Upgrade (2018) Io canto il corpo cyberpunk…

Maledetto Leigh Whannell: ti dovrei odiare, come cantava Alexia, ma come potrei…?

Uno fa tanto per essere un bravo Zinefilo, per vedersi film che puzzano di Z lontano un miglio per il semplice gusto di prenderli in giro, e invece…
Mentre vedevo Upgrade sono stato preso da entusiasmo mistico, e più andava avanti il film più mi stupivo: possibile che a 35 anni dalla nascita del movimento letterario cyberpunk qualcuno sia addirittura riuscito a fare un film non derivato che ne utilizzi alcune tematiche specifiche?
Finito il film – visto per caso e senza sapere nulla dei suoi autori e della sua trama – prendo carta e penna pronto a segnarmi nomi che devo strombazzare in giro: devo assolutamente scrivere una recensione per avvertire il mondo della nascita di coraggiosi cineasti che dopo lunghi e noiosi decenni di copia-e-incolla da Blade Runner hanno finalmente letto un romanzo cyberpunk (scoprendo che il film di Scott non c’entra una mazza con il genere, anche perché è nato due anni prima!) e ci hanno regalato un gioiello.

Sto lì, con le dita sulla tastiera, pronto a scrivere il nome del nuovo audace cantore del corpo elettrico, anzi del corpo cibernetico…
Ci ho messo un po’ a capire le lettere che leggevo… e che formavano la scritta “Written and Directed by Leigh Whannell”.

Con gli occhi fuori dalle orbite, ho afferrato il mio trasmettitore e ho gridato: «Khaaaaaaaaaan!»

Io lo odio Leigh Whannell, ma come si fa a non amarlo? Uno che a 24 anni, appena uscito dalla scuola di cinema, va a bussare alle porte delle case produttrici di Melbourne, Australia, con in tasca un copione scritto insieme all’amico James Wan: si chiama Saw. L’enigmista, interessa?
Dopo il titanico successo del film del 2004 e l’inizio di una lunga serie di seguiti, uno pensa: va be’, Leigh ne ha azzeccata una e ora si infilerà negli ingranaggi dei millemila seguiti a variazione sul tema e lo perdiamo di vista. E invece un giorno se ne esce con Insidious (2010). Maledetto Leigh…

Il giovane Leigh Whannell ai tempi del suo esordio con Saw (2004)

La saga di Insidious è da odiare e disprezzare… ma poi arriva in scena Leigh e il suo amico a fare gli Acchiappafantasmi in versione 2.0, a citare gli anni Ottanta e a divertirsi con un genere che si prende sempre troppo sul serio. Ti dovrei odiare, Leigh, ma come potrei?

Basta, chiudete tutto, ora siamo davvero al completo!

Forse proprio questa passione per gli anni Ottanta, lui che è del ’77 quindi quel decennio l’ha vissuto sul serio, deve aver spinto il cuore di Leigh oltre l’ostacolo, scoprendo che esiste vita oltre Blade Runner. (Malgrado nelle interviste in Rete sia l’unico film che cita, ma c’è da capirlo: deve pur piacere ai lettori.)
Chissà che nella sua cultura cinematografica dell’epoca non rientri anche Fame (1980) di Alan Parker, da cui la fortunata serie televisiva “Saranno famosi”, pellicola che si chiude con il saggio di fine anno della scuola d’arte, e cioè la canzone I sing the body electric. Sono versi di Walt Whitman molto noti agli anglofoni, che esaltano il corpo umano ma che non possono passare inosservati alla fantascienza: infatti uno dei maestri del genere, Ray Bradbury, nel 1969 ne ha tratto un racconto omonimo.

La perfezione del corpo viene seriamente messa in discussione proprio negli anni Ottanta, quando l’invasione dei Personal Computer rende chiaro a tutti, non solo agli addetti ai lavori, che il futuro sarà informatico. Di più: sarà automatico. Di più: sarà sistematico. Di più: sarà idromatico. In pratica, sarà un fulmine alla brillantina!
Ok, ok, sto citando John Travolta che canta Greased Lightnin’, rischiando però la sua versione Scary Movie, ma il concetto e l’esaltazione sono proprio quelli: il corpo elettrico… sarà elettrico per davvero.

«I sing the body electric / I celebrate the me yet to come…»

Corpi e computer sono fusi da sempre, ma dei ragazzacci nel 1984 si sono messi a tavolino e hanno deciso di divertirsi a creare un movimento letterario, con regole e canoni ben precisi, per cantare il “nuovo” futuro: quello dei bassifondi, quello degli ultimi della terra che hanno trovato una scappatoia, attraverso la Rete. Immaginate che tutti i computer siano collegati in una Rete e che gruppi di pirati informatici, chiamati cowboys, imperversino per i bassifondi digitali a compiere i loro crimini. Come lo chiamiamo uno stile narrativo che racconti storie di teppisti al computer? Chiamiamolo cyberpunk. (Punk = A criminal or thug, un criminale o un teppista, recita l’Oxford Dictionary.)

«Case è un cowboy d’interfaccia, un uomo che con la mente riesce a entrare e muoversi nell’incredibile mondo delle matrici dei computer, il cosiddetto cyberspace, dove la sua essenza disincarnata può frugare nelle banche-dati delle ricchissime corporazioni che dominano la Terra e rubare le informazioni che gli sono state richieste dai suoi mandanti.»

Così il nostro Sandro Pergameno nel 1986 introduceva il protagonista di Neuromante (1984) di William Gibson, per la Editrice Nord: in un solo paragrafo, ha identificato tutti i temi che il genere avrebbe affrontato negli anni a venire.

«Case si muove in un mondo di cupa delinquenza e di elevatissima tecnologia computerizzata, di droghe e di traffico nero di organi umani, di trapianti e di sfrenata ricchezza, di popolosi quartieri poveri e malfamati, un mondo di cyborg e di tetre strade notturne, di metropoli illuminate da un cielo grigiastro per le colorate luci al neon e gli ologrammi dei locali più pericolosi e degradati.»

E con queste parole, sembra star descrivendo per filo e per segno Upgrade di Whannell: per questo ho il sospetto o il felice sentore che questa non sia la miliardesima opera derivata da Blade Runner, bensì abbia radici letterarie.

Qualunque sia il futuro, di sicuro sarà di merda

Come ogni altro movimento letterario della storia, i fondatori poi fanno come pare a loro e un secondo dopo la nascita ci sono più “correnti” che scrittori, e ognuno si fa il cyberpunk per contro proprio, reinterpretandolo a modo suo. C’è chi aggiunge, chi toglie, chi cambia, ma poi si chiude baracca e burattini. L’arrivo del cinema distrugge ogni cosa.
Gibson vuole sfondare come sceneggiatore e rimane sfondato, esce Johnny Mnemonic (1995) e New Rose Hotel (1998), entrambi tratti dai racconti di Gibson ed entrambi prove lampanti che il cyberpunk al cinema funziona da schifo. A chiudere il discorso arriva  Matrix (1999), che ha capito come funziona e non si “ispira” o “copia”: semplicemente ruba il meglio e si inventa il resto per cacchi suoi. Dimostrando, ancora una volta, che del  cyberpunk non frega niente a nessuno: la parola è bella e viene pronunciata mille volte al giorno ovunque, ma dei romanzi anni Ottanta che ne hanno cantato il corpo elettrico è meglio dimenticarcene.

Perfetto simbolo del cyberpunk: una nuvola di fumo

Come dicevo in occasione di Alita (2019), sul finire degli Ottanta il corpo umano ha perso la sua sacralità e i Novanta sono iniziati con gli innesti più variopinti. Gli autori “neri” francesi degli anni Sessanta avevano già detto tutto – «Mi tolgono un braccio, va bene. Dico: io e il mio braccio», scriveva Roland Topor nel ’64 – ma si sa che tutto torna di moda, così abbiamo vissuto una grande stagione di de-sacralizzazione corporale: abbiamo tutti cantato il corpo smembrato, ricucito, raffazzonato, migliorato, potenziato e ogni altro incrocio possibile.
Quando ancora esistevano i critici cinematografici, uno di loro notò che con Terminator era nata una mitologia contraria: non c’era più l’ascesa verso la perfezione, elemento della narrazione classica, ma si iniziava dalla perfezione (il corpo muscolare del T800) per andare inesorabilmente verso la menomazione, la distruzione, la corruzione del corpo come simbolo della corruzione (o perdita) dell’anima.
Questo è rimasto il canone fino ad oggi… Fino a Leigh Whannell.

Mi sto sforzando… ma non trovo più la mia anima

Grey Trace (Logan Marshall-Green, che curiosamente nessuno cita per il suo ruolo in Prometheus, ed è giusto così!) inizia la storia con il corpo perfetto ma lo perde subito. Si imbatte in tipici esponenti del cyberpunk, cioè teppisti dai corpi modificati che si aggirano per i bassifondi cittadini. Un brutto incontro per cui a pochi minuti dall’inizio il protagonista perde sia la moglie che il proprio corpo: quando si risveglia, infatti, una lesione alla colonna vertebrale lo vede paralizzato dal collo in giù.
Per fortuna c’è il suo amico Eron Keen (Harrison Gilbertson), magnate della cibernetica, che gli propone un affare segretissimo: può aggiustargli la colonna vertebrale con l’inserimento di un chip, una piccola modifica corporale in vista di un bene superiore: riacquistare il proprio corpo e trovare gli assassini della moglie. Chi mai rifiuterebbe?

Comincia il canto del corpo cibernetico

Le analisi sociologiche di Marshall McLuhan negli anni Sessanta sono universalmente considerate errate, non per colpa sua ma perché semplicemente il mondo è andato in tutt’altra direzione. Eppure un suo “allievo” indiretto è riuscito a rendere concrete le idee dello studioso della comunicazione, che aveva predetto come in futuro sarebbero sopravvissuti solo i media “caldi”, cioè quelli che veicolavano informazioni mediante la voce umana. Kubrick e il suo 2001, film fortemente influenzato dalle teorie di McLuhan, ha regalato al cinema l’unico modo di far interagire un personaggio computerizzato con lo spettatore, cioè un’entità che passa tutto il giorno a leggere sul cellulare ma al cinema dice “nooooo, ma che devo leggere i sottotitoli? So’ troppo veloci…”
Così STEM, il chip impiantato nel corpo ormai cibernetico di Logan, segue la storica tradizione di tutte le entità computerizzate: parla. E si sa che se parla… è intelligente. E si sa che se è intelligente… la storia finirà male.

Nel futuro cyberpunk le lucette al neon te le tirano appresso…

Non dirò ciò che succede ma non è impossibile intuirlo, comunque la forza del film non è certo nella novità del soggetto bensì nell’aver saputo creare un appassionante prodotto di puro intrattenimento lavorando su elementi per nulla originali.
Ciò che conta è che Leigh Whannell – che lo odio ma lo amo! – si dimostra regista particolarmente ispirato, e con un budget risicatissimo crea oro: sembra un filmone di quelli che buttano via palanche nel cesso, tipo l’inguardabile bojata contemporanea Mute (2018), cioè la faccia oscura di ciò che si pensa sia il cyberpunk.

Un momento, ma perché questo film ha un budget risicato di 5 milioni di dollari? Sembra proprio il “taglio” classico della… Cosa? Il film è prodotto dalla Blumhouse????

Come si fa ad odiare Giasone Blum che trova in continuazione il Vello d’Oro? Ha creato film di una bruttezza epocale e pensavo che con lui avrei avuto materiale perfetto, ma a parte quella vaccata di Halloween (2018) da un paio d’anni sta azzeccando tutto: la Asylum è scomparsa, della MarVista in Italia arrivano solo le commediole romantiche, Blum addirittura sfoggia uno spettacolare Ancora auguri per la tua morte (2019), dimostrando che c’è vita anche nei “secondi film”, e il maledetto Leigh Whannell lo amo sempre di più… Oh, ma qui il Zinefilo rimane senza Z da recensire!

Maledetto Leigh Whannell, che mi tocca adorarti…

Bassifondi in forte odore di Sprawl, pirati informatici, corpi potenziati, armi inglobate nella carne, perdita della sacralità del corpo umano e futuro dominato dai computer: se questo film fosse uscito nel 1988 sarebbe stato il capolavoro cyberpunk di un’intera generazione. Purtroppo è uscito nel 2018 e quindi verrà dimenticato fra… ecco, è già dimenticato. Perché nessuno degli scrittori cyberpunk aveva capito la più inconcepibile delle previsioni sul futuro: quando tutto sarà registrato e raggiungibile, in modo che nulla possa essere dimenticato… tutto verrà dimenticato. Nessun futuro bbuio potrà mai essere così bbuio come il nostro, immemore di sé.

I pirati informatici sognano acconciature da schifo?

Potrei farmi bello citando la Mente bicamerale, la teoria di Julian Jaynes per cui nell’antichità si pensava che la “voce interiore” nella nostra testa fosse quella di un dio che ci diceva cos’era giusto e sbagliato: nel futuro cyberpunk di Leigh Whannell è un chip parlante a dirci cosa fare, con una voce nella nostra mente che fa compiere all’uomo il successivo passo evolutivo: quella fusione tra carne e ferro che negli anni Ottanta era il sogno proibito di ogni autore, lettore e spettatore.
Potrei, ma non lo faccio: la grandiosità del film sta principalmente in una regia straordinariamente ispirata e in alcune scene di combattimento girate con una tecnica che giustamente Leigh nelle interviste dà per innovativa. Lo odio, Leigh, ma lo amo perché ho dovuto aspettare fino ad oggi per scoprire che è un regista fottutamente bravo.

Volete vedere come combatte un corpo cibernetico?

Un prodotto della Blumhouse, scritto e diretto da Leigh Whannell, che mi ha tenuto inchiodato fino alla fine e che sono qui ad elogiare: mai avrei creduto sarebbe arrivato questo giorno…
A questo punto potrebbe esservi venuto un sospetto: non è che Jason e Leigh mi hanno impiantato un chip che mi sta obbligando a tessere le lodi di questo film? Tranquilli, nel caso appena becco un virus dalla Rete che blocca il segnale vengo qui a rettificare…

L.

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20 risposte a Upgrade (2018) Io canto il corpo cyberpunk…

  1. Kuku ha detto:

    Beh direi che si potrebbe definirti con la frase “intellettualmente onesto” perché non ti fai condizionare da esperienze precedenti e giudizi formati in precedenza (non dico pregiudizi che potrebbe avere una accezione negativa).
    La frase “quando tutto sarà registrato e raggiungibile, in modo che nulla possa essere dimenticato… tutto verrà dimenticato” andrebbe scolpita nella pietra e adesso mi frullerà nel cervello per giorni!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e davvero quella frase mi fa soffrire.
      Viviamo in un’epoca che non ha eguali nella storia della cultura umana: per la prima volta da diecimila anni chiunque può accedere ad una mole sterminata di informazioni come mai nessun essere umano ha potuto mai immaginare, eppure viviamo ancora di leggende metropolitane, di fake news, di “sentito dire” e quel che peggio tutto viene dimenticato un secondo dopo.
      Proprio quando si è avverato un futuro che nessuno è mai arrivato ad immaginare, viviamo tutti in un eterno presente, in cui contano le informazioni che girano ora: quelle di cinque minuti fa non hanno più alcuna importanza.
      Possono semprare questioni di poca importanza, ma il risultato più vistoso è la politica: come fa il più vecchio politico italiano in carica a sembrare un “giovane”? Semplice, perché nessuno lo ricorda prima di oggi, e può dire quel che vuole, tutto e il contrario di tutto, perché verrà dimenticato un secondo dopo.
      Il potere prospera sulla mancanza di memoria, ma per sua fortuna nessuno ricorda che esiste un problema…

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      • Kuku ha detto:

        Sì, c’è dell’angosciante ed era la sensazione che provavo leggendo Orwell.
        Però cerco di consolarmi pensando che le grandi masse ignoranti erano prima e ignoranti restano ora. Prima però per chi voleva sapere le cose erano più difficili, oggi senz’altro lo sono molto meno, per chi è davvero interessato.
        Purtroppo c’è molto rumore, pattume, cose mezze vere che sono peggio di quello totalmente false. Poi chi diffonde fake news, pur sapendolo, lo fa perchè comunque le cazzate fanno sempre presa.
        Ho come l’impressione che per certi versi sia sempre tutto uguale, le condizioni di oggi avrebbero dovuto migliorare la situazione però il bilancio complessivo è forse in pari. Cosa dici, pensi sia peggio oggi?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Voglio guardare anch’io il bicchiere mezzo pieno, e pensare che chi non vuol sapere continua a rimanere allo stesso livello, ma almeno ci sono molte più possibilità per chi è curioso.
        E’ però difficile rimanere ottimista quando si pensa che l’unico secolo nella storia umana in cui tanti erano convinti che la Terra fosse piatta è il Novecento… Ma anche qui, chi si lascia contagiare dalle stupidaggini lo farà sempre, non si può salvare, invece è un bene che chi voglia approfondire ha oggi strumenti impensabili nel passato, e si spera saranno sempre di più in futuro. 😉

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  2. Cassidy ha detto:

    Azzardo ma secondo me questo è il post definitivo su questo film. Anche io l’ho visto aspettandomi una porcheria, invece mi è piaciuto un sacco e purtroppo non ho mai avuto il tempo per scriverne, ma sono felice che lo abbia fatto tu, perché meglio di così davvero non si potrebbe fare. Hai riassunto tutto, fosse uscito a fine anni ’90 sarebbe stato un cult, invece oggi se va bene, i commenti sono quasi tutti: «Woa ma è figo, pensavo fosse una porcheria».

    Logan Marshall-Green è un carciofo, che sembra la versione da discount di Tom Hardy, eppure qui mi è sembrato azzeccato per la parte, trovo abbastanza significativo il fatto che “Venom”, proprio con Tom Hardy, utilizzando un altro elemento (un simbionte alieno) di fatto ricalca le stesse identiche dinamiche di questo film, solo che questo anche se molto migliore è stato quasi ignorato, mentre frotte di persone sono corse in sala a vedere “Venom”. Gibson ci avrebbe tirato fuori una bella frase ad effetto su questo. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non riesco a difendere l’attore perché l’ho odiato troppo in “Prometheus”, anche se era colpa del personaggio, quindi mi è rimasto antipatico 😛
      Ti ringrazio e davvero mi stupisco che vengano esaltate minchiatine superficiali e prodotti come questo – curati in ogni minimo aspetto – rimangano al livello di “Oh, sai che non fa schifo?” Che non è un complimento, come ci ha insegnato Geppi Cucciari, la quale afferma di non considerare lusinghieri i “complimenti in negativo” che a volta le sono stati rivolti, del tipo “Sai che non sembri così grassa?”
      Ecco, il povero Leigh si ritrova a stupire per non aver fatto una bojata, quindi parte parecchio dal basso. Ed è giusto, perché lo odio, ma non se lo merita, perché lo amo 😀

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Devo entrare a lavoro e mi riservo di leggere la rece in tardo pome-serata, ma, appena visto il film recensito, non ho resistito e sono andato alla fine per capire la tua opinione…meno male, non ho avuto un abbaglio, siamo concordi 🙂
    Ho adorato questo piccolo, grande film che scorre, interessa, coinvolge, mescola citazioni anni ’80…il tutto con mano sapiente a dir poco! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Insoma sono stato l’ultimo a vederlo! E io che credevo di aver fatto una scoperta in anteprima 😀

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      • Conte Gracula ha detto:

        Io non l’ho ancora visto 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        No, non sei stato l’ultimo a vederlo perché a me Upgrade manca ancora all’appello, principalmente per via del mio grande “amore” nei confronti di Leigh Whannell… però, considerando che gli hai dedicato cotanto approfondito e appassionato post, credo di poter sospendere i miei sentimenti ostili e dargli almeno una fottuta possibilità (in fin dei conti per il cyberpunk ci son passato anch’io, prima che finisse citato a sproposito da chiunque): se ha fatto un buon lavoro, è giusto che non venga dimenticato un secondo dopo averlo visto 😉
        P.S. “Il potere prospera sulla mancanza di memoria, ma per sua fortuna nessuno ricorda che esiste un problema…” e, quand’anche qualcuno lo ricordasse, verrebbe (viene) liquidato all’istante come “disfattista”/”gufo”/”pessimista”/ecc.ecc. e relegato nel dimenticatoio (appunto)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Quel che stupisce è che per annullare le critiche vengono sparate risposte preimpostate già usate in passato da chi si criticava, e nessuno si infuria. È come se ci fossero disponibili solo alcune risposte fisse, e tutti le usano in un senso e nel suo contrario, tanto nessuno se ne accorge.
        In futuro arriveramo all’uso di semplici lettere: la maggioranza griderà A e l’opposizione B, poi si invertiranno le lettere. A che servono frasi, quando tanto non hanno alcun significato?

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      • Giuseppe ha detto:

        Quel futuro non mi sembra poi così lontano, purtroppo… 😦

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Basterebbe un piccolo sforzo collettivo per allungare la memoria media da tre giorni a tre giorni e mezzo…

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Ho giocato anni e anni “Cyberpunk 2020” (devo ancora avere i libri imbucati a casa dei miei) e a “Syndacate” per il glorioso Amiga. Ho letto pure la “sacra” Trilogia dello Sprawl di Gibson. Quindi il movimento Cyberpunk fa parte della mia crescita e della mia infanzia (dire giovinezza non mi piace per nulla…). Se qualcuno è riuscito a cogliere il senso, il cuore di tali opere e metterlo in un film decente, avrà tutta la mia stima e la mia riconoscenza perché finora gli unici che hanno sviluppato le idee anni ’80 del Cyberpunk sono stati quelli di “Futurama”.

    Ora questo “Upgrade” devo per forza recuperarlo… E se ha fatto centro a Blum bisogna fargli una statua perché col suo metodo mi sa che sta salvando il cinema.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Di sicuro il limite autoimposto di un budget di soli 5 milioni di euro costringe gli autori a sforzarsi di trovare strade alternative e più “artistiche” (in senso molto lato) invece che buttar via soldi in inutili effetti speciali.

      Di sicuro ci sono più richiami al cyberpunk letterario in questo film che in altri più “blasonati” ma molto meno ispirati, anche se però dai celebri titoli di Gibson forse ci sono giusto alcune idee. Il rapporto corporale viene più da altre correnti, ma comunque rimane un film davvero godevole fino in fondo.

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  5. Il Moro ha detto:

    Ho questo film in “coda di visione” da un po’, grazie a te mi sa che gli farò saltare quale posizione. Ho completamente ignorato “Mute”, leggo che è considerato un “sequel spirituale” di “Moon”, che mi è piaciuto molto, dello stesso regista… dici che è una porcheria? Peccato.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Va bene che in Rete si trova di tutto, ma probabilmente “Rocky” è più vicino a “Moon” di quanto lo sia “Mute” 😀 E’ solo un filmucolo vuoto fatto esclusivamente di superficiale apparenza: è quella branca del cyberpunk che non c’entra una stra-mazza col cyberpunk, ma si limita a belle scenografie di notte coi neon come gli altri dieci miliardi di filmucoli che copiano da Blade Runner. E’ il vuoto con il buco intorno.

      “Upgrade” invece ha una storia che si ricollega appunto a tematiche del cyberpunk letterario, ed ha una qualità registica assolutamente apprezzabile, quindi te lo consiglio cuore 😉

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  6. Conte Gracula ha detto:

    Non ho mai avuto un buon rapporto col cyberpunk, non andando matto per i livelli alti di distopia (e parlo di distopia veri, non di quei buchi con la sceneggiatura che vanno tanto in certi periodi, tipo Hunger Games).

    Comunque, dormi sereno, di pattume cinematografico ne avrai sempre. Purtroppo 😦

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