[Novelization] A 30 milioni di Km dalla Terra (1957)

Scopro con piacere una novelization che ignoravo (dovrò aggiornare il mio elenco), e non sono il solo visto che in copertina c’è scritto che viene prima il libro e poi il film: un’invenzione tutta italiana, visto che l’originale del 1957 di Henry Slesar riporta chiaramente che è il romanzo tratto dal film omonimo di Nathan Juran.

Prima edizione Ziff-Davis del 1957

Presento i primi due capitoli dell’edizione “Urania” n. 164 (7 novembre 1957) con la traduzione di Beata Della Frattina.


A 30 milioni di Km dalla Terra


I.
Avventura a Gerra

Il mare amava Gerra, il villaggio di pescatori tutto raccolto sulla riva che l’acqua accarezzava amorosamente con le sue lingue di schiuma. Talvolta giungeva perfino a lambire le case. In tutta la Sicilia non c’era nessuno che più dei pescatori di Gerra si vantasse di aver mai raccolto nelle sue reti tonni più grossi; e il motivo, a detta di Verrico, il più robusto pescatore del villaggio, era che: “… noi viviamo così vicino al mare che il pesce viene in casa a chiederci un bicchier di vino”.
Ma queste vanterie, erano riservate alle ore di riposo intorno alle rosse bottiglie di marsala e al suono della fisarmonica. Quando sul Mediterraneo cominciava a far giorno, Verrico e i suoi compagni iniziavano la loro dura fatica quotidiana nelle lunghe barche da pesca, armati di reti e fiocine; e i tonni rispondevano all’attacco lottando con tutto il loro vigore.
Quella era una giornata di sole come tante altre e Verrico tirava la rete grande, dando la voce al suo compagno. Mondello, più anziano e più tozzo di Verrico, si rifiutava di ammettere d’essere meno forte di lui, però sbuffava e faticava a tirar su la rete carica.
Nella barca c’era anche un terzo aiutante, ma non serviva molto.
«Pepe!» Mondello gridò rivolto al ragazzino intento a farsi rigirare una funicella fra le dita, con lo sguardo perduto lontano. «Vuoi proprio che il pesce se ne vada per i fatti suoi? E tira questa rete!»
Pepe aveva l’aria disgustata quanto solo un ragazzino di undici anni riesce ad averla. Si liberò la fronte dal ciuffo scuro, e ribatté: «Che reti! Funi grosse per prendere un pesciolino!». Sospirò. Il tono della sua voce risentiva di troppi anni di monotonia. «Nel Texas, invece, con una piccola corda prendono mucche grosse così!»
«Nel… cosa?» borbottò Mondello. «Cos’è questo Texas?»
«Come, Mondello, non sai cos’è il Texas? È un paese grandissimo, di là del mare, vicino all’America, dove ci sono i cow-boys…»
«Silenzio!»
L’ordine era venuto da Verrico che, mentre ascoltava, divertendosi, il battibecco fra i due compagni, aveva percepito un altro rumore, proveniente dalle profondità del mare.
«Cosa c’è?» domandò Mondello. Ma tacque subito anche lui.
I pescatori trascurarono di badare alla rete, per volgere gli occhi all’orizzonte dove mare e cielo si incontravano.
Era un rumore nuovo. Una specie di rombo che andava avvicinandosi sempre più. Quel boato non era prodotto dal mare, ed era sconosciuto al pacifico cielo di Gerra. Ricordava un poco i terribili giorni dello sbarco, durante la guerra, ma con qualcosa di indefinibilmente diverso. Qualche attimo, e diventò tanto forte da attirare l’attenzione di tutti i pescatori di Gerra, i quali si lasciarono sfuggire di mano le reti per volgere lo sguardo verso il punto da cui proveniva.
«Guardate!» gridò Pepe.
Nel cielo, le nuvolette bianche e fioccose si squarciarono, e ne sbucò un oggetto argenteo, così insolito che strappò un grido d’orrore ai pescatori. Dalla sua coda uscivano fiamme, e il suo muso aguzzo, puntato in direzione delle onde come un dito d’argento, si tuffò verso l’acqua quasi fosse ansioso d’incontrarla. Ma, d’improvviso, il muso si risollevò come ad evitare all’ultimo momento una collisione con la dura superficie del mare; tuttavia la forza che guidava quel movimento non riuscì a padroneggiarlo, e l’oggetto scivolò rimbalzando sull’acqua liscia come un sasso su uno stagno, cercò un’ultima volta di sollevarsi, e finì per sprofondare.
Nella barca di Verrico, i due uomini e il bambino guardarono nel silenzio pieno di tremore, mentre le loro mani si sollevavano inconsciamente ad accennare il segno della croce e le labbra mormoravano una affrettata preghiera perché Dio li guardasse da quel demonio ch’era precipitato dal placido cielo…
Adesso, nel punto in cui era caduto l’oggetto d’argento s’era sollevata un’enorme nube di vapore che impediva la vista. Lo sguardo inorridito dei pescatori continuava a star fisso su quel punto, e ci volle un minuto buono prima ch’essi si rendessero conto del nuovo pericolo che incombeva. Da sotto la nuvola sibilante stava partendo un’onda d’urto che espandendosi si dirigeva verso i fragili battelli dei pescatori.
«Attenti!» urlò Verrico, e il grido echeggiò di barca in barca. Le reti furono abbandonate e tutti gli uomini si precipitarono ai remi.
Verrico si gettò sulla barra mentre una muraglia d’acqua ribollente si ergeva alle loro spalle. Poco lontano, un altro pescatore virò il timone volgendo la prua al mare, ma troppo tardi, l’onda s’abbatté rabbiosa sollevando l’imbarcazione come un fuscello e scaraventando i pescatori nel mare in tumulto. La stessa ondata colpì anche la barca di Verrico, ma con minor violenza, limitandosi a tenerla un attimo in equilibrio sulla sua cresta per poi depositarla incolume. Verrico si voltò e vide che un’altra barca stava già correndo in soccorso dei naufraghi. Passata l’onda, il mare tornò calmo, e i pescatori poterono rivedere la spaventosa cosa venuta dal cielo.
Il vapore sibilante stava lentamente dissipandosi, ed essi scorsero la coda dell’oggetto uscire dritta dal mare.
«È un aeroplano» balbettò Verrico.
«Guarda» indicò Mondello, «ha un buco da una parte. Non riesce a stare a galla».
«Sì. Penso che dovremmo…»
Mondello non lo lasciò finire. Era forte e coraggioso quanto Verrico, nessuno in Sicilia doveva dubitarne. Ma adesso temeva che il suo compagno avesse in mente qualche idea troppo pazzesca e azzardata. Si chinò sui remi, dando la voce a Pepe, e si misero a vogare di lena dirigendo la barca verso riva, lontano dalla scena del disastro. Anche gli altri equipaggi della flottiglia fecero la stessa cosa. Non era vigliaccheria, la loro, ma solo buonsenso.
Ma Verrico, che continuava a guardare l’apparecchio non era soddisfatto.
«Fermiamoci!» ordinò.
L’uomo e il bambino sollevarono i remi.
«Torniamo indietro» disse Verrico, «là dentro ci deve essere qualcuno».
«Ma Verrico» protestò Mondello in tono implorante, senza tentare di nasconder la paura. «Non è un aeroplano come gli altri, quello. Non ne abbiamo visti di simili… non ci può essere nessuno a bordo!»
«Ah, ma senti, senti! Da come parli si direbbe che tu lo conosca bene quel coso» ribatté Verrico con tono sarcastico. «Guarda un po’, il vecchio Mondello! E dimmi, ci sei stato anche dentro, magari, eh? Che cosa siamo» aggiunse, gonfiando il petto, «gente di mare o bambini?»
Mondello non rispose.
«Torniamo indietro» ripeté Verrico.
Ripresero ancora una volta a remare; verso il largo, questa volta. Mondello pigiava forte sui remi, sforzandosi di distogliere lo sguardo atterrito dallo strano apparecchio precipitato in mare.
C’erano vicini, vicinissimi.
«Accosta» lo incoraggiò Pepe. «Accosta, Mondello».
«Taci, bamboccio!» ribatté rabbiosamente il pescatore. «Ci saremo accanto anche troppo presto».
Ormai erano davanti al foro che s’era aperto nella fiancata dell’apparecchio, e il mare intorno era cosparso di rottami del relitto. Perfino Verrico, la cui espressione non era mai mutata nel corso del lento accostamento, non pareva più tanto sicuro sul da farsi. Quando finalmente parlò, disse con voce roca: «Pepe… l’ancora».
Con gli occhi sbarrati, il ragazzino si chinò ad armeggiare attorno alla gomena poi, cautamente, uncinò l’ancora al bordo frastagliato dello squarcio, assicurando in tal modo la barca al relitto. Verrico scavalcò il parapetto afferrandosi saldamente alla parte superiore dell’apertura.
«Tu, Mondello» sussurrò Verrico, «vieni con me. Può darsi che abbia bisogno del tuo aiuto».
«Perché Verrico? Perché proprio io?»
«Non ti vanti di essere l’uomo più coraggioso della Sicilia?»
Mondello aveva un’aria quanto mai infelice, ma dopo un lungo sospiro si rassegnò a seguire Verrico oltre lo squarcio nel tenebroso interno dell’aereo.
*
Dentro, il pavimento era inclinato a causa della posizione in cui si trovava il relitto. Rullava anche, sotto di loro, mandandoli a urtare contro le pareti metalliche. C’era un nero di pece, là dentro, ma il riflesso del sole sul mare permetteva ai due uomini di vedere che si trovavano in un locale stretto, le cui pareti erano tutto un groviglio di tubi, fili, cavi, congegni elettronici misteriosi e terrificanti. Pareva che ogni angolo della stanza fosse stato utilizzato per immagazzinarvi apparecchi scientifici e brandine. Sulla parete di fondo, erano chiaramente visibili alcuni grossi cilindri di metallo infissi al muro con uncini.
Uno degli uncini era vuoto.
Verrico avanzava lentamente, seguito, ancor più lentamente, da Mondello.
Poi…
«Verrico!»
«Che c’è?»
Mondello indicò una mano che penzolava inerte dietro un intrico di apparecchi e congegni fracassati. Verrico si affrettò verso quel punto, e quando oltre alla mano vide anche la faccia e il corpo del morto, si immobilizzò di colpo imprecando a tutto spiano. Poi, sembrandogli che perfino in quell’atmosfera diabolica le bestemmie fossero sconvenienti, si fece il segno della croce e recitò una preghiera, imitato dal compagno.
L’apparecchio ebbe un improvviso sobbalzo.
«Verrico!»
«Tienti forte» bisbigliò il giovane con voce roca.
Lo scafo tornò immobile, o quasi, e il giovane si ritrasse cautamente dal morto per avvicinarsi a un portello circolare al cui centro era inserita una ruota. Girò la ruota e si udì un sibilo d’aria che usciva espandendosi nel locale, poi uno scatto e il portello si aprì.
«Vieni» disse Verrico. «Ce ne devono essere degli altri». Mondello lo seguì riluttante.
Nello scomparto successivo erano stipati parecchi serbatoi pieni di carburante dallo strano odore. A una catena penzolante dal soffitto stava appeso un rottame metallico che dondolava avanti e indietro. I due pescatori badarono a non venirne colpiti, e continuarono le loro ricerche.
Il locale seguente era l’ultimo della serie e il suo equipaggiamento scientifico era tale da superare di gran lunga per quantità e qualità quello del primo compartimento. Quadranti, comandi, congegni, strumenti, fili, tubazioni… Verrico si sentiva girare la testa solo a guardarli.
Ma le idee gli si schiarirono subito non appena vide, nella poltroncina davanti al quadro dei comandi, un uomo ripiegato su se stesso, col braccio squarciato da una ferita che sanguinava ancora.
Verrico si chinò su di lui, e rimase a guardarlo stupefatto, fin quando s’accorse che quei lineamenti orribili non erano veri, ma appartenevano alla maschera a ossigeno che l’uomo portava. La tolse, e posò l’orecchio vicino alla bocca dello sconosciuto.
«Vive ancora» mormorò.
Aiutato da Mondello trascinò il pilota svenuto verso il portello. Stavano già per uscire quando il giovane pescatore s’accorse che, legato ad una delle cuccette, e anch’egli protetto da una maschera, c’era un altro uomo.
«Porta fuori questo, svelto!» ordinò a Mondello, e tornò di corsa verso il secondo naufrago. Gli tolse la maschera, e il volto sottile aveva un’espressione così sofferente, atterrita, che gli strappò un gemito. Poi, sollevato il corpo leggero, uscì dalla cabina seguendo il compagno.
Aiutato da Verrico, Mondello sistemò sulla barca il pilota ferito, poi saltò a bordo a sua volta. Un attimo dopo, proprio mentre Verrico tornato sui suoi passi raggiungeva il secondo ferito, il relitto venne scosso da un nuovo violento sobbalzo che mandò il pescatore e il suo fardello umano a urtare con forza contro le pareti metalliche. Lo scafo squarciato cominciò a imbarcare acqua.
«Salta, Verrico» gridò Pepe spaventato. «L’aeroplano affonda! Salta!»
Ma Verrico non si diede per vinto. Ripreso l’equilibrio, trascinò il corpo privo di conoscenza sino a farlo uscire dallo squarcio, e lo affidò alle mani di Mondello.
«Salta!» urlò ancora Pepe, mentre l’apparecchio ricominciava a fremere come se fosse scosso da continui brividi. A un sussulto più forte l’ancora lasciò la presa, e Verrico capì che non avrebbe avuto scampo se non si fosse mosso subito. Saltò, ma i suoi piedi arrivarono soltanto a sfiorare il bordo del battello che si era spostato, e il giovane cadde in acqua. Riemerse e si mise a nuotare, mentre l’aereo continuava a vibrare con scricchiolii simili a gemiti.
I compagni lo issarono a bordo, proprio nel momento in cui l’apparecchio d’argento emetteva l’ultimo cigolante sospiro e scompariva sotto la superficie del mare.
In salvo, lontano dal vortice, i pescatori abbandonarono i remi e si volsero a guardare.
«Dovevano esserci più di due uomini a bordo» disse Pepe con voce rotta.
«È più che probabile» risposeVerrico. «Ma non abbiamo potuto raggiungerli. Riposino in pace…»
Si fece il segno della croce, mentre, in alto, un gabbiano mandava il suo acuto strido rompendo per un attimo il silenzio e la serenità dell’ampio azzurro mare di Sicilia.

II.
Il progetto

Il generale A.D. McIntosh aveva una certa familiarità con i contrattempi. Noie, beghe, “grane” per dirla con linguaggio soldatesco, avevano costellato sistematicamente la sua carriera come le pietre una strada da asfaltare, e lui aveva imparato ad affrontarle prendendole di petto e spesse volte, per mantenere valido il paragone, con l’assoluta mancanza di delicatezza di uno schiacciasassi.
La carriera di McIntosh aveva avuto inizio all’epoca in cui i velivoli erano giocattoli divertenti, adatti solo agli scherzetti bellici di coloro che avevano concepito il folle sogno di conquistare l’aria. Quando il mondo aveva fatto il processo a Billy Mitchell, lui si era seduto sul sedile dell’accusatore. Poi aveva imparato a fare anche lui quel sogno, ma ormai era troppo tardi. Infatti aveva prestato servizio in aviazione, durante la seconda guerra mondiale, ma era già troppo vecchio per partecipare attivamente alle operazioni. Era stato anche in Corea, tuttavia non aveva mai messo piede su un aviogetto se non per voli di trasporto. Poi fu chiamato a far parte delle Forze Aeree Globali e s’infiammò di nuovo alla sfida che veniva lanciata.
E adesso…
Stava alla finestra, nel Pentagono, con le mani dietro la schiena, la testa un poco reclinata sul collo taurino, il corpo appesantito, e il viso sconvolto da una emozione che egli non voleva mostrare agli altri.
Il dottor Judson Uhl era solito rispettare i silenzi del generale, perciò attese tranquillamente che quel momento passasse.
Era uno scienziato e non faceva parte delle forze armate, ma gli era abbastanza facile capire che anche una divisa da generale può nascondere un’anima turbata.
Il generale A. D. McIntosh erauno degli ultimi uomini-chiave a conoscenza del progetto noto come Progetto XY.
Questo progetto s’era iniziato come il sogno di uno scienziato, era stato concepito nelle grandi cupole bianche degli osservatori astronomici, aveva mosso i primi passi nei laboratori antisettici dell’industria e del governo, tracciato sulla carta da scienziati e tecnici civili. Un sogno di vasta portata, non c’era dubbio.
Il generale ne aveva sentito parlare per la prima volta il giorno in cui si era presentato da lui un messo inviato da Washington, con alcune lettere sigillate a firma del Presidente.
Vedendolo, il generale aveva aggrottato la fronte. Quell’uomo era infatti quanto di più antimilitare si potesse concepire: dinoccolato, calvo, con gli occhi acquosi, le mani nervose e i modi impacciati. Si chiamava Judson Uhl, e aveva il titolo di dottore.
«A dir il vero» aveva detto con un timido sorriso il dottor Uhl, «non so nemmeno io perché sia stato scelto come emissario in questa contingenza. Mi trovo molto più a mio agio in un laboratorio, generale McIntosh».
Il generale aveva dimostrato con indistinto borbottio di essere dello stesso parere.
«Be’, per venire al sodo, dottor Uhl, si potrebbe sapere di che cosa vi occupate?» domandò.
«Razzi» rispose l’altro in tono compiaciuto.
«Capisco. Bene, me ne intendo un poco anch’io di razzi, dottore».
«Non credo che possiate saper nulla su razzi di questo tipo, generale. Parlo infatti di apparecchi capaci di trasportare esseri umani. Razzi costruiti per un equipaggio di quindici o venti uomini, e per venir lanciati nello spazio e condurre a termine un viaggio della durata di parecchi mesi».
McIntosh lo fissava stupefatto.
«Non è la prima volta che sento parlare di queste fantasie, dottore. Forse, fra cinquanta o cento anni… Ma adesso…»
«E invece, generale» ribatté il dottor Uhl, «si tratta proprio di adesso».
«Devo credere che parlate sul serio?»
«Dovete crederlo, perché le cose stanno proprio a questo modo, generale. Se nessuno v’ha mai parlato di razzi forniti di equipaggio e capaci di esplorare lo spazio, vuol dire soltanto che nessuno era in grado di parlarvene, fino a questo momento. La verità è che un simile apparecchio può essere costruito adesso, entro un anno».
«È questo il progetto che è stato proposto?»
«Questo è il progetto che è stato accettato, generale».
McIntosh fremeva, ma si contenne.
«Un viaggio sulla Luna, dottore? O un altro satellite artificiale?»chiese.
«Né l’uno né l’altro. A causa di certi avvenimenti recenti abbiamo dovuto abbandonare la politica della cautela, generale. Oggi, non abbiamo soltanto i mezzi per poter effettuare un viaggio interplanetario, ma ne abbiamo anche il motivo».
«Quale motivo?»
«Forse avrete sentito parlare delle recenti scoperte rivelate dall’Osservatorio di monte Palomar. I particolari sono ancora da vagliare, tuttavia posso dirvi che, all’esame spettroscopico è stata rivelata sul pianeta Venere la presenza di un gruppo di minerali pregiati… minerali di capitale importanza per poter ottenere il pieno rendimento dell’energia atomica».
Il generale si schiarì la voce. «E il mezzo di cui avete parlato? Credete sul serio che sia possibile lanciare un razzo su Venere? Credete che esista già la possibilità di superare lo stadio di un satellite orbitale, o perfino quello di una spedizione esplorativa sulla Luna?»
«Si, generale» rispose calmo il dottor Uhl. «In questi ultimi diciotto mesi ho avuto l’onore di essere a capo della commissione scientifica cui è stato imposto il nome di Progetto XY. Ora la nostra commissione ha già tutte le cianografie della prima astronave, generale. Almeno credo che sia la prima».
Il generale gli lanciò una rapida occhiata. «Russia?» domandò.
«Abbiamo dei dubbi».
«E qual è il posto delle Forze Aeree Globali nel vostro progetto, dottore?»
«Potete immaginarlo da voi, generale. L’USAF si occuperà di tutti i particolari della spedizione: preparativi per il volo, equipaggio, lancio, e così via. È stato il Presidente a caldeggiare la vostra candidatura a esecutore di questa parte del progetto».
*
Il generale si alzò in piedi, e per qualche istante non aprì bocca. Quando parlò, la sua voce solitamente burbera aveva un tono pacato.
«Non so se voi potete immaginare che cosa significa questo per me» disse.
«Spero significhi che siete felice ed eccitato» rispose il dottor Uhl. «Proprio come me» aggiunse, armeggiando con le serrature della borsa. «Ma non abbiamo tempo per discutere della nostra felicità, generale. Dobbiamo metterci al lavoro».
*
Di lavoro ce n’era stato moltissimo, e mai le giornate del generale A. D. McIntosh erano passate così veloci e piene di soddisfazioni. Anche se la costruzione dell’enorme apparecchio era affidata a una folta schiera di scienziati e di tecnici, e il suo consiglio veniva richiesto raramente, c’erano mille altri particolari relativi alla spedizione che richiedevano il suo interessamento.
Una delle cose più snervanti fuche passarono ben sette mesi dalla fine della costruzione, prima che ilProgetto XY-21 fosse messo in atto.
La più chiusa cortina di protezione che mai fosse stata eretta nella storia degli Stati Uniti, era stata tesa attorno al Progetto, ma talune commissioni governative erano a giorno sia della costruzione dell’astronave sia della sua destinazione. Una di queste commissioni constava di un potentissimo comitato di Congressisti creato originariamente per controllare la destinazione degli aiuti all’estero. Per il generale McIntosh rimaneva un mistero come questa commissione estendesse la sua attività al Progetto XY, ma il generale non aveva mai avuto una mentalità da politicante. Comunque, l’effetto di quell’autorità, e dell’antagonismo dei senatori che facevano parte del comitato, divenne un affare serio.
Il generale incontrò il senatore Banyon a un cocktail party una settimana prima dell’apertura ufficiale del Congresso. Il senatore gli rivolse un amabile sorriso e s’appartò con lui.
Banyon era un bell’uomo con capelli argentei e lunghe basette. Se il generale fosse stato più accorto e più esperto sui sistemi seguiti dagli uomini animati da ambizioni politiche, avrebbe subito capito a che genere apparteneva il senatore.
«È una cosa davvero eccitante, generale» aveva detto Banyon con voce melata. «Vi invidio il vostro piccolo progetto».
«Piccolo progetto?» aveva ribattuto seccato McIntosh. «Non mi pare la definizione esatta. Io direi piuttosto che è il progetto più importante di tutta la storia dell’umanità».
«Ah, certo. Dovevo aspettarmelo. Tutti voi fanatici dello spazio dite la stessa cosa, vero? “L’evento più importante nella storia dell’umanità…” Questo giustifica molte cose, vero, generale?» e il senatore sfoderò un sorriso innocente.
«Non capisco cosa vogliate dire».
«Credo che lo comprendiate benissimo, invece. La sola idea di un viaggio spaziale è talmente grande, magnifica, coraggiosa ‒ pare inconcepibile a chiunque, figuriamoci a insignificante congressista ‒ che a criticarla si sembra, diciamo, reazionari».
Il generale sospirò. «Ne parleremo al Congresso, senatore. Sono venuto qui per divertirmi, io».
«Certo, certo. Ma credevo, generale, che se ci fossimo conosciuti un po’ meglio, noi due, le cose sarebbero state facilitate non poco. Non svelo un segreto esponendovi quale sarà il succo della nostra interpellanza, la settimana ventura. In primo luogo, il denaro. Ho sentito che il Progetto ha già superato il costo di centocinquanta milioni di dollari. Direi che si tratta d’un bel mucchietto di denaro dei contribuenti, generale, non potete negarlo».
«Il problema dei finanziamenti non è di mia pertinenza, senatore».
«Oh, lo so bene. Mia sì, però. Quei preziosi minerali di cui parlate che sarebbero su Venere… insomma, io mi chiedo se varranno questi centocinquanta milioni di dollari. E posto anche che ci siano, bisogna trovarli e trasportarli. E come saranno le condizioni atmosferiche su quel pianeta? Nessuno mi ha assicurato che permetteranno un atterraggio. Guardate un po’ che vespaio di problemi ho, generale!»e il generale rise, compiaciuto.
«Ci sono altri compensi» dichiarò il generale. «Intanto resta il valore strategico della spedizione. Poi c’è il valore militare».
«Oh, davvero?»
McIntosh era seccatissimo, ce lo aveva più con se stesso che col senatore. Si dominò, tuttavia, e disse: «Rimandiamo alla discussione della vostra interpellanza, senatore. Devo andarmene, adesso».
«Certo, generale» rispose Banyon posando una mano sulla spalla di McIntosh. «Come volete. Non c’è motivo di accapigliarsi, vero?»
*
La discussione segreta sul Progetto XY-21 fu la prova più sfibrante che il generale McIntosh dovette subire nel corso della sua carriera. La testimonianza resa dagli scienziati e dai tecnici fu chiara e fredda; la sua, che verteva sui benefici militari e tattici che si sarebbero ricavati dal viaggio su Venere, fu esauriente, ma dopo le quattro settimane di dibattito, cominciò ad apparir chiaro che il Progetto XY correva il pericolo di naufragare e che l’astronave non sarebbe mai partita.
Poi, proprio quando l’orizzonte pareva più fosco, giunsero voci di passi compiuti dalla Casa Bianca, e le discussioni ebbero termine.
Il senatore Banyon non parve addolorato della decisione. Era affabile come sempre, anche col generale, il quale a sua volta era abbastanza intelligente da capire che il senatore, politicamente, non aveva perso nulla.
Dopo di che si presentò un nuovo e non meno difficile problema: quello dell’equipaggio.
Furono reclutati circa ottocento fra i migliori uomini delle Forze Aeree nel tentativo di scegliere i diciassette destinati alla spedizione. Dopo tre mesi di prove ed esami continui, il progetto XY si trovò ad avere a disposizione solo sei uomini dotati delle qualità richieste per partecipare all’impresa: robustezza, prontezza di riflessi e resistenza, intelligenza e adattabilità, cultura ed educazione, buon carattere e quell’indefinibile qualità dello spirito necessaria per imprese del genere.
«A bordo dell’astronave ci devono essere uomini che si buttino a capofitto nell’avventura» dichiarò al generale il dottor Sharman, l’ufficiale medico capo della commissione addetta al reclutamento dell’equipaggio. «Devono credere in questo viaggio, con tutto il corpo, la mente e l’anima. Solo così si può esser certi del buon risultato».
«Anche l’anima, dottore?» ribatté il generale, stupito.
«Sì, generale. Gli scienziati che credono intensamente nell’anima sono molti di più di quanto il profano non immagini. È ad essi che si rivelano le meraviglie, e perciò hanno più motivi di credere. Qualcuno le dà altri nomi, ma resta sempre “fede”».
«Ma questo non risolve i nostri problemi» obiettò cupo il generale.«Non vedo come si possano trovare uomini forniti di queste doti, anche se dichiarassimo quello che…»
«No» interruppe Sharman. «Non possiamo correre il rischio di avere a bordo un solo uomo inferiore alle necessità, generale. La sua presenza potrebbe significare la fine per gli altri e per la spedizione. Secondo me bisognerebbe lasciare il campo anche al giudizio umano, negli esami e nelle prove. Proporrei di formare un comitato esecutivo composto da voi, dal dottor Uhl e da me. Credo che noi tre saremo capaci di trovare gli uomini adatti».
«Proveremo» disse il generale, prendendo un fascio di carte sulla scrivania. «Ecco, qui c’è un candidato che potremmo vagliare subito. Esame dell’intelligenza: ottimo. Educazione: ottimo. Rapporto psicologico: ottimo. Rapporto medico: soltanto buono. Si tratta di un uomo importante, che ricopre importanti mansioni. È botanico e zoologo, e medico rinomato. Le sue cognizioni ci potrebbero essere di grande utilità».
«E il rapporto medico?»
«Non ha dato esito favorevole nella prova dei giroscopi. È svenuto, prima che fosse raggiunto il numero richiesto di g. Ma ciò non significa che non sopravviverà alla spedizione. No» aggiunse sorridendo, «io credo, dottor Sharman, che voi sopravviverete benissimo».
Sharman arrossì.
«Grazie, generale. Farò di tutto per sopravvivere…»
*
Nel suo ufficio al Pentagono, il generale McIntosh si allontanò dalla finestra.
Senza guardare i due uomini presenti nella stanza, s’avvicinò all’enorme carta in rilievo che copriva una parete dell’ufficio scarsamente ammobiliato. La fissò con occhi torvi, poi puntò un dito in mezzo al Mediterraneo.
«Da quanto si è saputo, è precipitato da queste parti» disse con voce amara, e aggiunse: «Ventimila leghe sotto i mari».
«Non è detto, generale» azzardò con voce speranzosa il dottor Uhl. «È probabile che il maggiore Calder sia riuscito a riprendere i comandi».
«Grazie per il vostro ottimismo, dottore. Ma le cose come ho detto io».
Con l’indice, tracciò una linea dall’Islanda, giù, attraverso tutta la Francia.
«Abbiamo ricevuto una segnalazione radar a breve distanza dalla Islanda, da quota 300.000. Velocità di discesa…» si volse al suo aiutante, «quant’era, maggiore Stacey?»
«Millecinquantacinque metri al secondo, signore».
«Altra segnalazione da Stillmann a Marsiglia» continuò il generale. «Stessa velocità di discesa». Picchiò ancora l’indice sulla macchia azzurra del Mediterraneo. «Spiacente, dottore, ma i calcoli dicono che è proprio finito in bocca ai pesci».
Il dottor Uhl fissava cupo la carta, poi distolse lo sguardo, e disse calmo: «Quel che più mi brucia è che erano così vicini, così vicini! Ce l’avevano fatta, erano quasi a casa, e…»
Squillò il telefono, e il maggiore si affrettò a rispondere.
«Parla il maggiore Stacey».
Appena la voce metallica all’altro capo del filo cominciò a parlare, il suo viso s’illuminò. «Aspettate, vi passo il generale».
McIntosh gli strappò di mano il ricevitore.
«McIntosh… Sì?… Cosa?… È confermato?… Grazie…»
«Cosa c’è» domandò il dottor Uhl dominando a stento l’eccitazione.
«È affondato al largo della costa siciliana, dottore» rispose il generale. «A pochi chilometri da un villaggio di pescatori che si chiama Gerra. Alcuni pescatori l’hanno visto. Pare che si sia salvato qualcuno». Puntò il dito sulla mappa, e cercò affannato finché si fermò su un puntolino. «Ecco qui!» poi si volse di scatto. «Bene, maggiore, richiedete il cortese aiuto del Governo Italiano, quindi avvisate il Dipartimento di Stato. Dite che la Casa Bianca ci dà mano libera e che preghino l’ambasciata italiana di spianarci la strada».
Il dottor Uhl sorrise. «Sarà meglio avvertirli che abbiamo fretta, pregandoli che non ci mettano bastoni fra le ruote».
«Sissignore» rispose Stacey, ricambiando il sorriso.
«Ancora una cosa» riprese il generale. «Dite che io e il dottor Uhl dobbiamo partire, e subito, per la Sicilia!»

L.

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9 risposte a [Novelization] A 30 milioni di Km dalla Terra (1957)

  1. Cassidy ha detto:

    Questo è davvero un classico, bellissima scoperta questa novelization! 😉 Cheers

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  2. pirkaf76 ha detto:

    Se lo pesco, me lo porto a casa!
    La copertina è uno sballo.

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