[Novelization] Battlestar Galactica (2005)

Per 15 anni l’ho ignorata, finché ho dato ascolto al mio amico Giuseppe – assiduo frequentatore dei miei blog – e ho provato a vedere l’inizio di questa saga… rimanendone completamente catturato e diventando un drogato: da fine ottobre non è passato un solo giorno senza vedere almeno un episodio, e più volte sono andato vicino al buttarmi malato per fare una super-maratona!
Lancio così un’iniziativa a blog unificati per omaggiare la più frakkuta serie di fantascienza del Duemila: così diciamo tutti!

Presento la novelization della miniserie televisiva in due puntate che, nel 2003, ha dato il via al fenomeno reinterpretando l’omonima serie del 1978.
Malgrado in copertina sia falsamente scritto «romanzo originale», questo di Jeffrey A. Carver è il racconto fedele della miniserie, portato in Italia nel marzo 2010 da Multiplayer.it con la traduzione di Francesca Noto.

Presento i primi due capitoli, con l’entrata in scena di Caprica Sei e Kara Thrace, i due migliori personaggi femminili della fantascienza televisiva del Duemila!

Per sapere tutto di questo romanzo, rimando alla Scheda di Uruk.


Battlestar Galactica


Prologo

I Cyloni furono creati dall’Uomo. Fatti per rendere più semplice la vita sulle Dodici Colonie. Dapprima erano semplici robot – giocattoli per il divertimento dei ricchi e dei bambini – ma non passò molto tempo prima che fossero percepiti come lavoratori utili, e poi indispensabili. Man mano che diventavano più sofisticati, i Cyloni vennero usati per i lavori difficili e pericolosi che gli umani preferivano evitare: scavi in miniera, industria pesante, costruzioni nello spazio profondo.
E infine, forse inevitabilmente, vennero utilizzati per la guerra. Non contro dei nemici esterni, ma nelle lotte degli uomini contro i loro simili, mentre le Dodici Colonie trovavano dei pretesti per muoversi guerra l’una contro l’altra. I Cyloni erano i migliori soldati mai visti nella storia. Furbi, veloci e letali. 1 modelli più evoluti erano diventati sempre più indipendenti, capaci di prendere decisioni senza ricevere ordini dagli uomini. E non avevano un briciolo di coscienza. Uccidere, per loro, era semplicemente una delle funzioni per cui erano stati creati così bene.
Col senno di poi, probabilmente non fu una sorpresa l’arrivo del giorno in cui i Cyloni decisero di eliminare i loro padroni. E quando arrivò, l’orrore della guerra fu riversato su tutte e dodici le Colonie dell’Uomo. Per dieci lunghi e sanguinosi anni, l’umanità combatté non solo per la libertà, ma per la sua stessa sopravvivenza. Le Dodici Colonie, affrontando un nemico comune e implacabile, infine si allearono come fossero una cosa sola. In molti lottarono, in molti morirono, nel tentativo di distruggere la razza meccanizzata che l’umanità stessa aveva concepito e creato.
Non ci fu una vera vittoria. Ma grazie al coraggio dei combattenti e con la mobilitazione di ogni risorsa umana disponibile, i Cyloni vennero gradualmente ricacciati indietro. Alla fine, fu dichiarato un armistizio. L’umanità avrebbe vissuto in pace, mentre i Cyloni si allontanarono nello spazio per cercare un mondo da popolare. Si scelse di vivere e lasciar vivere… sempre che il termine “vivere” fosse appropriato per dei robot senzienti. Nessuno conosceva la posizione del pianeta dei Cyloni, ma per mantenere la pace una stazione spaziale venne costruita nell’oscurità del vuoto tra le stelle: un posto in cui Cyloni e umani si sarebbero incontrati per mantenere delle relazioni diplomatiche.
Una volta l’anno, tutti gli anni, i Coloniali inviarono un loro ufficiale all’incontro programmato. Dopo il primo, i Cyloni non mandarono più nessuno. Nessuno più li vide né li sentì per oltre quarant’anni.
Ma tutto stava per cambiare.

Parte prima
L’inizio


Capitolo 1

Stazione dell’Armistizio

La nave diplomatica venne fuori dal Salto con un improvviso, momentaneo lampo di luce. La sua inerzia iniziale la spinse come una barca su un fiume verso la sua destinazione. L’unica propulsione necessaria era l’attrito.
La stazione spaziale, vagamente simile alla forma di un ragno meccanico, fluttuava silente nell’oscurità, a miliardi di miglia dal più vicino mondo abitato. Una serie di luci di navigazione scintillava lungo il suo asse verticale, illuminando appena la sua sagoma. La nave in avvicinamento, uno sgraziato trasporto bianco, bucava l’oscurità con i piccoli getti di luce dei suoi razzi di manovra, mentre rallentava. Appressandosi alla sezione di attracco, si girò e si sollevò per allinearsi alla stazione. La capacità dei piloti faceva sembrare casuale l’intricato balletto di quella manovra; l’avevano effettuata così tante volte da diventare una serie di movimenti automatici, come quando si infila una mano in un guanto.
I propulsori fecero fermare la nave a un centinaio di metri dalla stazione. Un passaggio telescopico emerse da un fianco dell’area di attracco della stazione e si estese, attraversando il vuoto con un singolo, aggraziato movimento. Si agganciò al boccaporto della nave, e con una serie di tonfi sordi, vi si ancorò saldamente.
Un altro incontro diplomatico stava per avere inizio. In teoria.
L’intercom sembrò destarsi con una scarica di statica, e la voce del pilota riempì la camera di uscita.
“Colonnello Wakefield, l’attracco è terminato. Può entrare nella Stazione dell’Armistizio quando vuole. Se avesse bisogno di qualcosa, saremo qui. Spero che non si senta troppo solo, là dentro.”
Il colonnello premette il pulsante dell’intercom per rispondere.
“Non si preoccupi per me, Capitano. Ormai ci sono abituato. Tornerò tra poco, sicuramente senza niente da raccontare”.
Con un sospiro che raccontava quante volte avesse già compiuto quel lavoro, si raddrizzò e avanzò verso il boccaporto. Il meccanismo di apertura si bloccò per un attimo, poi si mise in funzione, rivelando l’interno del corridoio. Afferrando la sua valigetta, il colonnello avanzò lungo il passaggio e iniziò la lunga camminata che l’avrebbe condotto all’interno della stazione.
C’era un’inevitabile tristezza in quel lavoro, ma lui aveva promesso a se stesso di non cedere alla sensazione di inutilità che dava. Se i Cyloni non si fossero fatti vivi – e lui se lo aspettava assolutamente – non avrebbe lasciato che questo si riflettesse sulle sue attività.
I suoi passi riecheggiarono nel silenzio della stazione, quando lasciò il passaggio e, oltrepassato il boccaporto, avanzò lungo il corridoio che conduceva alla sala riunioni. Rabbrividì leggermente, arricciando il naso all’odore di muffa che aleggiava nel luogo. C’era polvere nell’aria – i filtri dovevano essere arrivati allo stremo – e una patina di sporcizia un po’ ovunque. I robot di mantenimento si staranno rompendo, pensò lui. Erano macchine costruite dai Cyloni, ovviamente – gli umani non avevano più robot con loro – ma in verità, il fatto strano era che funzionassero ancora, anche minimamente, dopo tutto quel tempo. Il colonnello dubitava che fossero stati in funzione sin dalla costruzione iniziale della stazione. Cosa avrebbe significato una cosa del genere riguardo alla longevità della tecnologia dei Cyloni? Il pensiero gli causò un gelido fremito, a cui non permise di mostrarsi.
Solo una volta all’anno c’erano delle attività ufficiali su quella stazione. E l’attività consisteva nel colonnello che arrivava, attendeva per tre giorni la sua controparte dei Cyloni, e se ne andava. Negli ultimi trentanove anni, mai un rappresentante dei Cyloni si era fatto vedere da quelle parti, per incontrare lui o qualunque altro membro della delegazione coloniale. Il colonnello si domandava spesso perché se ne preoccupassero ancora. Ma conosceva anche la risposta: sebbene i Cyloni non onorassero i termini dell’armistizio, almeno i Coloni stavano tenendo fede ai patti. E in quale altro modo avrebbero potuto mantenere una forma di vigilanza, visto che non avevano idea di dove si trovasse il pianeta dei Cyloni, ammesso che esistesse davvero.
Il colonnello raggiunse le spesse porte chiuse della sala riunioni e le aprì. Il suono riecheggiò nella stanza, mentre le porte si richiudevano pesantemente dietro di lui. Avanzò ancora, con i tacchi che risuonavano sul ponte. La stanza era praticamente un corridoio: lunga, leggermente più larga al centro, con pareti curvate verso l’esterno e travi di supporto in acciaio che si inarcavano lungo la stanza in file ordinate. Era uno spazio ricavato dalla nave stessa, privo di decorazioni o colori, illuminato lungo i lati del pavimento e da rade lampade sul soffitto. La sua stessa forma sembrava suggerire l’incontro di due avversari: lunga, per permettere di vedersi a distanza per tempo, e vuota, come se si volesse evitare ogni possibilità di emozione o calore.
Uno stretto tavolo si allungava per quasi l’intera zona centrale della stanza, con una singola sedia a entrambe le estremità. La bandiera coloniale era appesa a riposo sulla sua asta all’estremità sinistra del tavolo; non c’erano bandiere per i Cyloni. Il colonnello sedette al tavolo e aprì la valigetta. Con cura ed efficienza, tolse dal contenitore due foto incorniciate – una del figlio, una della moglie – e le sistemò alla propria sinistra, sul tavolo. Le osservò per un istante, concedendosi qualche ricordo di casa, la casa che era lì per proteggere – prima di assumere nuovamente un atteggiamento distaccato. Poi tirò fuori un fascio di documenti e iniziò a controllarli: dossier riguardanti i Cyloni, come erano stati visti l’ultima volta, quarantanni prima. Conosceva a memoria quei documenti, ma li riguardò comunque, con la stanchezza compunta di chi abbia fatto la stessa cosa fin troppe volte, anno dopo anno, per un tempo troppo lungo.
Non era cambiato nulla, pensò, tranne lui. Un anno più vecchio, un anno più vicino alla pensione, un anno più stanco di questa messa in scena. I Cyloni non sarebbero mai arrivati. Per quel che ne sapeva, per quel che ne sapeva chiunque, potevano essersi estinti. Forse si erano combattuti l’un l’altro, distruggendo la loro intera civiltà meccanizzata. E sarebbe stato giusto così. O forse se n’erano andati altrove nella galassia, per trovare nuovi pianeti da conquistare. Ma come l’avrebbero mai potuto sapere, i Coloni? Quando i robot se n’erano andati dal loro sistema stellare, quarantanni prima, non avevano lasciato alcun indirizzo.
Il colonnello sospirò e chiuse gli occhi, appoggiando la nuca contro lo schienale del sedile alle sue spalle. Era tutto silenzioso, lì dentro, ma lui ci era abituato. In un certo senso, era riposante. Più tardi, quando l’attesa si sarebbe fatta troppo lunga, avrebbe tirato fuori qualcosa da leggere. O sarebbe tornato nella nave trasporto per riposare e rilassarsi. Ma per il momento, se ne sarebbe rimasto semplicemente lì, seduto a rappresentare i suoi mondi, e ad affondare nella solitudine.
Non passò molto tempo che si ritrovò a ondeggiare con la testa verso il basso, e si ritirò su con un profondo respiro. Non sarebbe stato giusto sonnecchiare. Era di guardia: anche se era un diplomatico, e anche se doveva passare tre giorni da solo.
Lanciò una nuova occhiata alle foto di sua moglie e di suo figlio, poi rilesse ancora una volta i documenti sui Cyloni. Pochi minuti dopo, i suoi occhi si chiusero di nuovo.
Si scosse, ridestandosi. Forse stava davvero invecchiando. Un tempo era capace di restare sveglio e di guardia più di molti altri. Strizzò le palpebre e sbadigliò, muovendosi sulla sedia, a disagio. Gradualmente, i suoi occhi si chiusero di nuovo. E lui iniziò a sognare un luogo, che si trovava a più di un anno luce alle sue spalle, dove il sole scendeva su una spiaggia di Caprica, dove lui e sua moglie, entrambi più giovani, avevano giocato con il loro bambino di due anni. Quello era stato un periodo felice, forse il più felice della sua vita. Era successo prima che le responsabilità della paternità si sommassero a quelle della vita militare e diplomatica, imponendogli un pesante tributo. Amava sua moglie e suo figlio, naturalmente. E tuttavia, c’erano volte, nei suoi sogni, in cui…
Boom.
Il colonnello si destò di nuovo con un sobbalzo. Cos’era stato?
Si raddrizzò velocemente. Le porte davanti a lui, dalla parte della sala dei Cyloni, si stavano aprendo, rivelando una lama di luce. Per gli Dei di Kobol. Non poteva essere…
Il suono di passi era leggero, ma non ci si poteva sbagliare: metal
lo su mattonelle. Due enormi robot cromati avanzarono oltre le porte aperte, poi si fermarono ai loro lati, ponendosi di guardia. Centurioni Cyloni. Modificati, ma chiaramente riconoscibili. Il colonnello batté le palpebre, i sensi completamente all’erta, ora. I robot sollevarono le braccia, che sembravano finire con delle canne di armi integrate nella loro struttura; le armi si ritirarono all’istante, lasciando visibili delle lunghe dita simili ad artigli che formavano una sorta di mani.
Il colonnello li fissò, passandosi un dito nel colletto prima di riprendersi. I robot rimasero lì, impassibili. Ciascuno di loro aveva un singolo occhio rosso che si spostava sotto alla fronte sfuggente, controllando i dintorni.
Stava arrivando qualcosa d’altro; il colonnello ne poteva sentire i passi. Un altro robot, pensò. I due di guardia non si mossero di un millimetro. L’uomo si leccò nervosamente le labbra, in attesa.
Un’ombra avanzò controluce, una figura che gli stava venendo incontro. Camminando. Emergendo dalla luce…
Si trattava di una donna bionda, vestita di una giacca e di una gonna entrambe scarlatte, con eleganti stivali che le arrivavano quasi al ginocchio. Era incredibilmente bella. Avanzò verso di lui con passi decisi e sicuri, un piede avanti all’altro. Più si avvicinava, più avvenente diventava. Trasudava sensualità. I suoi capelli scendevano in dolci, libere onde di morbidi riccioli, fino alle spalle; la sua figura era perfetta, gli occhi profondi e acuti. L’uomo prese un respiro strozzato, quasi non riuscendo a credere ai suoi occhi. Ma stava pensando: è un ostaggio. Devono aver liberato un ostaggio.
Ma perché? Perché avrebbero dovuto farlo? E perché adesso?
La donna avanzò direttamente fino al tavolo, per poi fermarsi, senza una parola. Si piegò in avanti, direttamente di fronte a lui. Non potrebbe essere più esplicita. Se gli si fosse seduta sulle ginocchia, avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Il suo cuore prese a martellare.
Sul volto di lei c’era l’accenno lieve di un sorriso, piuttosto pensieroso. Piegò la testa di lato ad ascoltare, o forse stava solo aspettando che il colonnello dicesse qualcosa. Si piegò ancora di più in avanti, portando il suo volto vicino a quello del colonnello. E poi pronunciò le prime parole che lui avesse sentito da quando aveva lasciato la sua nave. Con voce bassa, sensuale, domandò:
“Sei vivo?”
Quelle parole lo attraversarono come elettricità. Esitò, cercando di replicare, e infine riuscì a pronunciare un esile:
“Sì”.
Con una mano posata sulla spalla di lui, la donna gli si avvicinò ancora di più. Ora poteva avvertire il suo respiro, caldo e dolce sul volto. È così bella, così… Ma prima che potesse completare il proprio pensiero, lei mormorò, con appena un po’ più di decisione:
“Dimostramelo”.
E poi, in una squisita tortura al rallentatore, spostò la mano dietro alla nuca di lui, lo attirò a sé e lo baciò.
Lo stava baciando. Ma perché?
La sua mente si svuotò completamente, per poi ritrovarsi consapevole solo di quell’istante. C’era una forza, in quel bacio, quasi un potere sovrannaturale, che faceva svanire ogni altro pensiero, ogni altra preoccupazione. Le sue labbra erano fuoco di passione; e lottavano per scoprire l’esatta forma delle labbra di lui. Il suo respiro era caldo, bollente. L’eccitazione, risvegliata da un sonno profondo, iniziò a bruciare dentro di lui. Prese a ricambiare quel bacio, rispondendo alla passione con la passione. La stretta di lei si fece più forte, sulla sua nuca. Ogni pensiero riguardante la sua missione scomparve, così come i pensieri su sua moglie…
~
Nella profonda oscurità che circondava la stazione e la nave ad essa attraccata, un’altra nave si stava muovendo. Era immensa, e dalla forma vagamente simile a due stelle marine unite, come se si stessero baciando, con i tentacoli intrecciati in angolazioni bizzarre. Non c’era dubbio sul fatto che fosse una base spaziale dei Cyloni. Accanto ad essa, la nave coloniale e la stessa stazione sembravano dei minuscoli giocattoli di plastica. Si stava allontanando dalla stazione, prendendone le distanze – ma non troppo – quando un singolo punto di luce bianca scaturì dal suo interno e iniziò a girare in una graziosa curva intorno all’estensione delle braccia della base. Poi la luce scattò avanti, verso la stazione spaziale.
Quando la colpì, ci fu un lampo accecante…
~
Il colonnello sentì il ponte tremare sotto di lui, mentre il bacio diventava sempre più esigente. Era come se lei stesse cercando di tirar fuori qualcosa da lui, una passione che nessun uomo aveva mai provato prima. Stava succedendo qualcosa di terribile – di questo era certo – ma la sua mente era troppo annebbiata dalla sensualità autoritaria di lei, per permettergli di focalizzare e comprendere. E non era solo la sua sensualità, ma la sensazione che lei lo stesse toccando in un modo incredibilmente profondo, tirandogli fuori emozioni che non aveva mai potuto esprimere. Un altro tremito fece vibrare la sala, più forte di prima, e l’uomo cercò di staccarsi da quel bacio. Per un attimo effimero, lei sorrise, forse in modo vagamente triste, dolce, e con uno sguardo profondo, mormorò:
“È iniziato”.
Lui lottò per liberarsi, ma la stretta della mano che lo spingeva ancora contro quelle labbra aveva una forza disumana. Le loro bocche si incontrarono di nuovo, mentre i documenti sul tavolo presero a scompaginarsi e volarono via. Mentre la donna esalava il respiro tra le sue labbra, sentì l’aria che veniva risucchiata dalla stanza. Se non si fosse liberato, raggiungendo un posto sicuro, sarebbe morto.
Il terzo e ultimo scossone gli annebbiò i sensi, ma solo per un attimo. Prima che lui, la donna e l’intera stazione spaziale esplodessero in una palla di fuoco e frammenti di metallo.
Nel silenzio dello spazio profondo, la detonazione non fu annunciata da alcun suono. Nessun essere umano ancora in vita era abbastanza vicino da poter vedere il lampo di fuoco che l’aveva accompagnata.
Una volta compiuta la sua singola e semplice missione, la nave dei Cyloni si allontanò rapidamente e svanì nel buio del vuoto interstellare.

Capitolo 2

Nave da guerra Galactica

Thump, thump, thump, thump… il ritmo di passi in corsa riecheggiava nel corridoio della nave, un passaggio dal soffitto alto e di forma trapezoidale, illuminato da tubi verticali dalla luminescenza bluastra disposti in alto a intervalli regolari. Il corridoio era perfettamente lindo, ma consumato dall’uso e ora, come sempre, pieno di gente.
Kara Thrace girò l’angolo e oltrepassò rapidamente un gruppo di uomini dell’equipaggio che venivano dal lato opposto. Kara era una giovane donna sulla trentina, atletica e dai corti capelli biondi. Ed era un pilota di caccia. Raggiunse in quel momento alcuni turisti radunati nel corridoio più avanti. Aveva già il respiro corto, ma questo non le impedì di urlare:
“Fate largo!”
Questo provocò delle occhiate sorprese da parte dei visitatori e della loro guida. Si spostarono rapidamente su un lato del corridoio, lasciandole spazio. Kara li oltrepassò e non si guardò indietro, anche se si strinse lievemente nelle spalle al sentire la voce della guida che raccontava al suo gruppo la storia del Galactica, l’unica grande nave da guerra rimasta in piedi dall’era della Guerra dei Cyloni.
“Originariamente, esistevano dodici navi come questa”, spiegò, con una perfetta voce da guida da museo, “e ciascuna rappresentava una delle dodici colonie di Kobol… il Galactica rappresentava Caprica…”
Frak, pensò Kara, lasciandosi alle spalle i turisti. Aspettate almeno che questa nave diventi davvero un museo…
~
Pensieri di questo tipo erano anche nella mente del comandante William Adamo, mentre camminava per i corridoi della nave. Doveva tenere un discorso e non aveva ancora deciso esattamente cosa avrebbe detto. Il rude comandante del Galactica, con quel suo inconfondibile volto serio e butterato, non aveva mai amato fare discorsi e nei suoi lunghi anni di servizio, era riuscito a evitare quel dovere ogni volta che gli era stato possibile. E comunque, di sicuro non era troppo felice di pensare ai motivi di quel particolare discorso. In ogni caso, andava fatto e non c’era modo di evitarlo: in quanto ultimo comandante del Galactica, il compito spettava a lui.
Sbirciando i fogli che aveva in mano mentre avanzava, tentò ancora una volta, con la sua voce fonda e grave:
“Sebbene la Guerra dei Cyloni sia finita da molto tempo, non dimentichiamo le ragioni per cui…”.
Una voce alle sue spalle lo interruppe.
“Comandante Adamo, posso?”. Era il capitano Kelly, l’ufficiale addetto agli atterraggi.
Era la terza volta che veniva interrotto prima di raggiungere la fine del paragrafo introduttivo del suo discorso, tuttavia ad Adamo non importava realmente. Osservò Kelly mentre ne veniva affiancato.
“Capitano?”
Kelly sembrava a disagio, ora che il comandante lo stava ascoltando.
“Ecco, signore, io… volevo solo dirle che piacere sia stato… lavorare sotto il suo comando, signore”.
“Kelly”. Commosso, Adamo si girò per stringere la mano all’ufficiale. “L’onore è stato mio. Buona fortuna con la tua prossima assegnazione”.
Kelly era solo uno dei tanti membri dell’equipaggio che l’avevano avvicinato con simili esternazioni di affetto e gratitudine, quest’oggi. Adamo si sentiva toccato nel profondo da ognuno di loro.
“Grazie, signore”. Per un attimo, Kelly sembrò sul punto di dire qualcosa d’altro, ma infine si limitò a fare un cenno rispettoso col capo e a svoltare in un corridoio laterale.
Adamo continuò ad avanzare, cercando di ricordare l’apertura del suo discorso senza dover guardare i fogli. Borbottando, ricominciò:
“La Guerra dei Cyloni è finita da tempo. Tuttavia non dobbiamo dimenticare…”.
Dei passi rapidi alle sue spalle, in avvicinamento.
“Buongiorno, signore!”, esordì una voce familiare.
“Buongiorno, Scorpion”, rispose lui, senza alzare lo sguardo. “Cosa senti?”
“Solo la pioggia”, rispose Kara Thrace, affiancandolo.
“Allora afferra la pistola e porta dentro il gatto”, disse Adamo, completando lo scambio rituale che avevano sempre avuto lui e Kara da quando lei era un pilota sulla sua nave.
Kara sogghignò e gli puntò contro un indice.
“Boom, boom, boom”, esclamò, per poi oltrepassarlo, accelerando, per finire la sua corsa mattutina. Adamo la guardò con un sorriso, mentre spariva dietro l’angolo. Era una dei suoi migliori piloti, nonché una delle peggiori attaccabrighe della nave. Praticamente una figlia, per lui. Scosse il capo e tornò a studiare il discorso.
Questa volta, riuscì a terminare la quarta frase, prima di risollevare lo sguardo e notare un trio di membri dell’equipaggio di servizio sul ponte dell’hangar, una donna e due uomini che parlottavano con una certa urgenza tra loro. Adamo riuscì solo a sentire le parole “…l’ho imballato ieri”, e qualche sommessa imprecazione, mentre gli specialisti Socinus e Prosna si passavano qualcosa dietro la schiena, cercando di mettere su un’aria del tutto innocente.
“Troppo tardi”, commentò Adamo. “Che succede?”. Non era preoccupato: qualsiasi comandante avrebbe desiderato un equipaggio affidabile come quello.
I tre si misero sull’attenti. Socinus fu il più veloce a recuperare.
“Nulla, signore, solo un’altra perdita in quella dannata finestra”. Il giovane esitò. “Mi scusi, signore”.
Prosna, ancora con le mani dietro la schiena, aggiunse:
“Questa dovrebbe essere una nave da guerra, non un museo. Con tutto il rispetto, signore”.
“Non potrei essere più d’accordo”, ammise Adamo. “In campana, là fuori, d’accordo?”
Lasciandoli ai loro segreti, si allontanò verso la sua destinazione. Avvicinandosi al Centro Informazioni di Combattimento, tentò per l’ultima volta di ripetere il discorso, ma fu del tutto inutile. Una volta entrato nel CIC, non c’era più possibilità di avere un momento di privacy.
Il centro tattico, che si trovava nelle profondità delle viscere dell’enorme nave, era il centro nevralgico dell’ammiraglia. Da lì si dirigevano le operazioni di volo e quelle di combattimento: si trattava di un’immensa sala dalle luci soffuse, piena di console, monitor e postazioni da lavoro, e mai un numero sufficiente di sedili. Nel corso delle normali operazioni, ci sarebbero stati circa trenta o quaranta membri dell’equipaggio in giro per quello spazio; oggi, se ne contava forse una dozzina. Si poteva annusare l’odore dello smantellamento nell’aria. Adamo si sentiva combattuto tra un’innegabile malinconia e l’orgoglio di essere lì fino alla fine.
Salutato dall’ufficiale scientifico, il tenente Gaeta, Adamo continuò a camminare, lanciando uno sguardo rapido ma attento tra le varie postazioni di lavoro, mentre Gaeta lo informava delle ultime novità, dai fogli che teneva in mano, stampate delle comunicazioni di quel giorno. Questa era l’unica nave della flotta che ancora registrava tutto su carta, ed era esattamente quello che il comandante voleva.
“Niente di interessante?”, domandò, alzando lo sguardo verso i monitor sospesi.
Gaeta era giovane, efficiente e di solito un ottimo giudice riguardo a ciò che Adamo poteva considerare interessante. Al comandante sarebbe mancato.
“Per la maggior parte, le solite comunicazioni di servizio”, spiegò il tenente. “Ma c’è un messaggio piuttosto strano che ci è arrivato in copia”. Offrì le stampate ad Adamo. “Viene dal Comando della Flotta. L’ufficiale diplomatico inviato alla Stazione dell’Armistizio sarebbe già dovuto tornare ed è in ritardo, perciò hanno chiesto un rapporto a tutte le navi in grado di compiere salti, nel caso avessero bisogno di qualcuno che vada a controllare se ci sono dei problemi meccanici”.
Adamo ridacchiò, mentre sfogliava le stampate.
“Temo che oggi noi siamo piuttosto impegnati. Non lo pensa anche lei, Tenente?”
L’ufficiale accennò un sorrisetto ironico.
“Sì, signore”.
“Sono lieto che lei concordi”, commentò sarcasticamente Adamo. Poi restituì il fascio di fogli a Gaeta e si preparò a proseguire oltre.
Prima che potesse compiere un solo altro passo, tuttavia, il tenente continuò:
“Posso cogliere l’occasione per farle sapere che piacere e onore sia stato per me prestare servizio sotto di lei per questi tre anni?”. Si mosse, a disagio, rimettendo in ordine le carte.
“L’onore è stato mio, Tenente Gaeta”, replicò Adamo, rivolgendogli il saluto.
Dei di Kobol, ogni persona su quella nave gli avrebbe ripetuto quelle parole, oggi? Forse sarebbe stato meglio cominciare a farci l’abitudine.
Voltandosi, lanciò un altro sguardo al foglio che si era portato dietro nel corso dell’ultima ora. E riprese, tra sé e sé:
“La Guerra dei Cyloni è finita da tempo…”.
~
Per Aaron Doral, quel giorno era stato una serie infinita di incontri con giornalisti di tutti i media e con i VIP appena arrivati a bordo del Galactica. Tutti loro erano lì per la cerimonia di ritiro prevista per il giorno seguente. Per oggi, il suo ruolo era quello di spiegare e celebrare. Doveva interessare la stampa e preparare il terreno per le visite guidate che sarebbero seguite, una volta che la vecchia carretta fosse ufficialmente diventata ciò che era ormai da anni: un museo. Ma far sembrare nuovo ciò che era vecchio, e bello ciò che era brutto, era ciò in cui Aaron Dorai eccelleva. Trentadue anni, completo elegante blu da civile e una parlantina invidiabile, Dorai era un perfetto PR.
Mentre avanzava lungo i corridoi della nave, conducendo con sé una pletora di giornalisti e altre persone fortunate abbastanza da essere presenti per l’occasione, parlava con entusiasmo di ciò che il Galactica aveva rappresentato per le Colonie nel corso degli anni, e perché fosse proprio come era. Dorai non era uno che si impressionasse facilmente, ma perfino lui si sentiva orgoglioso di questa nave che aveva servito fedelmente la flotta per oltre mezzo secolo come ammiraglia, e al momento era la più vecchia di tutte. Un anacronismo volante…
Dorai gesticolava appena, mentre guidava l’ultimo gruppo attraverso la zona aperta al pubblico della nave.
“Vedrete cose che potranno sembrare strane, perfino antiquate, a occhi moderni”, spiegò, girandosi a osservare la gente che lo seguiva. “Vedrete telefoni muniti di fili, valvole manuali di ogni sorta nei posti più strani, computer che quasi non meritano questo nome”.
Dopo essersi accertato del fatto che le persone annuivano, seguendo il suo discorso, continuò:
“Tutto questo era stato creato per combattere contro un nemico che poteva infiltrarsi nei sistemi computerizzati, distruggendo anche quelli più semplici. Il Galactica è un ricordo del tempo in cui eravamo così terrorizzati dai nostri avversari da guardare al passato per proteggerci. Usando computer più semplici e non connessi in rete, anche perché al tempo proprio la rete ci aveva resi tanto vulnerabili alla minaccia dei Cyloni. Naturalmente…”, fece una pausa per indicare il CIC, che non avrebbero visitato, “le attuali navi da guerra ricordano solo superficialmente il Galactica”.
L’uomo fece una pausa per salutare un signore più anziano, dai capelli radi e grigi: il colonnello Tigh, il comandante in seconda della nave. Ma in risposta ottenne solo un vago cenno del capo, mentre Tigh continuava oltre. Santo cielo, quell’uomo sembrava ubriaco! Era una fortuna che lui non dovesse più lavorare a bordo del Galactica ancora per molto. Una cosa era sicura: Dorai non avrebbe detto una parola sull’argomento al suo pubblico. No, certo che no. Avrebbe sorriso e mostrato rispetto verso quel vecchio fossile, questo era il modo giusto di intrattenere gli ospiti durante il tour.
“Tra poco”, continuò il giovane, girandosi di nuovo a guardare il suo gruppo, “andremo a dare un’occhiata a babordo, dove vedremo la vera spina dorsale di una nave da guerra: il ponte dell’hangar, dove i Viper e i Raptor sono messi a punto e tenuti pronti all’azione…”.
~
Il ponte dell’hangar era esattamente il luogo verso cui si stava dirigendo in questo momento il comandante Adamo, una volta finito il suo giro al centro tattico. Il capo meccanico gli aveva chiesto di scendere a dare un’occhiata a qualcosa di speciale.
Adamo scese gli ultimi gradini della scala che conduceva al ponte, e lì venne accolto dal capo meccanico Galen Tyrol. Il sottufficiale stava tentando con tutte le sue forze di mantenere un’espressione neutra sul volto, mentre faceva scattare tutti sull’attenti. Il comandante li salutò e concesse rapidamente il riposo.
“Buongiorno, Capo. Come sta, oggi?”
Tyrol, da tempo capo dei meccanici dell’hangar, nonché uno dei sottufficiali più stimati dell’intera nave, sembrava bizzarramente ansioso e forse anche vagamente nervoso.
“Grazie per essere sceso, signore. Siamo ansiosi di mostrarle una cosa”.
“Ebbene, anch’io sono ansioso di vederla, Capo. Di qualunque cosa si tratti”, affermò Adamo. Mantenne un’espressione fredda sul volto, ma a questo punto era chiaro che anche lui fosse curioso di sapere.
“Se vuole seguirmi, signore”. Tyrol lo condusse oltre un blocco di macchinari e caccia in attesa di essere rimessi in sesto. Una piccola folla di meccanici li seguì senza indugio. Il capo portò Adamo a un velivolo coperto dal naso alla coda con un drappo nero. Si capiva chiaramente che fosse un Viper, le sue linee erano inconfondibili anche sotto quella copertura.
“Di che si tratta, Capo?”
Un sorriso soddisfatto sollevò un angolo delle labbra di Tyrol, mentre si fermava di fronte al caccia, attendendo che il resto della squadra li raggiungesse. Sembrò sul punto di parlare, invece semplicemente fece un cenno ad alcuni dei meccanici, che scattarono avanti Per liberare con un gesto fluido il caccia nascosto dal drappo.
Adamo lo fissò con gli occhi spalancati. Era un Viper vecchio stile, un caccia dei giorni della Guerra dei Cyloni.
“Un Mark Two”, mormorò, colto da sincero stupore. “Non ne vedevo uno da vent’anni”.
“Se il Comandante vuole dare un’occhiata più da vicino…”.
Adamo lanciò a Tyrol uno sguardo perplesso e si avvicinò. E poi lo vide: il nome, serigrafato sulla carlinga, appena sotto il bordo dell’abitacolo:
~
TEN. WILLIAM ADAMO
“HUSKER”
~
Il comandante scoppiò a ridere. Ecco qual era il loro segreto. Avevano dipinto il suo nome e il suo vecchio nome di battaglia sul vecchio caccia d’epoca. Ma Tyrol ancora parlava:
“…al numero sulla coda, Nebula Sette-Due-Quattro-Due Costellazione”.
Adamo spalancò la bocca per la sorpresa, leggendo il numero di immatricolazione sulla coda del Viper. N7242C. Non si erano limitati a marchiare quel vecchio pezzo da museo con il suo nome.
Oh, mio Dio. Dove l’avete trovato?”
Tyrol stava sorridendo apertamente, ora.
“A prendere ruggine in un vecchio hangar di Sagitarron. Speravamo che il nostro Comandante potesse farlo partecipare alla cerimonia di chiusura”.
Adamo prese un’aria incredula.
“Può volare?”
“Oh, sì, signore. Abbiamo rimesso a nuovo i motori, riadattato il sistema di guida, sostituito gran parte dei controlli di volo…”.
Il comandante non sapeva se mettersi a ridere o scoppiare a piangere.
“Siete incredibili, ragazzi”, commentò, andando a sfiorarne la carlinga. Il Viper N7242C. Quante volte aveva volato a bordo di quel caccia, quarant’anni prima? Quante volte era sopravvissuto agli attacchi dei Cyloni, riportando il suo pilota sano e salvo al ponte di volo? Mio Dio, pensò.
“…ha i serbatoi pieni, è armato e pronto al lancio, signore”.
Ridendo sommessamente, Adamo passò le mani sulla copertura dei motori.
“Comandante…”.
Si girò.
“Cosa? C’è dell’altro ancora?”. Tyrol gli passò un pacchetto piatto avvolto in carta marrone. Adamo ridacchiò. “Qualcuno vuole una promozione, da queste parti”.
Tyrol sogghignò e ammiccò verso il meccanico al suo fianco.
“Credo che a Prosna non dispiacerebbe, signore. Ha trovato questo negli Archivi della Flotta. Stava facendo delle ricerche per il museo”.
Prosna sollevò appena il mento, ma non sorrise.
Sembrava una cornice, o qualcosa di simile. Adamo strappò la carta e sollevò una fotografia incastonata in una montatura di legno scuro, rettangolare e con gli angoli tagliati. Si trattava di una sua foto quando era ancora un giovane pilota, di fronte a quello stesso Viper, con due ragazzi. Dei di Kobol. Zak e Lee potevano avere al massimo sette, otto anni, al tempo. Entrambi fissavano l’obiettivo con orgoglio, mentre posavano col padre e il suo Viper. Adamo sentì che la maschera austera che portava sempre sul volto stava iniziando a sgretolarsi, mentre un impeto di emozioni inattese gli montava dentro come una piena. Sembrano così felici. Lottò per mantenere la sua solita compostezza e per evitare che il nodo che gli stringeva la gola si trasformasse in lacrime pronte a riempirgli gli occhi.
“Grazie”, dichiarò, sollevando lo sguardo prima di cedere, e osservando tutta la squadra riunita intorno a lui. “Grazie a tutti”.
“Prego, signore”, replicò Tyrol. E mentre Adamo se ne stava lì, a fissare silenziosamente la foto tra le sue mani, Tyrol fece allontanare con discrezione i meccanici.
Il comandante restò in silenzio, perso nel suo passato, in quella fotografia, per molto tempo.

L.

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12 risposte a [Novelization] Battlestar Galactica (2005)

  1. Emanuele ha detto:

    E va be’, parliamo della mia serie preferita in assoluto! Quindi capisco che ti ci sia incastrato.
    In Italia però non ha avuto ‘sto gran successo, un vero peccato. Se ne parlava solo sui forum nerd. Sarà che le serie ancora non andavano di moda come oggi (amarezza!).
    Viva le sacre scritture di Pitia e lode agli Dei di Kobol! Così diciamo tutti.

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Contentissimo di aver trovato un altro adepto degli Dei di Kobol!!!! ^^
      Ho perso davvero la testa per questa serie, ho amato tutti i personaggi e onestamente mi è piaciuta anche la tanto criticata quarta stagione: in più punti mi ha spezzato il cuore e non posso chiedere di più da una serie!
      Tu dici in Italia, ma la cosa assurda è che pure in patria non è che abbia avuto tutta questa enfasi: negli oceani di riviste specialistiche che bazzico per i miei studi del Zinefilo, per puzza ho trovato due articoletti striminziti sulla serie, come a dire “Ah, esiste anche questa serie”, contro i milioni di miliardi di articoli su Star Trek che ogni anno escono in patria dagli anni Settanta ad oggi! I canali ufficiali se ne sbattano infinitamente della nuova BSG e non ha avuto quella copertura “modellistica” che invece ha garantito alle altre serie molta più pubblicità.
      Comunque rimani collegato, perché a blog unificati questa settimana si viaggerà parecchio a bordo dei Viper, all’insegna del «We Will Frack You!» ^
      ^

      Piace a 1 persona

      • Emanuele ha detto:

        Anche a me è piaciuta la quarta, salvo per la rivelazione dei Cylon nascosti, che mi sono sembrati tutti una forzatura per sorprendere lo spettatore.
        Pensavo che almeno in America avesse avuto più successo. Che si fottano anche loro, talebani startrekisti!
        Comunque tempo fa si vociferava un film, non mi sono più aggiornato ma spero che non se ne faccia nulla!

        p.s. “frack” mi ha sempre fatto ridere come imprecazione, avrebbero dovuto tradurla con “cavolo” che per noi sostituisce “cazzo” 😄

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Secondo me hanno fatto bene a non tradurla, in italiano sarebbe stata ridicola. Così invece è un tratto distintivo della serie che possiamo capire anche quando lo dicono in originale 😉

        Piace a 1 persona

  2. Cassidy ha detto:

    Ho sempre più voglia di iniziare BSG con questa tua pubblicità 😉 Cheers!

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Non leggo nulla!
    Ho recuperato i due film tv come mi avevi consigliato. Adesso mi basta trovare il tempo di guardarli.

    P.S.: ah, Lucius, ti avviso. Se ci casco dentro con tutte le scarpe e divento un tossico di BG, vengo a Roma a strangolarti! 😜

    Piace a 1 persona

  4. Giuseppe ha detto:

    Ci contavo che ti piacesse anche la quarta stagione 😉 E adesso, magari, un’occhiatina pure al prequel Caprica (persevero nel mio ruolo di tentatore)… 😉

    Piace a 1 persona

  5. Pingback: Battlestar Galactica: omaggio senza spoiler | Il Zinefilo

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