Chuck Norris 6. Good Guys Wear Black (1978)

È il momento per Chuck di portare in scena il suo film, e di brillare… in modo opaco!

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

1977, purtroppo non so essere più preciso. Siamo in un ristorante messicano di Hollywood. Chuck Norris, sua moglie Dianne e l’amico Larry Morales sono a cena con il giovane produttore Allan F. Bodoh e signora. Il nostro Chuck da anni fa capolino nel cinema ed ha in sala un film dove è addirittura protagonista, ma è roba di così basso livello che in pratica è come se non avesse mai lavorato in quell’ambiente. Allan non se la cava meglio.
È un giovane produttore che dal vivo sembra un ragazzetto alle prime armi – tanto che Chuck nella sua biografia gli toglie una “l” e lo chiama Alan! – ha prodotto qualche filmucolo e il suo recente L’ultima corsa (1977) con Henry Fonda è stato appena presentato a Cannes. Malgrado il suo curriculum sia stringato, Allan e Chuck si prendono subito in simpatia.

Un tizio di passaggio, ma che è passato al momento giusto

La serata va bene e alla fine Chuck fa lo sborone: «Lo pago io il conto!» Legge il totale e sbianca: ne deve ancora fare di film prima di poter affrontare un conto del genere.
Trascina in bagno l’amico Larry e insieme si svuotano le tasche: il totale serve giusto giusto per il conto e una piccola mancia. Vogliono impressionare il produttore, e fargli pagare la cena non sembra loro la mossa migliore.
Si va tutti a casa Norris, si ride, si scherza, bicchiere della staffa, guidate con prudenza, oh scrivi, eh? Non facciamo passare mesi prima di un’altra cena. Allan entra in macchina e saluta Chuck. «A proposito, non avevi un copione da darmi?»
Norris sbianca: con tutto quello che gli è costata la cena… si è dimenticato il motivo per cui è stata organizzata!

Ma… e il nome di Chuck? Eppure il film l’ha scritto nel 1974…

Corre in casa e ne esce con il suo copione, scritto a più mani nel 1974, e lo consegna al produttore, che mette in moto e se ne va. Quattro ore dopo, nel cuore della notte, il telefono di casa Norris squilla: è il produttore. «Ho letto il copione e lo amo!» Comprensibilmente, Chuck non riesce più a prendere sonno.
Iniziano i lunghi tentativi di coinvolgere investitori nel progetto, ma Allan scopre che nessuno vuole investire fior di dollaroni su quell’emerito sconosciuto che Norris è ancora per tutti gli americani, all’epoca.
Un giorno Chuck chiede al produttore: «Puoi riunire tutti gli investitori così che possa parlare loro?» Oh, non è che il nostro eroe vuole menare tutti quelli che gli hanno rifiutato soldi?

Visto il cognome, Chuck vi picchia a “librate”!

Probabilmente siamo nei primi mesi del 1978, quando cioè avviene la proiezione di prova di Vittorie perdute (1978) di Ted Post, il film di guerra con Burt Lancaster co-prodotto da Allan Bodoh. In quest’occasione infatti il produttore incontra molti investitori potenziali e li invita tutti nel suo ufficio. Ad un certo punto entra Chuck, che comincia a raccontare la trama del suo film e comincia a puntare sul karate.

«Capisco la vostra esitazione nell’investire in questo film, so che voi non mi conoscete, ma ci sono quattro milioni di praticanti di karate in America che invece mi conoscono. Sono stato il campione del mondo imbattuto per sei anni. Da quando mi sono ritirato l’unico modo che hanno i miei fan di vedermi in azione è sul grande schermo: se anche solo la metà di loro verrà a vedere il film, sono sei milioni di incasso su un investimento di un milione. Farete un mucchio di soldi!»

Chuck sì che sa come motivare la platea. Ed era anche fin troppo ottimista: non sapeva che i praticanti di arti marziali sarebbero cresciuti costantemente di numero e che i semplici fan del cinema marziale sarebbero diventati milioni in tutto il mondo: sta ancora volando basso!
Qualche giorno dopo Allan Bodoh presenta a Chuck il co-produttore Michael Leone, il quale offre al lottatore 40 mila dollari per interpretare il film che ha scritto. Visto che l’avrebbe fatto pure gratis, direi che è una proposta da accettare subito.

Iniziano i preparativi. Visto che Chuck è palesemente alle prime armi come attore, viene chiamato un cast di caratteristi affermati a circondarlo, e già che ci siamo assumono pure Jonathan Harris ad aiutarlo con le battute da pronunciare: in traduzione, ad insegnargli un minimo di recitazione.
Come regista Allan richiama Ted Post, grande onesto professionista che da poco ha diretto Clint Eastwood in Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan (1973). Ma Chuck ancora non sa che il cinema è un gioco di incastro, non un match.

Ci ho messo un’ora ad infilarmi questo cappello: che, devo pure recitare?

Per esempio il co-protagonista James Franciscus è stato chiamato ad altri impegni e quindi non può rimanere per tutta la durata delle riprese, ma al massimo due giorni: questo significa che in quei due giorni andranno girate tutte le scene in cui lui è presente. Cioè un ordine totalmente sballato rispetto al copione che Chuck aveva faticosamente mandato a memoria “in ordine”.
Primo giorno di riprese sul set, Norris scopre con orrore che Franciscus ha riscritto le proprie battute e quindi ora le sue risposte risultano sballate. Arrivati alla pausa per il pranzo, Chuck si ritrova addosso un giornalista, che in seguito scriverà che l’attore protagonista risultava apprensivo e nervoso già al suo primo giorno. Il commento di Chuck sarà: «Aveva dannatamente ragione!»

Primo giorno di riprese: da dimenticare

Venti ore di riprese filate come primo giorno di lavoro stenderebbero chiunque, figuriamoci un attore alle prime armi che si ritrova in un ambiente dove anche i ragazzi del catering sono attori migliori di lui: serve scorza dura per andare avanti e non mollare, e Chuck non molla. Incassa colpi fino alla fine, ma completa il lavoro della vita: nel giugno 1978 esce Good Guys Wear Black, il primo vero film di Chuck Norris.

Già nel 1978 c’erano i Men in Black!

Il film esordisce negli Stati Uniti nel giugno 1978, distribuito dagli stessi produttori dopo che nessun’altro si è dimsotrato disposto a farlo. Chuck stesso si è presentato ad ogni cinema che lo proiettava, di cittadina in cittadina, raccontando di sé, andando nelle scuole e dai giornalisti locali così come nelle TV del posto.

«Dopo qualche settimana di questo lavoro, facendo dieci o dodici interviste al giorno, ho imparato a raccontare la trama del film in ogni forma, dai trenta secondi ai tre minuti, a seconda del tempo che avevo a disposizione.»

In Italia la sua prima apparizione risale al luglio 1987, quando viene annunciata la sua uscita in VHS Vestron Video (Domovideo) con il titolo Commando Black Tigers, e con una trametta che denota la grande indifferenza giornalistica italiana verso il cinema d’azione:

«Un film d’azione ambientato nel mondo delle corse automobilistiche e sulle incantevoli piste di sci di Squaw Valley». (“La Stampa”, 28 luglio 1987)

Lode al giornalista, che è riuscito a sballare la trama pur citando vere scene del film. Comunque l’uscita in video nasce esclusivamente dal successo dell’attore e dalla relativa caccia all’opera prima da spacciare come novità. Dopo questa VHS il film scompare nel nulla, mai apparso in TV (o se l’ha fatto, non ha lasciato tracce), ed appare in DVD solo nel 2010, all’interno della collana da edicola “Chuck Norris: il mito” (Hobby&Works), che ovviamente ho acquistato per intero con dispendio di soldi non indifferente.

E faccelo un sorriso, Chuck!

Anno 1973, il Governo degli Stati Uniti sta trattando con il Vietnam per la pace, ma ogni discorso è funestato dal più grave dei problemi: i soldati americani ancora prigionieri nei famigerati campi vietnamiti. Il senatore Morgan (James Franciscus) accetta la vergognosa proposta vietnamita dal nome in codice “Scordàmmuc’o passato”: se gli americani smetteranno di chiedere indietro i prigionieri, dandoli per morti, sarà possibile fare la pace con il Vietnam.
Morgan ha due giorni di tempo prima della firma, e così decide di tentare l’impossibile: mandare una missione segreta in Vietnam a liberare quanti più prigionieri possibile prima dell’accordo di pace. E per farlo gli servono gli uomini migliori: quelli di un commando d’élite chiamato Tigri Nere.
So cosa state pensando: ma questo è Missing in Action (1984)! Quasi, ma è chiaro perché nel 1987 l’Italia abbia acquistato questo film, che ne è il primo “vagito”.

Non guardate i baffi… guardate l’uovo in mano!

John T. Booker (Chuck Norris) e i suoi uomini superaddestrati vanno in un boschetto e facciamo finta che sia il Vietnam, danno due calci ai vietnamiti ma qualcosa va storto: è come se il Governo americano li avesse abbandonati. Impiegheranno settimane a tornare in patria, mollando la squadra e disperdendosi.
Passano cinque anni e siamo a Riverside, California, eccoci ad una pista di corse automobilistiche, probabilmente la scena che ha visto il recensore de “La Stampa”. Tanto per “volare basso” il nostro Chuck si è ritagliato il ruolo di professore di storia contemporanea che gira in porsche e nel tempo libero corre nei circuiti di Formula1: da un momento all’altro ce lo aspettiamo entrare in una cabina ed uscirne con una “S” sul petto.

La tipica giornata del professore di storia

Finita questa inutile parentesi totalmente inverosimile, entra in scena Margaret (Anne Archer), giornalista che durante una festa a Washington ha raccolto le involontarie confessioni di un uomo della CIA che aveva alzato troppo il gomito. Sa della missione segreta e vuole i particolari, e mentre la storia d’amore procede secondo i dettami dell’epoca – cioè in modo lento e noioso – scopriamo che uno ad uno i membri delle Tigri Nere stanno morendo ammazzati: qualcuno non vuole che parlino della missione segreta. E se no che segreto è?

Giusto il minimo sindacale, per uno che si presenta come campione del mondo di karate

Quella che inizia è una classicissima spy story in versione “dilettanti allo sbaraglio”: Chuck evidentemente ama il genere, con il protagonista che gira il mondo, bacia la sua donna e sconfigge i cattivi, tanto da scriverne però in pratica una parodia. Non manca l’elemento asiatico, qui rappresentato dal mitico Soon-Tek Oh, caratterista dell’epoca che qui appare in alcune scene: non esageriamo con la presenza cinese, è pur sempre un film americano!
Ricordo che l’attore coreano (che ovviamente in America ha ricoperto ogni etnia asiatica possibile!) è l’unico altro allievo noto del maestro ninja Lee Van Cleef: parlo ovviamente della mitologia serie TV “Master Ninja”, tormentone degli anni Ottanta di Italia1.

Soon-Tek Oh, volto che all’epoca trovavate ovunque

Chuck strafà con l’esultanza tipica dell’esordiente, sebbene il suo nome non risulti nei crediti della sceneggiatura. I casi sono due: o il copione che si è fatto scrivere nel 1974 faceva talmente schifo che l’hanno riscritto daccapo, soggetto compreso, o hanno preferito non far risultare il suo nome per ragioni di decenza.
Fatto sta che la trama grezza non sarebbe un problema, se l’esecuzione non fosse di quelle tipiche della serie Z dell’epoca. Il confronto finale con Franciscus poi è da mani in faccia: mezz’ora di chiacchiere a spiegare un mistero di cui non frega niente a nessuno, anche perché già lo si è capito nei primi cinque minuti di film.

Però a James Bond non gli mettevate questi cappelli!

Potreste dire che è ingiusto giudicare oggi una rozza opera prima di quarant’anni fa, quindi vi riporto un giudizio molto più autorevole. Una volta finito il film, infatti, Chuck invita l’amicone Steve McQueen a vederlo. Dopo cena, gli chiede cosa ne pensi, ed ecco l’onesto consiglio di Steve, almeno stando alle parole dell’autobiografia di Chuck:

«Non è male, ma lasciati dare un consiglio. Hai fatto raccontare cose che si erano già viste sullo schermo. I film sono visivi, non ripetere a parole qualcosa che il pubblico ha già visto.
La prossima volta lascia che gli altri attori riempiano la vicenda. Quando c’è qualcosa di importante da dire, sarai tu a dirla e – credimi – il pubblico se ne ricorderà. Ma se tu parli tanto per parlare, alla fine dimenticheranno quello che hai detto. […] Leggi con attenzione i tuoi copioni, e se non ti piacciono le tue battute va’ dal regista, e convincilo a lasciarti dire il meno possibile: rendi memorabili le tue battute.»

«Make your lines memorable»: possiamo dire che lo stile di Norris è tutta colpa di Steve McQueen: da allora, Chuck parlerà molto poco…
Davanti alle critiche che ovviamente hanno massacrato Chuck, McQueen tira fuori di nuovo parole illuminanti:

«Guarda, se i tuoi film incassano, continuerai a lavorare; se riceverai le migliori critiche del mondo, ma i tuoi film fanno fiasco al botteghino, sarai disoccupato. L’unica cosa di cui ti devi preoccupare è il pubblico: se i tuoi film piacciono, avrai una lunga carriera.»

Come non essere d’accordo? Difficilmente troverete una critica entusiastica di un qualsiasi film di Chuck Norris, ma state sicuri che i prodotti hanno venduto, eccome. E vendono ancora, visto che alcuni titoli scelti passano regolarmente in TV.

Chuck… spacca!

Commando Black Tigers è una spy story con un paio di tecniche marziali, com’è tipico degli anni Sessanta. Ora però ci vorrebbe una storia molto più marziale… e sta per arrivare.

Chuck e il fratello Aaron addirittura risultano come “coreografi”

L.

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14 risposte a Chuck Norris 6. Good Guys Wear Black (1978)

  1. Cassidy ha detto:

    No vabbè, ma “Good Guys Wear Black” è un titolo fighissimo, una roba da autobiografia 😉 Il film davvero ha dei principi di “Missing in action”, forse Chuck, che teneva così tanto a questa sceneggiatura, quando ne ha avuto l’occasione, è tornato a riproporla con più mezzi, in un momento della carriera in cui era più famoso. McQueen era quello che chiedeva ai suoi registi di tagliare via la battuta e dargli un primo piano, Chuck Norris è a tutti gli effetti una sua creatura, fantastico aneddoto! 😉 Cheers

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  2. Kuku ha detto:

    ahahahhaa, ma il venerdì è la giornata della sghignazzata! Oddio che ridere, già alla prima frase del brillare in modo opaco!
    E poi il professore di storia, ma dai! E inoltre, ci vogliono 3 minuti per raccontare la trama di questo film? Credo che i 30 secondi sono più che sufficienti!
    E poi lui che si dimentica di dare il copione al produttore! Ma dai, è tutto bizzarro. Vogliamo il film di tutta questa storia, ma sceneggiato da te perché secondo me il libro di Chuck non è così divertente.
    Mi immagino la faccia di Steve McQueen mentre guardava il film…

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    L’immagine di Chuck col cappello e la recensione della Stampa mi hanno quasi steso…ma poi mi sono ripreso e sono andato avanti 🙂
    Comunque, con tutta la grezzitudine e i difetti parrebbe un film che suscita una qualche simpatia, alla fin fine, no?

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Oddio, onestamente proprio no. E’ fatto davvero in modo dilettantesco – malgrado il regista fosse all’apice della sua carriera – e sembra quasi uno dei terrificanti filmetti televisivi che anni fa beccavi nei canali locali.
      E’ un buon prodotto per capire l’evoluzione di Chuck, questo sì 😛

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