[Novelization] Alita. Angelo della battaglia (2019)

La Sperling & Kupfer, storicamente attenta al genere novelization, porta in libreria il romanzo tratto dal film omonimo di Robert Rodriguez, con sceneggiatura di James Cameron e Laeta Kalogridis. Lo trovate anche in eBook, ad un prezzo non certo “amico”…
La traduzione è di Elena Cantoni e Antonio David Alberto.

Per i dati tecnici del romanzo, ecco la Scheda di Uruk.


Alita. Angelo della battaglia


1

La città sospesa di Zalem era più bella al tramonto. Così diceva la maggior parte delle persone. O, perlomeno, così pensava che si dicesse la maggior parte delle persone. In realtà Zalem, che fluttuava a mezz’aria come il trucco di un prestigiatore, era incredibile a ogni ora del giorno e della notte. Sembrava quasi un reame mitologico — El Dorado, il regno del Prete Gianni, Camelot o la lontana Thule —, tranne per il fatto che non era perduta. Chiunque nella Città di Ferro poteva vederla. Bastava alzare lo sguardo: un perfetto cerchio di otto chilometri, sempre presente e irraggiungibile.
La popolazione del suolo sapeva solo tre cose della città sospesa: 1) che la Fabbrica della Città di Ferro serviva al sostentamento di Zalem e inviava rifornimenti di cibo e beni lavorati attraverso lunghi tubi che assomigliavano alle zampe sinuose di un ragno; 2) che da quei tubi non si poteva raggiungere Zalem — salivano solo le provviste, mai le persone; e 3) che per nessuna ragione dovevi trovarti sotto il centro esatto di Zalem se non volevi finire schiacciato dalla spazzatura, da rifiuti e rottami in generale che senza alcun preavviso venivano buttati giù dal largo e malridotto buco di scarico che si trovava nella parte inferiore del disco.
Così stavano le cose e nessuno aveva memoria di niente di diverso. Tanto tempo prima c’era stata una Guerra contro un Nemico, che aveva lasciato il mondo in quella triste situazione, con la popolazione del suolo costretta ad arrabattarsi per mettere le mani su qualunque rottame potesse essere riattivato o ricostruito, mentre Zalem rimorchiava ogni tipo di ricchezza Nessuno aveva il tempo o la voglia di chiedersi come si vivesse prima della Guerra: erano tutti troppo impegnati a cercare di tirare avanti per potersi interrogare sul passato.
Il cyber-chirurgo Dyson Ido era una delle poche persone della Città di Ferro ad avere una conoscenza approfondita della storia: la Guerra, la Caduta e il motivo per cui delle dodici città sospese originarie era rimasta solo Zalem. Tuttavia in quel momento, mentre il sole tramontava su un altro lungo giorno trascorso a curare i pazienti della sua clinica, Ido non stava pensando al passato. Stava scavando nella pila di rifiuti di Zalem, in una zona intermedia tra il centro e il bordo della discarica, in cerca di qualcosa di recuperabile.
La continua caduta di nuovi rifiuti e la regolare attività degli spazzini portavano alla luce oggetti sempre nuovi e a volte il materiale che era rimasto sepolto in prossimità del centro poteva riaffiorare. L’area che Ido stava perlustrando spesso nascondeva pezzi che potevano essere riparati o ricostruiti — a volte addirittura bastava una semplice ripulita, gli abitanti di Zalem erano una manica di spreconi — ed era abbastanza lontana dal punto di scarico da permettere al dottore di muoversi senza correre il rischio di restare schiacciato dai nuovi arrivi. Sempre ammesso che nessuno buttasse giù una casa intera… Ma una cosa del genere non si era ancora verificata, o almeno non tutta in una sola volta.
Ido concludeva molte delle sue giornate tra la spazzatura, usando uno scanner portatile per captare l’attività elettronica o biochimica proveniente da frammenti di tecnologia ricaricabile. Un osservatore dall’occhio particolarmente attento avrebbe notato che, per quanto malconcio, il suo cappotto era bello, troppo bello per la Città di Ferro. Indossava poi un cappello vecchio stile, che su qualsiasi altra persona sarebbe sembrato una patetica ostentazione, ma che su di lui invece era perfetto, visto il suo portamento. Il modo in cui camminava faceva pensare a un uomo istruito, importante, che era finito lì in seguito a scelte sbagliate. Ma nessun osservatore avrebbe mai potuto immaginare che un tempo avesse vissuto nel lusso e nel privilegio e che, dopo aver perso tutto, si fosse ridotto a farsi strada tra i rifiuti di un mondo migliore.
A Ido la sua precedente esistenza gli sembrava estranea quanto quella Guerra di cui nessuno serbava più alcuna memoria. Di lui si sapeva solo che era un ottimo cyber-chirurgo e che offriva i propri servizi dietro un’offerta libera. Cosa che i suoi pazienti consideravano un miracolo paragonabile quasi alla stessa città sospesa, ma mille volte più utile. I cyborg che si affidavano alle sue cure gli erano riconoscenti e lui era felice che non gli avessero mai chiesto come avesse acquisito le proprie abilità, da dove venisse o come si fosse fatto quella piccola e pallida cicatrice sulla fronte. Ma in fondo tutti nella Città di Ferro avevano cicatrici, oltre a un passato di cui non volevano parlare.
Ido si fermò per sollevare una mano di metallo corrosa. Non appena se la mise nella borsa a tracolla, notò un occhio di vetro annidato nell’orbita di un teschio di metallo bruciato. Il bulbo era perfetto, senza la minima crepa. Come aveva potuto salvarsi dentro un involucro così malridotto? Il dottore si chinò in avanti per osservarlo più da vicino e capì che non apparteneva a quel cranio, ma che ci era rotolato dentro per caso. Molte cose accadono per caso. Se non fosse arrivato al momento giusto, forse l’occhio e il cranio sarebbero finiti sotto la pila di rifiuti di Zalem e non sarebbero più riaffiorati in superficie. Oppure, a causa di una vibrazione, l’occhio sarebbe potuto fuoriuscire dal teschio e finire schiacciato dagli spazzini senza che nessuno se ne accorgesse.
Ido si alzò e si guardò intorno, incerto se continuare finché c’era ancora luce o provare a dormire qualche ora. La maggior parte degli spazzini era tornata a casa, erano rimasti solo i più disperati e duri, quelli che continuavano a sperare di trovare un vero tesoro. Era possibile, per esempio, che un anello di diamanti fosse caduto dalla mano di un’aristocratica di Zalem per poi finire per sbaglio nell’immondizia. Certo, si trattava di un’eventualità improbabile, ma non impossibile.
Venderlo nella Città di Ferro per almeno metà del suo valore, quello era impossibile.
Ido si concesse una risatina e tornò a riflettere sul da farsi. Zalem aveva scaricato circa un quarto d’ora prima e, malgrado non ci fosse un intervallo preciso, di solito passavano una ventina di minuti tra un arrivo e l’altro. Di solito però non voleva dire sempre. Ido doveva decidere se tentare la sorte. In genere non correva rischi: era l’unico dottore che la maggior parte dei cyborg della Città di Ferro poteva permettersi e prendeva molto sul serio il proprio lavoro. Tuttavia era anche per quel motivo che stava prendendo in considerazione di affrontare il pericolo. Il centro non era stato ancora passato al setaccio, quindi aveva la possibilità di trovare qualcosa di utilizzabile, in particolare meccanismi. Aveva bisogno di altri meccanismi. Aveva sempre bisogno di altri meccanismi.
Non aveva ancora deciso cosa fare quando accaddero due eventi: notò qualcosa semisepolto nel pendio a circa tre metri da lui e sentì lo scanner che teneva in mano pulsare come non mai. Rimase immobile per un momento. Se i suoi occhi non erano tratti in inganno dalla luce del tramonto — e se lo scanner non stava segnalando gli ultimi circuiti morenti sotto i suoi piedi —, forse aveva trovato qualcosa di molto più prezioso di mille anelli di diamanti.
Senza distogliere lo sguardo dalla sagoma, avanzò lentamente, sperando di non ingannarsi. Quando la raggiunse, capì di non essersi sbagliato, era tutto vero e l’aveva trovata per caso Ma, come ogni scienziato semirispettabile, sapeva che il caso favorisce le menti preparate.
Si inginocchiò e cominciò a scavare nella spazzatura, con cura, come un archeologo in cerca di antichi reperti. Dopo qualche minuto, si mise a fissare la sua scoperta. Era il viso di una giovane donna, talmente bello e angelico da sembrare uscito da un sogno. Ma Ido sapeva che quella era la realtà: a confermarlo c’erano escrescenze e spigoli appuntiti che gli graffiavano le gambe, la schiena che gli faceva male.
Quello non era il suo viso, quello che avrebbe tanto desiderato rivedere, ma avrebbe potuto esserlo. Sembrava così serena, con le palpebre chiuse e un sorriso appena accennato sulle labbra, come se stesse sognando qualcosa di meraviglioso. Solo gli strappi nella pelle alla base del collo, sul lato destro della mandibola e sopra l’occhio sinistro, lasciavano intuire il fatto che fosse una creatura sintetica.
Ido si chinò e cominciò a liberarle il collo dai detriti. Il lavoro procedeva a rilento perché le mani gli tremavano e spesso doveva fermarsi per calmarsi. Alla fine scoprì il nucleo cibernetico: la parte superiore del torace, una spalla, la colonna vertebrale metallica e la cassa toracica con il cuore bianco, perfetto, che tremava a ogni lento battito.
Esitante, le appoggiò lo scanner alla tempia e la osservò, ipnotizzato, mentre i grafici confermavano che era ancora viva. «Sei viva», disse Ido, senza accorgersi di aver parlato ad alta voce.
Non poteva lasciarla li un momento di più. La prese, la estrasse dalla spazzatura, sollevandola alla luce del sole morente, e si chiese come fosse stato possibile che qualcuno l’avesse buttata via come una bambola rotta. E avvertì qualcosa che non aveva più sentito dalla nascita di sua figlia, qualcosa che — dopo che lei era morta — pensava che non avrebbe più provato.

2

L’infermiera Gerhad aveva appena sostituito gli strumenti chirurgici attaccati al suo braccio cibernetico con una mano umana. Si stava preparando per tornare a casa quando sentì la porta aprirsi e poi richiudersi. Malgrado Ido avesse passato tutto il giorno a prendersi cura dei suoi pazienti e barattare parti, era voluto andare nella discarica per vedere cosa riusciva a trovare nelle cataste di rifiuti senza fare caso a lei, che gli aveva detto di essere troppo stanca per accompagnarlo. In ogni caso non era brava a rovistare quanto lui, nemmeno quando era riposata. Dipendeva dall’effetto che le faceva: la sola idea di scavare tra i rifiuti di un mondo che non poteva raggiungere (e che probabilmente era migliore del suo) le faceva perdere la voglia di vivere. Anzi, a dirla tutta, le faceva desiderare di morire.
Non che avesse mai conosciuto qualcosa di diverso. La sua famiglia aveva sempre abitato nella Città di Ferro e la maggior parte dei suoi parenti era ancora lì. Uno o due avventurosi avevano deciso di andare via a cercare fortuna, ma da allora non li avevano più sentiti. E Gerhad pensava che quel silenzio non promettesse niente di buono. Non aveva mai preso in considerazione la possibilità di seguire il loro esempio: per quanto ne sapeva, le Terre Desolate non assumevano infermiere e dubitava che ci fossero altri Dyson Ido lì fuori. Sicuramente non ce n’erano nella Città di Ferro, a meno di contare la regina di ghiaccio, cosa che lei di certo non faceva.
Preferiva non pensare alla ex di Ido, e non l’avrebbe fatto nemmeno quella sera se non fosse stato per quello che il dottore aveva trovato. Dal modo in cui era corso su per le scale, Gerhad aveva immaginato che avesse una borsa piena di meccanismi. Servivano sempre più meccanismi. Invece…
Ido aveva trovato un nucleo cibernetico e l’aveva fissato alla cornice stereotassica. Un nucleo cibernetico… A parte una borsa piena di diamanti, quella era davvero l’ultima cosa che Gerhad si aspettava che il dottore sarebbe riuscito a scovare. Se ne avesse trovato uno abbandonato che dimostrava l’esistenza di una persona, avrebbe fatto la stessa cosa. Ma aveva riconosciuto il viso. Sembrava impossibile, invece era accaduto davvero, e di sicuro era stata una sofferenza per il cuore del dottore. In realtà, non era sicura di come fosse andata, visto che tutto era successo tanto tempo prima, ma la vita può essere davvero curiosa.
Dopo aver assicurato il nucleo cibernetico alla cornice, Ido era corso nel seminterrato. Gerhad sapeva cosa stava cercando, ma le si mozzò il fiato quando lo vide portare con sé quello che sembrava il corpo di una ragazzina. E lo era, l’aveva costruito lui stesso. Ma quella ragazzina non l’aveva mai potuto usare e il dottore lo aveva fatto sparire tanti anni prima. Gerhad era sconvolta mentre lo guardava posare con cautela quel corpo sul tavolo operatorio vicino al nucleo cibernetico.
Era bellissimo e si capiva che era la manifestazione di un amore profondo. L’infermiera comprendeva perché Ido lo avesse impacchettato anche se nuovo, ma aveva anche pensato che fosse uno spreco non usare una simile opera d’arte. Per un po’ aveva sperato che un giorno il dottore avrebbe lasciato che qualcun altro beneficiasse della sua creazione. Ma se l’avesse fatto avrebbe significato che Ido stava guarendo, e la guarigione era una cosa che non si sarebbe mai concesso.
Ido si preparava all’operazione, allontanando l’infermiera ogni volta che cercava di fare qualcosa di più della semplice sterilizzazione degli strumenti. Mentre ricalibrava le braccia robotiche si voltò all’improvviso a guardare il nucleo addormentato. Dopo essere stati immersi due ore in una soluzione preoperatoria per nutrienti cerebrali, gli occhi avevano cominciato a muoversi dietro le palpebre chiuse. Mentre il processo di risveglio andava avanti, lei assomigliava sempre di più alla ragazza dell’ologramma, quella che Ido fissava tantissime volte al giorno, ogni giorno.
Il dottore andò verso la cornice e le accarezzò la guancia. «Che cosa stai sognando, piccolo angelo?» chiese. Era da tempo che Gerhad non sentiva tanta tenerezza nella sua voce e rimase ancora più stupita quando si accorse che Ido aveva gli occhi lucidi.
Poi lui si mise a sistemare la postazione da lavoro per la microchirurgia, eseguendo diagnostiche e ricontrollando le braccia robotiche. Non le disse nulla, ma non ce n’era bisogno. Gerhad era un’infermiera specializzata in cyber-chirurgia. Sapeva sempre cosa fare
*
Non furono le ventiquattro ore più lunghe mai passate da Gerhad in sala operatoria, ma di sicuro le più intense. Ido sembrava come posseduto, lavorava alla microchirurgia delle braccia e allo stesso tempo le chiedeva di leggere i dati che comparivano su una decina di schermi diversi, solo perché non aveva abbastanza occhi per fare tutto da solo. Lei non aveva idea di come riuscisse a seguire tutto mentre era impegnato in operazioni tanto complesse. Ma il dottore era semplicemente eccezionale e in molte occasioni Gerhad era rimasta senza parole davanti alla vastità e precisione delle sue capacità.
E quello era proprio uno di quei momenti, pensò mentre guardava quelle braccia chirurgiche che sembravano eseguire una coreografia ideata da Ido. In realtà il dottore non aveva bisogno di controllare l’operato degli strumenti: era stato lui stesso a progettarli e costruirli e non avevano mai malfunzionamenti, a meno che non venissero colpiti con dei martelli, e certe volte nemmeno in quel caso. Ma era più forte di lui: doveva assicurarsi che tutto andasse per il verso giusto. Gli strumenti di microchirurgia portavano a termine procedure che le sue mani, per quanto ferme ed esperte, erano troppo grandi per svolgere; erano delle estensioni del suo corpo e lui doveva assistere alla connessione di ogni vaso sanguigno, ogni fibra muscolare, ogni nervo.
Ido si girò verso l’infermiera e annuì in modo quasi impercettibile. Gerhad prese due sacche dal frigo. Una era piena di sangue umano standard biologico, mentre l’altra — grande almeno il doppio — conteneva cyber-sangue blu iridescente. Ma in quel caso era improprio parlare di sangue. era molto più utile in un corpo cyborg, dato che utilizzava nanomacchine anziché globuli bianchi o rossi. Avendo solo un braccio cibernetico, Gerhad non ne avrebbe avuto bisogno quanto la ragazza per l’operazione di Rimpiazzo Totale.
L’infermiera piazzò le sacche nei trasfusori e ne regolò il flusso. Il dottore doveva solo azionarle, mugugnò un grazie e la congedò con un cenno della testa, ma solo temporaneamente; si aspettava che rimanesse pronta in attesa di nuove indicazioni. Un tempo Gerhad non avrebbe tollerato quel tipo di atteggiamento. Non lo avrebbe sopportato nemmeno allora, se al posto di Ido ci fosse stato qualcun altro.
*
Quando aveva incontrato Dyson Ido, Gerhad era a letto, aveva appena subito un’operazione e piangeva per la carriera che aveva perduto insieme al suo braccio. Aveva capito subito chi aveva davanti: tutti all’ospedale conoscevano il dottor Ido per il suo lavoro con i pazienti cyborg, lei stessa aveva suggerito la sua clinica ad alcuni di loro.
Quando il cyber-chirurgo le aveva detto che non solo avrebbe potuto continuare a lavorare come infermiera, ma che sarebbe addirittura migliorata, aveva pensato che si trattasse di un’allucinazione causata dagli strani antidolorifici che le avevano somministrato. Un’eventualità non così remota: Gerhad faceva parte del personale ospedaliero e sapeva bene che la Fabbrica stava diminuendo la fornitura di medicine. La situazione era talmente disperata che la farmacia aveva iniziato a cercare fonti di produzione alternative. Il risultato? Le persone che erano entrate con ossa rotte erano uscite strafatte, mentre quelle che soffrivano di emicrania passavano le notti ai rave e a baciare chiunque capitasse loro a tiro. Stranamente, non c’era stata alcuna lamentela, ma non avevano neanche trovato una soluzione.
La Fabbrica aveva promesso di sistemare le cose, ma ci stava mettendo un bel po’. La caposala aveva detto loro che potevano solo sperare in tempi migliori e aveva pregato i colleghi di non farsi male.
Alla fine del turno, appena tre ore più tardi, Gerhad era uscita dalla porta principale dell’ospedale proprio mentre un gyro fuori controllo si portava via l’ingresso, tutte le finestre, una decina di piante sospese, qualche segnale di divieto di sosta e il suo braccio sinistro.
La donna era rimasta cosciente, malgrado ci fossero alcuni vuoti nella sua memoria. Stava uscendo sul marciapiede dalla porta dell’ospedale e un attimo dopo era a terra in mezzo a vetri rotti, macerie, grumi, sporcizia e vasi ribaltati. Ricordava di aver capito che il suo braccio non c’era più e, con esso, anche il suo lavoro.
Spesso fare l’infermiera non era come Gerhad se l’era immaginato. C’erano troppe persone che venivano ricucite e che non riuscivano a smettere di fare gli stessi errori, dolori ai piedi che risalivano fino alle anche e più vomito di quanto si potesse mai immaginare Ma c’erano anche giornate positive in cui incontrava qualcuno che rifiutava di arrendersi o che quantomeno non fosse il peggior nemico di se stesso. E c’erano i bambini, quelli che non erano ancora cresciuti troppo in fretta.
La paga non era granché, anzi faceva proprio schifo: avevano bisogno di personale, quindi non licenziavano nessuno e tagliavano sugli stipendi. Sempre con le sincere scuse della Fabbrica, che arrivavano mentre in sottofondo si sentiva il rumore delle spedizioni che partivano per Zalem. Sbarcare il lunario richiedeva molti doppi turni e agli straordinari non era riconosciuta alcuna tariffa maggiorata, ci si poteva definire fortunati se venivano conteggiati con quella standard, perché a volte era addirittura più bassa.
Ma fare l’infermiera non è un lavoro che fai semplicemente per tirare avanti mentre cerchi qualcosa di migliore, era una passione, una vocazione. Le infermiere volevano essere infermiere, era l’unica cosa che Gerhad aveva mai voluto essere. Fare l’infermiera le aveva dato concentrazione e disciplina, che aveva scoperto essere cruciali in un mondo che nel migliore dei casi era caotico e poco interessante e, nel peggiore, corrotto e senza pietà.
E in quel momento, per colpa di un autista che non aveva la patente, era tutto perduto. Il gyro era della Fabbrica e al volante non c’era un pezzo grosso come Vector, ma un poveraccio che era sparito senza lasciare nemmeno un nome. Così stavano le cose: grazie e buonanotte.
Quando si era svegliata, aveva la parte superiore del corpo bloccata in una cornice stereotassica, Ido l’aveva posizionata in modo tale che i nervi della spalla potessero unirsi al meglio a quelli nel braccio cibernetico. Il dottore stava guidando la strumentazione robotica, il suo viso era contratto in un’espressione di intensa concentrazione, come se lei fosse stata la persona più importante del mondo.
Gerhad era entrata e uscita dallo stato di coscienza senza sentire alcun dolore né aveva avuto allucinazioni; più tardi avrebbe scoperto che era Ido stesso a preparare i farmaci, inclusi quelli per l’anestesia. Infine, quando si era svegliata, aveva potuto ammirare l’opera d’arte che era diventata parte integrante del suo corpo.
«Non so se sono al sicuro con un braccio così», aveva detto lei, ammirando le incisioni del metallo Le ricordavano un antico servizio da tè in argento. «Me lo potrebbero rubare non appena metto il naso in strada.»
Il sorriso di Ido era felice. «Questa città non sarà piena di geni, ma praticamente tutti sanno che è meglio lasciar stare i miei lavori.»
Lei aveva annuito, ammirando ancora il braccio. «Ho curato più di un paziente che aveva parti che non poteva sicuramente permettersi. Ora sarò come loro.»
«Oh, non devi pagare nulla», l’aveva rassicurata lui, godendosi l’espressione sul suo viso. «Però, c’è qualcosa che tu puoi fare e gli altri pazienti no.» Era una richiesta strana, ma il tono non era minaccioso. «Cosa?» aveva chiesto lei, più curiosa che diffidente.
«Lavora per me. Ho bisogno di un’infermiera e posso pagare meglio dell’ospedale.»
Lei aveva accettato subito. Poi aveva aspettato il momento in cui lui le avrebbe messo le mani addosso per rompergli il naso o lussargli una spalla, ma non era mai arrivato. All’inizio aveva accettato solamente per denaro: pensava di mettere da parte un bel gruzzoletto e, se il lavoro avesse fatto schifo, tornare all’ospedale. Ma ci aveva messo poco a capire che sarebbe stato stupido rinunciare all’opportunità di assistere un vero e proprio genio della medicina.
Era andata a lavorare per Ido subito dopo l’incidente, ma, a parte quello che aveva fatto per lei, sapeva pochissimo di lui. Non le sembrava di quelle parti, ma bastava parlarci per scoprirlo. Non era solo brillante, era anche istruito, molto più di quanto fosse possibile per gli abitanti del suolo, sempre ammesso che non ci fosse una torre d’avorio in qualche territorio sconosciuto, oltre la portata della Fabbrica.
Tuttavia Gerhad era convinta che Dyson Ido non fosse venuto da qualche terra lontana per arrivare fino al vicolo cieco che era la Città di Ferro. No, era originario di un posto vicino, un posto che chiunque lì poteva vedere, ma che era più lontano della luna e altrettanto irraggiungibile.
Viaggiare dal livello del suolo a Zalem era proibito, una legge che i Centuriani della Fabbrica facevano rispettare con mezzi letali. Non era permesso alcun tipo di volo, per nessuna ragione; far volare un aquilone poteva costare la vita. I Centuriani non erano programmati per distinguere fra macchine e creature viventi; così intere generazioni di abitanti della Città di Ferro erano vissute senza aver mai visto librarsi un uccello se non in foto.
Chissà se i residenti di Zalem avevano le stesse restrizioni o se bastasse la vista a convincerli a rimanere dov’erano. Gerhad sospettava che si trattasse del secondo motivo. Non che questo facesse alcuna differenza: non c’era davvero modo per chi viveva nella città sospesa di arrivare lì.
Be’, forse un modo c’era, ma si trattava di una bella caduta.
Gerhad pensava che in pochi potessero sopravvivere a una simile esperienza. Un paracadute era fuori questione: i Centuriani l’avrebbero ridotto in brandelli facendo a pezzi chi lo usava. Di certo la spazzatura non avrebbe fornito un atterraggio morbido, al momento dell’impatto i detriti di metallo sarebbero stati peggio delle lame di un rasoio.
Solo un genio fuori di testa poteva uscirne vivo, e con lui anche la moglie e la figlia. E se la bambina fosse stata fragile, diciamo, disabile…? Gerhad ci aveva pensato per anni e non riusciva ancora a capacitarsene.
Eppure erano sopravvissuti tutti e tre. La ragazzina era morta qualche anno dopo, in circostanze brutali quanto insensate. Il che, nella Città di Ferro, era una cosa abbastanza comune.
La vera domanda però, era perché Zalem si fosse fatta scappare qualcuno così in gamba. Oppure la verità era che lo avevano fatto fuggire? Anche ammettendo che le persone, lassù, fossero mediamente più intelligenti dei suoi concittadini, Gerhad dubitava che ci fosse qualcuno in grado di far sembrare il dottore uno sciocco. Lui era… Cercava una parola diversa da «intenso», ma non riuscì a trovarla. Perché Ido era proprio così: intenso. Qualsiasi cosa facesse per i suoi pazienti gli importava quasi come la facesse per se stesso, e Gerhad era sicura che fosse sempre stato così. Il dottore sarebbe dovuto impazzire molto tempo prima, ma in qualche modo era riuscito a restare sano. O quantomeno abbastanza sano.
Forse Zalem non lo aveva lasciato andare, pensava Gerhad, forse andarsene era stata una sua idea. Di sicuro non era inciampato e caduto giù per sbaglio.
*
Ido si girò verso di lei, stava per dirle qualcosa, ma vide che si era addormentata sulla sedia, con la testa appoggiata sulla mano cyborg. Pensò di svegliarla, ma poi decise di non farlo. La procedura di incarnazione era quasi completa. Si voltò verso la ragazza sul tavolo, verso il cuore bianco di titanio e ceramica nel petto aperto. Stava pulsando al ritmo normale per una ragazza addormentata e immersa nei suoi sogni.
Era viva.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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4 risposte a [Novelization] Alita. Angelo della battaglia (2019)

  1. Austin Dove ha detto:

    1) che serve la novelization se c’è il manga e pure l’anime riassuntivo?
    2) non mi piace come hanno usato la punteggiatura, sembra quella usata nella sinossi per i libri trash ya

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono prodotti di puro marketing, e non è certo la prima volta: esiste la novelization di “Era mio padre” con Tom Hanks che è tratto da un fumetto…
      Ora di “Alita” abbiamo il pacchetto completo: fumetto, cartone animato, film e romanzo. Peccato che solo il fumetto sia degno d’esser letto…
      A me piace la multimedialità, perché quelli citati sono tutti sistemi profondamente diversi di raccontare storie, e ognuno può scegliere quello che più preferisce: scegliere è sempre un bene, mentre l’esclusività porta sempre alla povertà intellettuale.
      Ci sono fumetti che ho detestato ma poi trasformati in romanzi sono capolavori, così come film buoni che sono diventati romanzi eccezionali, così come fumetti a malapena sufficienti trasformati in ottimi film e romanzi più che dignitosi. Ci sono tanti incroci, così ognuno può gustarsi la storia nel medium che preferisce: si spera però che gli autori siano bravi, altrimenti è tutto inutile 😛

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