The New One-Armed Swordsman (1971) La mano sinistra della violenza

Per un maestro sciancato che se ne va, ce n’è un altro pronto a sostituirlo: cambiano le spade, ma il braccio monco è sempre quello!

Come abbiamo visto, il super-divo di Hong Kong Wang Yu si scontra con la Shaw Bros, che controlla il cinema locale, e non solo il suo contratto viene rescisso ma deve addirittura emigrare, andando a lavorare a Taiwan ma entrando nella Golden Harvest, la casa pronta a distruggere la Shaw e ad imporsi nel mondo come regina incontrastata del cinema marziale.
Come prende la Shaw la perdita del suo divo migliore? Se ne fa una ragione e pensa solo alla vendetta, così prende un giovane attore che è entrato in scuderia nel 1968 – passando da frizzanti film “attuali” a drammoni in costume – e lo promuove divo. Si chiama David Chiang ed è destinato alla grandezza. Sebbene chiamarlo “attore” forse è esagerato…

Solo la Shaw riusciva a trasformare paresi facciali in divi!

I divi di Hong Kong non sono attori, le rigide regole di recitazione che i film Shaw impongono – ricordiamoci che il genere principale, il wuxiapian, è null’altro che l’Opera di Pechino trasportata su schermo, quindi con una gestualità fissa – rendono anche i più grandi nomi quello che noi chiameremmo “caratteristi”: a fare il broncio, la faccia stupita o ad agitare un dito in aria non servono chissà che doti recitative. L’importante però è essere carismatici e possibilmente bei ragazzi.
Wang Yu è un ciocco di legno e come recitazione si limita a fare il broncio. David Chiang non sa fare neanche il broncio, ma ha la faccia del bravo ragazzo che si ritrova incastrato in situazioni più grandi di lui, è un giovane di bell’aspetto che si ritrova piegato dalla vita, e questo piace. Chiang non ha mai recitato, eppure è un divo di prima grandezza finché la Shaw comanderà ad Hong Kong.

Prendete uno qualsiasi dei suoi tantissimi film: David Chiang ha sempre questa faccia

Nel gennaio 1971 Wang Yu emigra in Giappone e manda a morire in terra straniera il suo spadaccino monco Fang, quindi la vendetta migliore della Shaw… è far uscire nel febbraio successivo un nuovo spadaccino monco, interpretato da David Chiang e diretto di nuovo da Chang Cheh: 新獨臂刀 (Xin du bi dao / The New One-Armed Swordsman).

Oggi lo chiameremmo un reboot

Uscito ad Hong Kong il 7 febbraio 1971 (fonte: HKMDb) e a New York il 24 settembre 1973 (fonte: IMDb), esce in Italia all’alba dell’esplosione marziale: una volta che il 21 febbraio 1973 Cinque dita di violenza apre la strada al furore che pervade gli spettatori italiani, è un attimo che il 4 aprile successivo arriva in sala La mano sinistra della violenza. In fondo cinque dita fanno una mano, no?

«Sociologicamente, questi film prodotti dal capitalismo orientale rivelano una ideologia reazionaria da non sottovalutare.»
(“La Stampa”, 6 aprile 1973)

Quindi non sono solo film fascisti, come molti pensavano all’epoca, ma anche capitalisti e cripto-reazionari. Quante etichette sballate, per semplici wuxiapian di pregiata fattura.

Rarissimo titolo italiano dagli Archivi Etruschi!

Rimasto nei cinema fino al 1978, riappare il 26 gennaio 1988 per iniziare la sua breve vita televisiva in piccoli canali locali.
Uscito in VHS AVO Film in data ignota, la stessa casa lo ridoppia e lo presenta nel giugno 2008 in una pregiatissima edizione, versione italiana della splendida rimasterizzazione targata Celestial Pictures.

Io l’ho visto per la prima volta e registrato su DVD dal già citato speciale “Storie di cavalieri erranti. Il cinema marziale di Zhang Che”, trasmesso da RaiSatCinema nel giugno 2002.

Un ciclo TV come non se ne fanno più

Il perfido maestro Lung Er Zi (Ku Feng) – che in italiano d’epoca diventava Subo Lung – signore della scuola Villa della Tigre (Tiger Mansion), sta espandendo le proprie attività criminali per tutta la regione ma c’è un fenomenale spadaccino che lo contrasta, un guerriero imbattibile di nome Lei Li (David Chiang). Come si vede, malgrado la “vendetta” la Shaw non ha usato il nome di Fang: chissà se sotto ci sono beghe legali di copyright.
Attirato con l’inganno nella foresta nera (che poi è verde, infatti il doppiaggio italiano d’epoca dice “boschetto di bambù”), Lei Li viene affrontato in duello e perde contro il maestro, il quale si mostra misericordioso e lo libera dal pagare il prezzo della sconfitta: cioè l’amputazione del braccio destro. Lei Li è un eroe epico, e mai verrebbe meno alla parola data. Prende e si taglia un braccio, dando vita ad una lunghissima scena di agonia al rallentatore forse uno zinzinino esagerata, anche per Cheh.

Io ci tengo, e se prometto… poi mantengo!

Ritiratosi a fare il cameriere in un locale, preso in giro da tutti, Lei Li rimane un supereroe visto che sa fare cose mirabolanti con la mano sinistra, sebbene rimanga sempre col muso lungo e passi la vita con la faccia al muro. (Non scherzo, lo fa davvero!)

Il cameriere monco!

Intanto arriva in paese Feng Junjie (o Feng Shung nell’italiano dell’epoca), noto come l’eroe dalle spade gemelle Fung: un’altra star sta nascendo in questo periodo e si chiama Ti Lung. A recitare è un filino più bravo, addirittura sa muovere un paio di muscoli facciali, ma al di là di questo un fisico muscoloso e una presenza scenica decisamente migliore lo renderebbero una star qualitativamente migliore rispetto ai canoni dell’epoca, eppure la Shaw lo relega ad eterno co-protagonista.

Sai perché mi chiamano eroe delle due spade?

Ecco, e mo’ te l’ho spiegato

Feng è un grande guerriero che proprio non capisce perché Lei Li si ostini ad una vita misera ed umiliante, e mentre cerca di capirlo accetta la sfida del perfido Lung, che sta attirando lottatori alla Villa della Tigre con il solo scopo di farli fuori e così mantenere il proprio potere sulla regione.

Una compagnia ad altezza graduale

Malgrado la sua bravura, Feng vince tutti ma non il perfido maestro e la sua arte del nunchaku a tre sezioni, per cui servirebbero tre spade: così ha la peggio.

Il perfido maestro Lung e il suo nunchaku a tre sezioni

Saputo che l’amico fraterno – che in realtà ha conosciuto il giorno prima – è stato ucciso da Lung, Lei Li decide che non può più mantenere la promessa di ritirarsi dalle arti marziali e parte la vendetta con relativo massacro.

’Sta mano po esse fero e po esse piuma… (cit.)

E il maestro Lung? Servirebbero tre spade per batterlo mentre Lei Li ha solo una mano. Be’, semplice: lanci tre spade in aria, e man mano che scendono le usi una alla volta contro l’avversario. Semplice e geniale…

’Na spremuta de sangue!

Stessa casa di produzione, stesso regista, cast tecnico in pratica identico ma c’è un abisso fra Mantieni l’odio per la tua vendetta e La mano sinistra della violenza, a soli due anni di distanza e con la stessa storia di uno spadaccino monco.
L’epica c’è, Lei Li mantiene fede alla sua promessa fino alle estreme conseguenze, ma la sceneggiatura è una mosceria noiosa e mancano totalmente le scene drammatiche del primo film, sostituite da movioloni del tutto fuori luogo.
Si cerca inoltre di riempire il vuoto con fiumi di sangue, mostrando scene particolarmente truculente tipo Feng sollevato in aria con corde che lo stringono ai quattro arti e poi tagliato in due: tutta roba inutile perché priva di pathos.

Abbiamo capito, ti sei mozzato il braccio: c’è bisogno di fare ’sta caciara?

Dire che Wang Yu aveva più carisma di David Chiang sembra esagerato, visto che parliamo di due attorini mono-espressivi, eppure la carica epica di Fang è inarrivabile. Lei Li ha i superpoteri dei bicchieri e sa far girare in aria le uova come nessuno, ma sono trucchetti dozzinali: Fang non sapeva fare nulla del genere, aveva solo la potenza crudele di un destino infame da dover tenere a bada nel cuore, e questo colorava ogni scena, senza bisogno di trucchi da giocoliere.

Aspetta… ma la spada non doveva essere spezzata?

E la spada? Per motivi misteriosi stavolta la Shaw mette in mano al protagonista una spada intera, molto preziosa perché appartenuta ad un nobile guerriero. Che ne è della spada spezzata – simbolo del personaggio monco – che ha in sé l’onore del caduto? Della spada che nessuno vuole ma che invece sa conquistarsi onore sul campo da battaglia? In una parola, dov’è l’epica che ha reso immortale Chang Cheh?
Purtroppo questo reboot – anche se all’epoca non esisteva il termine – è un filmetto creato per pura vendetta contro Wang Yu, per riappropriarsi del suo personaggio, dimenticando che non è il nome o il volto a fare un personaggio: è la sua epica. Ulisse può anche dare come nome Nessuno, ma rimane il guerriero astuto e drammatico che da solo ha creato la cultura occidentale. Dispiace che Chang Cheh – l’Omero dell’Asia – non abbia saputo ripetere il suo capolavoro.

L.

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12 risposte a The New One-Armed Swordsman (1971) La mano sinistra della violenza

  1. Zio Portillo ha detto:

    Sempre meglio sto speciale! Non posso che rinnovarti i complimenti anche perché mi metti una voglia assurda di recuperare film che non ho la minima idea di dove farli saltar fuori! Dannato Lucius… 😜

    Ma Lung “Er Zi” è di Roma? Io credo di sì visto che abita pure a Villa della Tigre che è notoriamente vicino a Villa Borghese…

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  2. Cassidy ha detto:

    Il film da cui arriva anche il logo del tuo speciale che diventa sempre più figo! Ma perché i film di arti marziali in uno strambo Paese a forma di scarpa sono sempre stati considerati il MALE assoluto? Bah, preconcetti assurdi. Il vero senso di vendetta che serpeggia nella storia è il modo in cui si sono riappropriati di un personaggio per toglierlo dalla mano (una sola) di Wang Yu, purtroppo a scapito della qualità generale. In ogni caso è un filmche vorrei vedere tipo, subito! 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      È un prodotto minore, rispetto all’originale, ma merita sicuramente 😉

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    • Conte Gracula ha detto:

      Perché da noi sono il male? Per l’idea balorda che i bambini siano tutti una “balbettante bambocciona banda di babbuini” (cit.) pronta solo a imitare tutto ciò che vede, e quindi, permettendo la presenza di film di menare (o di giochi come Tekken) la gioventù italiana, composta solo di neuroni-specchio, non farà che saltare e correre con oggetti affilati in mano, sfasciandosi in modi bizzarri e massacrando altri esseri fatti di neuroni-specchio.

      O almeno, così era quando ero bambino: c’era una gran preoccupazione per i giochi fatti imitando cartoni giapponesi, anche solo coi mattoncini, e se uno avesse fatto “le mosse di karate” con l’accento finale, di certo lo avrebbe imitato chiunque altro.

      E poi, l’azione è nemica dell’introspezione quanto e anche più della risata, mentre una malinconoia dell’inazione è aulica e automaGicamente profonda, vuoi mettere? 😛

      Credo sia per questi motivi che, a partire da un certo momento – non saprei indicare quale, ho molte lacune in storia del cinema – i film italiani siano diventati tutti a tema moscerie, barzellette/gag che non fanno ridere e finti adolescenti in pena.

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      • Conte Gracula ha detto:

        Ok, magari non tutti tutti, ma molti sì. Il mainstream italiano è l’esatto contrario del msinstream di qualsiasi altro paese occidentale.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sì, ad un certo punto tutti si sono stufati di combattere il potere e si sono auto-censurati: dagli slasher alle commedie, tutti i generi hanno tirato i remi in barca e oggi tutti fanno film per bambini, anche perché sono gli unici che pagano ancora il biglietto.
        Negli anni Settanta c’era un’entità ogni ignota – credo si chiamassero “adulti” – che pagava il biglietto per vedere film non adatti ai bambini (lo so, è una pratica barbara ormai dimenticata da decenni) e quindi i produttori potevano combattere il potere perché poi il pubblico era dalla loro parte. Quando anche il pubblico si è schierato con i censori, non ha avuto più senso combattere.

        La burrascosa situazione politica italiana dell’epoca e la totale ignoranza (nel senso di non conoscenza) del cinema asiatico ha fatto sì che il cinema marziale finisse incastrato in un gioco sporco che non gli apparteneva. Il cinema della occidentalissima Hong Kong era perfettamente in sintonia con i comunisti italiani, se i comunisti italiani avessero guardato i film invece di ripetere a pappagallo quello che leggevano sui giornali. Invece passò uno strano sillogismo:
        A) i poliziotti italiani menano con il karate
        B) I film cinesi mostrano il karate
        C) I film cinesi sono fascisti come i poliziotti
        A me sembra un mare di frescacce, ragionamenti da propaganda stalinista che infatti piacevano ai comunisti, tanto da non far loro notare che era l’esatto opposto: i cinesi sono storicamente uno dei popoli più oppressi della storia, ed ogni film marziale è ammantato dalla voglia di rivalsa contro un potere opprimente e violento.
        Curiosamente i comunisti italiani stavano con il potere oppressore e il totalitarismo più violento, quindi è ovvio che non amassero film che parlavano di libertà e rispetto per gli ultimi della terra… Capisci che tilt è stato?

        Poi va be’, la cialtroneria italiana è l’unica grande verità nel mondo e quindi una distribuzione criminale ha saturato il mercato e il cinema marziale è diventato peggio degli snuff movies, unito al fatto che gli spettatori considerano marziale tutto ciò che NON è marziale. Uno alza una mano ed è un campione, quindi non ha più senso parlare di cinema di genere in Italia.

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  3. Giuseppe ha detto:

    Dunque, allora abbiamo qui un altro wuxiapian prodotto dal “capitalismo orientale”(?) nonché portatore di una propria non sottovalutabile ideologia reazionaria intrinseca. Sociologicamente parlando, eh… niente, mi sa tanto che di davvero monco c’è solo il raziocinio di tutti quei critici d’epoca altamente “impegnati” a tirarsela il più possibile 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Forse l’eccessiva politicizzazione ad oltranza tendeva a far perdere un attimino la bussola. In tempi decisamente successivi, nel 1991, nel mio quartiere dei giovani attivisti di sinistra aprirono un circolo intestato a Woody Allen: visto che alcuni erano miei compagni di liceo, cercai di capire in quale film di Woody fossero presenti quei chiari riferimenti alla concezione italiana della sinistra che gli erano valsi l’onore dell’intestazione, ma mi resi conto che nessuno dei partecipanti aveva idea del cinema alleniano…
      Sarebbe bello che qualche sociologo del futuro si mettesse a studiare il perverso rapporto italiano fra cinema e politica…

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