

4. Quando i Persiani giungevano in Grecia con cinque milioni di soldati, Leonida con trecento uomini fu inviato dagli Spartani alle Termopili. E mentre lì banchettavano era loro addosso la massa dei barbari; e Leonida, avendo visto i barbari disse: «Pranzate così, come se doveste cenare nell’Ade».
(Traduzione di Filippo Carlà-Uhink)

Detta così non sembra fare lo stesso effetto della versione di Frank Miller, e il discorso non sembra migliorare quando il testo è stato tradotto da Marcello Adriani nel 1826:

«O amici, desinate con animo di cenare poc’appresso nell’altro mondo».

Sicuramente è più bella la traduzione del 1581 a cura di Francesco Alunno:

«Desinate compagni miei, come coloro che avessero a cenare nell’inferno»

Plutarco visse ed operò fra il primo ed il secondo secolo d.C., più di cinquecento anni dopo gli eventi narrati, quindi ovviamente si rifà a storici precedenti. Altri infatti hanno raccontato lo stesso aneddoto, come per esempio Diodoro Siculo, che nel primo secolo d.C. nella sua Bibliotheca historica (libro 11, capitolo 9, sezione 4) riporta in pratica lo stesso testo. A parte una copia incompleta appartenuta a Poggio Bracciolini stesso, solamente nel 1559 il suddetto passo appare in una raccolta completa di tutto ciò che ci è rimasto dell’opera di Diodoro Siculo, edita da Henri Estienne, e così viene tradotto nel 1575:

«Leonida avendo i soldati secondo ’l desiderio suo per se stesi accesi all’impresa, che s’aveva già nell’animo conceputa, impose loro, che quanto più tosto potessero, in tal guida desinare dovessero, come se s’avessero dovuto poi nell’inferno la sera a cenare.»

Il cavalier Giuseppe Compagnoni nel 1820 traduce:

«Leonida compiacendosi di sì bella prontezza de’ soldati, ordina, che pranzino in fretta, come quelli che dovevano poi cenare comodamente presso Dite; e in fretta mangiò egli pure, conforme avea ordinato agli altri.»

All’incirca coevo di Diodoro è Marco Tullio Cicerone, che nelle sue Tusculanae disputationes (45 a.C. circa), Libro I, 101, racconta l’aneddoto in latino:

«Che cosa disse quel condottiero, Leonida? “Procedete con animo forte, o Spartani: oggi forse ceneremo presso gli Inferi”»
(Quid ille dux Leonidas dicit? “Pergite animo forti, Lacedaemonii, hodie apud inferos fortasse cenabimus”).

M. Rupp (Dizionario delle opere filosofiche) ci informa che la prima edizione di quest’opera, con il titolo Tusculanae quaestiones, è apparsa a Roma nel 1469, probabilmente – aggiungo io – grazie alla passione della “caccia al libro” lanciata da Bracciolini. C.D. Yonge nel 1877 a New York traduce in inglese: «Tonight, perhaps, we shall sup in the regions below».

Un momento: perché tutti questi autori e traduttori, spalmati su svariati secoli, hanno usato nomi diversi per descrivere l’Àidu di Leonida?
A questo punto dobbiamo intenderci sulle parole, quindi è il momento di aprire una parentesi “infernale”.


Ade o inferno?

Per la teologia biblica dell’antico Israele tutti gli uomini, una volta morti, indipendentemente dal loro comportamento erano destinati allo sheol, termine ebraico di radice non chiara ma che pare significare “colui che inghiotte”. Santi e peccatori finivano tutti insieme lontani da Dio, perché il Dio di Israele si occupa solo dei vivi.
Dispersi gli ebrei per il mondo, con la nascita di generazioni che non parlavano più l’ebraico si è avvertita l’esigenza di tradurre la Bibbia in greco, e qui nasce il primo problema: come lo spieghiamo lo sheol in greco? Be’, in questa mitologia c’è Zeus che si occupa dei vivi e Ade che si occupa dell’oltretomba, dove si trovano le ombre dei morti: mi sembra davvero scontata la nascita del termine ade.

Passa il tempo e Roma conquista il mondo: ora tocca tradurre dal greco al latino. Con lo stesso procedimento utilizzato in passato si guarda alla mitologia romana e ci si chiede come si chiamino gli dèi che regnano nel mondo dei morti. Si chiamano Inferi, quindi nasce la parola inferi come versione latina del greco ade e dell’ebraico sheol.
«Gesù morì, fu sepolto e discese agli inferi» si legge nel Credo apostolico, così come Cicerone per citare Leonida usa il termine inferos, ma nel 359 d.C. c’è il primo documento ufficiale che parla di inferno, ad indicare un luogo fisico come noi ancora oggi lo pensiamo utilizzando un immaginario nato nel Medioevo.

Ogni traduttore ha fatto la sua scelta, ma bisogna ricordare che la battaglia delle Termopili a cui la vicenda si riferisce risale al 480 a.C., quindi circa duecento anni prima che avvenisse la traduzione della Bibbia in greco (la celebre Septuaginta), e sheol diventasse ade: se ci mettiamo nei panni di Leonida, dunque, stiamo parlando dell’ade greco, cioè del regno dei morti comandato dal dio Ade. Proprio per lo stesso motivo, però, non possiamo oggi tradurlo con “inferno”, cioè con il termine di discendenza latino-cristiana, perché sono due entità molto differenti.

Frank Miller si prende una media licenza quando usa Hell, termine risalente all’VIII secolo dal paganesimo anglo-sassone: deriva infatti dal proto-germanico halja che significa “colui che nasconde”, e siamo davvero incredibilmente vicini al “colui che inghiotte” dell’ebraico sheol. Dubito fortemente che Miller abbia fatto questo ragionamento: secondo l’inflessibile Legge Americana del Falso Storico una frase ad effetto ha licenza poetica totale, l’importante è che funzioni.
Il problema si presenta invece per le altre lingue: come lo traduci uno spartano che invece di ade dice hell? Semplice: non ci si pone la domanda!

Come si vede da questa panoramica, tre fra le principali lingue europee (italiano, francese e spagnolo) si limitano ad utilizzare l’inferno della cultura latina medievale probabilmente perché è la traduzione corrente dell’hell inglese, cioè infischiandosene del contesto storico del racconto. O ancora più semplicemente perché la “frase maschia” ne esce decisamente meglio. C’è solo un modo per migliorarla… parodiarla!

da 299+1 (2007) di Leo Ortolani
Colori di Lorenzo Ortolani (Panini, novembre 2009)

Quindi non c’è problema per la PlayPress a portare il fumetto in Italia nel 2003 – ristampato poi da altre case, come MagicPress e Mondadori – e ad utilizzare inferno come traduzione. Che si fa però che se questa parola italiana proprio non ne vuol sapere di adattarsi al labiale di Gerard Butler che la pronuncia nel film?

Presentato il 9 dicembre 2006 ad Austin – in quel Texas che si sente invaso dai messicani e a cui non dispiace sparar loro contro sì come novelli spartani – il film 300 di Zack Snyder amplifica e sparge ovunque la propaganda di regime milleriana, rifacendosi fedelmente al testo. L’uscita italiana del 23 marzo 2007 fa sì che la SEFIT-CDC si ritrovi a dover doppiare il film con una bella grana fra le mani: la voce di Roberto Pedicini deve dire “inferno”, traducendo il testo originale, o “ade”, con una scelta più filologica?

«Spartani! Preparate la colazione e mangiate tanto, perché stasera ceneremo nell’Ade

La scelta compiuta è dunque filologica ma soprattutto obbligata, visto il labiale dell’attore. Curiosamente le stesse altre lingue europee citate non hanno avuto problemi a tradurre il film come il fumetto: ecco una esclusiva panoramica multi-linguistica fornitavi dal Zinefilo!


Dopo 300, tutti a cenare

«Da piccolo ho visto un film basato su questa battaglia poco nota, del 480 a.C. Mi impressionò profondamente e gettò le basi per la mia ossessione sull’antica Grecia e la storia delle guerre fra Greci e Persiani. Per anni mi sono detto che avrei dovuto trasformare tutto questo in un fumetto.»

da “The 100 Greatest Graphic Novels of All Time” (2016)

Così parlava Frank Miller in un’intervista del marzo 1998 a Scott Braden – riproposta da Tripwire – riferendosi quasi sicuramente al film L’eroe di Sparta (The 300 Spartans, 1962) della 20th Century Fox: il fatto che la battaglia delle Termopili sia giudicata da Miller “poco nota” forse la dice lunga sul mondo culturale americano in cui l’autore scrive.

«Qualche anno fa mi sono deciso finalmente a parlare a Mike Richardson [editore della Dark Horse Comics] di questo fumetto, che ormai per me era una malattia. Da allora lui ogni tanto mi chiamava e mi chiedeva quando avrei scritto “quella roba spartana”: non vedeva l’ora di leggerla. E io giocavo con quella battaglia, tanto che l’ho usata come prologo in una delle storie del mio Sin City: era come marcare il territorio, non volevo che qualcun altro ne parlasse.

Man mano che la storia prendeva forma si trattava di approfondire i materiali. Così andai in Grecia e passai settimane a compiere ricerche. Ho anche camminato sul campo di battaglia in cui le due armate si scontrarono. Alla fine, tutto era pronto e non avevo più scuse: dovevo assolutamente fare questa cosa.»

Il successo del fumetto è immediato e uno dei suoi risultati forse meno noti è aver fatto riscoprire la “frase maschia”: a parte i citati passaggi di Plutarco, non ho trovato il minimo riferimento al “cenare all’inferno” di Leonida prima del fumetto di Miller.
Eppure nella lingua inglese non mancano citazioni d’annata di questa espressione. «How would you like, Cyrille, to dine in hell?» scrive James Ernest Caldwell in The Castle on the Hill (1899) usando un’espressione nota anche agli spagnoli: Fernando de Rojas usa «comer al infierno» per il suo Comedia de Calisto y Melibea (1499). Che l’espressione esistesse nella lingua inglese, anche se non frequentissima, ce lo dimostra il fatto che dieci anni prima del fumetto di Miller il romanzo La Rosa del Profeta (The Will of the Wanderer, 1988) di Margaret Weis e Tracy Hickman presenta questo dialogo:

«Hai detto che avremmo avuto cibo e riposo…»
«E invero l’avrai, kafir. Questa notte, pranzerai all’Inferno!»

Eppure la frase diventa famosa solo dopo il fumetto di Frank Miller, e lo dimostra il fatto che un mese dopo la conclusione della saga a fumetti la Doubleday presenti in libreria Le porte di fuoco (Gates of Fire, novembre 1998; in Italia, Rizzoli 1999) di Steven Pressfield: è troppo forte l’odore di “sfruttamento del clamore mediatico del fumetto” perché si possa pensare che Pressfield voglia scrivere una storia diversa da quella già scritta da Miller. Così il 34° capitolo si chiude in modo identico a come si chiude il capitolo del fumetto:

«E ora mangiamo», disse Leonida con un sorriso, «perché stasera ceneremo tutti quanti nell’Ade.»
(Now eat a good breakfast, men, for we’ll all be sharing dinner in hell.)

Pressfield sta citando Plutarco o Frank Miller? Da notare poi come la traduttrice Luciana Bianciardi scelga un termine più filologico rispetto a quanto farà nel 2003 l’edizione italiana del fumetto.

Nei libri di testo americani il condottiero spartano ha cominciato a pronunciare il suo incitamento solo dopo il film del 2006. In Italia nel 2007, al momento di raccontare la battaglia delle Termopili per sfruttare l’eco del film, il saggista e romanziere Valerio Massimo Manfredi pubblica per Newton Compton 300 guerrieri. La battaglia delle Termopili, che contiene una versione molto ampliata del testo di Plutarco/Miller:

«Adesso», concluse, «il tempo delle parole è finito. È il momento di prepararci alla nostra ultima battaglia. Andate subito a consumare il vostro pasto. Mangiate bene, se avete fame, e bevete quanto vino desiderate, per darvi più forza. Stasera ceneremo nell’Ade».

Questo non vuol dire che non si trovino ancora citazioni “slegate”, come quella de Gli invasori dell’impero (Legionary. Viper of the Northr, 2013; in Italia, Newton Compton 2015) di Gordon Doherty:

«Una volta aveva pranzato con l’imperatore Valente in persona e l’eccessivo formalismo gli aveva fatto andare tutto di traverso, ma quel giorno sarebbe stato completamente diverso. Sarebbe stato come cenare nell’Ade.»
(Traduzione di Lucilla Rodinò)

E come quella di Gilberto Delpin, che nel suo romanzo Delitto al simposio (2015), scrive:

«Lisia e Polemarco, nel nome degli dèi poliadi, mettetevi in salvo questa stessa notte, altrimeneti domani potreste cenare nell’Ade, ammesso che laggiù sia possibile farlo.»

Però è molto forte la sensazione che l’incitamento di Leonida, sebbene noto alla cultura occidentale sin dal primo Cinquecento, sia diventato famoso solamente dopo il successo del film di Zack Snyder.


Un gioco di parole perso?

In chiusura propongo una mia interpretazione che non ha alcun valore, quindi prendetela giusto come un’idea intrigante: e se Plutarco avesse creato un gioco di parole che si è subito perso nelle traduzioni?

Togliendo ogni abbellimento, la frase recita «pranzate come coloro che cenano all’inferno» («ούτως αριστάτε ως εν Άιδου δειπνήσοντες», testo greco dall’edizione Nachstädt 1935b), dando per scontato che Leonida stia incitando gli uomini a mangiare. Come ci spiega lo storico militare statunitense Victor Davis Hanson:

«Numerosi resoconti sulle battaglie degli opliti fanno riferimento al pranzo di metà mattina, quando entrambi gli schieramenti consumavano l’ultimo pasto prima della battaglia pomeridiana. Proprio a quest’ultimo pasto tradizionale fa riferimento Leonida nel celebre commiato d’augurio ai Trecento di Sparta prima dello scontro finale alle Termopili; dopo aver comandato ai soldati di nutrirsi bene, aggiunse che quella notte avrebbero cenato nell’Ade.»

Però il verbo utilizzato è aristào, “io pranzo”, mentre aristèuo vuol dire “io primeggio”. E se Leonida stesse incitando i suoi a primeggiare nell’imminente scontro in battaglia, facendo un gioco di parole? (Gioco che, per inciso, sarebbe da attribuire comunque agli storici che hanno tramandato l’episodio secoli dopo.)

Ripeto, è una tesi senza alcun fondamento ma mi diverte l’idea di un gioco di parole intraducibile, per cui un condottiero in pratica dice “primeggiate in battaglia come se doveste cenare all’inferno”: non è proprio il succo dell’intera storia? Non è il simbolo di un’azione votata al suicidio? Solo che per fare un gioco di parole invece di “primeggiate in battaglia” ha usato il verbo simile “pranzate”, così da richiamare il “cenare”. Chissà…


Chiudo infine con la poesia I Greci alle Termopili di Elena Bono:

Avanti la battaglia
i giovanetti cantavano:
– O Leonida
noi manderemo a cena
dal sire che regna nell’Ade
non invitati
i Medi carichi d’oro -.
Ma egli disse guardando le alture:
– Moriamo liberi, questo bisogna.
E non invidiare morendo
colui che ci uccide:
servo frustato
dalla frusta del re -.


Bibliografia

L.

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26 risposte a La Storia e la Finzione: Cenare all’inferno

  1. Vincenzo ha detto:

    Grazie Lucius, non smetterò mai di ringraziarti per questi articoli intellettualmente goduriosi…
    Non conoscevo la storia della frase, ma ricordavo bene che nel diceva Ade e mentre leggevo mi stavo gasando dicendomi: va a vedere che per una volta il direttore del doppiaggio ha fatto una ricca scelta filologica? E invece no, tu mi riveli che era soltanto per esigenze di labiale…che delusione!
    Curiosa anche l’interpretazione basata sul gioco di parole intraducibile e anche a me piacerebbe pensare che sia così…
    Ps: in ultimo ti confesso che il film di Snyder è uno dei miei cosiddetti guilty pleasure… con tutti i distinguo del caso, ovviamente, ma quelle volte che l’ho visto mi sono sempre caricato come una molla😉💪💪a-hu a-hu😂😂

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    • Vincenzo ha detto:

      …nel *film diceva…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio per il tuo entusiasmo, che mi ha dato la carica per chiudere un articolo iniziato tempo fa e perso fra mille ricerche 😉
      Questo film è venerato da tutti, quindi non credo sia un “guilty pleasure” vederlo. Ed è per questo che ce l’ho con il gusto americano: ha creato le basi per giustificare la loro filosofia di vita (cioè la supremazia) dimostrando quanto la narrativa popolare sia basilare. Se ti ricordi, fino agli anni Novanta i reduci delle guerre erano disillusi e diventavano assassini, a volte “giusti” a volte no, dagli anni Settanta la guerra ha generato nei narratori e lettori americani quella reazione negativa che ha generato Rambo, il Punitore e tantissimi altri eroi della cultura pop. Dal post-11 settembre i reduci sono santi che emanano luce e chi muore per la patria vissuto è assai: non esiste più contro-peso, non esistono più voci discordanti se non marginali. Se la narrativa popolare ti dice che devi andare a morire in guerra, allora… questa è Sparta! 😛
      Ripeto: è curioso che ogni singolo americano che abbia mai avuto parola dal 1939 ad oggi ripeta che il nazismo è il male assoluto e poi continui a perseguirne per filo e per segno i dettami e gli stili narrativi.

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      • Vincenzo ha detto:

        Sicuramente è vero, ed è interessante come si leghi la questione del reducismo… film come Nato il quattro luglio sono stati un po’ un ponte tra la vecchia e la nuova concezione del reduce, che come giustamente dici dopo l’ondata patriottica dell’11 settembre è diventata intoccabile, con poche eccezioni. Grazie ancora per questo grande pezzo!😀👍

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  2. Moreno Pavanello ha detto:

    Mamma mia che articolo interessantissimo. Grazie Lucius!

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Bell’articolo, lo girerò tosto all’amica che mi presta i fumetti, visto che le piacciono gli approfondimenti filologici ^^

    Riguardo a Hell: io conosco un’altra origine del termine. Non ricordo dove l’abbia letto – sono un po’ cialtrone 😛 – ma in pratica deriverebbe dal nome della divinità norrena dell’aldilà, Hel/Hela.
    Non sarebbe strano se anche Hel avesse origine da halja, vai a saperlo…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per questo – forse all’insaputa di Miller – mettere in bocca a Leonida quell’hell è più appropriato di quanto possa sembrare, perché proprio come l’ade si chiama così perché governato da Ade, abbiamo la dicotomia di hell luogo governato da dea Hel (o varie altre grafie del nome). Quando invece traduciamo inferno, non stiamo più pensando agli inferi latini, governati dagli dèi Inferi, ma all’inferno medievale ci concezione cristiana e che quindi non ha più alcun legame con l’ade greco.
      Al contrario dei fumetti, dunque, se vogliamo ha fatto bene il doppiaggio del film a dire “ade” (anche se credo che le ragioni siano più per azzeccare il labiale dell’attore), ma certo si perde parecchio la “frase maschia” 😉

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  4. Cassidy ha detto:

    Sapevo che avresti tirato fuori un altro super post, impressionante il livello di ricerca, hai davvero spaziato in lungo e in largo, molto più di quanto abbia fatto Frank Miller ne sono sicuro!
    Questo post per quanto mi riguarda ha un solo difetto, con tutto questo parlare di mangiare, ore mi è venuta fame 😉 Cheers!

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  5. Zio Portillo ha detto:

    Bellissimo post ricco di contenuti e di ricerche. Grande Lucius! Vale la pena aspettare un po’ di più se il risultato è un articolo come questo qua. E ciò non fa confermare quello che noi tutti sosteniamo: “La Storia e la Finzione” è il massimo. 😀
    Tornando alla frase maschia in questione, non credo che Miller abbia fatto molte ricerche sui significati o sulle varie traduzioni. Probabilmente il buon Frank ha trovato la frase e l’ha parafrasata in modo da renderla il più maschia possibile e casualmente quell'”hell” è il termine più appropriato che potesse mettere in bocca a Leoniada. Più che studio credo sia culo!

    Ah, per chi è mai stato in Grecia pre e post “300”, è divertente vedere come TUTTA la Grecia (e non solo Sparta) è stata influenzata dalla pellicola. In ogni luogo sono presenti immagini degli spartani, di Leonida (taverne “Leonida’s” ne abbiamo?), elmi come si vedono nel film, busti di Gerald Butler, t-shirt con frasi della pellicola (e con altre ispirate dalla stessa),… Il bello (bello?) è che milioni di turisti ogni anno comprano una t-shirt con la faccia di un attore scozzese che interpreta un greco in un film americano che recita una frase che non ha mai pronunciato! Perfetto…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Che tristezza infinita: questa tua testimonianza mi riempie di sconforto. Però conferma anche una tesi che ormai ho fatto mia: la realtà nasce sempre dalla finzione, e quindi nei luoghi dove è vissuto il vero Leonida ora viene studiato il falso Leonida di un fumetto/film…

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      • Zio Portillo ha detto:

        Buono Lucius, buono. Capisco perfettamente la tua amarezza anche se comprendo i greci. I mammasantissima di Hollywood ti fanno un pubblicità incredibile e totalmente gratuita, vuoi non sfruttarla per guadagnarci qualcosa? Mi metto nei panni dei greci che hanno un’attività e li capisco. Credo che a Roma abbiate vissuto lo stesso quando uscì “Il Gladiatore” con elmi di Massimo Decimo Meridio che spuntavano su t-shirt ad ogni angolo.
        Il problema però non è questo. Il problema è quando vuoi sfruttare per forza qualcosa di Hollywood ma il vicino ti ha battuto sul tempo. Ed ecco che accanto alla taverna “Leonida’s” sorge il “Caffè Twilight” con la grafica dell’insegna e dei menù che ricorda le copertine dei romanzi…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        A Roma infatti la conoscenza base dell’antichità si ferma a ciò che si vede nel film di Ridley Scott, ed è un bene: prima non c’era neanche quella! 😀 Se non ci credi, sappi che i romani di una volta erano convinti che quello in cui combattono Bruce Lee Chuck Norris ne “L’urlo di Chen” è davvero il Colosseo! Eppure basterebbe aver visto una cartolina per capire che a parte un paio di esterni poi il film è stato girato in studio…
        Preferisco Twilight perché, a parità di sgradevole pubblicità, quella scelta non crea l’idea che i vampiri esistono sul serio, mentre la pubblicità di “300” fa pensare alla gente che quella raccontata sia una storia anche solo vagamente verosimile. Questo crea la realtà. Perché la prossima volta che senti parlare delle Termopili pensi a Gerard Butler, non al vero Leonida.
        In un documentario ho sentito i custodi di una chiesa famosa (purtroppo mi sfugge il nome) testimoniare come dopo “Il Codice Da Vinci” tutti i turisti rimangono delusi: arrivati lì solo per ritrovare ciò che hanno visto nel film, ci rimangono male quando scoprono che erano “licenze poetiche”. Peché ora la realtà è quella di Dan Brown…

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      • Zio Portillo ha detto:

        Vuoi che facciamo cambio con quelli che dopo “Indiana Jones e l’Ultima Crociata” uscivano delusi e incacchiati dalla Chiesa di San Barnaba perché non c’era la X sul pavimento?
        Noi ridiamo ma c’è da piangere…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahah verissimo! Purtroppo questi non vengono visti come film, come semplici opere di fiction, di finzione a puro scopo di intrattenimento: diventano “realtà”, e meno prove ci sono più sono veri. Paradossalmente quando qualcosa è comprovata… “sicuramente ci nascondono qualcosa” 😀

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  6. Giuseppe ha detto:

    Pensa che io fino ad oggi ero convinto che fosse Leonida ad interpretare Gerard Butler e invece è il contrario, ma guarda un po’ quante cose che si scoprono 😀
    Seriously, un superbo post sulla genesi di cotanta “virile” frase tanto approfondito e dettagliato da ripagarci ampiamente dell’attesa 😉
    P.S. 300 di Miller? Uno dei fumetti più sopravvalutati degli ultimi anni (idem per l’adattamento di Snyder)…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ho dato un’occhiata a “Xerxes”, il grande ed attesissimo sequel della storia, sempre scritto e disegnato da Miller: sembra il quadernone di scuola di un ragazzino… Temo che la fama di Frank sia superiore al suo effettivo valore.

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  7. loscalzo1979 ha detto:

    Amo quando scavi dietro a queste storie ^^

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  8. Federico Aviano ha detto:

    Che dire, il tuo articolo è anni luce più completo del mio, sopratutto dal punto di vista delle fonti. Non avevo idea della manipolazione delle citazioni da parte del fumettista e non sapevo che la maggior parte degli scritti riguardanti l’antichità derivasse dalla caduta di Bisanzio e dal conseguente studio italiano, uno dei mille motivi per cui dobbiamo essere orgogliosi del nostro passato.
    Ti ringrazio per le immagini che hai scelto dai fumetti, le migliori che potessi prendere. Io che non li ho letti ho compreso quanto siano simili al film, lo stesso Leonida assomiglia molto all’attore scelto

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e se rinnovo i complimenti per il tuo post “300 rispetta la storia? (parte prima)” – che linko anche qui per chi volesse leggerlo.
      E’ proprio dalla voglia di confrontare ed approfondire che nasce lo “scudo” con cui possiamo proteggerci dai falsi storici, i revisionismi disonesti e la propaganda, tutti elementi che abbondano soprattutto nei “filmoni” di grande richiamo. Per questo l’istinto a curiosare e ad andare a controllare le fonti è sempre lodevole 😉

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