Il sosia (2013) Faccia da “p”azzo

Sul blog Letture pericolose Federica ha lanciato l’iniziativa di dedicare questo febbraio 2019 al tema del “doppio” e dello “strano” (weird), il che mi fornisce l’occasione di vedere e ri-vedere dei titoli che accarezzavo da tempo.

Chi ha seguito la sit-com britannica “The IT Crowd” sa bene quanto sia irresistibile il londinese Richard Ayoade, schizzato prodotto di madre norvegese e padre nigeriano: il suo casco di capelli ricci e i suoi occhiali da nerd su un viso tutt’altro che impacciato hanno conquistato il piccolo schermo. E anche il grande, visto che Ben Stiller l’ha voluto per uno dei suoi tantissimi film fallimentari, Vicini del terzo tipo (2012). (In quale decennio tornerai ad azzeccare un film, Ben?)

(© 2015 Mike Marsland)

Mentre combatteva gli alieni al fianco di un gruppo di comici poco ispirati, Richard stava scrivendo il suo secondo film: dopo Submarine, nel 2013 adatta per lo schermo e dirige The Double, libera (anzi, liberissima) interpretazione de Il sosia (1846) di Fëdor M. Dostoevskij.
Fino ad oggi non risultano altre sue sceneggiature: ci sarà un motivo, no?

In realtà in un’intervista a “TIME” del 9 maggio 2014 il nostro Richard è modesto e dice che tutto il merito della storia è del suo co-sceneggiatore Avi Korine, che per primo ha avuto l’idea di adattare il celebre testo del Maestro di Pietroburgo. Non sarà invece un modo per sgravarsi la colpa?

Non ho trovato tracce di uscita nelle sale italiane, comunque l’unione di Sound Mirror ed Eagle Pictures porta il film nelle nostre videoteche il 27 luglio 2016, in DVD e Blu-ray, con il titolo Il sosia – The Double.

Un titolo che non punta sulla spettacolarità…

«Ricorderei il tentativo di riconoscere nella definizione e anzi nella teoria, sia pure implicita, del sosia o della maschera il tratto che più sottilmente unisce e nello stesso tempo più radicalmente separa Dostoevskij e Nietzsche; secondo Hessen, se Nietzsche nella maschera individua “la ragione del mondo”, Dostoevskij invece nel sosia vede la sua “caricatura diabolica”».

Sergio Givone, Dostoevskij e la filosofia (1984)

Sicuramente è un mio problema, ma trovo che Jesse Eisenberg abbia proprio una faccia da pazzo, con una “p” sostitutiva. Mi è capitato di vedere molti dei suoi film (voglio sperare di averne saltato qualcuno) e ogni volta mi ripeto: ma guarda lì che grandissima faccia da pazzo…
Quindi tecnicamente questa sua particolarità lo rende perfetto per portare su schermo una liberissima interpretazione del povero Goljadkin di Dostoevskij, il borghese impiegatuccio che d’un tratto vede arrivare un uomo misterioso, che gli somiglia e che sembra intenzionato a metterlo continuamente in imbarazzo con i tromboni con cui vorrebbe invece fare bella figura.
Però secondo me Eisenberg ha la faccia troppo da “p”azzo, per fare il pazzo…

Anche con gli occhi chiusi hai la faccia da pazzo, Jesse

Ayoade è un cineasta giovane ed entusiasta, per fare la rima, e viene palesemente colto da “raptus addizionante”: comincia ad aggiungere quando il vero regista è quello che sa togliere.
È come quando da ragazzini si cominciava a giocare con i soldatini alla guerra, si stendevano le basi della storia – uno sbarco, un attacco, una missione segreta – ma poi scattava qualcosa, e ai soldatini si aggiungevano i G.I. Joe, poi i Masters, poi i Transformers, poi i dinosauri e alla fine il vostro piede enorme che distruggeva tutto. Una storia semplice era cresciuta a dismisura fino all’autodistruzione.
Ecco, l’Ayoade de Il sosia soffre di questo problema: in una strana ansia da prestazione, comincia a buttare roba nel suo film sfidando la pazienza dello spettatore ma soprattutto il buon gusto.

Anche così, Jesse, sei una gran faccia da pazzo

La trovata base è di prendere il soggetto di metà Ottocento di Dostoevskij e “modernizzarlo” rendendolo kafkiano. (Ma poi, come diceva Aldo, questo Kafkia chi è?) E perché allora non lo modernizziamo ancora di più trasformando la vita d’ufficio in una perfetta resa filmica del 1984 (1948) di George Orwell? Oh, a questo punto modernizziamo ancora e buttiamoci dentro alcune scene salienti prese dal romanzo L’inquilino stregato (1964) da cui il film L’inquilino del terzo piano (1976) di Roman Polanski. Qualche spruzzata di atmosfera alla Brazil (1985) ce la vogliamo negare?
Bene, i G.I. Joe, i Masters e i Transformers li abbiamo messi in campo: ora mancano i dinosauri ma Ayoade preferisce un gorilla…

Cara, fra di noi… c’è un gorilla…

La cocente e devastante banalità con cui tutto si svolge, con cui questo Goljadkin dozzinale si aggira balbettando e con un vestito sformato negli ingranaggi kafkiani della burocrazia distopico-ucronica con scappellamento a destra è davvero deprimente: sembra la parodia distopica di una parodia ucronica. Che non vuol dir niente ma suona bene, esattamente come questo film.
Il didascalico compiacimento con cui si banalizzano centocinquant’anni di letteratura, quasi a farne un bignamino non si sa a favore di chi, non crea che fastidio. Ma ovviamente è niente di fronte a quella faccia da “p”azzo di Eisenberg che ricopre sia il ruolo del Fantozzi che del geometra Calboni dostoevskijani.

Fantozzi e Calboni nella versione di Richard Ayoade

Mentre volti noti si alternano a fare comparsate – compreso Chris O’Dowd, co-protagonista con Ayoade di IT Crowd – la scena è tutta per il fantozziano James che dice “come è umano lei” a tutti quelli (e sono tanti) che lo umiliano durante la storia, e relativa belva umèna Simon, suo misterioso sosia che invece è un gran fijo de ’na gobba, e – com’è ovvio – gli ruba l’amata Hannah (Mia Wasikowska).
Tutto fatto con compiaciuta banalità, assicurandosi che assolutamente nulla rimanga nel campo della sottigliezza o del simbolico: tutto deve essere così platealmente e spudoratamente chiaro che alla fine ci si chiede se Ayoade non sia il sosia di se stesso e stia facendo di tutto per sputtanarsi.

Il “colpone di scena” è così incredibilmente scontato – oltre che copiato di netto da un’opera decisamente migliore, e non è il romanzo di Dostoesvkij! – che fa male agli occhi e al cuore… ma mai come quella grandissima faccia da “p”azzo di Eisenberg! Ed essendo questo un film sul “doppio”, tocca pure sorbircene due.

Due facce da “p”azzo al prezzo di una!

Dispiace iniziare il ciclo con un il film di un autore troppo entusiasta per capire quando smettere di ripetere ovvietà e cominciare invece a togliere elementi. Probabilmente chi non ha mai visto i film che ho citato troverà addirittura interessante questo esperimento – diretto molto bene – ma al di là di questo a squalificare il film è l’indigestione di ovvietà didascaliche che ammazzano qualunque simbolismo. È come dipingere una mela, scrivere sotto che è una mela e gridare a tutti “ecco una mela”: come dicevo, aggiungere è autodistruttivo, il vero autore è quello che sa quando togliere.

L.

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17 risposte a Il sosia (2013) Faccia da “p”azzo

  1. benez256 ha detto:

    Ma Jesse Eisenberg, di preciso, perchè fa l’attore? Ha la mimica facciale degna del miglior Steven Seagal…

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  2. Conte Gracula ha detto:

    Più che la faccia da pazzo, secondo me ha un’espressione scazzatissima, come se fosse nel film di turno così, perché non sapeva cosa fare quel giorno e allora bon, vediamo dove ci porta la giornata ^^
    Dà l’impressione di essere molto rilassato.

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  3. Cassidy ha detto:

    Mi piace tantissimo questo tema del mese, non avessi già troppa carne al fuoco parteciperei, ma ti leggerò di sicuro di gusto, già questo primo post è uno spettacolo. Il paragone con il bambino che gioca rende perfettamente il senso del film scappato di mano. Il doppio Eisenberg deve essere stata una doppia tortura, in ogni caso gli hai scritto l’epitaffio, ha troppo la faccia da “p”azzo per queste parti del “p”azzo 😛 Cheers!

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  4. Kuku ha detto:

    Da applausi “la parodia distopica di una parodia ucronica”. Potrebbe essere un nuovo genere.
    Pure a me non piace Eisenberg e dire che l’ho visto solo in un film con Kristen Stewart, ma la faccia di entrambi mi è bastata per molti anni e mi basta per molti anni a venire.
    Mi sembra proprio quel genere di film con stranezza solo di facciata, cose buttate a caso perché sì.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ sicuramente un’opera entusiasta di chi vuole gridare “simbolismo” ad ogni fotogramma, dimenticandosi che il simbolismo non prevede didascalia. Sicuramente copia da opere grandissime, ma alla fine è solo uno scopiazzo.

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  5. Vincenzo ha detto:

    Wow, peccato essere presissimi con i candidati agli Oscar (chi ve lo fa fare, penserai giustamente tu😉), altrimenti avrei dato volentieri il mio contributo al “mese del doppio” da vero appassionato del tema e, in particolare, della filmografia di Brian de Palma, che sul tema del doppio ha costruito mezza carriera…
    Questo invece non l’ho visto, cercherò di recuperarlo…

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Non so che pensare, lo recupero o no? Merita vederlo? Non ho visto i film citati ma mi ispira ugualmente poco, per non parlare del doppio protagonista in oggetto. Te, che ormai conosci un po’ i miei gusti, come mi “indirizzeresti”? Meglio se mi sorbisco un film horror con protagonista Hulk Hogan e una spruzzata di zinnefilo? 🙂

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  7. Zio Portillo ha detto:

    Sto con Willy qua sopra: non capisco se vale la pena un recupero. L’idea mi parrebbe interessante ma a patto che stessimo parlando di una specie di “parodia”. Un film serio ma volutamente sopra le righe ed esagerato da risultare ultra grottesco e che ti fa sogghignare delle disgrazie di faccia da “p”azzo. Qua invece mi pare di capire che sono tutti maledettamente seri e che non c’è un briciolo di ironia o una seconda lettura. Boh… Sono spiazzato.

    Comunque bel tema. Voglio vedere che altre chicche saltano fuori.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ talmente didascalico che non c’è bisogno di seconde letture: una basta e avanza 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        E oltretutto, proprio riguardo a Dostoevskij, si sarebbe autorizzati a pensare che nel portare su schermo il suo povero Goljadkin in siffatta maniera, a guisa di scopiazzo, Ayoade e Eisenberg abbiano dimostrato di non averci capito un beneamato “p”azzo 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ho il forte sospetto che Dostoevskij fosse proprio l’ultimo dei loro pensieri, semplicemente volevano fare una “roba” piena di simbolismi grossi come una casa, buttando nel frullatore tutte le storie di futuri bbui che conoscevano – mi stupisce non ci siano pubblicità con testimonial asiatiche! – e fare quello che tutti i giovani vorrebbero (o dovrebbero voler) fare: un metaforone. Purtroppo così giovani non sono e il metaforone è venuto troppo grosso…

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