L’uomo che uccise se stesso (1970) e i suoi fratelli

Quale modo migliore di omaggiare il Doppio… se non con un doppio mese ad esso dedicato?

Tutto questo è colpa di Kuku! Nei miei piani avrei dovuto chiudere il febbraio del doppio con L’uomo che uccise se stesso, un film che non rivedevo da quando ero bambino, poi invece CineCivetta esce con un delizioso pezzo sullo stesso film e decido di soprassedere: ma Kuku nei commenti mi scrive:

«Ti proibisco categoricamente di NON scriverci un post! E se non lo vuoi fare tu, fallo scrivere al tuo doppio!»

Come resistere? Ma non potevo semplicemente recensire il film, dovevo fare qualcosa di più: dovevo sdoppiarmi per seguire le due anime del signor Pelham. L’indagine che segue, dunque, è tutta colpa di Kuku!!!

Un film su un doppio che ha una doppia anima

Classe 1897, il britannico Anthony Armstrong è stato uno scrittore molto attivo agli inizi del Novecento, pubblicando racconti su riviste e firmando testi teatrali, che in seguito verranno più volte trasformati in film. Il suo lancio nel rutilante mondo di celluloide è firmato da Alfred Hitchcock, e scusate se è poco: Armstrong adatta (anche se non da solo) per il grande schermo un romanzo di Josephine Tey, il cui risultato è il film Giovane e innocente (1937).
Al di là di questo suo contributo attivo, hanno più successo suoi testi già scritti trasformati da altri in sceneggiature per il cinema.

Prima apparizione del racconto

Il 30 ottobre 1948 l’autorevole BBC manda in onda un film televisivo dal titolo The Case of Mr. Pelham, in cui Duncan Ross adatta per lo schermo un racconto di Armstrong “da un’idea di Ian C. Messiter”: chi sia quest’ultimo è purtroppo ignoto, né sono riuscito a trovare il motivo della sua citazione, quindi devo abbandonare la sua “pista”.
Ross per la sua sceneggiatura televisiva attinge al racconto omonimo di Armstrong apparso nel novembre 1940 sul numero 84 della rivista statunitense “Esquire”, nata nel 1933.

Il film televisivo della BBC – credo ormai introvabile – deve aver smosso qualcosa, perché il racconto di Armstrong torna in patria e viene ristampato su “Britannia and Eve” nel gennaio 1952 e su “Magpie” nell’aprile 1953, ma il verso successo arriverà solo due anni dopo: il 1955 è l’annus mirabilis di Mr. Pelham…

La BBC di nuovo usa il racconto per un altro film televisivo omonimo – di nuovo perso nella memoria – trasmesso il 17 novembre 1955 e sceneggiato di nuovo da Ross. sempre da un’idea del misterioso Messiter. Ma intanto nel giugno precedente il testo di Armstrong è apparso sull’autorevole “Ellery Queen’s Mystery Magazine” – sia nella versione americana che britannica, e ad agosto esce anche in quella australiana! – e deve aver colpito l’attenzione dei produttori americani: a quasi vent’anni di distanza, Hitchcock ed Armstrong tornano ad unire i propri nomi, visto che il 4 dicembre va in onda l’episodio 1×10 della serie-contenitore “Alfred Hitchcock presenta“, dal titolo ovviamente The Case of Mr. Pelham. Il misterioso Messiter scompare e la sceneggiatura è del solo Francis Cockrell.

Hitchcock torna ad utilizzare Armstrong

Finito quel 1955 così ricco, il caso del signor Pelham riappare solo nell’Ellery Queen’s Anthology n. 60 (1989), grazie alla quale arriva in Italia nell’antologia stagionale mondadoriana “Inverno Giallo 91-92” (ottobre 1991): anni di cacce su bancarella e la pazza idea di schedare questa serie di antologie hanno fatto sì che mi sia ritrovato il racconto in casa senza neanche saperlo!
E se invece all’epoca l’avesse comprato il mio doppio?

Mondadori, ottobre 1991

Il signor Pelham è un classico piccolo borghese di Londra, proprietario di un’azienda di import-export che procede pacatamente senza scossoni. Siamo nel 1940 ma non c’è traccia di guerra, Pelham frequenta gli esclusivi club maschili e gioca a golf, ma nel giro di due settimane d’un tratto ben due suoi amici gli rimproverano di non averli salutati, incontrandoli per strada. Il nostro protagonista non ricorda minimamente di averli incontrati, e così inizia la “vita” del suo Doppione.
Giorno dopo giorno la tranquilla vita del signor Pelham si sgretola man mano che strani avvenimenti si fanno sempre più gravi, fino a fargli accettare il fatto che un suo sosia si stia insinuando sempre più nella sua vita. Gli piomba in casa e ne esce un secondo prima che lui entri, va a lavoro quando lui manca e via dicendo, ma la cosa strana è che non fa danni: semplicemente vivono entrambi la stessa vita. Però… il sosia è più ardito, e negli affari è più aggressivo del mansueto signor Pelham.

Contattato uno psicologo e un sacerdote, senza alcun risultato, il signor Pelham prova a cambiare abitudini (e cravatta) per poter beccare il sosia sul fatto, finché un giorno addirittura si appresta a partire da Londra nella speranza che questo fermi il suo doppione, ma rientrando in casa per fare le valigie… lo trova lì. Identico a lui in ogni più singolo aspetto, tranne gli occhi di un colore diverso. E il Doppione gli rimprovera di stargli rovinando la vita, cercando di spacciarsi per lui.
Che il signor Pelham sia impazzito? Ma è tutta una messinscena a favore del maggiordomo, che si convince come il suo vero padrone sia il sosia: quest’ultimo, rimasto solo con il protagonista, gli dice che ora prenderà il suo posto. E il nostro signor Pelham finirà in manicomio e poi in disgrazia, mentre il Doppione prospererà con il suo modo di affrontare la vita in modo più aggressivo.

Armstrong non ci spiega nulla, si limita a questa trovata finale del “buono” che cade e il Doppione che diventa originale, ma non ci dice se questo sosia sia un semplice truffatore che voglia sfruttare la propria rassomiglianza per sostituirsi a Pelham… o qualcos’altro. Gli eventi descritti nel racconto, infatti, sono assolutamente inspiegabili a meno di un intervento paranormale che però non viene mai specificato.
Né lo accenna anche solo vagamente la versione di Hitch…

Il “bignamino” della storia

Non esistono tracce di trasmissione italiana di questo episodio dell'”Alfred Hitchcock presenta” e temo sia stato doppiato solo in occasione delle recenti rimasterizzazioni dei cofanetti della serie: non a caso nel 1974 per stroncare il film con Roger Moore un critico italiano disse che il regista aveva ambizioni hitchcockiane, e se avesse saputo dell’episodio in questione l’avrebbe sicuramente citato.

Il signor Pelham (Tom Ewell) deve riassumere la sua strana ed angosciosa vicenda in 25 minuti sparati, quindi non c’è alcuno spazio per gli “svirgolii” che il racconto di Armstrong si concede. Vediamo Pelham parlare subito con uno psichiatra e raccontargli alcuni estratti dei suoi problemi – l’amico che gli rimprovera di non averlo salutato, la partita a biliardo che non ricorda di aver giocato, il problema della cravatta doppiona – finché tornato a casa il nostro povero personaggio si ritrova davanti il suo Doppione.

Pelham vs Pelham

Il confronto è molto meno teso del racconto, in quanto il Pelham “cattivo” dice semplicemente al “buono” di essere pazzo e finisce lì: in fondo il nostro eroe ha una cravatta troppo fantasiosa per essere il vero Pelham. Così il Doppione si prende la sua vita, ha successo negli affari e il povero Pelham “vero” finisce in manicomio.
Quindi il doppione è un sosia? Boh, niente, finisce così. Forse invece di Hitchcock ad ospitare la storia doveva essere Rod Serling in “Ai confini della realtà”.

Lasciatemi, sono io il vero Hitch!

Uno dei miei tanti imitatori…

Probabilmente dopo il successo dei film televisivi della BBC e dell’episodio di “Alfred Hitchcock presenta” il testo di Armstrong fa gola a qualche casa editrice: non so da chi parta l’idea, ma sta di fatto che il semplice raccontino di una decina di pagine viene trasformato in un prolisso romanzo da un paio di centinaia di pagine: ben tre case editrici (Methuen, Ryerson Press e Doubleday) pubblicano nel 1957 The Strange Case of Mr. Pelham, nuovo titolo con l’aggiunta dell’aggettivo “strano” forse per strizzare l’occhio allo “strano caso” del dottor Jekyll.
All’elenco delle case va aggiunta anche la storica collana “I Romanzi del Corriere”, quindicinale con cui il quotidiano “Corriere della Sera” portava in edicola la narrativa internazionale: il 1° novembre 1957 esce La tragedia del doppione, unica edizione italiana del romanzo – con traduzione di Silvia Carenzio Bonsignore – che ho preso su eBay ad un paio d’euro. (O forse l’ha comprato il mio Doppione?)

Edizione “Crime Club”
(Doubleday) febbraio 1957

Prendere un racconto breve ed immediato, in pratica basato unicamente sul “colpo di scena finale”, e trasformarlo in un romanzo di larghissimo respiro non è impresa facile, e se da un lato Armstrong fa un ottimo lavoro di stile, creando un libro da cui è difficile staccare gli occhi, dall’altro non fa nulla per i contenuti: si limita a stiracchiare a morte le stesse identiche trovate del racconto. Al massimo aggiunge dei personaggi per allungare il brodo, come la segretaria Lily, suo fratello e il suo fidanzato.

Purtroppo dopo aver letto sia il romanzo che il racconto il giudizio non può che essere spietato: un bravo autore di racconti non necessariamente sa esserlo di romanzi.
La mera addizione di “casi strani” è pesante come un macigno, in pratica per duecento pagine il povero Pelham vive a sua insaputa decine di azioni compiute dal suo sosia, e mai una volta si comporta in un qualche modo vagamente condivisibile: gli sarebbe bastato parlare una sola volta con qualcuno per far crollare il castello di carte del Doppione, invece con il suo silenzio non fa che lavorare per la propria inevitabile distruzione.

L’unico serio cambiamento avviene nel finale, in realtà quasi totalmente identico al racconto. Quasi.

— Avete commesso un bell’errore con quella cravatta, non è vero? — disse con una voce affatto nuova, con un tono metallico, impersonale, che parve penetrare come una lama nel cervello del malcapitato: — Avrei potuto mettermela anch’io; ma non l’ho fatto perché mi forniva un ottimo appiglio.
— Ma perché? — bisbigliò Pelham annientato. — Perché m’avete fatto questo?
L’altro non si curò di rispondergli; ma esclamò con diabolica esultanza:
— Alla fine, sono veramente qui; e che avvenire è il mio! Che cosa non potrò fare?

Unica edizione italiana

Stavolta il Doppione non si limita ad essere un uomo che vive come Pelham ma in modo più ardito: è un vero e proprio demone il cui compito è dannare gli altri.

— Nel nome del…
— Nel nome del diavolo, che cosa state bestemmiando?

Rovinerà le vite di tutti gli altri personaggi del romanzo, quindi in pratica – senza mai dirlo espressamente – l’autore ci vuole dire che il Doppione è un’entità maligna che ha impiegato mesi e una gran faticaccia per prendere il posto di un tizio qualunque, che se fosse sparito nel nulla nessuno se ne sarebbe accorto. Un ben misero diavolo…

— Ma chi… chi siete voi? — gracchiò miseramente.
L’altro lo fissò un attimo divertito, senza più alcuna espressione ostile, e rispose con garbata indulgenza nella solita voce di Pelham:
— Il signor Pelham, ve l’ho detto, J.M. Pelham.
Fu allora che Pelham cominciò ad urlare.

Con il 1957 sembra arrivare davvero la fine per lo strano caso del signor Pelham, e invece più di dieci anni dopo sembra che il suo seme sia ancora fecondo…

È il momento di rinascere

Il 17 febbraio 1973 la censura italiana concede il visto per la proiezione in pubblico senza alcun taglio né divieto per L’uomo che uccise se stesso, che però apparirà nelle sale solamente dal 18 gennaio 1974. Perché questo ritardo in Italia, sia ad arrivare alla censura (tre anni) che poi in sala (un anno)? La risposta è facile: Roger Moore non era ancora Roger Moore.

Prima di diventare un nome notissimo ed amatissimo dal pubblico italiano, Roger Moore era un attore conosciuto esclusivamente per “Le avventure di Simon Templar” che la TV italiana trasmetteva dal 1969: chi non le seguiva all’epoca, in pratica ignorava chi fosse l’attore finché non infiammò il mondo la notizia del 1973 che, fallito Lazenby, il nuovo James Bond sarebbe stato lui.
Il 19 dicembre 1973 arriva nelle sale italiane Agente 007: vivi e lascia morire, con Roger Moore per la prima volta nel ruolo di 007 e tutto cambia: è il momento di andare a ripescare qualsiasi cosa l’attore abbia interpretato, anche il filmino della sua Comunione.
A gennaio 1974 il cinema italiano presenta L’uomo che uccise se stesso e la TV acquista una serie televisiva di cui potreste aver sentito parlare: “Attenti a quei due“. Il film in pratica l’abbiamo visto in due o tre, la serie è diventata di culto nei decenni successivi.

Rimasto circa quattro anni in sala, com’è normale per l’epoca, lo storico canale Montecarlo manda in onda L’uomo che uccise se stesso in prima serata mercoledì 8 ottobre 1980.
Conosce una prolifica vita televisiva, conclusasi all’inizio degli anni Novanta, ed è nei primi anni Ottanta che ho visto il film per la prima ed ultima volta, prima di oggi.

Uscito in una rara VHS Domovideo di datazione ignota, riappare in home video quando la Universal Pictures e StudioCanal lo portano in DVD, dal 2 febbraio 2010.

L’autobiografia di Roger Moore, My Word is My Bond (2008), scritta con Gareth Owen, ci racconta ghiotte notizie sulla nascita di questo film, che affondano le radici nel periodo giovanile in cui Roger Moore “militava” nella CSEU (Combined Services Entertainment Unit, l’unità che si occupava dell’intrattenimento per le tuppe delle forze armate britanniche).
Qui Roger ha conosciuto tante persone con cui in seguito si è ritrovato a lavorare, nel mondo dello spettacolo, come per esempio Bryan Forbes.

Facciamo un salto fino alla fine del 1969, quando la carriera cinematografica di Moore è in pratica inesistente mentre quella televisiva fa girare la testa, tanto che il successo del suo personaggio di Simon Templar, il Santo – tratto dai romanzi di Leslie Charteris – l’ha portato a girarne due versioni filmiche. Le quali però in pratica hanno la qualità di episodi televisivi “stiracchiati”. (In uno di questi film si fa incetta di libri falsi!)

Un nome noto in patria ma non ancora star internazionale

È importante dunque capire che Bryan Forbes non ha avvicinato la grande star internazionale Roger Moore, ma solo un normalissimo attore, da coinvolgere nel proprio progetto. Da poco infatti Forbes è a capo della EMI Studios, casa specializzata in piccoli film che già aveva presentato Il mostro della strada di campagna e All the Way Up. Prodotti così piccoli da sfuggire all’occhio umano, e che se quindi avessero almeno un volto noto nel cast sarebbe meglio. E se il suddetto volto noto si accontentasse del minimo sindacale come compenso sarebbe ancora meglio.

«Era uno dei migliori copioni che avessi mai letto», ricorda l’entusiasta Moore nella citata autobiografia, parlando della sceneggiatura per The Man Who Haunted Himself firmata da Basil Dearden e Michael Relph: caso vuole, poi, che l’attore avesse lavorato in passato con George Relph, padre dello sceneggiatore ed attore a sua volta, quindi la collaborazione nasce con i migliori auspici.
«Era un ruolo che richiedeva un attore, ed avendo quel titolo scritto nel mio passaporto mi sono sentito in qualche modo qualificato a ricoprirlo.» Un curioso giro di parole per dirci che ha accettato la parte.

Come dicevo, all’epoca Moore era un divo televisivo amato in patria per due ruoli fondamentali: l’impettito giustiziere galante Simon Templar e l’impettito detective galante (e di sangue blu) Brett Sinclair in “Attenti a quei due”, ruoli che sicuramente gli hanno valso i panni di James Bond, dove fa l’impettito agente segreto galante.
Mettiamola così, a Moore non è mai stata richiesta grande poliedriticità attoriale, quindi il suo ruolo ne L’uomo che uccise se stesso gli è rimasto nel cuore.

«Quando ancora oggi mi chiedono di quel film, rispondo sempre che è stata una delle poche volte in cui mi sia stata data la possibilità di recitare. È un’affermazione terribile da parte di qualcuno che ha passato la vita davanti ad una cinepresa, ma in mia difesa ricordo che sono stato in precedenza ingaggiato per ruoli che erano abbastanza impostati: eroe romantico, romantico eroe o semplicemente portatore di lancia, come nel mio primo film. Non mi è stato mai richiesto prima alcun impegno drammatico.»

Moore ci rivela anche il compenso percepito per il film: 20 mila sterline. Stando alla descrizione dell’intera operazione della EMI dovrebbero essere il minimo sindacale per un attore dell’epoca, ma non ho modo di confermarlo.

20 mila sterline per recitare? Ci sto!

Comunque ottiene anche una percentuale sugli incassi, e questo davvero è ben poca cosa: una campagna pubblicitaria sbagliata – che parla di “film economico” e quindi la gente capisce “film da due soldi” – rende questa pellicola un insuccesso al botteghino.
L’operazione messa in piedi da Bryan Forbes, di piccoli film con volti noti, è fallita e il produttore si dimette dalla EMI.

Il vostro amichevole englishman di quartiere

Pelham (Moore) è il tipico imprenditore della City londinese da cartolina, e gira con ombrello e bombetta quando curiosamente nel 1957 Armstrong specificava che nessuno a Londra lo faceva più, se non il mite signor Pelham. Forse che nel 1970 quel vestiario è tornato di moda? Stando a Fumo di Londra (1966) di Alberto Sordi pare di sì…

Pelham è nel consiglio di amministrazione di un’azienda che fa cose non meglio chiarite ma ciò che conta è che siamo in un momento molto delicato: un’azienda vuole fondersi e bisogna capire chi ci guadagnerà in questa operazione.
Finito di lavorare, il nostro eroe può contare sull’amore della moglie Eve (Hildegard Neil) e due bambini, personaggi inventati per il film.

Benvenuti in casa Pelham

La storia si dipana secondo copione. Amici si lamentano di non essere stati salutati, oppure vantano appuntamenti che Pelham non ricorda di aver fissato, c’è di nuovo la partita a biliardo e la cravatta doppiona. Ma tutto questo viene preceduto da qualcosa, di non meglio specificato. Perché la storia inizia con Pelham che ha un incidente automobilistico che potrebbe essergli fatale, causato da una strana perdita del suo proverbiale autocontrollo: sembra quasi che durante la guida il nostro personaggio sia diventato… un altro.

La rara occasione di vedere Roger Moore fare il cattivo

La storia base di Armstrong viene in alcuni punti resa più “cinematografica” ed attuale, per esempio né il racconto del 1940 né il romanzo del 1957 osano dire che il protagonista si conceda un’avventuretta sessuale, mentre qui – nel disinibito 1970 – si può dire chiaramente che il Doppione si è spupazzato la ragazza che Pelham avrebbe sognato avere.
Però si aggiunge anche del materiale, per esempio tutte le infinite lungaggini del lavoro del protagonista vengono riassunte in una trama da spionaggio industriale molto efficace: c’è qualcuno che si sta mettendo d’accordo con la compagnia avversaria, e chissà chi sarà mai…

È come se… mi stessi fottendo da solo…

Il ritmo è eccellente e l’equilibrio della storia è ottimo: peccato che Armstrong non sia stato capace di gestire in modo similare il suo romanzo. Quando arriviamo alla fine non siamo stremati da decine e decine di “casi misteriosi” di cui già sappiamo la soluzione, quindi è tutto fresco e perfettamente dosato, molto più che il deludente episodio hitchcockiano.
Stavolta cos’è il Doppione? Un sosia o un demone? A sorpresa, anticipando Stephen King, il Doppione… è la metà oscura di Pelham!

Proprio come nella storia di King prima e Romero poi, il Doppione nasce da sé stessi, è non solo una personalità ma un vero e proprio corpo che fuoriesce da noi. Al momento dell’incidente automobilistico il mite Pelham è deceduto e ha “generato” il Pelham più spietato, e la situazione è degenerata quando invece il mite si è risvegliato, tornando in vita e lasciando due Pelham al mondo.
Se la spiegazione non è proprio soddisfacente dal punto di vista logico, lo stesso è molto più intrigante di quella data (o meglio, non data) dalle precedenti versioni della storia.

La metà oscura del signor Pelham

Roger Moore ricorda con piacere le riprese del film nella sua autobiografia:

«Le sequenze in cui affronto il mio alter ego furono divertenti. Semplicemente ho girato la scena come un personaggio e poi la settimana successiva l’ho girata come l’altro, ogni volta parlando al vuoto. Poi le scene sono state fuse insieme.»

Una curiosità. Roger Moore già sapeva durante le riprese di questo film che era preso in considerazione per il ruolo di James Bond? Chissà, di sicuro ad un certo punto il suo Pelham se ne esce con questa frase:

«Lo spionaggio non è soltanto quello che fa James Bond.»
(Espionage isn’t all James Bond and Her Majesty’s Secret Service)

Semplice citazionismo di una gloria nazionale? Chissà…
Invece, come già fatto notare da CineCivetta, il maggiordomo britannico di Pelham qui si trasforma in Luigi, sorrentino dall’inglese stentato che serve la famiglia con tanto di moglie Maria a seguito (che in realtà non vediamo mai). Il doppiaggio italiano per motivi misteriosi cambia la nazionalità dell’uomo e lo rende spagnolo, Luis, e questo crea un problema: come tradurre pasta e spaghetti che egli cucina? Ovvio: tutto con paella

Una marchetta ad un disco LP di rara bruttezza

Malgrado i suoi quasi cinquant’anni, L’uomo che uccise se stesso è assolutamente godibile ancora oggi, soprattutto se visto dopo aver letto il prolisso romanzo di Armstrong: è un modo perfetto di rendere con ritmo giusto una vicenda che fino a quel momento era stata raccontata in maniera abbastanza noiosetta.
Grande emozione personale poi nel riscoprire sensazioni provate da bambino, quando alcune scene del film si sono impresse a fuoco nella mia mente anche se poi le ho dimenticate: la corsa in auto finale di Roger Moore ha scatenato ricordi che non sapevo più di avere, di quando da bambino rimasi “segnato” dal Doppio…

Il regista e la strada in cui ha perso la vita

La conclusione di questa storia è amara, e forse spiega perché il signor Pelham non sia più tornato.
Il 23 marzo del 1971, meno di un anno dopo la presentazione britannica del film, il regista Basil Dearden passa sulla stessa strada in cui è stata girata la sequenza dell’incidente automobilistico che coinvolge Pelham, e nello stesso identico punto del “falso” incidente… Dearden ne subisce uno vero. In cui rimane decapitato. «Quel giorno l’industria cinematografica è stata derubata di uno dei suoi più grandi talenti», è l’accorato commento di Roger Moore.

Chissà che da quel fatale incidente non si sia alzato un doppione di Dearden, che poi sia andato a fare il regista al posto suo con maggiore successo? Nel dubbio, non scherzate mai con i Doppioni…

L.

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20 risposte a L’uomo che uccise se stesso (1970) e i suoi fratelli

  1. Cassidy ha detto:

    Avevo letto il post di Kuku e lo avevo molto apprezzato, quindi sono ben contento che ti abbia spinto a scrivere il doppio post, tanto per stare in tema 😉 Bello vedere che un film riesca a sfatare il mito di “Il libro è meglio”, gran post davvero. Peccato non ci sia una scena in metropolitana, altrimenti come titolo ci sarebbe stato bene qualcosa tipo: Pelham 1 2 😉 Cheers!

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  2. Kuku ha detto:

    Post eccezionale! E tu che volevi defilarti! 😀
    Allora: finalmente ho capito la questione del “The Case of Mr Pelham” e del “Strange Case of Mr Pelham”. Non riuscivo a capire quale fosse la differenza anche perché su Wiki dicono che il film proviene dallo strange “case” mentre nei titoli di testa del film dicono solo “case”. Quindi uno è il racconto e l’altro è una sorta di extended (boring) edition.
    Ma che razza di copertina han messo a “La tragedia del doppione”? Della serie una bellona in copertina vende sempre, pure se non c’azzecca niente col libro. Insomma tu e il tuo doppio siete riusciti a leggere e vedere tutte queste cose? Beh, i miei complimenti!
    Ahahah forse la moglie di Pelham ha messo il disco Greece Revisited per far sloggiare il tipo venuto in visita. Può essere un buon metodo per far sloggiare gli ospiti indesiderati.
    A proposito, quali altri film aveva prodotto Bryan Forbes? E’ un peccato che l’operazione sia fallita, soprattutto se anche gli altri film erano come questo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In ordine.
      I Romanzi del Corriere hanno presentato ottimi romanzi ma tutti rigorosamente con donnina in copertina, con vari gradi di vestiario. Sono tutti così, segno che malgrado l’altissimo livello degli autori – da Westlake a Joseph Roth! – erano considerati prodotti da edicola, quindi con forti richiami per boccaloni. Stava per nascere “Segretissimo” che ha ripetuto lo schema delle donnine e in generale i romanzacci di genere del periodo avevano una donnina in copertina, come ci racconta “Totò nella Luna”. Quello che stupisce che anche l’autorevole Corriere della Sera si sia prestato al gioco.
      Quel Greene Revisited è di rara bruttezza. Per un attimo ho pensato fosse una musicaccia italiana perché il doppiaggio non aveva i diritti della musica vera (succedeva spesso) invece in lingua originale la musica è la stessa: magari il compositore era un amico del produttore 😛
      In effetti sarebbe da spulciare gli altri film dell’iniziativa… mannaggia alle tue “sfide”! 😀

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      • Kuku ha detto:

        Ho notato diverse volte questa differenza tra le copertine (o anche articoli di giornale) italiane e estere. In Italia c’è sempre questa tendenza di mettere le donnine mentre all’estero molto meno. Potevano almeno metterne due per rimanere in tema col libro.

        Ma sul serio nei doppiaggi non è detto che possano riproporre le musiche dell’originale?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non so come funzionino i diritti di riproduzione delle musiche, o magari sono dei problemi di doppiaggio, ma sta di fatto che molti film – soprattutto produzioni minori – al momento di essere doppiati in italiano può capitare che acquiscano una musica che non c’era nell’originale, spesso brani di musica classica che sono liberi da copyright.
        Ora a caldo non mi viene in mente alcun esempio, ma appena mi torna in mente ti faccio sapere 😛
        Ripeto, non so se perché magari la musica usata dal film non aveva il permesso di essere riprodotta all’estero o chissà che altro problema, ma facci caso, se ti capita: c’è un netto calo di volume e la musica “nuova” appare sempre quando c’è parecchio dialogo fra gli attori, come se i doppiatori per poter lavorare abbiano dovuto cancellare anche la musica sottostante.
        Comunque sto parlando di piccoli film, con le grandi produzioni credo non ci sia alcun problema.

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      • Kuku ha detto:

        In effetti ogni tanto avevo notato queste stranezze nell’audio. Non intendendomene credevo che ci fossero dei film (magari vecchi) in cui la traccia audio non fosse scorporata in due (dialoghi, suoni) e che quindi per il doppiaggio dovessero fare strani magheggi per non far sentire l’originale. Infatti a volte addirittura si sente un inizio di dialogo originale.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Hai notato? Magari vecchi piccoli film non vengono dati ai distributori italiani con la traccia della musica separata dai dialoghi e i nostri doppiatori devono fare un po’ di magheggi…

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  3. Il Moro ha detto:

    In pratica questo personaggio non si è sdoppiato una volta sola, anzi, ora ci sono un mucchio di copie del signor Pelham in giro! 😀
    A dir poco inquietante la fine del regista Dearden…
    Sul mio blog non tanto tempo fa ho recensito “L’uomo duplicato” di Josè Saramago e il film che ne è stato tratto, “Enemy”. Direi che sarebbero perfetti per questa tua serie di post. Che aspetti? 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Più che altro ora anche tu sei partecipante ufficiale all’iniziativa ^_^
      Questo post mi ha portato via così tanto tempo ed energia che non so se riuscirò a dedicare altri due mercoledì al Doppio. Vedremo…

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      • Kuku ha detto:

        A questo punto direi che hai già dato abbastanza! Magari saltane uno di mercoledì.
        A proposito, mi viene in mente che anche io, un paio di anni fa, avevo scritto un post su Enemy e sul libro di Saramago. Come passa il tempo…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Due anni fa??? Quanti tuoi post mi sono perso?? 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Che ti abbia portato via così tanto tempo ed energia non faccio nessuna fatica a crederlo, visto l’impegno e la qualità profusi in questo ottimo post-fiume (non uso il termine fiume a caso, visto il ruolo decisivo del Tamigi nel finale): e Ian C. Messiter doveva essere il doppione sotto mentite spoglie di Armstrong, ragion per cui è stato sicuramente lui ad aver ispirato molti anni dopo al tuo doppio l’acquisto di quell’antologia, che però alla fine solo uno di voi due avrebbe potuto possedere e quindi via, in un rocambolesco inseguimento fino a ponte Milvio dove, dopo una breve colluttazione in cui riesci a strappargli di mano l’antologia, lui cade in acqua e… per anni, hai continuato a chiederti cosa fosse quello strano malessere che provasti per alcuni istanti, per non parlare del fatto che nessun corpo venne ritrovato nel Tevere. Ma i ricordi ormai si affievoliscono e ti sei sempre più convinto di esserti immaginato tutto quanto, di non aver mai avuto un… BLOGGERGANGER (il doppelganger di un blogger) 😀
        Tornando al film (invecchiato assai bene) sì, l’intrigante spiegazione “metafisica” dell’origine del doppio è senz’altro assai migliore dell’assenza di spiegazioni delle versioni precedenti.
        Riguardo a Dearden, avevo del tutto rimosso le tragiche e inquietanti circostanze di quel fatale incidente…
        P.S. In “La mafia lo chiamava il Santo ma era un castigo di Dio” il mafioso Alessandro Destamio/Dino Cartelli è interpretato da Ian Hendry 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Che titoli lunghi ed inutilmente roboanti per filmettini quasi comici, dove Simon Templar pensava più all’ammore che al crimine 😀
        Splendida l’idea del blogger sdoppiato, sarebbe da usarla in un racconto ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        E teniamo conto del fatto che l’allungamento del titolo era esclusivo “merito” dei creativi nostrani: gli inglesi infatti si limitavano a un molto più sobrio “Vendetta for the Saint” 😉
        P.S. Il racconto potrebbe cominciare con il protagonista intento a leggere un’entusiastica recensione di Covenant scritta di suo pugno che però NON può essere stata scritta di suo pugno… 😉

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