Terminator Salvation: Cold War (2009)

Il terzo dei libri prodotti dalla Titan Books nel mondo del quarto film misteriosamente non è mai arrivato in Italia, malgrado il suo autore sia più che noto. Forse la Multiplayer.it non considerava le vendite dei primi due titoli soddisfacenti tanto da presentare anche il terzo.

Datato ottobre 2009, ecco Terminator Salvation: Cold War di Greg Cox, disponibile anche in digitale.

La trama:

Russia 2003. Quando gli Stati Uniti fanno partire il loro intero arsenale nucleare contro il resto del mondo, il capitano Dmitri Loseko del sottomarino nucleare Gorshkov non ha scelta se non rispondere al fuoco. Il suo obiettivo? L’Alaska.
Alaska del 2018. Combattento per la sopravvivenza in un ambiente selvaggio e ghiacciato, Molly Kookesh fa di tutto per proteggere la propria cellula di Resistenza dagli attacchi dei Terminator. Ispirata dalle trasmissioni radio di John Connor e dopo uno scontro brutale con una macchina spaventosa, la donna decide che è tempo di reagire.
Un romanzo ufficiale che esplora il mondo del dopo-Giudizio universale del film Terminator Salvation.

Traduco in esclusiva alcuni brani.


Terminator Salvation
Cold War


1


«I più forti fra i guerrieri sono due:
Tempo e Pazienza»
Lev Tolstoj, Guerra e Pace


25 luglio 2003
Il Giorno del Giudizio venne senza preavviso.
Il capitano di primo livello Dmitri Losenko sorseggiava tè da una tazzina di ceramica mentre aggiornava il diario di bordo nella tranquillità della sua cabina a bordo del sottomarino nucleare Delta IV K-115. Il suo volto appuntito come quello di un falco era ben rasato. Striature di grigio iniziavano a scorgersi fra i suoi capelli. Medaglie ed onorificenze brillavano sulla sua uniforme blu scuro. Gli occhi grigi erano concentrati intensamente sul suo lavoro.
I suoi alloggi lo rispecchiavano: perfettamente organizzati. Rose fresche sulla sua scrivania; pannelli in legno lucido rivestiti con paratie in acciaio; le lenzuola di cotone della sua cuccetta erano montate e piegate con l’accurata precisione e l’attenzione per i dettagli che la vita a bordo di un sottomarino richiedeva.
Uno schermo montato vicino alla sua cuccetta gli permetteva di tenere d’occhio la situazione del sottomarino con un solo colpo d’occhio. Una copia vissuta di Guerra e Pace aspettava il suo tempo libero per poter essere letta. Come ufficiale della nuova Marina Russa Losenko comandava quella nave da più di un anno, ormai: gli piaceva pensare di essere preparato sia per la guerra che per la pace, e di star giocando un ruolo vitale nel preservare quest’ultima.
Era impegnato in un giro di perlustrazione a bordo del K-115, ribattezzato Gorshkov in omaggio al padre della moderna Marina Russa. 150 metri sotto la superficie ghiacciata del Mar di Barents, il sottomarino procedeva silenziosamente portando il suo letale carico di missili balistici. Per quasi venti anni, attraverso la Guerra Fredda e oltre, K-115 e il resto della Flotta del Nord aveva trattenuto la propria artiglieria, tornando sempre in porto senza aver rilasciato l’inferno termonucleare nel mondo.
Solo nella propria cabina, Losenko non si aspettava che questa missione sarebbe finita in modo diverso. Non vedeva l’ora di tornare nella sua dacia, fuori San Pietroburgo, dopo un’altra missione portata a buon termine. La campagna era così bella in estate.
Un rumore dall’interfono disturbò i suoi pensieri. Losenko posò il suo tè e afferrò il microfono. Un cavo di plastica nera, tenuto scrupolosamente sciolto da nodi, collegava il microfono alla radio.
«Alloggi del capitano», disse bruscamente, con voce profonda. «Cosa c’è?»
La voce di Alexei Ivanov, suo primo ufficiale o starpom, fuoriuscì dal microfono.
«Capitano, abbiamo ricevuto una comunicazione urgente dal Comando di Flotta.»
Losenko inarcò un sopracciglio.
«Arrivo subito.»
Lasciando il suo diario di bordo, il capitano si alzò in piedi. I suoi stivali di pelle nera risuonavano sul pavimento metallico mentre procedeva lungo il corridoio. A differenza di una nave di superficie, soggetta al rollio delle onde, il pavimento di un sottomarino rimane stabile e fermo sotto i piedi: se non fosse per il rumore dei motori in sottofondo, ci sarebbero pochi indicatori di movimento. Cavi e condotti si districavano ovunque. L’aria veniva mantenuta ad una confortevole temperatura di venti gradi centigradi. Un doppio scafo lo proteggeva dalla gelida e scura acqua all’esterno. Come sempre, trovò conforto ed orgoglio nell’efficienza ed affidabilità della macchina che comandava.
Che vuole Mosca, ora? si chiese. Corrugò nervosamente le sopracciglia. Non aspettavo alcun nuovo ordine.
Una marcia forzata lo portò velocemente al comando centrale. Appena entrò, le sue orecchie furono immediatamente aggredite dal segnale di emergenza che fuoriusciva dal sistema radio. Al massimo poteva percepire qualche parola o frammenti di frasi fuoriuscire dagli altoparlanti.
File di strumenti illuminati, manometri e pannelli di controllo, scorrevano lungo le pareti della camera, dalla dimensione di una cucina in un appartamento di Mosca. Due periscopi cilindrici, uno ottico ed uno elettronico, si alzarono mentre i tecnici scattavano sull’attenti all’entrare del capitano. Camicie nere a strisce potevano intravedersi sotto le loro tute da lavoro blu scure.
Verso la prua, l’ufficiale di immersione sorvegliava i timonieri mentre manovravano il timone mediante un paio di volanti di grandi dimensioni. Un display digitale di profondità confermò che la nave si trovava a 150 metri di profondità sotto il ghiaccio.
«Capitano in cabina», annunciò un ufficiale.
Il capitano di secondo livello Ivanov passò il comando a Losenko, che si avvicinò al periscopio mentre Ivanov gli mostrava uno stampato. Parlò in modo professionale, ma Losenko sapeva che il suo giovane ufficiale stava cercando di controllare la tensione nella voce. E il capitano capì che la situazione era davvero seria.
«Questo è arrivato via radio», annunciò Ivanov.
Il Gorshkov era dotato di una grande antenna in grado di ricevere frequenze anche mentre il sottomarino era in immersione a grandi profondità. Losenko scorse rapidamente il messaggio… e il suo cuore saltò un battito. Malgrado il suo addestramento e la sua esperienza, dovette resistere alla tentazione di appoggiarsi alla parete e mantenne la calma.
Stampate in un acceso bianco e nero, le parole davanti a lui erano il peggior incubo per un comandante.
E una sentenza di morte per il mondo che lui conosceva.
*
Stando ai tabulati, gli Stati Uniti d’America avevano appena fatto l’impensabile: avevano lanciato il loro intero arsenale nucleare contro i propri avversari.
Anche se Losenko esaminò il messaggio più volte, lasciando che i suoi increduli occhi si convincessero, i missili americani erano in aria, in viaggio contro Russia, Cina e il Medio Oriente.
Mosca aveva autorizzato una risposta immediata.
No, pensò lui disperato. Dev’esserci un errore.
Alzò lo sguardo dalla carta, e parlò con un ringhio. «È stato verificato?»
Ivanov annuì.

L.

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