Revenge (2017) Ramba 2, la vendetta

Si è già abbondantemente parlato in Rete del film di Coralie Fargeat, si è discettato e pontificato, e com’è usanza dopo venti giorni dalla sua uscita italiana del film si è dimenticata anche l’esistenza: è quindi il momento giusto per parlarne senza facili entusiasmi ed animi caldi.
Non mi interessa calare Revenge in un ambito sociale che non credo gli appartenga, e voglio sperare che l’autrice non abbia voluto mettere in piedi un’operazione paracula, cioè sfruttare gli infiniti scandali sessuali che riempiono il gossip quotidiano per “spingere” il proprio film.
Credo invece che si debba aspettare che cali il polverone delle chiacchiere da bar per gustarsi questa storia: una storia assolutamente anni Ottanta. Peccato sia nata nel 2017…

Coralie Fargeat
(Photo by Tommaso Boddi
© 2018 Getty Images)

Se Denis Villeneuve ci ha insegnato qualcosa, è che la modernità si basa totalmente ed unicamente sulla vuota apparenza: la superficialità è ciò che conta, il messaggero è il messaggio e buttare lì dei bei colori vince su tutto.
Il mio sospetto è che la Fargeat ambisca a quel tipo di inconsistenza ma ha un difetto: mentre Villeneuve è un semplice autore di screensaver, che altri chiamano film, la regista (canadese o francese, non sono riuscito a capire la sua nazionalità) ha qualcosa che oggi è squalificante. È una regista dalla visione cinematografica maledettamente potente abbinata ad una capacità di narrazione purtroppo a malapena sufficiente.
In pratica la Fargeat è come Paul W.S. Anderson: una regista geniale incastrata nel corpo di una sceneggiatrice non all’altezza. Ma non è famosa come Anderson e non può contare su orde di fan adoranti a prescindere.

Presentato al celebre Toronto International Film Festival il 10 settembre 2017 e portato in Italia da Koch Media il 6 settembre 2018 (fonte: ComingSoon.it), Revenge cade a fagiuolo per sfruttare l’ondata di sdegno gossipparo su “chi ha toccato chi”, e potrebbe sembrare che sia un film paraculo che dia manforte ai vari metoo. Dubito fortemente che sia così.
Gli anni Settanta hanno sconvolto il mondo per tanti motivi, uno dei quali è stata la distruzione di un valore millenario instillato nei maschi di ogni estrazione: d’un tratto, dopo diecimila anni, gli uomini hanno scoperto che alle donne non piace subire violenze, e addirittura se ne lamentano. La mente maschile ha così concepito quanto di più orribile possa esistere: una donna che si vendica delle violenze subite, con altrettanta violenza. È nato il genere Rape & Revenge, stupro e vendetta. Un genere inconcepibile in periodi precedenti semplicemente perché l’idea maschilista di sesso non sembrava prendere in considerazione la consensualità della donna.

Attrice e regista al Sundance
(Photo by Tiffany Roohani – Image courtesy gettyimages.com)

Il Rape & Revenge prevedeva l’utilizzo di ominidi che aprono la storia violentando la protagonista, subumani che non possono essere definiti “uomini” perché sarebbe un insulto al genere, e ovviamente questo forniva agli sceneggiatori un elemento preziosissimo: lo stupro è un atto così odioso ed immondo da provocare obbligatoriamente empatia, e lo spettatore subito parteggia per la protagonista, giustificando tutto quello che farà per vendicarsi. Di solito il problema delle sceneggiature è che il “buono” non può vendicarsi in modo superiore al genere di violenza subita, quindi gli sceneggiatori di solito devono fargli capitare le peggio cose perché il pubblico accetti ciò che seguirà e continui a considerare buono il “buono”.
Con lo stupro questo problema non si pone: non importa la modalità dell’atto e la dose di violenza utilizzata, è così spregevole che qualsiasi cosa farà la vittima sarà automaticamente giustificata. Ecco perché il genere ha avuto mano molto libera, nei violenti anni Settanta.

Non scomoderò titoli storici come L’ultima casa a sinistra (1972) o Non violentate Jennifer (I Spit on your Grave, 1978), capisaldi della violenza oltraggiosa che hanno dato vita ad un’ondata di inutili cloni incapaci di violenza – tipo il ridicolo Stupro selvaggio (1975) – perché siamo lontani dalla base di Revenge, che affonda le radici negli anni Ottanta.
Quindi la regista si rifà all’epoca in cui è nato L’angelo della vendetta (1981), il capolavoro di Abel Ferrara? Ancora no, perché all’epoca Abel poteva contare sul geniale sceneggiatore Nicholas St. John e poteva osare rovesciare il genere. La formula matematica “donna bella + stupro = vendicatrice ferita e sporca” viene stravolta, e la anonima e timida sartina Thana dopo l’orribile stupro diventa una femme fatale vendicatrice, che arriva ad usare il rossetto proprio per attrarre i maschi da punire.
No, siamo ancora lontani, e a questo punto il timore è che Fargeat non abbia minimamente pensato al Rape & Revenge, genere improponibile oggi perché parte sempre allo stesso modo: dalla messa in scena di uno stupro. E oggi non si può mettere in scena uno stupro.

Orecchini a stella e lecca lecca: gli anni Ottanta non se ne vanno più

Cosa fa allora l’autrice? Giustamente la violenza ce la fa immaginare, e fa bene: ciò che pensiamo avvenga alla povera Jen (interpretata dalla bella milanese Matilda Lutz che in questi giorni si è ribattezzata Matilda Anna Ingrid Lutz) è decisamente peggio di quanto potesse mostrarci. Però così ci allontaniamo dagli anni Settanta, che invece mostravano tutto (ma proprio tutto), ed entriamo negli Ottanta: nei coloratissimi Ottanta.

Da Milano a Los Angeles, il passo è breve

Così abbiamo la splendida fotografia di Robrecht Heyvaert che alterna il viola di un vetro, della maglietta e degli orecchini di Jen (a stella, proprio come quelli di una volta) all’ocra e marroncino del deserto, stagliato contro il ciano acceso del cielo. Tutto accentuato proprio come piacerebbe a Villeneuve.
Abbiamo un giumbotto (come lo chiamava Faletti nel “Drive In” anni Ottanta) blu portato per andare su una motocross che grida Ottanta con tutta la sua potenza.

Che c’è, non hai mai visto un giumbotto anni Ottanta?

Ma gli anni Ottanta hanno anche la finta violenza, è un decennio nato proprio per esorcizzare i Settanta e dire oh, buoni, basta con il dolore: la violenza va resa così esagerata così si capisce che è finta. È il decennio dei “super maschi” che sopportano tutto, di Rambo che si ricuce da solo le ferite e del «Non fa male, non fa male!» di Rocky.
È l’epoca in cui la parola d’ordine è “vendetta”, nata nel 1985 con Rambo 2 – La vendetta… ma è anche il decennio in cui è nata la parodia dello stesso personaggio. “Raimbo” (1986) della Edifumetto? No: “Ramba” (1988) della EPP.

L’immagine simbolo del film…

All’inizio Jen sembra una ragazzetta molto ingenua e superficiale, che sta con un uomo sposato credendo che lui la ami e sognando di essere “notata” a Los Angeles. Nel frattempo zoccoleggia con gli amici russi dell’amante e insomma, l’inizio è un classico Rape & Revenge dove la storia è scritta in modo da spingere lo spettatore a pensare “eh be’, ma così te la vai a cercare”. Il senso di colpa nello spettatore, per un pensiero così scorretto, è parte fondamentale di una sceneggiatura.

Questa storia potrebbe finire male…

No: questa storia finirà decisamente male…

Poi succede il “fattaccio” e Jen si trasforma in Ramba, dimostrando conoscenze di sopravvivenza estrema che probabilmente ha appreso nelle Forze Speciali, mangiando saette e cagando fulmini, perché dubito fortemente che le trovate della protagonista rientrino nel bagaglio culturale di base di una persona non addestrata appositamente.

Ti scateno una guerra che non te la sogni neppure… (cit.)

Quindi è un Rape & Revenge, no? Una violenza iniziale, anche se non mostrata, viene seguita da una spietata e minuziosa vendetta. È I Spit on your Grave 2.0, con sangue a iosa e corpi umani senza più nulla di sacro. Be’, all’apparenza è così.
In realtà è la compiaciuta costruzione di un corpo femminile alla Ramba, un’eroina palesemente implausibile che gioca a fare la dura con gli abitini giusti e le chiappe sempre in vista. Nulla di male, funziona, esattamente come funzionava Rambo coi muscoli guizzanti in vista e gli abiti strappati nel modo giusto. Sono culti della personalità costruiti ad uso e consumo di noi spettatori, che li apprezziamo eccome.
A 16 anni volevo scrivere un film molto simile a questo, perché la vendetta al femminile mi è sempre piaciuta: una vittima che il cacciatore crede inerme, perché donna, che invece poi si scopre essere “dura a morire”. E non è un gioco di parole: in questo film abbiamo piedi nudi e vetri rotti esattamente come in Die Hard (1988)!

Sono io che vengo a prendere te… (cit.)

Revenge è una prova registica da applauso, pieno di spettacolari invenzioni visive, pieno di colori e trovate di grande effetto, ma è tutta apparenza, è un film degli anni Ottanta senza però provenire da un passato violento da esorcizzare. È un film che cerca di essere cattivo senza sapere come farlo, e pensa che mostrarci ferite purulente faccia effetto. Non lo fa. Almeno non per chi abbia visto altri film di questo genere.
È la costruzione di un’eroina anni Ottanta con un simbolismo di grana grossa, e dietro la facciata dei corpi martoriati c’è in realtà un culto ossessivo del fisico, inquadrato continuamente ed esageratamente, sfruttando l’assoluta perfezione degli attori coinvolti, sia la protagonista femminile che quello maschile. Può solo sembrare che il massacro finale sia una destrutturazione del mito del corpo che il cinema propaga, ma è l’esatto contrario.
Quindi Revenge tenta di seguire la strada del decisamente più intrigante Savaged (2013), aggiungendo una regia spettacolare e una fotografia da applauso. Ma cambiando le premesse di base. Non più l’umiliazione del corpo ma la sua continua esaltazione, anche in negativo.

Una delle circa cento inquadrature simili, ripetute all’ossesso

Chi pensa che un film Rape & Revenge sia “dalla parte delle donne”, che dia voce e soddisfazione alle vittime, sta sbagliando: non è per questo che è nato il genere. Infatti sono solo le donne belle a vendicarsi, vestite in modo figo. È un genere maschile, esattamente come i fumetti porno di Ramba, perché ai maschietti le vendicatrici nude piacciono. È come una vecchia vignetta in cui delle galline guardano un pollo sul girarrosto e l’etichetta dice: “film horror”. Ecco, il Rape & Revenge è un film horror per maschi, perché la loro atavica convinzione di poter fare ciò che vogliono delle donne viene drasticamente messa in crisi. E se la protagonista è bella e si vendica con le chiappe al vento, a quanto pare è meglio…

Sì, vedo perfettamente il tuo impegno sociale…

Tutto questo per mettere in guardia chi voglia vedere in Revenge denunce sociali alla metoo: è solo un’ottima regia abbinata ad una sceneggiatura non proprio sufficiente, da gustarsi per le scene belle e patinate, con colori anni Ottanta alla Villeneuve. Non molto di più.

L.

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20 risposte a Revenge (2017) Ramba 2, la vendetta

  1. Austin Dove ha detto:

    Il primo fotogramma del film è ispirato a Lolita?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In effetti l’accoppiata occhiali/lecca-lecca sembra davvero uscire para para dal celebre poster del film di Kubrick del 1962, ma non so se sia voluta. Il lecca-lecca è quello a palletta, tipico anni ’80, così come gli orecchini a stella: temo sia solo un caso, in quanto il film cerca ossessivamente rimandi agli ’80 e Lolita appartiene ai Sessanta. Se la regista conoscesse il cinema italiano, penserei si stia ispirando al poster di “Miranda” (1985), dove Serena Grandi sfoggia occhiali molto simili 😛

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  2. Vincenzo ha detto:

    Lucius la tocca piano: Villeneuve fa screensaver, non film…😂😂
    Sto film me lo sono perso, ma era tra quelli che volevo recuperare, per cui ti ho letto con molta attenzione e alla fine credo che lo vedrò…
    Non sono un amante dei revenge movie, né tanto meno del rape & revenge che è un sottogenere del primo… Però mi ha incuriosito come uno stesso soggetto possa essere visto contemporaneamente come simbolo di battaglia femminista (il metoo) e di pruriginoso film sessista, con l’uomo che in fin dei conti intimamente ci gode a vedere la vendicatrice con le chiappette all’aria… e di come tu abbia fatto propendere la bilancia per questa seconda lettura (per quanto poco conosco il genere umano, credo correttamente)…
    P.s. ma poi quella sceneggiatura giovanile l’hai scritta o almeno cominciata? O è rimasto uno dei proverbiali sogni nel cassetto?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Fare screensaver è un’attività dignitosa e onorevole, e Villeneuve è un maestro in questo! 😀
      Scherzi a parte, troppo spesso abbiamo visto lotte sociali abbracciare film che non c’entrano niente e dare loro valori inesistenti nelle intenzioni degli autori: addirittura ho sentito dire che l’Halloween del 2018 è un film influenzato dal metoo, che è pura follia allo stato brado, visto che è identico ai dieci Haloween fatti nei precedenti 40 anni. Di solito chi vede del “femminismo” in un film è perché non ha presente i film precedenti e pensa che fino a ieri c’era solo maschilismo: almeno dal 1978 ci sono più final girl che prendono a calci i cattivi che cattivi presi a calci! Da decenni la donna tosta che prende il controllo è lo standard fisso, com’è che prima nessuno parlava di femminismo?
      Questo film non può mostrare ciò per cui il “rape and revenge” è diventato famoso, quindi deve limitarsi a strizzare l’occhio e a tirarla parecchio per le lunghe. Ci sono scene crude e toste, e il tutto con una regia davvero splendida e promettente, ma la sceneggiatura è debolissima e soprattutto… come fa ad essere femminista un film che inquadra costantemente le chiappe della protagonista?

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      • Conte Gracula ha detto:

        E non solo i film, direi: ricordi quando i movimenti circa-politici cercavano di accaparrarsi personaggi fantasy come testimonial? O le diatribe ridicole “fantascienza di sinistra e fantasy di destra”?
        Va bene che molte opere hanno pure un significato politico, ma da qui a dire che Il signore degli anelli o La storia infinita siano intrisi di valori del fascio…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Di sicuro grandi produzioni americane sono chiamate alle armi mascherate da altri generi: da Matrix a 300 passando per tutti i fantasy (o presunti tali) il messaggio è sempre lo stesso, la guerra è pace, per citare la previsione fatta da Orwell nel 1948. (Anche Harry Potter inneggia alla guerra! 😛 ) Dargli valenza politica temo sarebbe addirittura lusinghiero: è solo becera propaganda militarista proveniente da una cultura militarista che crea così il gusto delle prossime generazioni, che non considereranno la guerra sbagliata com’era considerata ai tempi del Vietnam. Destra o sinistra non hanno senso: nelle commedie italiane ci sono i peti e i tradimenti e nei film anglofoni c’è l’esaltazione della guerra: sono firme culturali…
        In Italia il cinema marziale negli anni Settanta era giudicato fascista perché erano i poliziotti a studiare quelle tecniche e la sinistra non li amava di certo. Poi però negli Ottanta tutti andavano in palestra e questo pregiudizio è sfumato. Ecco perché vedere in film stranieri una ideologia politica è sempre sbagliato, o quanto meno effimero.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      P.S.
      Il mio era un sogno giovanile, come quello di un film con tutti gli eroi del momento. Però nella mia testa aveva scene d’azione più forti, un mix fra Nikita e Sarah Connor in T2 ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        Beh, ti puoi sempre proporre per un Revenge 2 😉 Io nel frattempo, dopo aver letto la tua analisi sia del R&R in generale che di Revenge in particolare, cercherò finalmente di riuscire a vederlo, avendolo nel mio listone di titoli arretrati da mesi ormai (ed essendomelo poi pure perso al cinema, tra l’altro)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sono curiosissimo di sapere che ne pensi ^_^

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Visto e…lo rivedrei domattina. Da applausi la tua analisi storico-sociale del genere e condivisibile l’analisi del film solo che (o per l’appunto) me lo sono gustato nella sua spettacolare ed appariscente apparenza. Così il “Non molto di più” diventa “Tanta roba” 😉😉😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per noi “rambari – cioè amanti di storie con personaggi esagerati che si rialzano, trovano un arsenale e scatenano guerre vendicative – è sicuramente un film da vedere ma solo come tardivo e de-contestualizzato omaggio ad un genere del passato. Preferisco di gran lunga rivedermi “L’angelo della vendetta” di Ferrara, che è davvero la versione femminile del giustiziere della notte! 😛

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  4. Cassidy ha detto:

    Avrei voluto leggere la tua sceneggiatura per un film così 😉 Hai ragione, il film punta tantissimo sull’estetica, penso che il momento chiave sia la scena della fenice, volutamente esagerata, se non fosse stata per quella, i talenti da “Ramba” della protagonista sarebbero insensati, ma con quel momento in cui si sospende l’incredulità, credo che tutto possa essere un po’ più accettabile. Detto questo hai ragione, è un film pop che strizza l’occhio a “Lolita”, “I spit on your grave” e “Trappola di cristallo”, fosse uscito negli anni ’70 sarebbe stato cento volte più cattivo, oggi può essere solo, beh… Pop 😉

    Inoltre concordo, è stato caricato di fin troppi contenuti, ogni film con una donna protagonista, nel 2019 è associato al movimento MeToo, lo hanno fatto anche per l’ultimo “Halloween”, ignorando il fatto che Laurei e Mike sono in lotta da quarant’anni. Purtroppo chi scrive di cinema deve puntare ai titoloni a tutti i costi. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Titoloni del momento però, perché è pieno di film che potrebbero essere associati al metoo e non lo sono: forse hanno paura che il cittadino medio non li conosca e si perda il riferimento. Solo che quando sarà pasata la moda, quando nessuno si ricorderà più del metoo, cosa resterà di questo film, girato con un gusto in ritardo di trent’anni? L’indignazione sociale dura un attimo, bisognerebbe aspirare a qualcosa di un po’ più duraturo…
      Comunque è innegabile che visivamente sia un film-bomba, pieno di “rambate” e con una regia eccezionale, senza dimenticare una fotografia da urlo che di questi tempi è sempre più rara. Se però avesse avuto anche una sceneggiatura della stessa qualità, allora staremmo parlando di un film decisamente migliore.

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  5. Zio Portillo ha detto:

    Ho letto con moltissimo interesse il post e la ricostruzione storica di un fenomeno cinematografico che ha avuto il fiato piuttosto corto e che si è subito trasformato in qualcosa di altro. Peccato che questo “Revenge” non ho ancora avuto modo di vederlo!

    Però ho comunque letto le cose più disparate quando uscì. C’era chi lo stroncava in pieno, chi lo esaltava senza ritegno e chi lo inquadrava (e lo liquidava!) come un fenomeno direttamente derivato alle vicende di cronaca Hollywoodiana.

    Prometto che ritornerò a commentarlo appena lo avrò visto.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono curioso di sapere che ne pensi, quando lo vedrai. L’odore di “paraculata” è forte, ma i richiami al genere d’annata sembrano far pensare ad un’opera non legata agli scandali attuali.
      Di sicuro visivamente è un capolavoro, anche se – vedrai – certe scelte di sceneggiatura sono da mani in faccia 😛

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      • Zio Portillo ha detto:

        Strano che la mia compagna non me l’abbia già propinato. Di solito ‘sti film sono il suo pane! (tizia leggermente incazz@ta che fa una strage)

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  6. Il Moro ha detto:

    Non ho visto il film e nemmeno m’interessa, mi basta quest’ottima analisi!

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