Terminator Salvation: Dalle ceneri (2009)

Il secondo dei libri prodotti dalla Titan Books nel mondo del quarto film, portato in Italia da Multiplayer.it che temo non abbia raccolto molto successo. Intatti il terzo l’ha lasciato inedito: lo vedremo la settimana prossima.

Datato ottobre 2009, ecco Terminator Salvation: Dalle ceneri (From the Ashes) di Timothy Zahn.

La traduzione e revisione è di Francesca Noto.


Terminator Salvation
Dalle ceneri


Prologo

L’ultimo giorno della sua vita, a ripensarci poi, era stato l’inferno sulla Terra.
Non solo per quel dannato caldo del deserto di Baia. Certo, era intenso in modo quasi doloroso, abbacinante tra polvere e arbusti, e lui sapeva bene che alcuni dei soldati del suo plotone lo soffrivano terribilmente. Ma il sergente dei Marines Justo Orozco era cresciuto nella zona est di Los Angeles e non aveva problemi con l’afa.
E non si trattava neanche della missione. L’Undicesima Unità di Spedizione dei Marines si fregiava della sua abilità di combattere in qualsiasi luogo del pianeta, e non c’erano particolari ragioni per cui il reparto di Orozco non dovesse esser lì a seguire un’esercitazione antidroga in collaborazione con il suo omologo nell’esercito messicano. Al diavolo, poi, le voci che insistevano sul fatto che non si trattasse in realtà di un addestramento e che i messicani la vedessero piuttosto come un’ingerenza nel loro lavoro e un insulto alle loro capacità: la logica politica di quell’incarico non era affar suo, e lui non veniva certo pagato a ore.
No, ciò che stava rendendo un inferno quella particolare operazione era il modo in cui ogni singolo, maledetto messicano insistesse a chiamare gli americani “gringo”.
Tutti, compreso lui, Orozco.
Era una cosa che lo faceva inferocire, ed era probabilmente per questo che continuavano a farlo. Certo, era americano, ma anche un purosangue ispanico, dannatamente fiero di entrambe le sue origini. Perché diavolo certa gente ritenesse che le due identità dovessero rimanere nettamente distinte, lui non l’aveva mai capito. Non era mai venuto a patti con quell’assurdità, e il fatto di doverlo fare stavolta lo mandava su tutte le furie.
Ma aveva ricevuto degli ordini. Doveva essere collaborativo. In più, era un professionista e non avrebbe mai permesso che un pugno di indigeni offesi gli facesse perdere la calma.
Il tramonto si avvicinava e la squadra stava terminando proprio in quel momento la sua esercitazione di ricerca e accerchiamento, quando, con la coda dell’occhio, notò un lampo.
Il suo primo pensiero fu che i messicani avessero inserito un velivolo nell’azione senza farlo sapere a nessuno, giusto per rendere le cose un tantino più interessanti, e che quindi aveva colto il riflesso del sole sulla fusoliera. Si volse in quella direzione, schiudendo le labbra per avvertire il resto del plotone.
Ma le parole gli morirono in gola. In lontananza, verso nord, dove aveva visto scintillare quel bagliore di luce intensa e l’aria vibrava per il caldo, era comparsa una piccola nube dai bordi rossastri.
Mentre la osservava, la sua sommità prese i netti contorni di un fungo.
Stava ancora cercando di razionalizzare quel che gli si parava dinanzi agli occhi, che ci fu un altro piccolo lampo, più acceso stavolta. Attese fissando ancora quell’inquietante fungo di polveri e detriti, quando una seconda colonna di fumo si sollevò dalla terra, poco più a est della prima.
«Mio Dio», bisbigliò qualcuno accanto a lui. «Ma è…? Oh, Dio
«È San Diego», replicò Orozco, con una calma gelida e innaturale nella voce, spaventosa quanto quei funghi atomici. «San Diego».
«Forse anche Mexicali», borbottò qualcun altro.
«O Twentynine Palms», suggerì Orozco, meravigliandosi del cortocircuito che interruppe dentro di lui il collegamento tra intelletto ed emozioni. «Chi diavolo vorrebbe mai spazzare via Mexicali?»
«Avevo solo pensato…»
«Oh, Dios mio!»
Con uno sforzo notevole, si costrinse a distogliere lo sguardo da quelle due mortali colonne gemelle. Uno dei messicani aveva gli occhi fissi oltre la sua spalla, spalancati e pieni d’orrore, il volto pallido come tutti i gringos che aveva deriso fino a quel momento. Muovendosi come in un incubo, si girò a guardare.
In lontananza, a sud-est, un altro fungo atomico era comparso, arricciandosi quasi con grazia verso il cielo.
«Ma che diavolo…?», annaspò qualcuno. «Non può essere…»
«Hermosillo», mormorò un altro dei messicani, col tremito nella voce. L’uomo aveva gli occhi lucidi di lacrime e Orozco ricordò che aveva detto di aver lasciato la sua famiglia proprio a Hermosillo.
Fissò il terzo fungo atomico, la mente che cercava incredula di afferrare la follia di quella situazione. San Diego, d’accordo. Twentynine Palms, possibile. Ma Hermosillo? Quel posto non aveva la seppur minima rilevanza militare o politica. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto sprecare un’arma nucleare per cancellarlo dalla faccia della Terra?
A meno che non avesse deciso di eliminare tutto ciò che esisteva. Lentamente, si girò a guardare gli altri uomini, notando sui loro volti diversi gradi di terrore, rabbia e sfiducia. Avevano capito. O l’avrebbero fatto presto.
Era finita. La loro vita e quella di tutti quanti.
Prese un profondo respiro. «Credo», disse, «che possiamo dichiarare chiusa l’esercitazione».
«Che facciamo adesso?», chiese qualcuno.
Si concesse un’altra lunga occhiata al gruppo… e, questa volta, vide qualcosa che prima non aveva notato. Tutti i Marines lo guardavano. Perfino il tenente Raeder, che aveva il volto congelato nel terrore come gli altri. Fissavano tutti Orozco.
Aspettavano fiduciosi che il sergente dicesse loro cosa fare.
Inspirò profondamente, ancora una volta. Uno di quei respiri, pensò vagamente, sarebbe stato l’ultimo. Si domandò se avrebbe capito quale, una volta arrivato il momento. «Andrà tutto bene», dichiarò. «Sopravviveremo, perché siamo Marines ed è questo che fanno i Marines. Inizieremo col tornare al campo base e cercheremo di capire con che cosa abbiamo a che fare».
Per un lungo istante nessuno si mosse. Poi il tenente sembrò scuotersi. «L’avete sentito», esclamò. «Raccogliete l’attrezzatura, si torna al campo».
Lentamente, la tensione si sciolse e gli uomini cominciarono a muoversi. Orozco guardò verso nord un’ultima volta, notando che anche i terrificanti funghi atomici cominciavano a disperdersi.
E mentre iniziava a dare una mano ai suoi per recuperare le attrezzature, capì che si era sbagliato.
Quel giorno non era stato l’inferno sulla terra. Quel giorno era stato il paradiso.
L’inferno era appena cominciato.

1

Era passata l’una di notte, quando John Connor e il suo gruppo della Resistenza riuscirono a tornare dalle rovine di Greater Los Angeles all’edificio mezzo distrutto e mezzo bruciato che avevano chiamato casa negli ultimi tre mesi. Controllò gli altri mentre sistemavano i materiali, poi li mandò direttamente a riposare.
Rimasto solo nella piccola oasi di luce proiettata da una lampada sulla sua scrivania, in mezzo all’oscurità esterna che gli si asserragliava intorno, iniziò a stilare il suo rapporto.
Sotto molti aspetti, rifletté, era quella una delle cose peggiori della guerra contro Skynet. Nel mezzo di uno scontro, con gli Hunter-Killer H-K che sfrecciavano a bassa quota e i Terminator T-600 all’assalto da ogni parte, non c’era tempo di pensare seriamente a strategie grandiose o a qualche genialità tattica. Si giocava tutto sul momento, istintivamente, correndo e sparando e correndo ancora, nella speranza di scoprire punti deboli e opportunità prima che Skynet li eliminasse, cercando di compiere la missione mantenendo in vita quanta più gente possibile.
Ma a starsene seduto lì da solo, con un pezzo di carta spiegazzato poggiato su una vecchia cassettiera di metallo ammaccato, le cose cambiavano radicalmente. Aveva la quiete e il tempo per rivedere lo scontro ancora e ancora, naturalmente con il famigerato e temuto senno di poi. Poteva rendersi conto di tutto ciò che avrebbe potuto fare più rapidamente, in modo più scaltro o semplicemente diverso. Vedeva ogni errore, ogni sciocchezza, ogni imprecisione.
E riviveva ogni perdita. Tutte, una dopo l’altra.
Comunque era una parte del suo lavoro, e doveva essere fatta. Ogni contatto della Resistenza col nemico – che fosse una vittoria, una sconfitta o finisse in parità – era un’ulteriore raccolta di dati da studiare, considerare, valutare e metter via per essere eventualmente sfruttata in futuro. Con una quantità sufficiente di quelle informazioni, forse un giorno gli strateghi del Comando sarebbero stati in grado di trovare finalmente una falla o una debolezza da sfruttare contro l’intero sistema di Skynet.
O, comunque, così la pensavano. Quanto a Connor, non ci aveva mai creduto. Quella guerra sarebbe stata lunga e sanguinosa, e ormai da tempo aveva smesso di sperare nei proiettili d’argento.
Ma non si può mai sapere, giusto? E poi anche Skynet, da parte sua, stava certamente analizzando tutti i combattimenti. Perché la Resistenza non avrebbe dovuto fare lo stesso?
Gli ci volle una buona mezz’ora per redigere il rapporto e trasmetterlo al Comando. Dopodiché passò qualche minuto in bagno a ripulirsi alla meglio, cercando di lavar via il sangue dei suoi uomini dalle mani e dai vestiti. Infine, dopo aver spento le ultime luci del bunker, aprì uno spiraglio nelle finestre per far entrare un po’ d’aria e si diresse stancamente verso la piccola stanza che condivideva con sua moglie, in fondo al corridoio buio.
Kate era allungata nel letto, il lenzuolo fin sotto il mento, il respiro profondo e regolare. Sperava che si fosse già addormentata da un pezzo, anche se non ci credeva davvero. Visto che era uno dei medici più preparati del team, le ore che passava al lavoro erano quasi le stesse di suo marito, talvolta anche più sanguinose e terribili delle sue.
Per lunghi istanti silenziosi il giovane restò immobile, appoggiato allo stipite della porta, a osservarla con un misto d’amore, fierezza e sensi di colpa. Un tempo era un veterinario, lei, un’attività in cui il peggio che potesse capitare in una giornata di lavoro era un cavallo agitato o un cagnolino mordace.
Connor l’aveva portata via da tutto questo. L’aveva letteralmente strappata alla sua vita, per la precisione durante l’ultimo tentativo di Skynet di ucciderlo prima della devastazione del Giorno del Giudizio.
Naturalmente, se non l’avesse portata con sé adesso sarebbe stata uno degli innumerevoli caduti della guerra. Troppe volte si domandava, tuttavia, se non sarebbe stato un destino migliore di quello che le aveva imposto.
Non esiste alcun destino, se non quello che ci costruiamo. Il vecchio detto gli risuonò nella mente. Le parole di Kyle Reese, le stesse che lui un giorno avrebbe insegnato a suo figlio…
«Buongiorno», mormorò Kate dal letto.
Lui sobbalzò. «Scusa… non avevo intenzione di svegliarti…», sussurrò di rimando.
«Non mi hai svegliato», lo rassicurò lei, scostando le lenzuola e puntellandosi su un gomito. «Mi sono messa a letto più o meno un’ora fa. Vi ho sentito rientrare e ho solo sonnecchiato un po’ aspettandoti. Come è andata?»
«Come al solito», replicò avvicinandosi al letto e sedendosi accanto a lei. «Abbiamo conquistato la torre radar di Riverside… non l’abbiamo semplicemente danneggiata, ma fatta a pezzi. Se il gruppo di Olsen ha preso quella di Pasadena come avrebbe dovuto, a Skynet resterà solo la struttura di Capistrano e non avrà più triangolazione. Questo dovrebbe dare molto più respiro al nostro supporto aereo, nelle prossime operazioni. Almeno finché Skynet non riuscirà a ricostruire tutto».
«Bene… un momento di respiro è sempre utile. Perdite?»
Fece una smorfia. «Tre. Garcia, Smitty e Rondo».
«Mi spiace», mormorò lei, e Connor poté vedere parte del dolore riflettersi nei suoi occhi. «Quindi sono… quanti, dieci in tutto, compresi gli uomini persi da Fernandez per quella di Thousand Oaks?»
«Undici», la corresse. «Ci costano parecchio queste torri, eh?»
«Già», sospirò Kate. Di colpo, però, si illuminò. «A proposito, ho una sorpresa per te». Si sporse verso l’altro capo del letto e prese un piccolo contenitore. «Buon Natale!»
John guardò la borsa nelle sue mani e un lampo di panico da marito negligente lo attraversò di botto. Come aveva potuto dimenticarselo?
«Un momento», borbottò poi, aggrottando la fronte. «Ma siamo a marzo…»
«Be’, tecnicamente sì», gli concesse con un sorrisetto innocente. «Ma eravamo tutti piuttosto occupati, a Natale».
Connor scandagliò la propria memoria, alla ricerca dei ricordi giusti in mezzo al lungo e aggrovigliato incubo rappresentato dal vivere sulla Terra. «È stato il giorno in cui abbiamo assaltato la base aerea per prendere i pezzi di ricambio?»
«No, quella è stata la Vigilia», lo corresse. «Il giorno di Natale abbiamo più che altro giocato a nascondino con quei tre T-1 che volevano riprendersi la loro roba. Comunque, non ti avevo potuto fare nessun regalo, allora». Sollevò la borsa con un sorriso. «E ora mi sono rifatta. Avanti… prendilo».
«Ma io non ne ho uno per te», protestò prendendo il pacco.
«Ma sì, invece», disse dolcemente lei. «Sei tornato a casa intero. Ed è tutto ciò che desidero».
L’uomo mise le mani avanti. «Kate, ne abbiamo già parlato», le ricordò in tono gentile. «Sei troppo preziosa come chirurgo per rischiare la vita in prima linea».
«Sì, ricordo tutte le discussioni in merito», mormorò. «E finora, siamo stati d’accordo quasi su tutto».
«Quasi?»
Lei sospirò. «Sei la cosa più importante nella mia vita, John. O meglio, sei la cosa più importante nella vita di tutti, anche se non lo sanno ancora. Farò qualsiasi cosa in mio potere per mantenerti concentrato. Che mi piaccia o meno. Il fatto che io resto indietro ti aiuta a rimanere tranquillo? Be’, l’ho accettato…»
Connor fu costretto a distogliere lo sguardo dal suo, diventato di colpo troppo intenso. «Fino ad ora?»
«Fino ad ora». La giovane donna si tirò su e gli posò una mano sulla guancia, chiedendogli gentilmente ma fermamente di tornare a guardarla in viso. «C’è gente che muore, là fuori. Troppa e troppo in fretta. Abbiamo bisogno di tutte le armi possibili e di tutte le mani in grado di reggerle, sul campo. E tu lo sai quanto me».
«Ma tu sei più preziosa qui, per noi», tentò ancora l’uomo.
«Davvero?», lo rimbeccò. «Anche ammettendo, per amor di discussione, che io sia più al sicuro dentro a un rifugio di fortuna che non fuori in prima linea, sei davvero sicuro che è qui che posso essere più utile? Ricucire i feriti quando tu li riporti a casa va benissimo, ma non posso smettere di pensare che sarebbe anche meglio se mi avessi lì con te, dove potrei salvarne degli altri prima che sia troppo tardi».
«Potresti insegnare a qualcuno…»
«L’ho già fatto», gli ricordò. «Ho insegnato a te, a loro e a tutti quelli che potevo tutto ciò che so di pronto soccorso. Ma non c’è niente che possa fare per darti la mia esperienza, ed è esattamente quello di cui avresti bisogno, là fuori. Ti serve un medico da campo, puro e semplice. Hai Campollo e me, e Campollo ha settantun’anni e l’artrite. La decisione si prende da sola, non trovi?»
Connor serrò le palpebre. «Non voglio perderti, Kate».
«Neanch’io voglio perdere te», ribatté lei dolcemente. «Ed è per questo che dobbiamo restare insieme. Così nessuno dei due lascerà l’altro».
Tenendogli ancora la mano sulla guancia, lei si piegò in avanti e indugiò a lungo con le labbra su quelle di lui. Connor ricambiò febbrilmente il bacio, desiderando l’amore, il calore e la pace che erano morti insieme al mondo come lo conoscevano, ormai tanti anni prima, quando i missili avevano iniziato a cadere dal cielo.
Lasciarono che quel bacio durasse per un lungo minuto, prima che Kate si sciogliesse delicatamente dall’abbraccio. «E comunque», sussurrò offrendogli un sorrisetto sornione, «hai ancora un regalo di Natale da scartare».
Le sorrise di rimando. «Cosa farei senza di te?»
«Be’, tanto per cominciare avresti potuto dormire già da un quarto d’ora», ridacchiò. «Avanti, aprilo».
John si concentrò sulla borsa che aveva tra le mani. Era una di quelle che usava per conservarvi gli strumenti di pronto soccorso, rovesciata in modo che la parte più liscia e setosa al tatto fosse all’esterno. «A quanto pare, hai di nuovo fatto shopping da Macy’s», commentò mentre la apriva delicatamente.
«A dire il vero, continuo a usare i vecchi contenitori», spiegò. «Aggiunge un tocco di classe ai miei regali. Ma santo cielo… eri così lento a Natale da ragazzino?»
Connor si strinse nelle spalle. «Considerato che i tipici regali di mia madre erano delle semi-automatiche Browning o dei detonatori per C4, non credo fosse saggio aprire i pacchi troppo in fretta».
Per tutta risposta lei sgranò gli occhi. «Stai scherzando, vero?»
«Certo», rispose con calma. «A Natale mi regalava il necessario per la sopravvivenza; era il quattro luglio il giorno delle munizioni. Okay, apro». Infilò una mano nella borsa.
Con sua somma sorpresa, tirò fuori un malandato astuccio per gioielli con dentro un compact disc leggermente ammaccato. «Cos’è?», domandò osservandolo nella penombra della stanza.
«Un ricordo della tua gioventù», rispose Kate. «O almeno, di quando la vita era più semplice. È un album che si chiama Use Your Illusion II».
Fu il suo turno di sgranare gli occhi. Era davvero un ricordo della sua infanzia. «Grazie», mormorò. «Da dove diavolo sei riuscita a ripescarlo?»
«Uno degli uomini di Olsen l’aveva con sé il mese scorso, quando sono passati a scambiare le munizioni», spiegò Kate. «Mi ricordo di averti sentito dire che lo ascoltavi da ragazzo, così gli ho dato un paio di rotoli di bende in più in cambio del CD. Sai, quelle trovate nell’ambulatorio dell’Orange County Zoo».
«Spero solo che Tunney sia riuscito a rimettere in sesto quel lettore CD», commentò passandosi con attenzione il disco da una mano all’altra. «Mi manca la musica. Credo che la musica e il cibo italiano siano le cose che mi mancano di più».
«A me, di sicuro la musica», commentò Kate. «Soprattutto i gruppi vocali… Adoravo ascoltare l’armonia dei cori a quattro voci». Sorrise lievemente. «Un tantino diversa dalla musica che piace a te».
«Le differenze sono il sale della vita», le ricordò. «E la musica dei Guns’n’Roses forse è meglio di un coro gregoriano, per fare a pezzi quelle macchine».
«Forse sì». Il sorriso di lei si affievolì. «Al giorno d’oggi, che motivo avremmo per cantare?»
«Abbiamo ancora una vita», affermò lui guardando la moglie dritta negli occhi. Non si deprimeva spesso, ma quando lo faceva poteva finire in un abisso profondo e terribile. «L’amore, e gli amici…»
«Ma soprattutto la vita», confermò lei. «Lo so. A volte dimentichiamo ciò che importa davvero, non è così?»
«Un problema costante, nel corso della storia», concordò John, sospirando lievemente di sollievo. Non sembra sul punto di cedere, dopotutto. Meglio così. «Grazie ancora, Kate. Mi hai reso questo giorno indimenticabile. E probabilmente anche tutto il resto dell’anno».
«Prego», gli rispose. «Oh, e rock on. L’uomo che mi ha dato il disco mi ha detto di dirti così». Prese un profondo respiro e John poté vederla inseguire i suoi ricordi fino al punto da cui venivano. «Si è fatta notte fonda e il mondo ricomincerà a vivere tra circa cinque ore. Coraggio, dormiamo».
«Giusto». Lui si alzò e prese a slacciarsi il cinturone.
Si fermò, di colpo. «Hai sentito qualcosa?», sussurrò piano.
«Non lo so», disse socchiudendo gli occhi come a concentrarsi meglio.
Connor aggrottò la fronte, tendendo al massimo le orecchie. Una brezza leggera correva sul tetto del bunker, mandando delle vibrazioni come se un gatto facesse le fusa lungo i mucchi di detriti e macerie accumulati lassù. Sembrava tutto a posto.
Ma qualcosa aveva attirato la sua attenzione e stava ancora urlando un allarme senza parole ai suoi sensi allenati dagli scontri.
«Resta qui», disse alla moglie tornando verso la porta. Posò per qualche istante l’orecchio contro il battente, poi l’aprì.
Il cielo coperto si era rischiarato lievemente, lasciando filtrare un po’ di luce fioca delle stelle attraverso le serrande rotte. Girò la testa in entrambe le direzioni del corridoio vuoto, poi si diresse a sinistra, verso il retro e la postazione delle sentinelle, situata tra gli alloggi e il magazzino.
Piccerno era di guardia, seduto su un’alta scaletta. Di lui si vedeva il corpo sino alle spalle: il resto era nascosto all’interno della cupola di osservazione. Come tutto, in quel periodo, anche questa struttura era un prodotto semplice e ingegnoso: un vecchio cestino della carta straccia era stato legato alla sommità dell’edificio, equipaggiato con una serie di fessure per gli occhi che permettevano una sorveglianza a 360 gradi e poi ricoperto di detriti, sistemati strategicamente in modo da non far comprendere la sua reale funzione.
«Rapporto», mormorò Connor, arrivando ai piedi della scala.
Non ci fu risposta.
«Piccerno?», sussurrò ancora, coi capelli che gli si rizzavano sulla nuca. «Piccerno?»
Ancora niente. Afferrando il corrimano della scaletta, la risalì velocemente. Giunto in cima scostò il bavero del malandato parka dell’uomo.
Un lieve contatto con il fluido appiccicoso che aveva impregnato la stoffa bastò a fargli capire cos’era accaduto. Perse comunque un altro prezioso secondo per controllare lo stretto spazio tra il volto di Piccerno e la parete della cupola, per assicurarsi che davvero non ci fosse più niente da fare.
Era così. Gli occhi di Piccerno erano aperti ma non potevano vedere più nulla. La sua fronte s’appoggiava al cestino, il sangue che stillava dal foro alla tempia sinistra scorreva ancora lungo il suo viso.
Skynet li aveva trovati.
Smontò rapidamente, mentre un caleidoscopio dei momenti della vita di Piccerno con il suo team gli esplodeva nella mente. Si costrinse a respingere quei ricordi.
Non era il momento.
Afferrando il mitragliatore MP5 Heckler & Koch fissato alla parete si lanciò di corsa verso gli alloggi.
Kate era già vestita, con la fondina in mano. «Cosa è stato?», domandò tesa.
«Piccerno è morto», la informò cupamente. «Un cecchino da lunga distanza, o un maledetto silenziatore».
«I Terminator?»
«Non ho controllato», mormorò Connor. «È chiaro che Skynet sta tentando un approccio furtivo e non voglio far nulla che l’allerti del fatto che abbiamo capito qualcosa. Torna al magazzino… io andrò a raccogliere gli altri e li manderò lì. Fai l’inventario degli equipaggiamenti e caricali con tutto quello che possono trasportare».
«Va bene», disse Kate, allacciandosi la fondina in vita.
«E cercate di non far rumore», aggiunse Connor. «Più a lungo Skynet continua a pensare che dormiamo, più tempo avremo prima che comincino i fuochi d’artificio».
Kate annuì. «Fai attenzione».
«Anche tu».
Lui prese a muoversi per il corridoio, sporgendosi in ogni stanza che incrociava e svegliandone senza clamore gli occupanti, dando loro alcune brevi istruzioni e andando avanti, mentre chi era già stato avvertito si vestiva e si armava.
Infine raggiunse l’entrata principale del rifugio. Lì, senza rimanerne affatto sorpreso, trovò Barnes in attesa, fermo accanto alla porta, a guardare da una feritoia con una Steyr 9mm nella fondina e uno dei pochi lanciagranate rimasti al gruppo stretto al petto. Qualche metro più in là sostava il giovane di sentinella quella notte. Deglutiva a vuoto, sfiorando nervosamente il grilletto del fucile.
«Ci sono otto T-600 in arrivo», lo informò Barnes appena John gli si fermò accanto. «Che succede sul retro?»
«Hanno freddato Piccerno. Silenziosamente, almeno una decina di minuti fa. Probabilmente significa che Skynet sta per inviarci la fanteria pesante… i T-1 o forse un carro o due… e spera di coglierci di sorpresa».
L’altro imprecò ringhiando e si staccò dalla feritoia. Il suo cranio rasato scintillava del sudore accumulato in una settimana, i suoi denti serrati spiccavano nel ruvido di una barba non rasata da almeno due. «Allora, qual è il piano?»
«Noi abbiamo i nostri orari, non quelli di Skynet», replicò. «Se riuscissimo a guadagnare qualche minuto, potrei…»
Annuì. «Ho capito».
Poi aprì la porta e sparò.
Si udì una sorta di basso chuff mentre la granata salì verso il cielo dalla canna dell’arma. Mordendosi forte la lingua – … potrei portare qui più uomini, prima che inizi lo scontro – Connor si spostò rapidamente dall’altra parte dell’entrata e guardò fuori.
Alla luce fioca delle stelle poté vedere otto torreggianti figure antropomorfe che si avvicinavano cautamente sul terreno accidentato. Uno dei T-600 guardò verso il bunker, forse avvertendo i rumori provenienti da quella direzione, e Connor colse il lampo dei suoi occhi rossi.
Con un bagliore abbacinante, la granata di Barnes esplose.
Non in mezzo ai Terminator in avvicinamento, ma sull’entrata di un edificio di quattro piani in rovina immediatamente alla loro destra. Ci fu una vibrazione, mentre l’onda d’urto faceva saltare una serie di cariche più piccole sistemate nello stabile.
Accartocciandosi su se stessa, un’intera parete crollò, facendo piovere blocchi di cemento, metallo e frammenti di vetro sulla strada, sovrastando e seppellendo gli otto cyborg.
«Che te ne pare?», fece Barnes, alzando la voce al di sopra del ruggito del crollo.
«Più o meno ciò che volevo», rispose Connor. E addio tentativo di dare al gruppo più tempo possibile per fuggire…
Ma d’altra parte, se non avesse fatto saltare il fabbricato in quel momento gli otto Terminator sarebbero passati illesi oltre quella trappola e sarebbero stati costretti ad affrontarli.
«Ti manderò dei rinforzi», aggiunse spostandosi dall’entrata. «Resisti per una decina di minuti, o quanto riuscirai, poi ritirati nel tunnel».
«Non ho bisogno di nessuno», ringhiò l’uomo guardando torvo verso la giovane sentinella tremante. «Prendi gli altri e sloggiate».
«Ho detto che ti manderò dei rinforzi», ribadì, rendendo chiaro che si trattava di un ordine, prima di dileguarsi nel corridoio. Barnes era probabilmente uno dei migliori combattenti di terra dell’intera Resistenza, ma non era quello il momento giusto per le tattiche da lupo solitario. Se poi fosse mai esistito davvero, quel momento…
Su chiunque avesse avuto bisogno di un ulteriore incentivo a sbrigarsi, l’esplosione provocata da Barnes sortì questo effetto. L’intero bunker brulicava di persone, molte di loro ancora intente a finire di vestirsi mentre correvano verso il magazzino e la sua uscita d’emergenza.
Pochi uomini già pronti avevano preso posizione sulle varie entrate lungo la strada, le armi puntate di fronte al rifugio, pronti a sacrificarsi, se necessario, per rallentare le macchine una volta che le difese esterne fossero state spezzate. Connor scelse due di loro e li mandò all’ingresso principale, poi diede agli altri gli stessi dieci minuti che aveva dato a Barnes e corse verso la sua stanza, per prendere qualunque cosa Kate avesse dimenticato.
Si assicurò in particolare che avesse preso il suo CD dei Guns.
La maggior parte della cinquantina di persone che componevano il team era già nel magazzino quando lo raggiunse anche lui; solo pochi ritardatari erano rimasti indietro. Kate era nel bel mezzo del suo lavoro e indicava con calma a ogni nuovo venuto scatole, borse e zaini che erano sulla lista dell’attrezzatura da salvare.
«Come sta andando?», le chiese afferrando un paio di sacchi di munizioni e mettendoseli in spalla.
«Altri novanta secondi e saremo pronti a lasciare il bunker», rispose lei, facendo passare una corda rinforzata nei fori dei sacchi e legandoli insieme sul suo petto, così che non gli cadessero. «Hanno portato giù il corpo di Piccerno», aggiunse più piano.
Annuì. L’aveva notato, mentre correva verso il magazzino. «Blair e Yoshi sono arrivati? Non li ho visti, ma era piuttosto buio e non ci ho fatto caso».
«Blair è qui», disse attirando l’attenzione di due ritardatari e indicando loro delle scatole di razioni. «Ha detto che sarebbe uscita insieme a noi e sarebbe tornata all’hangar. Yoshi è già là, o almeno dovrebbe».
«Dobbiamo far uscire anche chi è rimasto all’entrata», dichiarò Connor, storcendo le labbra quando una vibrazione si fece sentire sotto ai suoi piedi. «Abbiamo compagnia».
Aveva appena pronunciato quelle parole che una delle donne più giovani arrivò dalla direzione del posto di guardia, quasi investendo un ragazzino di otto anni nella concitazione.
«T-1», annunciò senza fiato. «Da tutte le direzioni».
«Vanno verso l’entrata principale?», chiese John.
«No, vengono qui. Li ho visti attraverso la…», esitò, «… dov’era Piccerno. Sono a circa cento metri di distanza».
Connor annuì. I T-1 erano macchine da guerra grandi e pesantemente armate, montate su cingoli, più lente degli umanoidi T-600 ma molto più difficili da buttar giù. Il piano era probabilmente quello di farli salire sul tetto vicino alla postazione che era stata di Piccerno, sperando di far collassare la struttura grazie al loro peso e di intrappolare così il gruppo.
«Vai all’entrata e di a Barnes e agli altri di disingaggiarsi subito», le ordinò. «Devono raccogliere gli altri sul cammino, mentre tornano qui».
La ragazza annuì e corse via lungo il corridoio.
«Tunney?», chiamò, cercando con lo sguardo tra gli uomini e le donne carichi di attrezzature.
«Eccomi, signore», rispose l’uomo da una delle pareti. Lui e l’altro tenente, David, si trovavano accanto all’apertura buia che conduceva all’uscita d’emergenza del bunker. Come Connor, ognuno di loro si era caricato sulle spalle sacchi di munizioni o granate, ma invece di un semplice mitragliatore imbracciavano un lanciagranate e un lanciafiamme. «Si va?», chiese.
«Un attimo», disse stringendo brevemente la spalla di Kate c poi muovendo verso di loro. «Eccomi», aggiunse. «Io aprirò la fila; teniamo tra noi una distanza di tre metri».
«Credo che sia il mio turno di aprire la strada, signore», fece presente Tunney, il tono basso ma fermo.
Connor scosse la testa. «Il team è il mio, questo è il mio dovere. State in guardia… se Skynet ha trovato l’uscita d’emergenza avremo qualche brutta sorpresa».
Si girò a osservare il gruppo, notando che tutti lo guardavano silenziosamente. Fiduciosi.
«Fate meno rumore possibile, e continuate a muovervi», disse lui, mantenendo la voce bassa e calma, come se fosse solo un’altra esercitazione. «Una volta oltrepassato il tunnel, a seconda di cosa ci attenderà là fuori, potremo decidere se dividerci in piccoli gruppi di due o tre persone. Sapete tutti dov’è Fallback One?»
Tutti i presenti annuirono brevemente.
«Ci vediamo lì, allora», concluse. «Buona fortuna». Facendo cenno a Tunney e David di seguirlo, si diresse nel condotto.
Il gruppo chiamava tunnel quell’uscita di emergenza, ma una vera galleria scavata a mano avrebbe richiesto molto più tempo e risorse, che il gruppo non aveva avuto a disposizione nei mesi precedenti. Si trattava più che altro di un passaggio naturale fatto di cunicoli parzialmente distrutti, sotterranei e corsie di servizio. Gli uomini di Connor l’avevano sgombrato dagli ostacoli, creando dei punti di connessione quando necessario e finendo per realizzare un percorso capace di portarli ad almeno tre isolati dal rifugio.
Ma c’era sempre la possibilità che una delle macchine perennemente in ronda di Skynet l’avesse scoperto, e Connor sentiva i suoi nervi più tesi a ogni passo che muoveva nell’oscurità.
C’erano molti tratti in cui il soffitto si era consumato fino a sparire o crollare, permettendo a un po’ di luce esterna di filtrare e impedendo così ai fuggitivi di usare le loro torce. Peggio ancora, i rettilinei del condotto erano lunghi al massimo sei metri, mentre il resto era un continuo di brusche svolte, zigzag e talvolta addirittura inversioni. Un T-600 in attesa nell’oscurità dopo uno di quegli angoli avrebbe potuto freddare Connor e la sua esigua avanguardia prima ancora che capissero cosa li avesse colpiti.
Ma non c’erano brutte sorprese ad aspettarli, la luce vaga proveniente dall’esterno non lampeggiava dei bagliori degli H-K e non sentiva il rumore allarmante dei cingoli dei T-1. Lentamente, le speranze di Connor e il ritmo dei suoi passi cominciarono a salire. Ce la potevano fare. Forse ce l’avrebbero fatta.
Era quasi a metà quando il suono di alcune esplosioni a distanza e il crepitio delle armi automatiche cominciò a riecheggiare alle sue spalle.
Imprecò a bassa voce, ansimando. Quei rumori potevano significare che Barnes aveva fatto scattare le ultime trappole del bunker, oppure si trattava del suono disperato e finale dei colpi delle sentinelle contro i T-1 entrati dal soffitto crollato.
E Kate avrebbe lasciato l’edificio solo alla fine, lo sapeva, forse appena qualche passo prima di Barnes. Se i Terminator erano entrati…
Se erano entrati, non c’era niente che era in grado di fare. Poteva solo continuare a sperare nel destino che aveva unito lui e Kate per tentare di salvare l’umanità.
Aveva percorso un’altra ventina di metri quando un’esplosione scosse la galleria, spingendo un’ondata d’aria calda alle sue spalle. L’ultima trappola era stata attivata, facendo crollare il soffitto del rifugio e seppellendo qualsiasi Terminator fosse riuscito a penetrare al suo interno, oltre a chiudere l’entrata del cunicolo. Ora non avevano altra scelta se non quella di andare avanti.
Sembrava che Skynet non li avesse ancora individuati. Continuò ad avanzare, mentre l’aria proveniente dai buchi sul soffitto diventava un’unica forte brezza che gli soffiava sul viso. Svoltò oltre l’ultimo angolo e improvvisamente, quasi con stupore, si ritrovò all’uscita.
Prudentemente, sbirciò fuori tra le assi marcescenti sistemate a bloccare il passaggio. La strada davanti a lui era più pulita di altre che aveva visto. La maggior parte delle macerie e del legno era stata razziata nel corso degli anni dai pochi civili che ancora cercavano di vivere nella città in rovina. Ma soprattutto non c’era traccia di Terminator nelle vicinanze.
Dalla direzione del rifugio venne la corta raffica di una delle torrette automatizzate sistemate lì e in alcuni edifici limitrofi. Seguì, subito dopo, lo staccato più lungo e rabbioso di una delle mitragliatrici dei T-600. Connor fece segno a Tunney di avanzare e i due tenenti iniziarono a sgomberare l’uscita.
La barriera di legno sembrava più invalicabile di quanto realmente non fosse, e ci volle meno di mezzo minuto per spostare le assi dal passaggio. John mosse lentamente verso l’esterno.
Si accucciò istantaneamente quando vide un H-K passare a meno di un isolato di distanza, diretto verso il rifugio. Attese qualche secondo, poi ritentò.
Niente sembrò individuarlo o attaccarlo, uomo o macchina che fosse. Mentre delle sporadiche raffiche continuavano a farsi sentire nei dintorni del bunker, si guardò rapidamente intorno e poi segnalò a Tunney e David di posizionarsi. I due gli passarono oltre, avanzando di dieci metri sui lati opposti della strada e guardandosi intorno. Dopo aver segnalato che era tutto sotto controllo, si appostarono tra le macerie con le armi pronte.
John rientrò nel tunnel, tornando indietro fino all’ultima svolta per richiamare le persone che attendevano, tese, nell’oscurità.
Blair Williams, i capelli corvini legati in una coda sulla nuca, era la quinta della fila. Vide Connor e uscì dal gruppo. «Vado all’hangar», lo informò a bassa voce. «Hai degli ordini per me?»
«Sì; devi aspettare un minuto», le rispose lui, afferrandola per un braccio e facendola accosciare mentre un altro H-K faceva la sua comparsa a ovest, muovendosi tra i resti scheletrici di due degli edifici più alti.
«Perché?»
«Aspetta e basta», le ripeté.
La ragazza borbottò qualcosa a mezza voce, ma si spostò docilmente verso i resti di un idrante e vi si nascose dietro, estraendo la sua grossa Desert Eagle calibro .44 dalla fondina.
Altri due H-K si unirono al party, prima che tutti fossero usciti all’aperto. Però nessuna delle macchine si avvicinò e non c’era traccia che avessero capito qualcosa, soprattutto con tutto il fuoco di copertura che aveva celato i rumori del gruppo in ritirata.
Kate, come si aspettava, fu l’ultima a uscire prima della retroguardia. A chiudere la fila, come del resto immaginava, c’era Barnes. «Hai visto mio fratello?», gli chiese appena uscito, stringendo il lanciagranate e guardandosi intorno.
«Sì, è già fuori», lo rassicurò lui. Insieme al lanciagranate, notò che aveva portato con sé anche un fucile d’assalto Galil, afferrandolo chissà dove lungo la strada. L’arma pendeva dalla sua spalla insieme all’attrezzatura che si tirava dietro. Se quel peso lo stava sfiancando, lui non lo dimostrava in alcun modo.
«Bene», disse Barnes. «Allora ci dividiamo, giusto? Prendo la mia squadra e mi avvio».
«Sarà David a guidare il tuo team», lo informò Connor. «Voglio che tu accompagni Blair all’hangar».
Lei si alzò in piedi, con un’espressione di rabbiosa incredulità sul viso. «È per questo che mi hai fatto aspettare?», sbottò. «Per lui
«Non voglio che provi a raggiungere l’hangar da sola».
«Non ho bisogno di lui».
«Ottimo… non ha bisogno di me», l’assecondò Barnes.
«Wince e Inji sono ancora là dentro», continuò pazientemente Connor. «Una volta che gli aerei saranno usciti, qualcuno deve riportarli al sicuro».
L’uomo mostrò i denti, ma annuì riluttante. «D’accordo. Vieni, bimba volante. E vedi di starmi dietro».
Si allontanò lungo la strada, guardandosi cautamente in giro. Blair alzò gli occhi al cielo con un’aria da martire, poi lo seguì.
«Chissà, magari invece si piacciono», commentò Kate, ironica. «Finché odiano di più Skynet, mi sta bene così», rispose John. «Forza, portiamo via questa gente da qui».

2

La sinfonia delle armi automatiche nei pressi del bunker abbandonato iniziava a cessare, mentre Blair correva silenziosa come un fantasma lungo la strada, con lo sguardo che cercava automaticamente la via più sicura tra le macerie, le carcasse arrugginite delle automobili e qualche resto spezzato di ossa umane. Sfruttava ogni zona buia e, visto che le maggiori fonti di luce erano i fari degli H-K a tre isolati di distanza, le ombre erano lunghe e piuttosto fitte. L’aveva fatto decine di volte e se la cavava molto bene.
Sicuramente meglio di Barnes. Non che questi fosse incapace di nascondersi nell’oscurità, ma di certo tutta quell’attrezzatura che si portava dietro lo rendeva più rumoroso del solito. In più, quando scandagliava i dintorni girava sempre l’intero busto invece della sola testa, facendo dondolare chiassosamente le sue cinture e le bandoliere dei proiettili. Blair gliel’aveva già fatto notare una o due volte, ma come risposta aveva ricevuto solo degli epiteti niente affatto graziosi e decisamente poco originali.
Non si fidava di lui. Non perché pensava che potesse tradirli e consegnarli ai Terminator, ma perché era uno di quei soldati dal grilletto facile che tendeva ad agire senza riflettere. A volte, nel pieno di un combattimento, era la cosa giusta da fare, certo, e anche a lei era successo più volte. Ma Barnes non solo vi indulgeva troppo: sembrava quasi perversamente fiero di quel suo procedere senza considerare le conseguenze.
E poi, era proprio lui a darle sui nervi. Era un bene averlo dalla propria parte in uno scontro, però non aveva neanche una briciola del coraggio idealistico che avvertiva nei due Connor, di quel senso di responsabilità verso chi aveva affidato la sua vita nelle loro mani. Barnes combatteva perché gli piaceva e perché odiava Skynet.
Queste, per Blair, non erano delle motivazioni particolarmente solide, per una guerra così lunga e logorante. Per quel che aveva capito, lui non amava particolarmente la gente, non aveva mai apprezzato l’autorità, di qualsiasi tipo fosse, e probabilmente non era stato un cittadino modello nel mondo di prima del Giorno del Giudizio. In effetti, non le era difficile immaginarselo a correre per quelle stesse strade, nella stessa oscurità, portando sulle spalle una TV a schermo piatto rubata da una vetrina, invece del lanciagranate che stringeva al petto in quel momento.
Comunque, era un mastino fedele a John Connor, e lei faceva parte del suo gruppo, per cui sapeva che l’avrebbe portata sana e salva all’hangar, oppure sarebbe morto nel tentativo di farlo. Quel gigante forse non poteva essere considerato come uno dei motivi più validi per salvare l’umanità, ma probabilmente era fra quelli che si sarebbero spesi di più per la salvezza del genere umano.
Morendo, magari, prima che tutto fosse finito.
Forse coprendo le chiappe a qualche pilota come lei.
L’hangar era proprio davanti a loro. In verità, si trattava dei resti di un vecchio museo aerospaziale, il cui tetto si era incavato al punto da non poter contenere niente di più grande di un Piper Cub. Barnes sollevò un pugno chiuso, a segnalarle di fare attenzione mentre si avvicinavano, poi trottò fino a un cartello arrugginito appena fuori dalle piste d’atterraggio e vi si fermò accanto, in posizione raccolta.
Blair gli si affiancò, abbassandosi e stringendo la presa sulla Desert Eagle mentre studiava lo spazio aperto tra loro e l’hangar. Una pistola, per quanto potente, non avrebbe potuto molto contro i T-600, tranne rallentarli un minimo, e sarebbe stata del tutto inutile contro un T-1, se non con un colpo particolarmente fortunato. Comunque, c’erano anche delle gang di umani per le strade, razziatori di oggetti di valore tra le rovine o veri e propri rapinatori, e in quel caso i colpi .44 magnum della Eagle sarebbero stati più che sufficienti a esporre le loro interiora alla fredda brezza notturna.
Ma che per le bande fosse già venuta l’ora di andare a letto, o che la sparatoria a qualche isolato di distanza le avesse spaventate e costrette a nascondersi, lì non si muoveva una foglia. Niente.
«Sembra tutto a posto», mormorò Barnes. «Vuoi che ti accompagni anche dentro?»
«Resta qui», gli rispose Blair in un soffio. L’aveva fatto apposta a tirar fuori quella frase per farla uscire dai gangheri? Probabilmente sì. «Ti mando la squadra».
Barnes grugnì. «Fa’ in fretta».
La ragazza prese un profondo respiro e uscì, correndo in campo aperto più velocemente che poteva e cercando di non fratturarsi una caviglia. Si girò una volta raggiunto l’edificio, piazzandosi con la schiena contro la parete accanto alla porta e dando un’occhiata tutt’attorno.
Ancora niente.
Ansando lievemente, scivolò all’interno e si chiuse la porta alle spalle.
Saltò indietro quando una luce abbagliante le esplose in faccia.
Ebbe appena il tempo di serrare le palpebre prima che il lampo svanisse.
«Scusa», la voce di Yoshi arrivò da dietro le macchie violacee che le danzavano davanti agli occhi. Una mano le afferrò il braccio. «Vieni».
«Dov’è Wince?», gli domandò lei, lasciando che il compagno la guidasse sul pavimento pieno di buchi.
«Lui e Inji stanno sistemando il tuo aereo. Immagino che Connor voglia che facciamo saltare in aria questo buco, no?»
«Sì, per forza», replicò. «Perché, pensavate di restare?»
«Non se tutti gli altri se ne vanno», gli rispose con una strana malinconia nella voce. «È solo che mi dispiace veder questo posto scomparire, tutto qui».
Blair si guardò intorno. Finalmente le macchie viola stavano svanendo e dietro di loro la ristretta area sotto al tetto incavato dell’hangar tornava visibile.
O meglio, ora che il pavimento finto era stato scostato, era visibile l’area reale del sottolivello che fungeva da magazzino, quello che l’iniziale sorveglianza di Skynet non aveva individuato. Rimuovendo la pavimentazione e installando una rampa munita di verricello, la squadra di Connor aveva trasformato uno spazio vuoto e altrimenti inutilizzato in un rifugio molto comodo per i due jet d’attacco A-10 “Warthog” del team.
Osservò velocemente il suo aereo, mentre con Yoshi scendeva lungo la rampa. Era ammaccato come il resto del loro magro arsenale, anche se lo squalo volante che aveva aerografato sulla fusoliera nascondeva gran parte dei danni. Ma per lei rattoppi e fori di proiettile non rappresentavano qualcosa di cui vergognarsi: erano piuttosto segni d’onore, ferite sofferte nella guerra per la sopravvivenza dell’umanità.
E per quanto segnato, quel jet non era ancora pronto a gettare la spugna, almeno quanto non lo era lei stessa. Una coppia di missili Sidewinder aria-aria pendeva da due dei quattro piloni subalari intatti dell’A-10, mentre la mitragliatrice Gatling GAU8 Avenger a sette canne sotto al suo muso prometteva un vespaio di proiettili calibro .30 esplosivi e penetranti ad ogni H-K o T-1 abbastanza stupido da sbarrarle la strada.
Notò che i due piloni sostenevano delle gondole di equipaggiamento, piene sicuramente di tutto ciò che Wince e Inji erano riusciti a caricarvi dentro.
Sarebbe stato un inferno mantenere in equilibrio l’A-10 e manovrarlo, ma Blair avrebbe dovuto abituarcisi in fretta. Quei due non avrebbero potuto portar via tutto sulle spalle. Neanche con Barnes a dar loro una mano.
«Tutto bene?» La voce disincarnata di Wince si avvertì da qualche parte tra i due aeroplani. «Per un po’, sembrava davvero essersi messa male, là fuori».
«Infatti», confermò Blair, decidendo che non c’era motivo di dargli in quel momento il dolore della morte di Piccerno. L’avrebbe comunque scoperto fin troppo presto. «E dobbiamo sbrigarci. Se Skynet segue il suo solito schema d’attacco, i T-600 potrebbero bussarci alla porta da un momento all’altro. Non vogliamo farci trovare qui quando arriveranno, vero?»
«Certo che no», concordò Wince, uscendo da dietro alla coda dell’aereo, i capelli bianchi quasi scintillanti alla luce delle stelle che filtrava dai buchi nel soffitto. «Probabilmente hai già visto il carico che ti abbiamo affibbiato. Ce la farai?»
«Me la caverò», lo rassicurò. «Barnes vi aspetta fuori, vicino al cartello a ovest. Tu e Inji prendete tutto quello che potete e andatevene».
«Apriamo la porta, prima», rispose guardandosi in giro. «Inji?»
Improvvisamente, le fessure dell’hangar si riempirono di luce.
«Copertura!», gridò lei a lui, mentre scattava verso l’aereo. Maledetti H-K. «E toglietevi dall’entrata!»
Aveva appena finito di pronunciare quelle parole che il silenzio della notte venne spezzato dall’urlo delle armi automatiche.
Non si trattava però del singhiozzo soffocato delle mitragliatrici di un H-K. Era il suono più lento e acuto di un fucile d’assalto Galil.
Come quello che Barnes portava in spalla.
Blair imprecò tra i denti. Solo lui poteva pensare di ingaggiare da solo una fortezza volante. «Lascia perdere l’argano!», gridò a Yoshi saltando nella carlinga del suo aereo. «Facciamoli a pezzi».
«Bene», le rispose lui alzando la voce oltre il ruggito delle armi e correndo verso il proprio jet. «Tu o io?»
«Io», esclamò di rimando accendendo i motori. «Vai appena il cielo è sgombro». Non c’era tempo di controllare tutto. Avrebbe dovuto sperare che Wince e Inji le avessero preparato l’A-10 a dovere.
Fortunatamente era così. Già mentre chiudeva la carlinga, poté sentire la vibrazione delle due turboeliche GE sotto di lei che prendevano vita. Sollevando la barretta di sicurezza sopra alla cloche alzò il muso della sua GAU-8 per puntarla al centro del portellone dell’hangar. Poi fece fuoco.
Una porta normale si sarebbe semplicemente disintegrata al centro, lasciando ancora i contorni a bloccare la via d’uscita. Ma questo particolare portellone era stato privato della maggior parte dei suoi cardini, e il centro era stato pesantemente rinforzato con grossi pezzi di una lega durissima presi dalle carcasse degli H-K e dei carri T-4. Il risultato fu esattamente quello desiderato: il centro della porta cominciò a scheggiarsi sotto il suo assalto, mentre l’impatto dei proiettili da due libbre, con un’accelerazione di cento metri al secondo, fece saltare l’intero pannello dai cardini e lo lanciò verso l’area sgombra all’esterno. Blair poté vedere lo scorcio di un H-K che stava scendendo verso il punto in cui aveva lasciato Barnes…
Con uno stridente contatto di metallo contro metallo, il portellone scardinato dell’hangar colpì la sua coda.
Il velivolo fu sul punto di precipitare subito, mentre l’impatto lo rovesciava violentemente su un fianco. Il suo lato sinistro finì a terra e sprofondò nel suolo, facendolo girare di novanta gradi intorno al proprio fulcro.
Ma il computer che lo controllava era più veloce di un pilota umano. Prima che il muso potesse impattare col tarmac riuscì a ritirarlo su e a farlo uscire dallo stallo, coi motori che urlavano per fargli riguadagnare l’equilibrio.
Non c’era ancora riuscito quando Barnes lo centrò con un’altra raffica, incendiando il carburante e le munizioni fino a tramutarlo in una palla di fuoco e metallo incandescente.
L’esplosione si proiettò verso il cielo, Blair afferrò il suo casco e se lo calò in testa. «Jinkrat: fuori!», latrò nel microfono.
«Roger», le rispose la voce di Yoshi. Il ringhio dei motori del suo jet diventò improvvisamente un ruggito e l’aereo di Blair tremò sotto di lei mentre l’onda d’urto si schiantava contro la parete posteriore dell’hangar, diffondendosi poi in ogni direzione. L’A-10 del compagno scattò avanti, risalì la rampa e girò velocemente a destra, raggiungendo all’esterno la pista accidentata, solo relativamente sicura.
Lei afferrò le cinture di sicurezza e iniziò ad allacciarle, cercando di orientarsi in mezzo alla polvere, al fuoco e ai pezzi di metallo che piovevano da tutte le parti. Wince e Inji correvano, facendosi strada attraverso la turbolenza dei motori di Yoshi, veloci quanto glielo permetteva il peso degli zaini e delle borse che portavano con loro. Ancora qualche secondo e si sarebbero spostati dalla sua uscita.
Nel frattempo, si trovava in un hangar aperto, quanto mai vulnerabile.
A quanto pareva, Yoshi la pensava allo stesso modo. «Hickabick, che problema c’è?», sentì la sua voce attraverso le cuffie. «Leva le chiappe da lì».
«Non posso… I pinguini sono ancora in fuga».
«Dovranno sbrigarsela in fretta», l’avvertì. «Hai tre banditi in avvicinamento; ripeto, tre in avvicinamento».
«Ricevuto», disse sistemando la presa sulla cloche, mentre osservava i due meccanici che correvano sulla pista. Altri tre secondi…
Due…
Uno…
«Via!», gridò, mentre dava piena energia ai motori.
L’A-10 scattò in avanti, vibrando e scodando di nuovo mentre le grosse turboeliche mandavano getti d’aria rovente contro la parete sul fondo. Blair fece salire l’aereo sulla rampa, rallentando appena nell’affrontare la stretta curva a sinistra che l’avrebbe portata sull’altra pista. Tenne la velocità costante per altri tre secondi, muovendosi relativamente lenta e dando a Barnes e al resto della squadra a terra quanto più margine di sicurezza potesse. Poi, stringendo i denti, mandò i motori al massimo.
La pista di decollo era già corta di suo, in più la pioggia di detriti del Giorno del Giudizio l’aveva riempita di buche e dossi. Comunque il suo era un jet da battaglia, creato per cavarsela sui terreni non certo ideali delle più complesse prime linee dei fronti. L’aereo sobbalzò mentre lei faceva del suo meglio per evitare i punti più danneggiati, continuando ad avanzare sempre più veloce.
I tre H-K in arrivo avevano appena raggiunto il margine della pista quando lei tirò su la cloche, spedendo l’A-10 verso il cielo.
«Ne hai tre in coda, Hickabick», la voce di Yoshi le crepitò nell’orecchio. «Vira a destra… Provo a levarteli di torno».
«Ricevuto», fece Blair facendo piroettare rapidamente il suo jet verso destra. Notò un movimento con la coda dell’occhio: era Yoshi che si lanciava in picchiata da un punto sopra di loro, con la sua GAU-8 che vomitava piombo perforante contro le macchine letali che le erano dietro.
Fu molto preciso. Blair era a metà della virata quando il terreno dietro di lei si accese per l’esplosione di uno dei tre H-K. Si raddrizzò momentaneamente, poi girò di nuovo a destra. La virata la portò a vista dei due H-K rimanenti: armò uno dei suoi Sidewinder, lo puntò sul nemico più vicino e fece fuoco.
Ci fu un’altra esplosione, anche più spettacolare della precedente, e restò solo un ultimo avversario.
L’istinto di Blair gridava come una banshee nella tempesta. Era stato troppo facile. Davvero troppo facile. Rigirò l’aereo mentre il terzo H-K l’attaccava con le sue Gatling, evitando il fuoco nemico e scandagliando il cielo.
Due mezzi di rinforzo si avvicinavano volando bassi, muovendosi con grazia tra gli edifici in rovina, vicino al suolo, dove un pilota meno esperto non li avrebbe notati finché non fosse stato troppo tardi.
«A ore otto, bassi», avvertì velocemente Yoshi, premendo sulla cloche per portare il jet in posizione d’attacco prima che Skynet capisse che il suo piccolo inganno era stato scoperto.
La partita finì in parità. Lei fece partire il suo ultimo Sidewinder proprio mentre i due H-K aprivano il fuoco, uno contro di lei, l’altro contro il missile. Un secondo più tardi, il Sidewinder
esplose troppo lontano dai suoi bersagli, mentre Blair spingeva la cloche in avanti, tuffandosi in vite per evitare il letale assalto del piombo che le arrivava addosso.
Forse aveva spinto con troppa foga. Il brusco cambio di direzione, unito al fatto che non aveva dormito, le provocò un violento capogiro che spedì l’universo a roteare selvaggiamente intorno a lei. Anche se lontanamente, era ancora consapevole del suo battito in gola, della voce di Yoshi che le urlava nelle orecchie, del terreno che le correva incontro…
Si riprese appena in tempo, tirando a sé la cloche e uscendo dall’avvitamento così in prossimità del suolo da sentire sul ventre dell’A-10 il contraccolpo dell’onda d’urto che risaliva dal terreno.
«Tutto bene?», chiese il compagno.
«Sì, ok», riusci a rispondere, virando e cercando di risollevarsi ancora un po’. «E tu …?»
S’interruppe, mentre un’altra esplosione scuoteva l’aria.
«Jinkrat!», gridò, guardandosi freneticamente intorno.
«Tutto a posto», la rassicurò Yoshi. «Stavo solo ricordando a Skynet che di solito viaggiamo in coppia».
Quando il fuoco e il fumo dell’esplosione si dispersero, Blair vide che uno degli H-K che avevano tentato di coglierli di sorpresa si era tramutato in un ammasso di schegge ardenti. L’altro, ancora in volo radente, era sfuggito all’assalto e stava girando oltre l’aeroporto, nel tentativo di riunirsi all’ultimo dell’originario gruppo d’attacco.
«Sembra che vogliano andare in coppia anche loro», disse lei. «Come ti senti?»
«Sto a Geth Pete», ribatté lui.
Storse le labbra. Geth Pete… Pietro sul Getsemani. Lo spirito vorrebbe, ma la carne è debole. In altre parole, aveva finito le munizioni.
Ma era improbabile che Skynet potesse cogliere una tale metafora, quindi quasi certamente pensava ancora che i suoi H-K stessero affrontando due aerei armati.
«Vira e attaccali sul fianco», disse lei. «Io li affronterò direttamente».
«Ricevuto», rispose Yoshi, e mentalmente Blair gli rivolse un saluto. Lanciandosi in battaglia disarmato l’avrebbe aiutata, ma gli sarebbe potuto costare la vita.
Non se lei lo avesse evitato, comunque.
Invertì la rotta, scagliandosi contro di loro e controllandone la strategia. Quale dei due si fosse mosso per colpire Yoshi, lei avrebbe concentrato il suo attacco sull’altro, sperando di eliminarlo abbastanza in fretta da poter raggiungere il secondo prima che potesse mirare il suo compagno.
Sfortunatamente, gli H-K non stavano giocando secondo le regole. Entrambi si lanciarono dritti contro Blair, ignorando completamente la carica solitaria di Yoshi contro il loro fianco.
Questo significava che il messaggio in codice non aveva funzionato. Skynet aveva capito tutto e non avrebbe sprecato risorse contro un nemico incapace di rispondere al fuoco. Almeno, non prima di aver finito l’altro.
«Ho un’idea migliore», comunicò Blair a Yoshi. «Staccati e torna indietro. A loro ci penso io».
Lui borbotto qualcosa che lei non riuscì a capire. Ma era abbastanza sveglio da intuire che in quel frangente era l’unica cosa da fare. La Resistenza non aveva abbastanza aerei e piloti da permettersi di perderli senza una buona ragione.
«Ricevuto, Hickabick», rispose infine, con un sospiro. «Vado».
«Attento agli occhi indiscreti», lo avvertì Blair. «E non dimenticarti di entrare da nord».
«Ricevuto. Buona fortuna».
«Anche a te».
I due nemici, che avevano fatto tanto per volare in formazione, si separarono di nuovo al suo avvicinarsi: uno virando a destra e l’altro avvitandosi a sinistra. Lanciò una moneta mentale e si girò per seguire quello a sinistra. La sua virata le permise di raggiungerlo prima che si staccasse e una singola, lunga sventagliata della GAU-8 lo tolse di mezzo.
Sfortunatamente, questo permise all’altra macchina di piazzarsi dritta alla sua coda. E mentre tentava di girare stretto per fronteggiarla, l’H-K aprì il fuoco, mandando una raffica di piombo nel ventre dell’A-10.
C’era una sola cosa da fare.
Usando tutta la potenza dei motori, tirò a sé la cloche, sollevando il muso verso il cielo per un giro della morte. Continuò ad alzarsi, ignorando il fuoco nemico che la seguiva, finché il jet non fu quasi in posizione di stallo.
A quel punto, facendo rigirare l’aereo in una mezza piroetta, lo riportò dritto, terminando la sua rotazione.
Con quella sola manovra perfetta si ritrovava su un vettore opposto e aveva guadagnato anche parecchia altitudine.
Rallentò appena, sospirando di sollievo nel controllare il cielo intorno a sé. La virata Immelmann era una manovra di combattimento standard, che probabilmente era stata insegnata a tutti i piloti militari sin dalla Prima Guerra Mondiale. Ma di certo questo non significava che a qualcuno fosse mai piaciuto eseguirla.
Comunque, quando il trucco funzionava riusciva molto bene, soprattutto contro velivoli come gli H-K, realizzati più per andare a caccia di bersagli a terra che per effettivi combattimenti aerei. Infatti il cielo intorno a lei sembrava davvero sgombro.
Questo non voleva dire che Skynet non avesse in cantiere qualcosa di più maneggevole di quella generazione di aeromobili non particolarmente brillanti nei duelli in volo. Anzi, si parlava di armi al plasma che avrebbero soppiantato le loro Gatling. Col tempo, temeva che qualsiasi vantaggio la Resistenza era stata capace di trovare o realizzare sarebbe stato annullato.
Era compito suo e delle persone come John Connor, assicurarsi che Skynet fosse fermato prima che potesse accadere.
Si guardò intorno. L’H-K che credeva di aver seminato del tutto la stava ancora inseguendo, muovendosi alla massima velocità consentita dalle sue turboeliche.
Skynet non voleva ancora mollare la presa.
Bene. Se quel maledetto sistema computerizzato voleva perdere un altro aereo, l’avrebbe accontentato volentieri.
In effetti, c’era una piccola manovra che si riservava per occasioni come quella; con tre delle quattro torri radar di Skynet momentaneamente fuori uso, poi, era proprio il momento migliore per provarla. Controllando il segnale sotto di lei e regolando la velocità in modo che l’H-K iniziasse ad avvicinarsi, si diresse a ovest, verso i confini della città e l’oceano scuro che si stendeva oltre.
L’H-K aveva all’incirca dimezzato la distanza quando Blair fu in vista del suo obiettivo: un paio di edifici di venti piani distanti più o meno quindici metri, che forse un tempo erano state le torri di un hotel; le pareti e i soffitti malandati ancora si aggrappavano ai loro scheletri.
Non sapeva perché quelle strutture fossero riuscite a sopravvivere tanto a lungo, soprattutto considerata la loro altezza; forse qualcosa di più alto e grosso a sud poteva averli riparati dall’esplosione nucleare. Comunque, quei fabbricati le davano un’opportunità da non perdere.
Sorridendo tra sé e sé, li raggiunse e spense il motore destro.
Fu come lanciare un pezzo di carne fresca in un acquario di squali. L’H-K dietro di lei si lanciò bruscamente in avanti, usando una riserva di velocità che Blair non immaginava possedesse. Raggiungendola, cominciò a sparare, bucherellando la sua coda e la punta delle ali dell’A-10 e mirando chiaramente al motore ancora acceso.
Imprecò sottovoce mentre controllava la distanza tra lei e l’avversario, poi guardò avanti verso gli edifici e infine di nuovo indietro verso l’inseguitore. Sarebbe stata una manovra rischiosa, col nemico addosso per tutto il tempo. Per un attimo considerò di riaccendere il motore di destra e recuperare il vantaggio.
Ma se l’avesse fatto Skynet avrebbe saputo che non era vulnerabile come aveva finto e avrebbe scoperto la trappola. A quel punto, avrebbe potuto sganciarsi dall’attacco o spedirle contro l’H-K con più cautela di quanto desiderasse.
Di buono c’era che probabilmente, dopo i lunghi scontri di quella notte, l’H-K doveva essere ormai a corto di munizioni. D’altra parte, la cosa valeva anche per lei. Dei 1100 colpi con cui aveva preso il volo ne restavano meno di 150, e con raffiche di 3900 colpi al minuto significava poter sparare per circa due secondi.
Sarebbe stata davvero dura.
Avevano ormai quasi raggiunto gli stabili e, nonostante le manovre evasive di Blair, il nemico stava iniziando a sopraffarla. Poteva sentire il rumore sordo dei proiettili delle Gatling e l’urlo stridente del rivestimento dell’A-10 che si sgretolava sotto quell’assalto, tra le ali e la coda. Solo quindici metri tra i due palazzi, ricordò a se stessa, virando verso nord e facendo in modo di posizionarsi su un vettore che le avrebbe consentito di passare a sinistra delle torri. Una distanza di quel tipo non lasciava molto spazio di manovra a un H-K, ed era del tutto impossibile, almeno sulla carta, per un A-10, che aveva un’apertura alare di diciassette metri e mezzo.
L’inseguitore balzò ancora in avanti, avvicinandosi ulteriormente; sembrava che Skynet avesse deciso che era ormai spacciata.
Lei superò il primo edificio.
Poi, con un deciso strattone sulla cloche, costrinse l’aereo a una brusca virata a destra. La manovra fece spostare l’A-10 sulla sua ala, permettendogli di fatto di diminuire l’apertura e riuscendo così ad infilarsi con grazia nello stretto passaggio, senza neanche sfiorare le pareti delle malandate strutture.
Così mise il primo dei due edifici tra lei e l’H-K.
Tre settimane prima, con tutte e quattro le torri radar di Skynet che offrivano una copertura completa del bacino di Los Angeles, un simile trucco non avrebbe mai funzionato. Ma ora tre di quelle installazioni erano state distrutte, e solo quella di Capistrano, molto più a sud, funzionava ancora.
Questo significava che, sempre che non ci fossero nelle vicinanze un T-1 o un T-600 capaci di avvistarla da terra, per Blair essere fuori dalla visuale dell’H-K significava anche non essere osservata da Skynet.
Aveva cinque secondi forse, prima che anche il nemico si facesse strada nel varco. Ma aveva passato molto tempo a studiare quella tattica e sapeva esattamente cosa fare. Con l’A-10 che ancora stava virando riaccese il motore destro, del quale aveva simulato la rottura, e simultaneamente tirò su il muso.
Così, la sua stretta svolta a destra si tramutò in una spirale ascendente. Volò verso il cielo, stringendo la cloche con entrambe le mani e lottando contro il peso schiacciante delle atmosfere, che cercavano di farle defluire il sangue dal cervello. La manovra la portò oltre la sommità del primo edificio. A quel punto lei spinse di nuovo in avanti, direzionandosi verso il suolo, facendo curvare gli alettoni malandati e tuffandosi in vite verso lo stretto spazio di terreno tra le due torri.
Cosa che, come aveva previsto, la fece ritrovare direttamente sopra, al suo inseguitore, nella sua coda.
Skynet doveva aver capito istantaneamente d’aver perso quel round. Ma pareva comunque che non volesse cedere senza combattere. L’H-K cercò di girarsi in modo da avere l’A-10 nel mirino delle sue Gatling proprio nel momento in cui gli ultimi 143 proiettili perforanti di Blair lo spedirono all’inferno.
Si concesse un vago sospiro di sollievo, uscendo dalla picchiata e dando tregua ai motori. Finalmente il cielo intorno a lei era sgombro ed era il momento di tornare indietro e raggiungere il nuovo hangar, che Connor aveva fatto sistemare nei pressi di Fallback One. Soffiando via una goccia di sudore dalla punta del naso, Blair spedì l’A-10 in un’ampia rotazione che lo diresse a est, verso il territorio della squadra. Osservò il terreno sotto di lei, cercando le sagome inequivocabili e gli scintillanti occhi rossi dei Terminator.
Di colpo senti il cuore scoppiarle nel petto.
Sei isolati più a sud, fermi al suolo come silenziose falene grigie, c’erano altri quattro H-K.
E lei aveva finito le munizioni.
Automaticamente, continuò a tenere l’A-10 nella direzione che aveva impostato, coi battiti che le martellavano nelle tempie mentre guardava gli aerei nemici. Se ne stavano ai quattro angoli
di un piccolo parcheggio che circondava un magazzino mezzo distrutto, attorniati dalle macerie, con le luci spente e i motori completamente fermi o che giravano a bassissimo regime, tanto da non sollevare polvere. Ogni muso puntava verso l’esterno, in quella tipica formazione che i soldati utilizzano di notte per sostare in territorio nemico.
Ma gli H-K non dormivano. Skynet non si addormentava mai.
Forse non aveva capito che lei era sopravvissuta? Ridicolo, soprattutto con la torre di Capistrano ancora attiva. Oppure aveva deciso di aver perso troppe delle sue preziose risorse per una notte sola? Questa era un’ipotesi più plausibile. I cervelloni del Comando erano piuttosto sicuri che Skynet fosse ancora in fase di armamento, con una flotta di H-K in costruzione, come pure il suo esercito di carri e Terminator.
Comunque, qual che fosse il reale motivo, a lei importava soltanto di averla finita con gli scontri aerei per quella notte.
L’A-10 concluse la virata e lei lo raddrizzò di nuovo. Continuando a tener d’occhio la città davanti a sé, e controllando di quando in quando anche dietro, si diresse verso casa.

L.

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