Golden Sword and the Blind Swordswoman (1970)

Agli spadaccini ciechi giapponesi risponde Taiwan, all’insegna dei “Maestri sciancati” senza frontiere!

La cinematografia di Taiwan ha avuto una curiosa particolarità: notoriamente di bassissima qualità, ha conquistato il mondo perché straordinariamente economica e perché sempre “sul pezzo”. Appena si aveva sentore di un tema apprezzato dal pubblico, subito Taiwan ci faceva qualche filmetto con due spicci, spesso vendendolo alla sua grande vicina Hong Kong che poi rimaneggiava il filmato e ne sfornava prodotti da vendere a costi maggiori.
Non esistendo saggi approfonditi sul cinema marziale – i pochi in circolazione parlano esclusivamente dei grandi film, non dell’Armata delle Tenebre dei prodotti minuscoli – è difficile rintracciare il percorso delle “mode”, ma questo film taiwanese uscito all’incirca nel 1970 (ogni datazione precisa è impossibile), dal semplice titolo 金劍 (Jin jian), ci dice che il mito dello spadaccino cieco giapponese ha invaso anche la cultura cinese, malgrado l’odio fra le due popolazioni.

Pure ai taiwanesi piacciono i “maestri sciancati”

Un anno dopo la spadaccina cieca giapponese Oichi, da Taiwan arriva la spadaccina cieca Cat di Golden Sword and the Blind Swordswoman. Il titolo di Hong Kong è in realtà una furbata, perché millanta un collegamento inesistente con il precedente The Golden Sword (1969) di Lo Wei.
Tracciare una distribuzione del film è impossibile, ma dal filmato che troviamo su YouTube possiamo appurare che nel 1986 arriva negli Stati Uniti portato dalla celebre Ocean Shores Video, che pensa bene di ribattezzarlo con un titolo che ci fa scoprire come lo storico spadaccino cieco giapponese fosse già entrato nell’immaginario collettivo degli appassionati occidentali: Zatoichi the Blind Swordsman. Un titolo falso e bugiardo che ricorda da vicino quei titoli pessimi che davamo noi italiani ai filmacci di importazione.

A buciardi!

Conosciamo così la spadaccina Cat, che in realtà ha un nome prima ma non riesco proprio a capirlo, interpretata da Li Hsuan o Lee Shu a seconda delle grafie, brava attrice molto attiva in quegli anni e dalla fisicità notevole, rispetto alla media degli attori marziali spesso improvvisati.
Al contrario dei ciechi giapponesi, Cat è una supereroina che sa fare cose incredibili e inutili, tipo far volare candele accese fino a farle poggiare sulla trave del soffitto: roba di cui si poteva benissimo fare a meno.

Più che spadaccina cieca è Wonder Taiwanese Woman!

Il richiamo a Zatôichi è palese, visto che lo spadaccino cieco già nel primo film mostra la sua bravura tagliando a metà una candela, e se qualcuno ancora non l’avesse capito la protagonista vince anche al tavolo da gioco, come il suo omologo giapponese.

Dopo anni a cercarsi, le sorelle cieche si sono trovate…

Allo stesso tavolo incontra la sorella, interpretata da Shen Yi o Sam Yi, cieca pure lei. Ma è una tara familiare?

Una cieca che guida un’altra cieca non è una cosa credibilissima…

Trascinandosi a tentoni per il Paese, le sorelle cieche incontrano il cavaliere bianco (Chiang Ping o Kong Ban, star taiwanese dell’epoca) con il quale si alleano per roba noiosa che non ho intenzione di capire.

Salve, sono il cavaliere bianco: non mi arrabbio come quello nero…

Quando un flashback ci racconta come la protagonista cieca abbia sentito il proprio padre morto parlarle dal bricco dell’acqua calda e poi dalla testa di maiale appesa dal macellaio, ho capito che era il momento di interrompere la visione.

Lo sguardo cieco che uccide!

Con uno stile che cerca di rifarsi al wuxiapian ma in chiave Z, il film procede con streghe, svolazzi vari, personaggi volutamente buffoneschi ed altri involontariamente buffoneschi. Insomma il pacchetto completo.
Alla fine che le due sorelle siano cieche non è un elemento fondamentale della storia, sembra quasi una nota di colore aggiunta perché evidentemente il pubblico apprezza i ciechi che arrivano dal Giappone.

Bei combattimenti, ma trama impossibile da seguire

Combattimenti insolitamente buoni visto il prodotto di bassa fattura ci accompagnano lungo un film confuso ed onestamente immeritevole di memoria.
Però è un utilissimo e sorprendente strumento per mostrarci che il mito di Zatôichi era penetrato nella cultura cinese già prima della trasferta giapponese dello spadaccino monco Fang, e di come i “Maestri sciancati” non conoscano limiti culturali!

L.

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8 risposte a Golden Sword and the Blind Swordswoman (1970)

  1. Cassidy ha detto:

    Cioè due figlie, ed entrambe cieche? Non è che i genitori erano cugini per caso? 😉 Per provare a tornare minimamente seri, il mito di Zatôichi si espande e diventa “Made in Taiwan”, con dentro anche un po’ di Wuxia, tanto tutto fa brodo 😉 Cheers

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Ma alla fine, al netto della trama sciancata pure lei, c’è qualche scena memorabile, qualche combattimento fatto bene o è una “sceneggiata napoletana” in salsa taiwanese?

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Io il potere delle candele lo vorrei, ci sbancherei il CICAP 😛

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  4. Giuseppe ha detto:

    Dunque, in sostanza abbiamo un falsamente attribuito Zatoichi (infatti sono due swordswomen e non uno swordsman) che a un certo punto cerca di atteggiarsi a un finto Kwaidan (padre fantasma dalle manifestazioni assai discutibili) per proseguire tentando pure di metterci un pizzico di finto approccio alla Yokai Monsters (streghe varie)… beh, almeno di vero c’è la cura nei combattimenti (assolutamente NON scontata in simili “bassi” prodotti) 😉

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  5. Pingback: Ichi (2008) La nuova spadaccina cieca | Il Zinefilo

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