Halloween 1 (1978) La notte delle streghe

Andiamo, lo avevate immaginato che dopo Hellraiser, Venerdì 13 e Nightmare era quasi obbligatorio pensare ad Halloween. Forza, mettetevi comodi che il viaggio verso Halloween 2018 con il nuovo film di Jason Blum è partito…

Sabato 14 aprile 1979, un giorno prima della Santa Pasqua, in Italia viene presentato in sala in anteprima Halloween. La notte delle streghe: non è una decisione un po’ blasfema? Nel 1979 si poteva fare.
Per fortuna all’epoca nel nostro Paese si santificavano le nostre feste, invece di importare quelle degli altri, quindi un film che si svolge ad Halloween e si intitola Halloween non è stato proiettato ad Halloween, come oggi sarebbe ovvio. (Per favore, non tirate fuori la storia che prima di Internet gli italiani non conoscevano l’inglese e non sapevano cosa fosse Halloween perché l’unica cosa che è cambiata con l’avvento di Internet è l’ignoranza degli italiani, mai così ad alti livelli.)

Pulito, preciso, fatale

Merita di essere citato il commento del giornalista Stefano Reggiani su “La Stampa” di quel giorno:

«È un horror americano a grossi effetti, con adeguata regia e buoni interpreti.»

Una recensione stringata e… a grosso effetto!
Siamo ancora in tempi in cui la critica cinematografica in Italia fa la critica cinematografica, non del leccaluismo gratuito, e quindi il film viene definito buono ma un po’ grottesco: «se lo deve ricordare il regista Carpenter», lo bacchetta “La Stampa” quattro giorni dopo, «che in questa sua opera terza ha manifestato un talento dal quale è lecito attendersi prove meno effettistiche nella ricerca dell’orrore».
Sono tempi strani, tempi misteriosi, in cui ataviche entità chiamate “adulti” vanno a vedere film horror senza ragazzini al seguito, adulti che non seguono le saghe dell’Uomo Ragno e non aspettano con ansia il prossimo Star Wars: adulti che magari possono non essere convinti del nuovo cinema che sta nascendo, scorgendo una certa “deviazione giovanilistica” da quel genere decisamente adulto creato da Craven e Cunningham con L’ultima casa a sinistra (1972).
Ma questi misteriosi “adulti”, di cui ormai non si ha più traccia e sono considerati a tutti gli effetti estinti, non hanno più voce in capitolo: è il vagito del nuovo genere, dedicato al nuovo pubblico, i gggiovani, ed è appena risuonato potente.

Salve, sono un gggiovane e battezzo la nascita dell’horror gggiovane

Come ho già detto in altre occasioni, sono arrivato tardi all’horror. Nel 1988 Dylan Dog mi ha “svezzato” ed essendo all’epoca anch’io gggiovane ho cominciato ad avere un bisogno fisico insaziabile di cinema horror, in forte ritardo sul mondo. Non esisteva alcun tipo di fonte di informazione cinematografica al di fuori della rivista “CIAK” – le riviste “serie” di cinema ovviamente ignoravano l’horror – e delle notizie lette appunto su Dylan Dog. (Ma non esisteva ancora il mitico Almanacco della Paura: c’erano solo i librettini annuali legati agli speciali estivi.) Le mie uniche armi erano: uno scrupoloso e quasi maniacale studio settimanale della Guida TV e quante più tessere di videoteca possibile. (All’apice ne avevo sei in contemporanea.)

Il 1989 l’ho passato in “esplorazione” di film scelti in videoteca, beccando un mare sconfinato di fregature epocali – che peccato non saper ritrovare quegli immondi filmacci! – ma facendomi le ossa. Così ero pronto quando arrivò l’estate del 1990: avevo 16 anni ed è stata la mia Estate Fanta-Horror della vita.
Tanto per darvi un’idea, ho comprato e visto per la prima volta Frankenstein (1931), ho affittato dalla videoteca locale e duplicato su cassetta Piranha Paura (1981), Terminator (1984), Dovevi essere morta (1986), Monkey Shines (1988) e via dicendo.

L’allegra estate etrusca del 1990

Uniteci pure il fatto che quell’estate divorai il corposo primo volume della storica antologia Le grandi storie della fantascienza, lunga serie di volumi con il meglio della fantascienza golden age: il primo racconto del primo volume, letto il primo giorno di vacanza, parlava di un robot che si svegliava alla coscienza e viveva una storia in tutto identica a quella di Frankenstein. Era un racconto del 1938 dal titolo Io, Robot, con un’introduzione di Asimov che raccontava come lui non voleva che l’editore rubasse il titolo ad Eando Binder, e invece è successo proprio questo.
Insomma, ero una spugna pronta ad assorbire tutto ed avevo la fortuna di essere circondato da materiale splendido, scremato dopo un mare di bufale.

In videoteca un giorno – dopo lungo scrutare e rivoltare custodie di VHS esposte – affittai una strana cassetta, dalla locandina molto intrigante e dal titolo ammiccante: Terrore in sala (1984, uscito in VHS italiano nel novembre del 1987). Era una “mezza fregatura”, nel senso che non era un film bensì un documentario sul cinema horror. Un’incredibile operazione – credo oggi irripetibile per via delle troppe beghe legali – per cui venivano prese le scene più mitiche del cinema horror disponibile all’epoca, ordinate per categorie… e con Donald Pleasance seduto in sala che le commentava e spiegava la paura agli spettatori.
Era il Paradiso, per un 16enne che ignorava quasi tutto del cinema horror. Si andava da classiconi come Carrie (1976), Il presagio (1976) e Rosemary’s Baby (1968) giù fino a Che fine ha fatto Baby Jane? (1962), ma c’era pure il “modernariato” come Vestito per uccidere (1980) e Scanners (1981). Pensate ad un film horror disponibile negli anni Ottanta, e sicuramente almeno una scena è presente in Terrore in sala.

Uno che ne sa qualcosa, di terrore

L’unico altro ospite che ricordo è Nancy Allen, forse per il suo ruolo in Carrie o perché all’epoca era un’attrice quotatissima, ma in realtà la scena è tutta per Donald Pleasance, che spiegò al giovane Etrusco che cos’era il terrore in sala, che ne abbiamo bisogno, che ci emoziona e fa circolare il nostro sangue nelle vene. Il finale mi dà ancora i brividi. Donald, guardando sempre in camera, ci ricorda che è tutto finto, è cinema, è fiction. Però… però poi dobbiamo uscire dalla sala… e là fuori è tutto vero.
Mentre il volto inquietante del grande Donald ci lascia con un brivido, cominciano a scorrere le scene più forti del cinema horror, le scene dove la realtà va in tilt e il terrore esce dalla sala.
In una di queste scene, tolgono la maschera da un ragazzino che stringe un coltello. Non lo sapevo, ma in quell’estate del 1990 avevo appena conosciuto Michael Myers.

Paura, eh?

L’unico difetto di Terrore in sala è che non appare alcuna scritta o sottotitolo sulle scene dei film che scorrono, forse perché il regista Andrew J. Kuehn dava per scontato che fossero scene ben note a tutti gli spettatori: magari non aveva previsto che a vedere quel documentario potesse esserci un 16enne totalmente ignaro ma con solo due occhi sbarrati e stupefatti, a vedere e rivedere fino alla nausea scene di una potenza incredibile.
A parte qualche eccezione, non conoscevo NULLA di quei film, quindi in realtà invece di aiutarmi quel documentario mi creò un’enorme confusione, perché fuse insieme decine di pellicole che solo nel corso degli anni poi sono riuscito a “dividere”, nella mia testa. Assassini, mostri, demoni, coccodrilli e cani con la faccia da uomo: tutti mi hanno perseguitato finché non ho trovato i vari film da cui erano tratte quelle scene.
Solo uno dei film a me ignoti per qualche strano motivo l’avevo identificato già nel 1990: come ho fatto? Non ne ho idea. Sapevo solo che quando vedevo l’inquadratura dell’assassino vagare per la casa… quello era Halloween.

Here’s Mickey! (semi-cit.)

Proprio perché sono arrivato all’horror tardi e in modo fortemente scomposto, non ho avuto né indottrinamento né alcuna predisposizione per le saghe: io sono quello che è andato a vedere al cinema Il ritorno dello Jedi ignorando che roba fosse Star Wars e per anni sono rimasto allo scuro dell’esistenza de L’impero colpisce ancora (che vidi in TV chiedendomi: ma da dove esce fuori ’sto film?); io sono quello che ha visto Aliens ignorando il primo episodio, e quindi subendo il fascino del Cameron dei tempi buoni e rimanendo altamente deluso da Scott; sono quello che ha visto Rambo 2 ignorando il primo e così via. Insomma, sin da quando ho memoria non sono mai riuscito a seguire una saga che è una, quindi non ho mai vissuto l’addiction tipico dei fan dell’horror: il dolore nell’attesa di un nuovo film e il dolore nello scoprire che non basta, che si vuole di più. Per me se un film è buono finisce lì: come dice un mio collega per fare un velatissimo richiamo sessuale, una ma fatta bene!

Una citazione di Howard the Duck, futuro salvatore del mondo!

Haloween, Hellraiser, Venerdì 13, me ne sono sempre sbattuto: quindi non solo non ho mai aspettato il nuovo “qualcosa”, ma non ho mai cercato i vecchi episodi: se mi fossero capitati fra le mani li avrei visti, come vedevo di tutto, ma non mi sono mai capitati fra le mani, come invece varie produzioni zombie con cui ho allietato le mie serate e scandalizzato mia madre. (Vivendo in tre in una casa minuscola è impossibile vedere la scena del massacro di budella de Il giorno degli zombi senza che tua madre scopra lo schifo che sta passando in TV. Vaglielo a spiegare che devi assolutamente registrarlo perché è un capolavoro…)
Non credo di aver mai visto per intero Halloween, dal 1990 ad oggi, non è stata una scelta: semplicemente non mi è mai capitato e non ho mai avuto la voglia di affittarlo in videoteca. C’erano montagne di film che volevo vedere, prima, e alla fine hanno chiuso le videoteche.

Citare nel 1978 un film di cui si farà il remake nel 1982: senza prezzo!

Tutto questo per mettere in chiaro il mio rapporto con il film e per ricordarvi la stupenda e molto più appassionata recensione di Cassidy, che vi consiglio caldamente.
Come posso recensire un film del 1978 che ho visto per la prima volta nel 2018? Se avessi avuto la fortuna di vederlo in quella mia Estate Fanta-Horror della vita la mia “carriera” di spettatore sarebbe stata probabilmente molto diversa, ma così non è stato. Visto che non so quanti abbiano seguito il mio viaggio di quest’anno nello slasher-splatter, per spiegare il mio giudizio serve un brevissimo sguardo d’insieme.

Ecco, ora l’Etrusco fa lo spiegone…

Quella che segue non è la Verità, ma è solo il risultato nel mio personale viaggio nel cinema horror.
Wes Craven e Sean S. Cunningham prendono La fontana della vergine (1960) di Ingmar Bergman, rifanno la stessa identica trama e con L’ultima casa a sinistra (1972) cambiano per sempre il concetto di “orrore”: il male è dentro di noi, siamo tutti assassini, stupratori e mostri, non appena ne abbiamo l’occasione. In fondo nell’agosto precedente l’esperimento di Philip Zimbardo della “prigione di Stanford” – da cui alcuni film revisionisti – aveva dimostrato che basta mettere una divisa ad una persona per trasformarla in carceriere e torturatore.
Il messaggio è devastante e Tobe Hooper corre ai ripari: con Non aprite quella porta (1974) si aggiusta il tiro, ed ora il male è solo nelle persone cattive, le buone rimangono buone. Lo stesso Craven ci ripensa e sottoscrive il messaggio di Hooper con Le colline hanno gli occhi (1977), mentre Carpenter riduce il numero dei cattivi e ci tranquillizza ancora di più, perché in Halloween (1978) sono tutti buoni: il male è solo innato in Michael Myers. Craven ha inventato l’orrore, Hooper e Carpenter l’hanno trasformato in slasher (maniaco che va in giro ad ammazzare gente) e due anni dopo Cunningham lo trasforma ancora in splatter, perché in Venerdì 13 (1980) il maniaco maciulla in modi fantasiosi con ampi spargimenti di sangue. Tutti artifici per esorcizzare la paura.
Sono tutti film strettamente collegati, con maschere, rapporti familiari sballati, immunità alle pallottole, predilezione per i coltellacci e via dicendo, ma sono tutti “ammorbidimenti”: pur rimanendo film horror di altissimo coinvolgimento emotivo, mettono paura per quello che succede ai personaggi. Il film del 1972 di Craven mette paura perché nella normalità si annida il male: un giorno potresti avere la possibilità di torturare qualcuno… e potresti decidere di coglierla. Questa paura non ti passa, finito il film…

E dopo questo pippone sull’horror, nessuno è rimasto in vita!

Dovrebbe mettermi paura Michael Myers? Ovviamente è impossibile: dubito fortemente che me l’avrebbe messa a 16 anni, di sicuro non oggi. Bisogna credere nel Male per avere la fortuna di aver paura solo di un maniaco assassino pazzo: e me fanno paura le persone normali, perché la coltellata non ti arriva da uno psicopatico, ma dal tuo vicino di casa a cui hai calpestato il prato.
Un film di 90 minuti che si prende un’ora a presentare i personaggi mi sembra esagerato, e capisco perché in seguito ha fatto così successo la formula Venerdì 13: “niente presentazione, tutti subito a morire”. È ovvio che è un capolavoro del cinema, perché è Carpenter e il Maestro sa sempre tirarti fuori scene che le guardi e applaudi, a prescindere, però da qui a condividere l’enorme successo riscosso… ce ne passa parecchio.
Halloween mi piace con la testa, non con il cuore…

Va be’, finito il pistolotto, ammorbidiamo l’atmosfera:

Pronto, Ciampino?

Allora mettetelo ar culo!


Bombolo)

Saltando a pie’ pari tutto quanto è stato detto di celebrativo sul film negli ultimi quarant’anni, volo fino al 1980, quando i giornali lo consideravano spazzatura.

Su “Cinefantastique” (estate 1980) intervistano questo ragazzetto in gamba, questo giovane e baffuto cineasta che si chiama John Carpenter: uno che potrebbe anche diventare famoso. Si parla di tante cose poi l’intervistatore Jordan R. Fox lancia la coltellata: «Cosa rispondi a chi ti accusa di aver rifatto un film alla Black Christmas di Bob Clark?»
Oggi nessuno si permette più domande del genere, né mi sembra che quel film del 1974 – noto in Italia come Un Natale rosso sangue – sia mai stato affiancato ad Halloween, in tempi recenti: scopriamo che invece all’epoca il film di Carpenter non venne considerato come un “creatore di stile” ma addirittura come derivato di un altro stile.

«Povero Bob Clark (ride), non dirlo. Non ho familiarità con i suoi film ma è davvero un tizio simpatico. Halloween non parla di un matto che ammazza la gente: è la sua trama, ma non è quello di cui parla. Il film parla del male, e del sesso. Per me il male non muore mai. […] Black Christmas verteva su chi fosse l’assassino, mentre nel mio film questo è del tutto irrilevante. Aspetta il prossimo Halloween: tornerà a prenderti!»

Carpenter è in forma smagliante ma arriva un’altra coltellata: «Un’altra obiezione riguarda il connubio fra sessualità e vittime». E ancora non c’era Venerdì 13!

«All’inizio è così, c’entra il sesso, ma poi le vittime sono scelte a caso. Lui non sa che saranno promiscue. Chi avanza questa critica non ha notato una cosa importante. Ironicamente una delle ragazze del film che non fa sesso, Jamie Lee Curtis, è quella che colpisce il maniaco più e più volte con un lungo coltello! Attinge energia da tutta la sua repressione sessuale. E nessuno ci ha fatto caso.»

Carpenter era avanti vent’anni e nessuno se n’era accorto. Perché subito dopo arriverà Jason a punire chi fa sesso e per i successivi vent’anni non si parlerà d’altro, mentre John aveva già superato una fase che ancora doveva iniziare…
E che ne pensa delle feroci critiche ricevute? Ammazza che infame ’sto giornalista!

«Una delle più incredibili recensioni che ho mai ricevuto è arrivata dal “L.A. Herald Examiner”. Il loro accoltellatore aveva finito il sangue e l’ha presa molto sul personale: ha cominciato pure ad andare dietro la gente a cui è piaciuto il film.»

John giustamente la prende a ridere delle critiche perché sa che non conquisterà mai un solo critico che è uno, tranne quelli che scrivono a posteriori, ma a lui non importa: come spiega bene, non lavora per la critica, lavora per il pubblico. E al pubblico piace maledettamente quello che fa, anche se… principalmente deve piacere a lui, in primis, e poi anche alla sua compagna di merende…

L’altra metà della zucca

Carpenter ha l’occhio lungo e sa riconoscere un talento quando ne incontra uno: e quella giovane script supervisor di nome Debra Hill aveva talento da vendere. O almeno un talento perfettamente compatibile con quello di John: che darei per poter aver avuto la possibilità di spiare Carpenter ed Hill che si riunivano a scrivere la sceneggiatura di Halloween, magari pure a mimare le scene di coltellate. Dite che non è andata così? Eppure sono le mani di Debra Hill quelle che vediamo dare le prime coltellate del film, ufficialmente date dal giovane Michael.
E se qualcuno magari avesse avuto la tentazione di dare tutto il merito a John della sceneggiatura, la città dove si svolgono gli eventi è Haddonfield, Illinois. Dov’è nata, Debra Hill? Haddonfield, New Jersey…

Le allegre comari di Haddonfield

Debra è anche line producer, che – ci spiega lei nella citata intervista a “Cinefantstique” dell’estate 1980 – di solito è una figura che non sa molto di cinema ma si limita a cercare soldi. Lei invece ha cambiato approccio e sa parecchio di cinema, parecchio tanto, così quando qualsiasi figura lavorativa si rivolge a lei per le sue richieste, lei sa come provvedere, perché conosce il mestiere. E questo, assicura Debra, garantisce il rispetto di tutti sul set.

«Io e John abbiamo lavorato per niente [ad Halloween]. Ho fatto un lavoro organizzativo molto scrupoloso, con gli attori che arrivavano sul set solo quando c’era bisogno di loro, piuttosto che ingaggiarli per quattro o cinque settimane. Le scene con Donald Pleasance sono state girate in cinque giorni. L’intero film è basato su storyboard, molto ben preparato. L’organizzazione e la comunicazione prevengono gli errori.»

Queste parole di Debra Hill non lasciano molti dubbi su chi abbia aiutato maggiormente Carpenter a tirare fuori un film con due spicci e a farlo entrare nella storia del cinema.

Una delle “comari” di Haddonfield

Per avere un’idea di che atmosfera si respirasse sul set di un film che purtroppo ha lasciato ben poche interviste dell’epoca – visto che la maggior parte delle grandi riviste di cinema sono nate dopo il 1978 – ho scovato un ricordo recente di P.J. Soles, l’attrice che fa Lynda e che è stata raggiunta dal giornalista Michael Gingold per il volume monografico “Fangoria Legends presents John Carpenter” (2013).
Halloween era il secondo film dell’attrice, che aveva esordito un paio d’anni prima con Carrie: dal Brian De Palma del 1976 al John Carpenter del 1978, due “ragazzi” quasi esordienti pronti a conquistare il cinema.

«Mi piaceva quel tizio [Carpenter], sapeva quello che voleva, se lo prendeva e si andava avanti: durante la lavorazione di una scena si facevano una o al massimo due riprese, poi si procedeva oltre, ma questo probabilmente aveva più a che fare con il basso budget. Mi piaceva lavorare in quel modo, lui sapeva come ottenere ciò che voleva: lo ricordo sempre estremamente concentrato. Davvero un bel tipo.»

Che differenza ha avvertito fra Carrie ed Halloween?

«Be’, in termini di salario non ci sono state differenze. (ride) Credo che Carrie fosse messo meglio il che vuol dire che prendemmo tutti la stessa cifra, credo fossero 600 dollari a settimana. Ma Carrie era il mio primo film ed Halloween il mio secondo, quindi in realtà non pensavo affatto ai soldi, né al budget: ero solamente una giovane attrice. Pensavo al copione, alla mia parte, a chi dirigeva e all’atmosfera che si respirava. Quello di Halloween era un set decisamente più piccolo e intimo, all’opposto di Carrie girato nei celebri Culver Studios, con una troupe di 16 elementi e un grandissimo guardaroba. In Halloween ognuno di noi si è dovuto occupare da solo del guardaroba.»

Quale guardaroba?

Il confronto è ingiusto ma inevitabile: è meglio De Palma o Carpenter?

«Brian De Palma era un po’ più distaccato, non era un regista di attori e non parlava con te del personaggio: confidava che tutti sapessero cosa fare. John invece era più divertente perché ci potevi parlare, se avevi una domanda ti rispondeva, mentre credo che De Palma fosse più interessato a come veniva una ripresa piuttosto a ciò che tu sentivi del personaggio (ride).»

Quando si dice “iniziare col botto”

“Fangoria” è nata con un pelo di ritardo quindi non ha fatto in tempo a presentarsi sul set ad intervistare gli interessati, come suo solito, eppure sono riuscito a trovare una chicca incredibile: sul numero 9 della rivista (novembre 1980) viene presentato Terror Train e c’è un’intervista a Jamie Lee Curtis. La firma è di quelle da capogiro: Jim Wynorski, il re assoluto e incontrastato della serie Z! All’epoca ancora non era il regista dei peggiori film mai apparsi sulla Terra ma un semplice giornalista: lo stesso ho le lacrime agli occhi… È come Vanessa Incontrada intervistata da Raz Degan: roba forte!

«I film horror mi stanno costruendo la carriera ma in realtà non sono contenta di farne: ormai però tutti i ruoli per cui mi chiamano sono in film horror. Credo che farò Halloween 2 e poi basta. Lo vedo come un cerchio che si chiude: pago i miei debiti, ho fatto la mia esperienza e poi smetto con il genere.»

Ottimi propositi, finché ci sono i soldi. Poi magari una capatina nell’horror la si rifarà…

19 anni di dimensione artistica!

Il doppiaggio italiano ci parla dello Spirito della Strega, ma Michael è un boogeyman, è «l’Uomo Nero che turbava i sogni quando li facevo», come cantava Frankie HI NRG, è appunto il Male personificato per fare meno paura: sarebbe bello che il male fosse fuori di noi…

Una rara apparizione di Michael Myers, col volto di Tony Moran

Il viaggio è iniziato e il conto alla rovescia per Blumween 2018 è partito: preparatevi a tanti altri venerdì… de paura!

Uuuuh sono il fantasma formaggino!

L.

P.S.
E ora, fate un salto anche allo Speciale Halloween del blog “Non c’è paragone“, senza dimenticare lo Speciale Halloween de “La Bara Volante“.


Bibliografia

  • “Cinefantastique” volume 10 n. 1 (estate 1980)
  • “Fangoria legends presents: John Carpenter” (2013)
  • Jim Wynorski, A Mini-Interview with Jamie Lee Curtis, da “Fangoria” n. 9 (novembre 1980)

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Informazioni su Lucius Etruscus

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43 risposte a Halloween 1 (1978) La notte delle streghe

  1. Cassidy ha detto:

    Come Donald Pleasence, ruoto sulla mia sedia ed accarezzando il gatto ti dico: La stavo aspettando signor Etruscus 😉 Attendevo con trepidazione questo inizio di rubrica, ho passato le vacanze ripassando tutti i film della saga, prossima settimana inizierà anche io quindi sappi che verrai citato. Detto questo a parte Michael “Bombolo” Myers, molestatore telefonico (trovata migliore di tutti gli Scary Movie messi insieme) mi è piaciuto il tuo lungo preambolo, quasi tutti dicono che lo slasher è stato inventato da Hitchcock (e anche Carpenter lo sostiene), ma tu hai riportato l’origine dell’horror direttamente a Bergman, tanto di cappello.

    Poi è bellissimo avere una testimonianza di un tempo in cui chi aveva la possibilità di intervistare il Maestro, faceva domande vere, tanto Giovanni Carpentiere non ha paura di niente e risponde sempre per le rime, ormai si vede che si annoia pure lui a raccontare come è nato il tema di “Halloween”, infatti si accende solo quando parla di basket e videogiochi.

    Inoltre, un “Bravò” per aver messo i puntini sulle “I”, perché Debra Hill non è mai ricordata come invece merita, inoltre ogni volta che citi “Terrore in sala” mi mordo le nocche per non averlo mai visto, so che mi piacerebbe molto. Quello che non è mai chiaro con Carpenter è che il Maestro è sempre stato più avanti di tutti, aveva già estinto sul nascere Jason macellatore di pruriginosi adolescenti nel 1978, aveva già sdoganato l’horror a bassissimo budget che oggi è la norma, e a dirla tutta, aveva già smontato la figura dell’eroe e aperto alle arti marziali grazie a Jack Burton, Il Maestro non si batte 😉

    La chiudo qui prima di diventare ancora più prolisso del solito, ci sarà da divertirsi, visto il tuoi approccio alla saga con i prossimi capitoli so già che farai un massacro, altro che Michael Myers! 😀 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Verissimo, è incredibile vedere come Carpenter fosse davvero già avanti a tutti: doveva ancora iniziare il binomio “sesso = morte”, che ritroviamo ancora oggi con baggianate tipo “It Follows” (2014) che tanto nella bacchettonissima America piace sempre, e lui aveva smontato tutto. Ti credo che si annoia nelle interviste: ha già previsto tutto per i successivi vent’anni, a che serve rispondere alle domande del momento? 😛
      Sia “Psycho” che “La fontana della Vergine” sono del 1960, sicuramente un anno pieno di spunti, ma Hitchcock non lo considero un regista di genere horror: ha fatto così tante cose che ogni genere può trovare in lui un “capostipite”. Invece con i Settanta inizia proprio un genere, cioè si iniziano a fare tanti film sullo stesso stile di cui quelli che ho citato sono solo i più famosi e probabilmente i meglio curati. Gli assassini psicopatici ci sono sempre stati, potremmo a questo punto citare pure “La scala a chiocciola” (1946) di Robert Siodmak come progenitore e andare ancora più indietro, ma sono esperienze singole, non hanno generato stili narrativi d’imitazione come invece hanno fatto quei ragazzacci di Craven e Cunningham. 😉
      Sappi che ora sono in attesa di un tuo banner di Halloween da pubblicizzare ^_^

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      • Cassidy ha detto:

        La cosa assurda è che nessuno intervistatore lo faccia notare, sarebbe l’unica cosa da chiedergli: Come fai a vedere nel futuro? 😉 Esatto Hitchcock rimbalzava alla ricerca del genere più popolare, quello per far staccare più biglietti, Bergman invece non è mai stato nemmeno lui un regista horror, ma un regista capace di fare paura quello sì! Ho coniato ieri il titolo per la rubrica mentre scrivevo di “Halloween 4”, ti farò avere il banner, il tuo lo pesco da questo post 😉 Cheers!

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi son goduto la recensione compreso il pistolotto che non mi ha lasciato affatto stecchito! 🙂
    Anche io “ti aspettavo al varco” e sono molto contento dell’inizio di questo ciclo perché molto legato ai film in questione di cui apprezzo anche le lungaggini crea-atmosfera.
    E d’altronde si capiva: già nelle rece di altre saghe horror citavo continuamente questa! 🙂

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  3. Il Moro ha detto:

    Eh sì, me lo aspettavo. Mi stavo solo chiedendo se avresti iniziato Halloween o La Bambola Assassina. 🙂
    Mi sa che mi toccherà fare un articolo su tutti i videogiochi in cui compare MIchael Myers, inizierò ad informarmi….

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Mi ero totalmente dimenticato di Halloween, forse perché non ne è uscito uno ogni sei minuti 😛
    Comunque, visto che siamo in tema di chi dà inizio ai cicli…

    “Per fortuna all’epoca nel nostro Paese si santificavano le nostre feste, invece di importare quelle degli altri”

    Da noi, con diverse modalità, lo si faceva già in molte regioni, di andare a chiedere dolcetti per le case (ufficialmente erano per i morti) ma dovrei verificare se ci si mascherava pure. Ho scoperto che anche le cene messicane tra le tombe si facevano in certe regioni del sud.
    Non so se queste tradizioni di Ognissanti siano sparite per poi riapparire nella forma dello Halloween statunitense, di certo, in città ho conosciuto solo il carnevale autunnale, da circa quindici anni a questa parte 😉

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  5. Vincenzo ha detto:

    gran pezzo Lucius!!
    intanto mi hai fatto venire una gran voglia di cercare e vedere questo Terrore in sala, di cui ignoravo l’esistenza… amo i documentari sui film che mostrano scene di film, cosa sempre più rara per le ragioni che hai detto…
    su halloween, vabbè, ogni aggiunta a quanto avete scritto tu e Cassidy sarebbe superflua…
    è stato interessante invece leggere l’estratto dell’intervista alla tizia e in particolare il suo confronto tra Carpenter / De Palma, su cui mi ritrovo in pieno!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo nel 1978 ancora non c’erano gran parte delle storiche riviste di cinema, quindi non ho trovato quel genere di racconti che adoro, quelli sul set, quelli di esterni che raccontano i grandi.
      Sarebbe bello ritrovare in italiano “Terrore in sala”, ma temo che sia roba da collezionismo spinto. Non so come abbiano fatto con i permessi, ma vengono mostrate davvero decine di pellicole in frammenti!

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  6. Alfonso ha detto:

    Oh, e qua ti si segue per forza, visto che lo sto portando avanti anche il il ciclo su Halloween! Il primo film lo adoro – non altrettanto il resto dei film della saga che ho potuto vedere e non li ho visti nemmeno tutti – e Carpenter riesce a tirare fuori qualcosa di iconico e soprattutto di imitato a destra e a manca. Certo è che non fa paura e mai me ne avrebbe fatta anche se lo avessi visto a 16 anni, anzi, forse l’ho visto proprio a 16 anni 😀 – per dire, questo del 2018 dal trailer mi pare potenzialmente più inquietante psicologicamente.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ottimo: ti ho appena inserito come Post Scriptum 😉
      Un film sicuramente iconico ma fa parte di un genere che, come tutti gli slasher, non mi ha mai conquistato. Ovvio che Carpenter ha sempre una marcia in più, a prescindere 😉

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  7. Zio Portillo ha detto:

    Sto weekend sono leggermente preso (eufemismo…). Ho letto il post a spizzichi e bocconi.
    Mi riprometto un commento migliore appena ho tempo perché i venerdì ripartono col botto. Saluti!

    P.S.: sono l’unico ingenuotto che non si aspettava HALLOWEEN ma qualcos’altro? 🤔

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  8. theobsidianmirror ha detto:

    Ah finalmente! Si, in effetti dopo gli altri potevo aspettarmelo. Il dubbio adesso è quale sarà la prossima serie che giungerà su questo schermi dopo Halloween…. il rischio che arrivi una boiata è grande, ma in fondo non sarebbe Zinema!
    Anyway… non sono sicuro di averli visti tutti ma, se così non fosse ci sono andato vicino.
    I primi due ovviamente li conosco a memoria avendoli visti, rivisti e stravisti. Il terzo capitolo, quello fuori continuity, l’avrò visto due o tre volte e se devo essere sincero mi è anche piaciuto (molto meglio di tante altre bambole assassine… gli altri li ho visti una decina di anni fa in rapida sequenza ma non me ne ricordo nemmeno uno…. ben venga quindi il tuo speciale per un sano e doveroso ripasso! Rob Zombi? Unico vero erede di Carpenter!

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  9. Giuseppe ha detto:

    Eh, niente da dire: la preveggenza e le risposte pronte di Zio John sono al di là e al di sopra di ogni discussione 😉
    Ottimo post -con tanto di doveroso ricordo dell’importanza del ruolo coperto da Debra Hill 😉 -sull’unico, vero Michael Myers al quale riconosco il diritto di esistere… una personificazione del Male fisica e metafisica al tempo stesso, diversa dal “semplice” male ben più terreno che ci portiamo dentro e che, anche per questo motivo, mi risulta ancora efficacissima dopo tutti questi anni. Detto in sintesi, riferendomi agli esempi citati: con Zimbardo e Craven ti trovi a dover affrontare te stesso, con Carpenter ti trovi a dover affrontare l’Ignoto (con la “i” maiuscola, come lo è il Male di Michael)… sono paure diverse, non necessariamente autoescludentisi a vicenda. Cosa che però i nuovi Halloween non sembrano proprio aver capito 😦

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Credo che negli Halloween successivi sia subentrata la serialità classica del genere, e ormai dopo Hellraiser, Venerdì 13 e Nightmare la formula sembra obbligatoria: primo episodio innovativo, fresco, creatore di stile e che affronta paure ignote… seguito da prodotti in serie privi d’anima e di ispirazione.

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      • Giuseppe ha detto:

        Diciamo che il successivo diretto da Rick Rosenthal se la cava ancora bene e quello di Tommy Lee Wallace (con un seppur assai deluso Nigel Kneale come nume tutelare) è un interessante quanto ingiustamente poco compreso “esperimento” di filone parallelo alla saga principale, ma da lì in poi si comincia ad altalenare un po’ troppo per i miei gusti 😦

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  10. Sam ha detto:

    Penso che tu abba riconosciuto Halloween senza averlo mai visto perché fu trasmesso in tv negli anni 80 in prima serata sulle reti berlusconiane ( sempre se erano già di Berlusconi ).
    Forse avevi visto qualche pubblicità con spezzoni del film, per questo ti sapeva di “già visto”.
    Me lo ricordo perché andavo ancora alle elementari e tutti ne parlavano il giorno dopo a scuola ( io però non lo avevo visto perché ero un gran fifone).
    A dispetto di Bob Clark ( regista dei film “Porky’s “) e di Carpenter , la formula dello Slasher l’aveva inventata Mario Bava con “sei donne per l’assassino ” ( ma Carpy non lo ammetterà manco sotto tortura ).
    A Carpenter bisogna riconoscere il primato del super assassino invincibile che risorge sempre quando sembra indubbiamente morto.
    Halloween, la festa , era conosciuta da noi grazie ai film e i cartoni , io la conobbi tramite appunto questo film e lo speciale Halloween di Charlie Brown ( dove “trick or treat” veniva tradotto come ” o la borsa o la vita ” ).
    Vabbè i ragazzini di oggi credono ch l’epoca pre-internet era come noi quella quella pre-tv, ovvero il medioevo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Neanche gli autori di “Venerdì 13 parte II” hanno ammesso di aver copiato paro paro alcune scene da “Reazione a catena” (1971) di Mario Bava, ma è più che evidente.
      Il problema del “creatore di stile” è che se nessuno ti segue in realtà sei un “anticipatore”, non un “creatore”. Che Mario Bava abbia inventato da solo l’intero cinema horror che l’ha seguito è indubbio, ma purtroppo le sue intuizioni sono diventate “genere” solo troppi anni dopo e senza alcun riconoscimento, quindi “Venerdì 13” è molto più legato a “Halloween” che a Bava, e via tutti i maniaci assassini successivi, soprattutto quelli che portano una maschera, intuizione di Carpenter nel 1978 ma in realtà ce l’aveva già Leatherface (da cui il nome) nel 1974.
      Potremmo discutere per anni – come i fan infatti discutono da sempre – su cosa sia slasher, splatter e via dicendo, ma a larghe somme nel primo caso c’è un maniaco che gira e uccide mentre nel secondo è uguale ma con abbondanti litri di sangue che inondano la scena e budella che si versano in terra emettendo appunto il suono “splat”. Bava aveva inventato entrambi, ma non è stato seguito, non ha inventato uno stile che subito ha generato cloni di varia fattura, come invece è successo a Craven, Carpenter e Cunningham, che sono tutti strettamente e inesorabilmente imparentati, e sono stati immediatamente clonati da fiumi di produzioni spesso di infima fattura.
      Di sicuro Dario Argento andrebbe considerato, ma anche qui non ha creato una scuola argentiana, si è limitato ad essere venerato all’estero e quindi scopiazzato in seguito…
      Per finire, magari fossero i ragazzini ad avere un’immagine distorta della vita prima di internet: purtroppo conosco tanti adulti, e – come ho citato tempo fa – anche gente che scrive articoli considerati autorevoli, che crede che prima di Internet fosse il vuoto assoluto. Non credo esista un paragone: negli anni Ottanta ci dispiaceva per i nostri genitori e nonni perché sicuramente non potevano divertirsi con film e cartoni, non si pensava che loro ignorassero cosa fossero film e cartoni…

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