[Novelization] Krull (1983)

L’illustrazione di copertina di Karel Thole ci introduce ad un mondo fantastico che ha riempito di meraviglia i miei occhi di bambino: avevo forse dieci anni o poco più quando ho visto in TV Krull di Peter Yates (oggi in DVD Universal), innamorandomi… dell’arma del protagonista!
I Predator possono dire quello che vogliono: la shuriken a stella nelle mani di Ken Marshall era fra le colonne portanti degli anni Ottanta!

La scena culto degli anni Ottanta!

Riporto i primi due capitoli del romanzo-novelization del solito Alan Dean Foster (basato sulla sceneggiatura originale di Stanford Sherman), giunto in Italia il 18 marzo 1984 come numero 966 di “Urania” (Mondadori), con la traduzione del grande Delio Zinoni, fra i grandi della redazione mondadoriana.


Krull


1

Il ragazzo si strinse attorno al collo il bavero della giacca. Era una mattina umida e fredda. Le prime avvisaglie dell’inverno allungavano sottili dita di ghiaccio dalle Terre del Nord. Ben presto il mondo si sarebbe addormentato sotto uno spesso mantello bianco.
Poco lontano, nel pascolo, il gregge brucava sistematicamente. Sarebbe arrivato fino in cima al lieve pendio, forse fino al grande masso che spuntava come il naso di un gigante dal fianco della collina, prima che fosse ora di riportarlo a casa, al calar della sera. Il ragazzo pensò affamato alla pentola fumante che lo attendeva al villaggio, al tè bollente che avrebbe scacciato il freddo della giornata.
La vita è dura, gli ripeteva sempre suo padre, ma lavorando sodo è possibile renderla tollerabile. Le pecore avrebbero fornito carne per l’anno venturo, la loro lana li avrebbe riscaldati, e ne sarebbe avanzata a sufficienza per venderla sul mercato. Magari sarebbero anche riusciti a guadagnare abbastanza per andare a Banbreak, la città dove abitava suo cugino, e dove si faceva un gran parlare di unire tutte le città e i villaggi della regione per formare un regno. Il padre del ragazzo era un fautore accanito dell’unificazione. Un governo centrale sarebbe stato in grado di garantire forza e protezione a beneficio di tutta la comunità. C’erano troppe divisioni e controversie fra gli uomini, soprattutto ora, quando tutti avrebbero dovuto unirsi per combattere il nemico comune.
Il montone-capo emise un belato nervoso, e il ragazzo si riscosse. Non era il caso di farsi sorprendere a sognare a occhi aperti. In piedi sulla cima del piccolo rialzo che aveva scelto come luogo di riposo, scrutò attentamente il terreno circostante, appoggiato al bastone. Non si poteva mai sapere cosa si nascondesse lì intorno, accucciato fra i cespugli o nascosto fra i rami fruscianti di un albero. Il ragazzo si vantava di essere sempre molto vigile. Da quando il gregge era stato affidato alle sue cure, non aveva perso una sola pecora a opera di nessun razziatore, che camminasse a quattro, a due o a otto zampe.
Il montone emise un secondo belato, e altri gli fecero eco dal gregge. Le pecore cominciarono a raggrupparsi, incerte e impaurite, raccogliendosi attorno ai montoni e ignorando l’erba. Le dita del ragazzo si strinsero attorno al bastone, mentre girava adagio su se stesso, cercando di individuare la fonte della loro inquietudine. Non riuscì a vedere niente. Sugli alberi, l’unica cosa che si muoveva erano le foglie toccate dal vento, a terra nient’altro che l’erba. Come per metterlo ancora più a disagio, si levò improvvisamente un vento forte, che piegò i cespugli più alti e smosse la ghiaia intorno ai suoi piedi.
Poi il ragazzo si accorse del silenzio innaturale. Non si sentiva un uccello cantare, né un animale scavatore abbaiare, neppure il ronzio degli onnipresenti insetti del ruscello che scorreva poco lontano.
Il vento si fece più forte, facendo sbattere il mantello che portava sulle spalle. Il cielo si stava oscurando. Temporale in arrivo, pensò, probabilmente dal Monte Ignatus. Ma questo non spiegava lo strano comportamento del gregge. Adesso, tutte le pecore belavano impazzite. E tuttavia la fonte del loro disagio collettivo rimaneva nascosta alla vista.
Ma non importa. Non c’era tempo per dare la caccia a minacce invisibili. Doveva portare il gregge al riparo prima che scoppiasse il temporale. Tenendo d’occhio il nascondiglio più sicuro dietro cui poteva trovarsi un predatore in agguato, scese dal suo posto di osservazione e cominciò a spingere il gregge verso il villaggio.
Si rifiutavano di muoversi. Erano talmente strette che rischiavano di schiacciare gli agnelli. Cosa diavolo gli aveva preso a quegli stupidi animali?
Alzò lo sguardo, per determinare la velocità e la forza del temporale in arrivo, e rimase a bocca spalancata.
Il cielo basso era pieno di nuvole scure, ma quella più grande di tutte non si muoveva verso Sud come tutte le altre. Stava cadendo a terra. Diverse luci lampeggiavano sui suoi fianchi grigio-neri, e dall’interno veniva un ronzio cupo. Il vento ululò, mentre l’aria schiacciata cercava una via di scampo.
Il giovane pastore guardava il cielo, paralizzato al pari del suo gregge. Adesso capiva qual era la causa del loro panico e perché si stringessero disperatamente l’una all’altra invece di cercare scampo correndo. La nuvola che non era una nuvola copriva la maggior parte della piccola valle, e non c’era nessun posto dove scappare.
Gli alberi si spezzarono come rami secchi. La Fortezza Nera si posò dolcemente sul terreno, cancellando, sotto il suo peso enorme, qualsiasi cosa che fosse meno resistente del granito.
Soltanto una persona, un giovane pastore, aveva assistito al suo arrivo imprevisto.
A poco a poco, gli uccelli ripresero a svolazzare tra i pochi alberi rimasti. Gli insetti riemersero dai loro nascondigli, per riaffermare i loro diritti sul mondo.
Del pastore e del suo gregge rimase solo il ricordo.
~
Una dopo l’altra, il sole stagliò le figure dei cavalieri mentre superavano lo stretto crinale. Era appena l’alba, ma i cavalli si trascinavano a fatica, e i cavalieri avevano le gambe indolenzite, mentre stringevano i fianchi delle loro cavalcature. Uomini e animali erano in marcia da molto prima del sorgere del sole.
Cominciarono a scendere lungo il pendio scosceso, verso la collina successiva. Erano cinque, con armamento leggero. In un lungo viaggio, un’armatura pesante sarebbe stata d’intralcio.
L’ultimo pareva non reggersi molto bene sulla sella, dondolava avanti e indietro, come fosse ubriaco. Ondeggiò sempre di più, finché gli occhi gli si chiusero, e cadde dalla sella. Mentre rotolava lungo il pendio, si lasciò dietro una scia rossa sulle rocce e i cespugli: il segno evidente della sua fine.
Uno dei cavalieri rallentò, riuscendo a fatica a non fare inciampare la cavalcatura. Colui che li guidava, scendendo lungo il pendio con spericolata abilità, tirò le redini del cavallo e si voltò per guardare il compagno, che si era fermato contro una roccia sporgente.
— No, Masrek! — gridò. — Non c’è tempo. Per lui è finita.
— Ma Lord Colwyn, Eric è mio cugino!
— Era tuo cugino. Lascialo dove ha trovato il suo ultimo riposo, o siamo spacciati. Abbiamo avuto troppe perdite, e sarebbe stupido rischiare la vita per uno che la vita l’ha già persa. Si muove?
Il soldato che portava lo stendardo parlò a denti stretti, osservando cupamente il corpo immobile. — No, signore. Non dà segno di vita.
— Allora risparmia il tuo dolore per un altro momento, e prega mentre cavalchiamo. Tutti noi avremo la nostra parte di dolori in questo viaggio. — Si volse e spronò il cavallo, lungo la china, oltre il torrente che tagliava il fondo della valletta, su per il pendio, nella foresta folta. Vicino a lui cavalcava un vecchio con la corona di re, il mantello regale coperto di polvere e di fango secco.
Gli uomini erano stanchi, ma Colwyn non osava fermarsi per riposare o mangiare. Quella terra era piena di strane creature, che gli uomini chiamavano Massacratori. Ci sarebbe stato tempo per riposarsi quando il male fosse stato scacciato dalla Terra.
Ben presto raggiunsero il fiume Eiritch. Cavalli e uomini accolsero con piacere gli spruzzi d’acqua fredda sollevati dagli zoccoli. Ancora un mese e, con le piogge di fine estate, il fiume si sarebbe trasformato in un torrente insuperabile. Ma quel giorno era possibile guadarlo. Il fango e la sporcizia vennero lavati dagli spruzzi, e quando riemersero sulla riva opposta, la luce dei soli gemelli di Krull cominciò rapidamente ad asciugare i cavalieri ristorati.
Non molto tempo dopo, uscirono dalla foresta e iniziarono l’ascesa verso l’altopiano. Ancora più lontane, e più alte, si alzavano le cime coperte di neve.
Sullo sfondo della pietra grigia e del cielo azzurro, la loro destinazione si stagliava, bianca e stupenda, come una nuvola posatasi sulla dura terra. Colwyn si sollevò sulle staffe e indicò. — Ecco! Il Castello Bianco di Eirig!
— Non ci siamo ancora arrivati, mio signore — gli rammentò il guerriero che portava lo stendardo.
— Per le Ombre, siamo comunque abbastanza vicini! — Colwyn si guardò alle spalle. — Nessun segno di Massacratori. Hanno tutto quello che serve a un buon guerriero, tranne l’iniziativa, per nostra fortuna.
— Tra poco lo scopriremo — disse un altro soldato.
— Proprio così — disse un terzo.
Colwyn rivolse un’occhiata preoccupata al vecchio, che ansimava sulla sella. — Padre, potremmo riposarci qui un momento.
— Non per fare un favore a me — disse seccamente Re Turold. Si asciugò la barba gocciolante. — Scendi di sella dopo una cavalcata come la nostra, figlio mio, e ti sarà molto più difficile ripartire. Come hai detto tu, ci aspetta il Castello Bianco. Non avrei mai pensato che un giorno la sua vista mi avrebbe rallegrato.
— Padre, tempi disperati costringono a soluzioni disperate.
— Sì, è quello che mi vai ripetendo da qualche mese. Be’, ne abbiamo discusso spesso e a lungo, e questo non è il posto per tornarci sopra. — Spronò il cavallo. Colwyn, nel seguirlo, nascose un sorriso.
Il Castello Bianco era ancora in buone condizioni. Le sue mura mostravano scarsi segni delle guerre e delle intemperie, i grandi blocchi di calcare splendevano nella luce del mattino. Torri e merli si alzavano verso le nubi, sfidando il cielo. La sua costruzione combinava tutto il meglio che muratori e architetti di Krull potessero offrire, fornendo un rifugio sicuro in tempi di guerra e una vista di pallida magnificenza in tempi di pace. Le colonne erano scanalate, come travertino di caverna, mentre grandiose arcate fungevano da ingresso a vaste sale e a uno spazioso cortile, ben fornito di tutto il necessario. Coloro che l’avevano innalzato erano orgogliosi della loro opera, e giustamente, perché faceva impallidire tutte le altre fortezze e castelli di Krull.
La donna che si avvicinò al parapetto, e appoggiò le mani delicate sulla bianca muraglia sembrava uscita dalla fantasia di un grande scultore. Una nuvola galleggiante di capelli biondi e crespi le incorniciava il viso, sottolineando la sua eterea bellezza, mentre si volgeva a scrutare l’ampia pianura. Benché i suoi tratti fossero delicati e il corpo esile, la sua forza d’animo traspariva dall’espressione e dal portamento, ed era nota alla gente del popolo come ai re. Anche l’occhio del casuale visitatore coglieva subito che c’era qualcosa di unico in Lyssa di Eirug. Perfino il padre, Re Eirig, lo avvertì per l’ennesima volta, mentre avanzava verso di lei. Cercò di dare un nome a quella qualità che rendeva Lyssa diversa da tutte le altre, ma come sempre gli sfuggiva. Era frustrante non riuscire a comprendere la propria figlia, ma questo non gli impediva di ammirarla e di amarla. Anzi!
Le mise un braccio attorno alla vita, e lei gli rivolse un breve sorriso, prima di tornare con lo sguardo all’orizzonte vuoto.
— Colwyn e la sua scorta avrebbero dovuto arrivare una settimana fa, Padre.
— I valichi sono controllati dai Massacratori. Assalgono i viaggiatori incauti. Forse non aveva truppe sufficienti per aprirsi la strada.
— Questo ti farebbe piacere — disse la fanciulla seccamente.
Eirig distolse gli occhi dalla figlia. Era impossibile nascondere i propri sentimenti a Lyssa. Sensibile e ricettiva come il più consumato diplomatico di corte, Lyssa sapeva sempre quando una menzogna usciva dalla bocca di un uomo. Che talento assurdo e imbarazzante, per una figlia!
— Ho mandato alcuni uomini, non è forse vero? Non mi erano stati richiesti, né ero tenuto a mandarli. L’ho fatto solo perché me l’hai chiesto tu.
— Venti uomini? — Il rimprovero era gentile, ma non per questo meno preciso.
— Di più non è stato possibile. Non potevo certo sguarnire le nostre mura. La maggior parte degli uomini validi sono a est, per il raccolto. Vorresti forse che lasciassi il castello, i tuoi parenti e i tuoi sudditi senza difesa, per aiutare uno straniero che con ogni probabilità non può più essere aiutato? Non hai studiato l’arte militare, oltre alla filosofia? Forse dovrei nominarti generale dell’armata reale! — Tutto questo discorso lo fece senza guardarla negli occhi. — Ho mandato gli uomini che potevo. Questi Massacratori sono dappertutto. Il mio primo dovere è di proteggere Eirig. Non potevo mandarne di più.
— Le nostre mura sono solo carta, finché i Massacratori si aggirano impuniti sul nostro mondo — replicò lei. — Conosco bene la storia. La divisione e il sospetto fra i diversi reami avvelenano Krull, e costituiscono in realtà il principale alleato dei Massacratori. Questo è un nemico diverso da tutti quelli che abbiamo combattuto finora. Una volta tanto, dobbiamo mettere da parte gli antichi rancori. Dobbiamo allearci. Anche i Saggi lo desiderano.
— Vecchi sciocchi — mormorò Eirig. Sapere che lei aveva ragione non serviva ad ammorbidirlo. — Allearci con Re Turold, il nostro antico nemico! Sposarti con suo figlio! E non c’è nessuna garanzia che questa alleanza serva davvero a sconfiggere i Massacratori.
— Nessun Saggio offre garanzie, padre — disse lei. — E questo uno dei segni della vera saggezza.
Lui le voltò le spalle. — Tu passi troppo tempo fra i libri.
— Ogni giorno giunge notizia di un nuovo villaggio devastato dai Massacratori — disse la fanciulla. — Dobbiamo fare qualcosa. Questa alleanza può solo rinforzarci. Lo so. Tutti i segni lo confermano.
— Tu e i tuoi dannati segni! — mormorò il re. Che strana donna, pensò. Figlia ed estranea contemporaneamente.
— Padre — disse lei con voce calma — il passato è un lusso, e l’odio che si rifà al passato è il più costoso tra tutti i lussi. Adesso abbiamo un solo nemico di cui doverci preoccupare: i Massacratori. Dobbiamo fermarli in qualche modo, o ci renderanno tutti loro schiavi. Io faccio questa alleanza con il figlio di Turold per tutta Krull, per tutto il popolo. La gente comune deve sapere che contro questi invasori i regnanti sono uniti.
Eirig si appoggiò alla pietra fredda, tormentandosi le dita delle mani. — Se solo non fosse il figlio di Re Turold!
— Dev’essere il figlio di Re Turold. — Non c’erano incertezze nella sua voce. — È giusto che sia così. E lo sai anche tu.
— Sì, sì, lo so — grugnì Eirig. Aveva concesso la sua approvazione al matrimonio con la più grande riluttanza.
— Funzionerà, padre. Deve funzionare, per il bene di noi tutti. Non so cosa me ne verrà da questo matrimonio, ma so che farò tutto il possibile per farlo funzionare.
Vedendo che le sue riflessioni avevano scarso effetto su di lui, Lyssa aggiunse: — Si dice che Colwyn sia un grande guerriero.
— Mi preoccupo per mia figlia, come per il mio popolo e per Krull — disse Eirig, un po’ rabbonito. — Spero che mi sia concesso almeno questo.
Lyssa sorrise e gli appoggiò una mano sul braccio. — Certo che ti è concesso, padre, e per questo ti voglio tanto bene.
— I buoni guerrieri sono cattivi mariti.
— Rispetto la tua opinione, padre. — Si mosse per baciarlo prima che lui potesse ritrarsi. — Ma non devi preoccuparti per questo. Sono in grado di badare a me stessa.
— Non c’è bisogno che tu me lo dica — mormorò lui affettuosamente.
— Forse hai ragione. In questo caso, sarò io a doverti porgere le mie scuse.
— Non voglio le tue scuse — disse lui. — Voglio la tua felicità.
— C’è un solo modo per sapere con certezza se potrò ottenerla. — Tornò a scrutare la pianura che si stendeva sotto le mura del castello. I suoi occhi si posarono sulle paludi che costeggiavano il fiume.
— Forse — ammise il re con riluttanza. — In ogni modo, non serve che tu ti esaurisca in queste veglie giornaliere. Vai a riposarti; ti chiamerò, se dovessero arrivare oggi.
— Ecco il buonsenso che rende famoso Re Eirig. — Lyssa lo lasciò con un sorriso, allontanandosi dalle mura.
Eirig la seguì con gli occhi. Strana ragazza, pensò. No, strana donna, si corresse. Sua madre sarebbe stata orgogliosa di lei. Erano della stessa tempra.
Malgrado le buone ragioni perorate dalla figlia, Eirig, nel fondo del suo cuore, era ancora contrario a quel matrimonio. Ma la sua mente era d’accordo. I suoi consiglieri erano divisi sui benefici del matrimonio, e come al solito litigavano fra di loro, costituendo più un ostacolo che un aiuto. Aveva dovuto affidarsi al suo giudizio. Il cuore diceva di no, la mente di sì, e mente e cuore avevano combattuto molte volte fra di loro negli ultimi, difficili mesi.
Alla fine, la mente aveva vinto di stretta misura, anche se certe volte era ancora tentato dal mandare a monte tutta la faccenda. Ma non l’aveva fatto. Le parole di sua figlia erano troppo ragionevoli. E non riusciva a liberarsi dal sospettare che Lyssa, in fondo in fondo, fosse più «pratica» di suo padre.
~
Le mura si innalzavano verso il cielo sopra la testa dei cavalieri esausti, mentre spronavano le loro cavalcature per l’ultimo centinaio di metri. Era difficile dire se fossero più stanchi gli uomini o gli animali. Certamente entrambi avevano bisogno di un lungo riposo.
Colwyn si raddrizzò sulla sella e gridò in direzione degli spalti: — Aprite la porta! Fateci entrare!
— Chi vuole entrare? — volle sapere una voce dall’alto. Un’altra lo interruppe.
— Per i serpenti del fiume, è il principe Colwyn! E Re Turold in persona è con lui. Fateli entrare!
Il massiccio portale si spalancò. Colwyn precedette i suoi compagni nel cortile. La luce gettata dalle torce appese alle pareti rendeva ancora più sparuto l’aspetto dei cavalieri. Vennero circondati da una piccola folla di servitori e soldati.
— Venite da Turold… E come siete riusciti a superare i Massacratori? Avete fatto tutto quel viaggio solo in quattro…? — Le domande si accavallavano rapide, rendendo impossibili le risposte, se pure i cavalieri avessero voluto fornirle.
I soldati si fecero da parte, mentre il loro signore, Re Eirig, giungeva accompagnato dalla scorta reale. Avrebbero dovuto frenare ancora per un po’ la loro curiosità.
Turold smontò da cavallo, nascondendo ai nuovi venuti il dolore alle gambe. Per quanto stanco potesse essere, non avrebbe chiesto aiuto al futuro suocero di suo figlio.
Colwyn, attento al cerimoniale, rimase a cavallo, anche se gli pareva sciocco.
I due re si guardarono senza simpatia. Turold non era dell’umore adatto per scambiare convenevoli. — Vi abbiamo chiesto aiuto — disse. — Più di un messaggero è partito, ma nessuno è tornato. E se siamo arrivati sani e salvi, non è certo grazie a voi.
Eirig non si tirò indietro anche se non riusciva a dimenticare del tutto l’accusa di sua figlia. — I vostri messaggeri non sono mai giunti. I Massacratori controllano tutte le strade, specialmente di notte. Nonostante questo, abbiamo mandato venti uomini, nella speranza di trovarvi.
— Abbiamo perso trecento uomini per venire qui! — rispose Turold irosamente. — Trecento uomini sacrificati in una disperata azione di retroguardia. Trecento uomini uccisi per potere raggiungere la «sicurezza» di queste mura. La strada da qui a Turold è segnata da troppe tombe. E voi avete mandato venti uomini.
— I Massacratori sono dovunque, e in questo periodo dell’anno l’esercito di Eirig è più immaginario che reale! Quasi tutti i miei soldati sono lontani, impegnati nel raccolto. In questo modo, se i Massacratori ci attaccano, noi siamo in grado di resistere. I soldati restanti ho dovuto tenerli qui, al castello. Ho la mia gente da proteggere dentro queste mura. Donne e bambini. Venti soldati avevo disponibili e venti soldati ti ho mandato. Tutto quello che potevo. Non uno di più. — Fece un passo avanti, rabbiosamente. — Non l’ho voluto io questo matrimonio, Turold.
— E neppure io, Eirig!
Colwyn ne aveva avuto abbastanza. Al diavolo le prerogative regali! Smontò da cavallo e si mise fra i due.
— L’ho voluto io — disse con voce tranquilla.
Colwyn non era un tipo imponente. Aveva cugini più grandi e più forti di lui, ma nessuno era così veloce. La testardaggine ottusa e la stupidità arrogante lo irritavano più di ogni altra cosa. C’erano alcuni, alla corte di Turold, che lo consideravano avventato, e un po’ troppo impetuoso per portare la corona.
Ma nessuno metteva in dubbio il suo coraggio e la sua onestà, e benché non fosse un dotto, aveva la capacità di arrivare al cuore di un problema, senza lasciarsi confondere: un talento sconcertante per i tanti cultori dell’arte della diatriba e della polemica. A differenza dei suoi parenti, non incoraggiava gli adulatori, anzi! Fate una domanda a Colwyn, si diceva a Turold, e avrete subito una risposta chiara… ma fate in modo che la domanda sia sensata.
— Vostra figlia ha scelto — continuò Colwyn rivolto a Eirig. Guardò il padre, poi ancora il re che li aveva accolti in maniera non proprio calorosa. — E ci sposeremo. Discutete fin che volete, combattete, se vi piace, ma niente impedirà questo matrimonio. Questa alleanza si deve fare. E adesso, se volete scusarmi, vorrei porgere i miei saluti alla mia fidanzata. — Voltò le spalle ai due e scrutò il cortile. Dopo un momento, si avviò in direzione del portale del mastio, camminando come se conoscesse bene la strada.
Eirig non riuscì a trovare parole per fermarlo, ma non era neppure disposto a permettere che un semplice ragazzo se ne andasse avendo avuto l’ultima parola nella discussione. Si volse verso Turold, e gli ultimi due sopravvissuti della scorta.
— E questa sarebbe la grande armata che si unirà a Eirig per lottare contro i Massacratori?
Colwyn si volse, a metà della scala. La sua voce era ferma e sicura. — Qualunque armata avrò, la guiderò contro di loro. Ho portato due guerrieri con me. Se Eirig me ne potrà dare altri due altrettanto coraggiosi, ebbene, avrò così un’armata di cinque uomini. Di una cosa sono certo: non me ne starò rannicchiato dietro le mura di un castello, né qui né a Turold, aspettando che i Massacratori vengano da me, come un maiale attende il macellaio. I Massacratori sono abituati a essere gli attaccanti. Forse, tanto per cambiare, li sorprenderà doversi difendere. Li combatterò, Re Eirig, con qualunque esercito riuscirò a raccogliere dalla vostra terra e dalla mia, e da qualunque altra vorrà unirsi a me. — Riprese a salire, e si arrestò di nuovo giunto in cima alla scala.
— Li combatterò finché non li avrò vinti o sarò morto. — Sparì nel castello.
Eirig rimase a fissare la porta, poi si voltò verso la sua controparte reale. — Non so se abbia la vostra abilità nelle armi, Turold, ma certamente il ragazzo ha ereditato la vostra lingua.
Anche Turold guardò la porta da cui era scomparso suo figlio. — Quel ragazzo possiede altre doti oltre a questa, Eirig. Qualche volta non lo capisco, mi viene da pensare che veda con occhi diversi da quelli del corpo. Anche i Saggi della mia corte lo rispettano, e non pochi lo temono. Un figlio alquanto insolito. Tutto sommato, so che è più una benedizione che una maledizione, ma ci sono dei momenti in cui non ne sono sicuro. E non sono pochi.
Eirig rimase a pensare un momento, poi aggrottò le ciglia. Gli pareva che quella non fosse la prima volta in cui pensieri simili venivano espressi a proposito di un rampollo reale.
~
Li odio questi castelli così grandi, pensò Colwyn mentre avanzava nel salone d’onore. Rallentò, pensando di ripulirsi un po’ la faccia dalla sporcizia e dal sudore. Attorno a lui, dalle travi, pendevano stendardi dai colori vivaci e insegne territoriali. La luce delle torce si rifletteva sulle armature. Il regno di Eirig non era particolarmente ricco, ma era vasto. I suoi abitanti non amavano fare mostra di ricchezza. Da questo punto di vista, avevano molto in comune con Turold.
Non era la ricchezza che sperava di ottenere mediante quell’alleanza, ma uomini coraggiosi pronti a combattere per le proprie case e il proprio mondo. I Saggi di corte avevano cercato di convincerlo che una simile impresa era condannata a fallire fin dall’inizio. Le ruberie dei Massacratori non potevano essere arrestate; il solo pensarlo era follia. Era meglio accettare il proprio fato, come si fa con un inverno cattivo o con un’inondazione.
Colwyn si rifiutava di accettare l’ineluttabilità del disastro previsto da alcuni dei Saggi. Non aveva paura della Fortezza Nera, né del signore oscuro che ne era il padrone. Non lo terrorizzava il fatto che la Fortezza provenisse, apparentemente, da un altro mondo. Solo perché quella sciagura era nuova e straniera, non significava che non potesse essere sventata.
I Massacratori potevano essere uccisi come qualunque uomo, malgrado possedessero armi orribili e non combattessero come uomini. Tutto quello che era necessario, era la volontà di combatterli… la volontà e un esercito di uomini decisi. Insieme, Eirig e Turold potevano raccogliere un simile esercito.
Riprese ad avanzare, inciampò per la stanchezza, riprese l’equilibrio. Volse di scatto gli occhi verso sinistra. C’era stata una brevissima risata.
Il suo sguardo si fermò su una porta semiaperta. Anche nella penombra della sala sarebbe stato difficile lasciarsi sfuggire quel lampo di colore.
Lyssa non rise una seconda volta. Fece un passo nella luce. Il suo vestito era coperto di ricami sottili, ma non elaborati, ed era tanto fresca quanto Colwyn era sudato. I loro occhi s’incontrarono, e tutti quei pensieri vennero immediatamente messi da parte.
È così leggera, pensò Colwyn. Un soffio potrebbe farla volare via. O forse no? C’era qualcosa in lei che suggeriva il contrario. Un albero sottile può avere radici profonde, si disse. Esile ma forte, dunque, di mente come di corpo. Tale era la Lyssa che si aspettava. Lei gli si avvicinò.
— Ho scelto bene — disse Lyssa a bassa voce, senza ambiguità.
Eccola, pensò. Ecco la forza profonda che è dentro di lei, la stessa forza che c’era nelle sue lettere. C’è anche nella sua voce, in ogni sillaba, nonostante abbia parlato così piano. Si era aspettato d’incontrare una donna molto più grande, più alta e imponente, ma mentre la guardava, gli parve che lei si ingrandisse davanti ai suoi occhi.
— Anch’io — rispose, guardandola negli occhi.
— Bello. — Lo scrutò con attenzione. — Non ci avevo contato. Non che sia importante, ma immagino che sia un bene che la moglie trovi piacevole guardare il marito.
— La vita è lunga e piena di mattini — rispose lui. — Non bisognerebbe trovare spiacevole il primo viso che si vede ogni giorno.
— Parlate di giorni futuri. Vedo dal vostro aspetto che quelli passati non sono stati così promettenti. Il vostro viaggio è stato altrettanto difficile quanto lungo?
— Ma necessario. La terra fra Eirig e Turold è piena del dolore inflitto dai Massacratori. Ne abbiamo lasciati quanti ne potevamo fra i campi che avevano devastato.
— Vi vantate di avere ucciso?
— Non mi vanto mai di avere ucciso. Non c’è niente di lodevole nell’assassinare.
Lei annuì adagio. — Mi era stato detto che eravate coraggioso, ma fino a ora non sapevo cosa intendessero dire i miei consiglieri quando dicevano che non eravate il solito guerriero. Voi siete saggio. E anche bello. Una combinazione rara. — Allargò i lembi dell’abito ed esegui per lui una piroetta. — Dunque, mi trovate attraente?
— Negli ultimi mesi, a corte, ho dovuto rispondere a innumerevoli domande stupide. Non fatemene altre. — Colwyn sorrise.
— Credo che mi piacciate, maestro di complimenti obliqui. — Con aria più seria, Lyssa chiese: — Come se la cava la vostra terra contro i Massacratori?
— Non peggio della maggior parte, e meglio di molte altre. Sembra che attacchino prima i regni più poveri e le piccole città. Senza dubbio verrà anche il nostro turno, se non li fermiamo.
— Credete che possano essere fermati?
— Possono essere uccisi, anche se non muoiono come uomini. Non sono d’accordo con coloro che credono che il nostro fato sia di essere sopraffatti dai Massacratori. Non credo che esistano cose inevitabili. Se lo credessi, non avrei voluto questo matrimonio, contro i desideri di mio padre.
— E neppure io, contro il desiderio del mio.
— Non dovremmo sprecare il tempo. La cerimonia si terrà qui? — chiese Colwyn indicando la grande sala.
— No. Vi è un luogo speciale, nel castello. Questa notte, al sorgere della luna, inizieremo secondo gli antichi riti. I riti non sono la mia passione, ma mio padre ha insistito. Desidera che diate prova di voi stesso.
— Non ne dubito. — Colwyn rimase in silenzio, il pensiero rivolto momentaneamente altrove.
Di’ qualcosa, pensò Lyssa mentre il silenzio si faceva più profondo fra i due. E a disagio. Aiutalo a rilassarsi. Dovrete essere marito e moglie, non soci in affari.
— Mio padre dice che i buoni guerrieri sono cattivi mariti.
— Anch’io l’ho sentito dire, ma al contrario. E vostra madre cosa dice?
— Mia madre è morta quando ero piccola. La ricordo a stento. No — gli mise una mano sulle labbra per frenare le solite condoglianze. — E stato molto tempo fa, e questo non è il momento di guardare il passato. — Gli rivolse un sorriso rassicurante. — Alcuni sostengono che dipende dal marito. Voi cosa ne dite?
Una donna intelligente quanto bella, pensò Colwyn. Tutto ciò che gli era stato detto sembrava vero. C’erano molte damigelle attraenti nei due regni, e molte principesse nei regni vicini, ma una sola Lyssa di Eirig.
— Direi che la pace e l’amore, sia fra le nazioni sia fra uomo e donna, dipendono spesso non dal prestare fede a vecchie favole e superstizioni, ma piuttosto dalla capacità di stabilire relazioni libere dai pregiudizi altrui.
Il sorriso di Lyssa si allargò. — Una buona risposta… Colwyn. Credo che questa unione sia bene assortita. — Si sporse in avanti e lo sfiorò con un bacio. Quel breve tocco gli ricordò la vampata calda di un forno, aperto e chiuso rapidamente. Era benvenuto e promettente. I due si separarono con riluttanza.
— L’etichetta — gli sussurrò lei, con un’occhiata intorno per assicurarsi che la grande sala fosse ancora vuota e che nessuno li avesse osservati. — Ci sposeremo una volta sola, perciò dobbiamo stare attenti a farlo bene. Io sono sicura di te, ma dobbiamo essere certi l’uno dell’altra. — Gli sfiorò la guancia con la mano. Poi si voltò, ritraendosi nella porta da cui era sbucata.
Colwyn l’osservò finché la porta non si fu richiusa alle sue spalle. Nel punto dove lei l’aveva toccato, la guancia gli bruciava. Si rese conto di tenere le mani accostate, come se stringesse ancora quelle della donna, e di trattenere il respiro, come un nuotatore appena riemerso da un lungo tratto sott’acqua. Si rilassò.
I Massacratori dovevano stare attenti. Con una donna simile al suo fianco, sentiva che niente gli era impossibile.

2

Nessuno ricordava chi avesse disegnato il Nesso. L’architetto del castello era poco più di un ricordo, e i progetti da lui disegnati erano sepolti da qualche parte negli archivi reali. Il Nesso era un luogo speciale, destinato alle cerimonie più importanti.
E neppure la ragione della sua struttura appariva chiara a un osservatore distratto. Uno studioso di matematica superiore avrebbe notato con sorpresa lo schema, ma non c’erano più matematici del genere in Eirig.
Due corridoi si snodavano in un tortuoso percorso nelle parti basse del castello, fino a incontrarsi nel Nesso. Un piccolo altare e un catino d’acqua, alimentati da un rubinetto di pietra, dominavano un’estremità della camera.
Una musica lontana penetrava nel Nesso, ma pochi dei partecipanti alla cerimonia le prestavano attenzione. Re Eirig e Lyssa avanzavano lungo un corridoio, mentre all’estremità dell’altro Colwyn e suo padre attendevano ansiosi l’arrivo della sposa. Colwyn era impaziente che i cerimoniali avessero termine, ma non cercò di affrettare la procedura. Ricordava quanto gli aveva detto Lyssa a proposito dell’etichetta.
I soldati della guardia d’onore tennero gli occhi fissi in avanti, mentre la coppia reale camminava fra i loro ranghi, anche se molti non poterono trattenersi dal lanciare una rapida occhiata alla squisita bellezza di Lyssa. Tutti sapevano che la principessa aveva respinto molti pretendenti, e ognuno, dentro di sé, si confrontava con quello straniero dal volto solenne, Colwyn di Turold. Tuttavia, nei loro pensieri non c’era invidia. C’era bensì ammirazione, mista a speranza. Tutti sapevano quali benefici avrebbe portato l’alleanza con il potente vicino dell’ovest.
Mentre la torcia di Lyssa passava accanto a ognuna delle coppie opposte di soldati, miracolosamente le loro torce si accendevano. Anche se erano stati avvertiti, l’improvvisa fiammata era qualcosa di sconvolgente. Era questo il potere della principessa che aveva fatto recedere più di un pretendente di poco coraggio: il potere che brillava nei suoi occhi lucenti, e che poteva far sudare freddo il più coraggioso degli uomini. Che questa implicita minaccia non avesse dissuaso Colwyn era il punto più forte in suo favore.
E quando anche la torcia di Colwyn, in virtù dello stesso potere, aveva acceso quelle degli uomini dell’altro corridoio, occhiate di approvazione erano venute dai soldati. Finalmente, un degno compagno per la principessa. Chi poteva predire quale bene sarebbe nato da una simile unione?
S’incontrarono infine nella camera a volta che era il Nesso, l’antico luogo dell’unione, il santuario dove coloro dotati del potere potevano rivelarsi, vicendevolmente, le verità segrete.
Com’era suo diritto, Re Turold parlò per primo, con voce ferma e forte. — Da questo giorno, il mio regno non è più mio.
Colwyn tolse la mano dalla torcia che teneva insieme al padre. Aveva gli occhi semichiusi, e sembrava quasi che stesse per cadere addormentato. Ma in realtà era attentissimo. La torcia si spense. Sbatté le palpebre e si volse verso la sposa.
— E così pure il mio — disse Re Eirig, essendosi alfine assicurato che il Turoldiano fosse uno sposo adatto alla figlia.
Lyssa lasciò andare la sua torcia, e la fiamma si spense. Re Turold fece un passo avanti, allungò una mano e l’appoggiò sul braccio di Re Eirig. Eirig l’imita.
— Un solo regno sotto i nostri figli. Da questo giorno in poi, che nessun uomo parli per Turold o per Eirig. Che i nostri popoli si mescolino liberi e senza timore l’uno dell’altro e che si aiutino a vicenda nei tempi pro speri come in quelli cattivi. Se altro sangue dovrà spargersi nelle due terre, che non sia il sangue dei fratelli, ma quello dei Massacratori!
— Così sia — disse Eirig calmo. La solennità del momento aveva spazzato via la maggior parte dei suoi rimanenti dubbi, e c’era una burbera amicizia nel tono di Turold. — E ora tutti nella grande sala; che la cerimonia possa degnamente concludersi, e che l’unione venga rinsaldata.
Entrambe le coppie si voltarono e si avviarono lungo il corridoio di destra. Colwyn e Lyssa avanzavano a fianco a fianco, dietro i rispettivi padri, facendo attenzione a non guardarsi. La solennità della cerimonia opprimeva Colwyn, ed era ansioso di finirla con i discorsi e le formule. Le occhiate di Lyssa gli consigliavano la pazienza, e lei gli mormorò, senza voltare la testa: — Calma, futuro sposo. Tutto questo sarà presto finito.
— Non mi entusiasmano questi rituali primitivi — mormorò lui.
— Sono necessari. Così dicono i libri.
— I libri ci sono stati di scarso aiuto nel combattere i Massacratori. Perché dovrei servirmi di essi sposandomi?
— Perché te lo chiedo io, Colwyn.
Egli non riuscì a nascondere una smorfia. — Sempre pronto ai tuoi ordini, vero?
Lei ritardò di un passo rispetto a Colwyn. — Solo se non riesci a vedere che ti seguo sempre.
Eirig si volse a guardarli. Stavano per affrontare una scala circolare. — Zitti, voi due! Ricordate la vostra posizione.
— Cercherò di farlo, padre, quando arriverà il momento opportuno — rispose Lyssa sorridendo.
Lui la guardò corrucciato, ma non disse niente. Forse, dopotutto, non era un cattivo affare liberarsi di una figlia cosi impertinente.
Il corteo nuziale giunse alla sommità delle scale ed entrò nella grande sala. All’estremità opposta, a fianco del trono, c’era una vasca piena d’acqua di fonte appena versata. La musica che per tutta la sera aveva riempito il castello venne sommersa dal fragore delle spade battute contro gli scudi, segno di saluto della guardia reale alla coppia che si avvicinava.
Lyssa e Colwyn si arrestarono di fronte alla vasca di pietra, mentre i loro padri li guardavano con aria di approvazione. Accanto alla vasca, infilata in un candeliere, c’era una torcia. Colwyn si fece avanti e la prese in mano. S’incendiò immediatamente. Un mormorio di approvazione si levò dalle schiere dei soldati. Ecco un uomo degno di essere il loro capo. Ma la prova decisiva doveva ancora venire.
Colwyn si compose. Ancora una volta, parve parlare come in trance. Nessuno avrebbe potuto dire se si rivolgeva a tutti loro, o solo alla sua futura sposa, o al pezzo di legno che stringeva fra le mani.
— Io do l’acqua al fuoco. Non ritornerà a me se non per mano della donna che scelgo come moglie. — Re Eirig, più di tutti, osservava attentamente Colwyn mentre pronunciava la formula. Dicevano il giusto gli antichi libri? Era questo il matrimonio a cui talvolta alludevano?
Colwyn sollevò la torcia ardente sulla vasca e la lasciò cadere. Cadde dritta, e si arrestò in equilibrio sul fondo… continuando ad ardere, splendente come prima. Un profondo sospiro si alzò dagli astanti, mentre re Turold assumeva un’espressione di orgoglio.
~
La sentinella in cima al portale maledì la sua sfortuna per essere capitato di turno proprio in una sera come quella. Era costretto a starsene lì, nel freddo e nell’umidità, mentre la maggior parte dei suoi compagni erano dentro il castello, con le armature lucide e splendenti, a godersi la cerimonia di matrimonio.
Qualcosa interruppe le sue meditazioni. Scrutò nella notte: era nera come i pensieri di uno strozzino. Era sicuro di avere sentito qualcosa muoversi.
Arriva la pioggia, pensò. Un acquazzone di fine estate che si avvicinava al castello. Si sarebbe bagnato fino alle ossa. Quella notte, nel dormitorio, i suoi più fortunati colleghi l’avrebbero preso in giro per la sua cattiva sorte.
Ascoltò attentamente. Proprio un bel temporale. Si volse e chiamò. Parecchie altre sentinelle corsero dai loro posti e si unirono a lui, fissando nella notte. Ascoltarono attentamente.
— Non è pioggia, mi pare — disse uno. — Sembrano zoccoli.
— No — disse un altro — è solo la pioggia, o il vento che soffia fra gli alberi della foresta.
Si chinarono sul parapetto, cercando di vedere qualcosa nel buio, incerti sul da farsi. Era in corso un matrimonio reale, e nessuno voleva dare falsi allarmi.
~
Lyssa raggiunse la vasca e osservò il fuoco che ardeva sotto la superficie dell’acqua. Non chiuse gli occhi, né pareva minimamente in trance. I suoi movimenti e le sue parole erano fermi, precisi. Ma non riuscì a nascondere un lieve tremito, che nasceva dallo sforzo per concentrarsi. Non dovevano esserci errori. Aveva atteso troppo a lungo quel momento.
— Io raccolgo il fuoco dall’acqua. E lo porgo all’uomo che ho scelto come marito.
Allungò il braccio. Le dita allargate della mano si fermarono a pochi centimetri dall’acqua. Per un lungo momento, niente accadde. La torcia continuò miracolosamente ad ardere. Eirig trattenne il respiro.
Ci fu un lievissimo sibilo, perfettamente udibile nel silenzio della sala, mentre Lyssa infilava la mano nell’acqua e la ritraeva, con il palmo rivolto verso l’alto. Sulla sua pallida pelle danzava una fiamma brillante. Il senso di attesa, nella sala, era quasi palpabile.
Lyssa si volse, porgendo la mano infuocata a Colwyn. La sua voce era un sussurro, il viso le splendeva, mentre l’intero suo essere pareva soffuso del calore del fuoco che ardeva sulla sua mano.
— Colwyn. Questo è il momento. Davanti a mio padre e alla mia gente, davanti a tutto Krull. Davanti alle parole che riempiono gli antichi libri. Con grande dolcezza ti chiedo: prendi il fuoco dalla mia mano.
~
— Pioggia, dici? — La sentinella era stanca. — Sì, sembra proprio pioggia. Siete pazzi, se pensate che sia qualcos’altro. Io me ne torno al mio posto, prima che il comandante mi trovi qui. — Esitò, tendendo l’orecchio. Il rumore si stava facendo sempre più forte, in un crescendo continuo e troppo regolare per essere naturale. Poi, mentre i soldati guardavano esterrefatti, il loro scettico compagno cadde all’indietro, lentamente. Qualcosa di luminoso e mortale lo aveva colpito al petto.
Gli altri fuggirono, cercando disperatamente di dare l’allarme. Le loro grida non furono necessarie, né furono udite, poiché l’esplosione che distrusse il portone d’ingresso risuonò in tutto il cortile. Frammenti di legno e di pietra volarono in tutte le direzioni, mentre sottili frecce di luce, e vampate di energia abbattevano un soldato dopo l’altro.
Il rumore raggiunse la grande sala, e spezzò l’atmosfera di speranza che aveva avvolto la cerimonia. Colwyn ebbe un ondeggiamento, e gli occhi di Lyssa si staccarono dai suoi.
— Massacratori nel castello! — risuonò il grido. Dimenticata la cerimonia di nozze, i soldati corsero verso il cortile.
— Alle armi! — gridò Re Turold all’assemblea.
— Ma la cerimonia! — protestò Lyssa.
— Non c’è tempo adesso. — Colwyn si volse, impaziente di partecipare al combattimento.
L’incantesimo si era spezzato. Più tardi, ci sarebbe stato tempo per ricrearlo. La mano di Lyssa si strinse in un pugno. Quando la riaprì, la fiamma che vi aveva brillato era spenta. Corse dietro a Colwyn, maledicendo l’abito lungo che le impediva i movimenti.
— Combatteremo insieme! — gridò.
— No, non qui.
— Ma la cerimonia…
— Potrà essere terminata più tardi. Per il momento, l’importante è la tua salvezza, non il nostro futuro.
— Colwyn, pensaci. La nostra salvezza è posta nel nostro futuro.
— Riprenderemo fra poco — le disse dolcemente. — L’atmosfera è importante. — Si volse e chiamò un capitano della Guardia Reale. — Conducetela in un luogo sicuro.
— Il mio posto è fra i miei uomini, a combattere — rispose il capitano.
— Il vostro posto è dove ve lo ordino io! — Il capitano esitò un attimo, ma aveva sentito i due re unire i loro regni. Annuì seccamente. — Portatela via da qui e poi tornate — disse Colwyn. — E state pur certo che troverete ancora abbastanza Massacratori da combattere.
— Il mio posto è con te — insistette Lyssa. — Non intendo farmi dire dove devo andare, neppure da mio marito.
Colwyn cercò di dividere la sua attenzione fra la promessa sposa e il clamore sempre più intenso che proveniva da fuori:
— Mi ami?
— Sarò tua moglie. L’alleanza…
— Che il Buio e la Lunga Notte si prendano l’alleanza. — esplose Colwyn. — Mi ami?
— La dichiarazione di unità… Sì. Sì, ti amo, Colwyn.
Lui annuì e sorrise dolcemente. — Allora fallo per me. Vai col capitano. Conducilo tu, se non vuoi seguirlo, ma vai.
Lei scosse la testa, rassegnata. — Poco tempo per la saggezza e troppo per il panico. Farò quello che mi chiedi, ma è sleale da parte tua usare mezzi simili.
— Non importa se mi credi sleale. M’importa solo che tu sia al sicuro. — Si rivolse al capitano. — C’è una via sicura che porta fuori del castello?
— Una galleria sotterranea. — Colwyn si girò di scatto e scoprì che era stato Eirig, vicino a loro, a parlare — Raramente usata in tempi recenti. È la via migliore. — Parlò al capitano. — Gli ordini di Lord Colwyn devono essere eseguiti come se fossero i miei. Portate la principessa a Timrick. Vi manderemo a chiamare quando il castello sarà sicuro. Procuratevi una scorta adeguata.
— Sì, sire. — Il capitano corse a raccogliere alcuni uomini fra quelli che stavano ancora cercando di uscire.
Eirig abbracciò la figlia. — Abbiamo litigato spesso, noi due. Ho perso il conto delle volte che mi hai fatto arrabbiare. Però penso che tu abbia scelto bene il tuo uomo.
Colwyn si mosse a disagio. I complimenti lo rendevano nervoso.
— Abbi cura di te, figliola.
— Lo farò, padre.
— Presto — gridò Colwyn. I rumori del combattimento si stavano facendo più vicini. — Portatela via.
Eirig rivolse al capitano un cenno secco del capo. Il soldato salutò militarmente e porse la mano alla principessa. Lyssa la prese, e mentre si allontanava disse: — Torna da me, Colwyn!
— Non potrei fare altro — la rassicurò lui. Sentì una mano sulla spalla. Si volse e incontrò gli occhi del suocero.
— Adesso, ragazzo mio, è tempo di uccidere. I Massacratori sono più di quanto pensassi. Non temere per la tua donna. Uscirà sana e salva di qui. — Si schiarì la gola. — Non ti nasconderò che avevo più di una riserva su questo matrimonio. Molti erano d’accordo con me, e cercavano di screditarti ai miei occhi. Vedo ora che si sbagliavano. Come sempre, Lyssa aveva ragione. Vieni, e combatti al mio fianco.
— È un onore — disse Colwyn. Insieme, si diressero verso il cortile, dove la battaglia imperversava.
~
Una delle guardie imprecò, battendo la testa contro una trave del soffitto. Si vedeva solo a pochi passi di distanza, e gli uomini erano nervosi.
— Capitano — si lamentò uno — c’è ancora molto?
— La galleria passa sotto le mura, e sbuca lontano, fra le colline. Frenate la vostra impazienza. — Guardò la principessa. — State bene, mia signora?
— Benissimo, capitano — lo rassicurò Lyssa. — Ma non mi piace questo posto. Condivido l’inquietudine dei vostri uomini. Forse sarebbe meglio tornare indietro e cercare una via d’uscita meno stretta. C’è una finestra, sul retro della grande sala. Potremmo gettare una corda, e scappare da quella parte. Certo i Massacratori non sorveglieranno delle mura così scoscese.
— È rischioso, signora. Anche se credo che l’idea abbia i suoi meriti. Ma il re in persona mi ha dato ordine di prendere questa via, e devo obbedire.
— Capisco, capitano. — Scrutò il corridoio davanti a loro, come se potesse vedere più in là della sua scorta. — Tuttavia, mi sento a disagio qui.
— State sicura che presto usciremo…
Il Massacratore che piombò dall’alto interruppe il capitano a metà. Altri saltarono dalle travi, alle loro spalle, chiudendo la ritirata. Nello stretto tunnel, le esplosioni secche delle strane lance dei Massacratori si mescolavano con le grida d’agonia degli uomini. Quando erano gli assalitori a morire, lanciavano un solo urlo acuto, inumano.
Lyssa prese un pugnale e si appoggiò con la schiena alla parete. Era impossibile sia avanzare sia ritirarsi.
Mentre guardava, un Massacratore si staccò dalla battaglia e avanzò verso di lei. Lyssa brandi il pugnale, cercò al meglio di fare una finta, prima di colpire. Non fu abbastanza veloce.
Il pugnale graffiò appena il Massacratore, che si era scansato. Una mano d’acciaio le prese il polso. Lei cercò di liberarsi, senza guardare i buchi vuoti nella testa della creatura, dove avrebbero dovuto esserci gli occhi.
Altre figure massicce si mossero in aiuto della prima. Le venne strappato di mano il pugnale. Si sentì sollevare da braccia gelide, cercò con le dita gli occhi del catturatore.
Non c’erano occhi.
~
È ben strana la maniera in cui muoiono, pensò Colwyn, mentre menava grandi fendenti con la spada massiccia. Non faceva differenza dove venivano colpiti: alla gola, al petto, sulla testa; tutti morivano con lo stesso grido inumano, prima di cadere e disintegrarsi, a parte uno strano pezzo di carne che emergeva dalla carcassa e svaniva subito nella terra. Anche quando combattevano, sembravano più morti che vivi. Non lanciavano grida di battaglia, né si incoraggiavano l’un l’altro come gli uomini. Eppure combattevano insieme, comunicando in qualche maniera misteriosa, silenziosa, comprensibile solo a un Massacratore. E più ne morivano, più ne arrivavano, come se lo stampo in cui erano stati modellati potesse riprodurli all’infinito. I soldati combattevano con valore, ma c’è un limite a quello che può fare il coraggio. Quando un soldato cadeva, non c’era nessuno per sostituirlo. Quando cadeva un Massacratore, pareva che ce ne fossero due pronti a prendere il suo posto.
Perché adesso? si chiese. Perché proprio questa notte, questo attacco senza precedenti al Castello Bianco? Forse il destino ha voluto giocarmi la beffa più crudele, negandomi la gioia di quello che avrebbe dovuto essere il mio giorno più felice.
O forse c’era qualcos’altro, qualcosa che andava al di là delle apparenze? Qual era lo scopo vero dell’attacco, il vero obbiettivo al di là della semplice distruzione? In realtà sembrava che i Massacratori combattessero con un’insolita tenacia.
Intravide un viso pallido, un vestito, vicino al portale distrutto. Per la prima volta da quando la battaglia era iniziata, la furia cedette alla paura.
— Lyssa!
Lei lo sentì e alzò gli occhi verso di lui. Agitava inutilmente le mani libere. Era sulle spalle di un gigantesco Massacratore. Non c’erano tracce di sangue, e la forza con cui si divincolava gli fece capire che non era stata ferita. Era una cosa incoraggiante, e insieme no. Colwyn si impose di non pensare a quale sarebbe stato il destino di Lyssa se fosse rimasta preda dei Massacratori. Doveva essere freddo, determinato ed efficiente come mai. Lo doveva per lei, per sé, per il regno unito, per Krull. Mentre lei gridava il suo nome, Colwyn si concentrò sul compito di uccidere.
Si lanciò in avanti, aprendosi un varco verso Lyssa. Il primo Massacratore che gli si parò davanti ebbe la testa tagliata d’un sol colpo. Altri accorsero per fermarlo. Il baricentro della battaglia si spostò inavvertibilmente, come se l’obiettivo non fosse più la conquista del Castello Bianco, ma la separazione dei due promessi sposi.
Anche se era mezzo accecato dal sudore, Colwyn non si arrestò per fregarsi gli occhi. Continuò ad avanzare, la spada sempre più pesante fra le mani. D’improvviso, da una parte, vide suo padre circondato dai Massacratori. Nello stesso momento, vide Lyssa sollevata in aria. Un Massacratore a cavallo la prese in arcione davanti a sé e spronò la bestia verso il portale. Colwyn gridò il suo nome, ma questa volta non poté capire se lei lo senti.
Mentre cercava di dividere la sua attenzione fra Lyssa e suo padre, la fiammata di una delle strane armi lo colpi alla spalla. Barcollò, cadde sugli scalini. Il suo ultimo pensiero cosciente fu per il padre e per la fidanzata. L’ultima cosa che vide, fu il cielo notturno, indifferente, sopra di lui.
Poi venne la quiete, ma non gli portò alcun sollievo.
Il vecchio si nascose dietro l’albero, mentre la schiera di Massacratori passava al galoppo. Mai prima di allora avevano attaccato un grande castello. E avevano scelto proprio il Castello Bianco!
In verità, pensò, Ynyr, il Mostro, sacrifica senza risparmio i suoi servi, questa notte.
Strane cose stavano accadendo. C’erano stati segni per settimane, che l’avevano indotto a scendere dal suo rifugio in cima alle montagne.
In mezzo all’isteria della battaglia, il suo consiglio sarebbe stato inutile. Adesso poteva solo dirigersi tristemente verso il portale in rovina del castello, mentre l’ondeggiare del bianco abito della principessa diventava nei suoi pensieri una bandiera d’avvertimento.
Dovevano salvarla, naturalmente. La cerimonia nuziale non era stata completata. Non c’era stato il tempo, prima del rapimento. Ma non sarebbe stato facile.
Nessuna sentinella gli intimò di fermarsi dagli spalti, mentre si avvicinava. Nel cortile c’era un silenzio di morte. Solo le torce erano ancora vive, gettando il loro pallido bagliore sui corpi dei caduti.
Ynyr cominciò a cercare, paziente e rassegnato. Se Colwyn era perito con gli altri, allora tanto valeva tornare nella sua capanna sulle montagne, perché non ci sarebbe più stata ragione alcuna per continuare in quella fatica.
Quando finalmente trovò l’uomo che cercava, fu sorpreso e felice nello scoprire che un soffio caldo usciva ancora dalle labbra aperte. Era vivo, dunque. C’era ancora una possibilità.
Frugò nella borsa e ne estrasse fiale di unguenti. Li mescolò e applicò il balsamo sulla ferita del principe, poi la fasciò. Mentre lo curava, pensava a quale dovesse essere la mossa seguente. Ma non riuscì a trovare una risposta. Molto sarebbe dipeso dalla volontà di quel giovane che giaceva inconscio davanti a lui.
Colwyn, finalmente, mormorò qualcosa e si alzò come per un colpo violento. — Lyssa!
— E viva, mio giovane amico. Viva e, per quanto ne so, illesa. Il che è più di quanto si possa dire di te.
— Dove? — Colwyn cercò di guardare oltre i mucchi di cadaveri.
— Fermo. Lyssa è in un posto irraggiungibile… per il momento. Ma se agiremo con cautela, e faremo bene i nostri piani, forse potremo riuscirci.
— Dove? — Colwyn fece una smorfia, e si toccò la nuca.
— È come ti ho detto. Irraggiungibile.
— I Massacratori non combattono come uomini.
— E come potrebbero, dal momento che non lo sono? Non aspettarti alcun elemento di umanità in un Massacratore. E considerati fortunato. Quando ti ho trovato, in mezzo a questa carneficina, pensavo che fossi morto.
— Lyssa è nelle loro mani. Come puoi parlare di fortuna? Mi hanno rubato la vita.
— Allora dobbiamo darci da fare per riprenderla.
— Sì, se… — Esitò, scrutando il suo guaritore. — Chi sei tu?
— Mi chiamo Ynyr.
— Ho sentito parlare di te.
— Anche nella lontana Turold?
— I Saggi della mia corte hanno spesso pronunciato il tuo nome.
— E cosa dicono di me?
— Molte strane cose.
Il vecchio si limitò a sorridere. — Siediti, se te la senti. Con l’aiuto del vecchio, Colwyn si mise a sedere. Dopo un piccolo sbandamento rimase dritto senza bisogno di aiuto. — Hai preso un brutto colpo — gli disse Ynyr. — Ma la ferita sembrava peggio di quello che è. Hai perso un po’ di sangue, ma non tanto. Se fossi stato colpito un pollice più a sinistra…
Colwyn si toccò il punto dove la lancia del Massacratore l’aveva colpito. — Sta già guarendo?
Ynyr distolse gli occhi. — Conosco qualche arte. Ma dovrai stare attento nel cavalcare, per un po’, o la ferita si riaprirà.
— Sei sceso dalla tua casa sui Monti di Granito. Per quale scopo? Perché hai scelto questo momento per abbandonare il tuo eremitaggio?
— C’è bisogno di me ora.
— Per cosa?
Ynyr indicò con la mano la carneficina, da cui già cominciava a levarsi l’odore della morte. — Si sono messi in moto degli eventi che speravo non avrei dovuto affrontare ancora per un po’. Pare che a un vecchio non sia permesso di fare i suoi piani. Perciò devo rischiare tutto per rimettere le cose in ordine.
Colwyn scorse con gli occhi il cortile, e i corpi ammucchiati. La vista di tanta morte in un luogo solo servì a schiarirgli le idee.
— Nessun altro è sopravvissuto?
Ynyr scosse la testa. — Non ho visto nessuno, anche se forse altri hanno avuto miglior fortuna. È difficile credere che tutti quelli che hanno combattuto siano morti.
La mente di Colwyn si fissò su una sola, prorompente immagine. — Padre… — si liberò delle mani di Ynyr che cercavano di trattenerlo, e si alzò in piedi. — Padre!
Scostò brutalmente i cadaveri, frugando in quella rovina umana. Ynyr lo seguì da vicino, impaziente ma consapevole dei sentimenti del giovane. C’era ancora molto del ragazzo in quell’uomo, da cui tanto dipendeva.
Nella morte non resta molto per distinguere un re da un suddito. Ci volle un poco prima che la faccia pallida del vecchio re si mostrasse agli occhi del figlio. Il re di Turold stringeva ancora la spada nella destra.
Un riflesso metallico attirò lo sguardo di Colwyn. Allungò una mano e prese l’oggetto. Era il medaglione reale di Turold, che suo padre portava sempre, con le armi reali e l’onnipresente immagine del Glaiv, l’antico simbolo del potere. Lo fissò, contento di avere qualcosa da guardare che non fosse il viso di suo padre.
Una voce, bassa ma ansiosa, lo chiamò alle spalle. — Non c’è tempo ora per il dolore. Le lacrime sono un lusso riservato a coloro che contano poco. Quelli che hanno un destino da seguire devono pensare a come usano il loro tempo.
— Non farmi discorsi filosofici, vecchio! — La voce di Colwyn era aspra. Il dolore alla spalla era stato sostituito da un altro molto più forte, dentro di lui. — Tu non hai perso un padre e una moglie nello stesso giorno. E neppure sono diventato re nello stesso giorno. Colwyn cercò di ridere, ma non ci riuscì. La ferita era troppo profonda per l’ironia. Indicò invece il cortile, e i corpi ammucchiati, e disse con voce di scherno: — Che fortuna per te! Sono disposto a cederti tutto. Un regno? Io non ho nessun regno.
— Il tuo regno potrebbe essere più grande di quello che credi.
Colwyn ignorò il vecchio, giocherellando col medaglione. Quante volte, da bambino, l’aveva visto brillare sul petto di suo padre, e ci aveva giocato. Ora la sua bellezza sembrava falsa, la figura priva di significato.
— Mi hai stancato, vecchio. Le tue chiacchiere non mi interessano. Per quel che riguarda il mio regno, qualunque esso sia, te lo regalo.
Ynyr scosse tristemente la testa, con aria di disappunto. — Sono venuto a cercare un re, e trovo un ragazzo.
— Stuzzicami pure. Non m’importa. Preferisco giocare a fare il bambino, ora. Solo un uomo può sentire il dolore che mi pesa dentro. Quanto vorrei l’innocenza della fanciullezza! — Si volse, irritato con tutto, anche con se stesso, asciugandosi le lacrime. Non dovette farlo una seconda volta. Non poteva lasciarsi andare al dolore, perché gli rimaneva qualcosa, per quanto in quel momento non sembrasse che una pallida speranza.
— Lyssa…

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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11 risposte a [Novelization] Krull (1983)

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Su Krull lascio un solo commento: ❤

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  2. Cassidy ha detto:

    Cavolo mi manca questo film, sembra una cosetta che potrei gradire, grazie per la dritta e per la novelization 😉 Cheers!

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  3. Conte Gracula ha detto:

    Krull lo vidi verso i quindici anni e mi piacque molto, pur essendo una storiella molto classica.
    L’arma era proprio bella e stilosa e mi piaceva anche la svolta del finale, col “fuoco matrimoniale” per tirar giù il boss…
    Mentre era scioccante il ragno: affascinante il concetto dell’oracolo, ma quel ragnone mi faceva venire i brividi!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Oggi magari faranno ridere, ma i mostri di questo film erano belli tosti per l’epoca!

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      • Giuseppe ha detto:

        Se qualcuno ne ride può andarsene tranquillamente a fare in culo, per quanto mi riguarda: il ragno di cristallo con la sua tintinnante ragnatela faceva e fa la sua gran figura ancora oggi, così come il repellente Mostro nella sua interplanetaria fortezza di pietra con tanto di Massacratori dotati di armi a energia (ovvero, dove fantasy classico e science-fantasy vanno a braccetto)… e il triste ciclope Rell con l’amico mutaforma Ergo il Magnifico “piccolo di statura, grande come forza, limitato nei propositi e largo di vedute”, poi? Non li trovo invecchiati nemmeno di un solo giorno, così come l’arma del principe Colwyn 😉
        .

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ho sempre paura che i ricordi di infanzia siano trasfigurati dalla nostalgia, ma mi consola il tuo sacro furore! ^_^

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