Waterworld (1995) Da Titano al Titanic

La settimana scorsa ho scoperto da questa recensione della Bara Volante che era iniziato un blogtour dedicato ai più grandi disastri degli anni Novanta, quando produzioni spendaccione facevano enormi buchi nell’acqua: perché allora non partecipare al volo anch’io, e parlare di quando l’acqua è stata così tanta… da ricoprire l’intero mondo cinematografico?

Visto il materiale a disposizione, questo post è venuto fuori lunghetto ma era una storia che meritava di essere raccontata badando alle fonti più che alle opinioni: domani non pubblicherò alcun post, così avrete due giorni per leggere questo!


«Nothing’s free in Waterworld»


Prologo

California, 1992. Squilla il telefono e David Twohy va a rispondere: ecco come mi sono immaginato la conversazione.

— Salve, sono un giornalista del “Los Angeles Times”: è vero che sta scrivendo una nuova sceneggiatura per Alien 3?
— Certo, sarà una bomba. La storia è ambientata in un pianeta-prigione dove di nascosto conducono esperimenti con gli alieni utilizzando cavie umane. Azione, violenza, orrore, insomma roba buona. Sarà un successone.
— Quindi sta vincendo la gara con Vincent Ward?
— Uh… che gara? E chi è Vincent Ward?
— Sappiamo che la Fox ha ingaggiato Ward per scrivere una nuova sceneggiatura di Alien 3 e molti pensano ad una gara: chi la finirà per prima la vedrà su schermo.

Twohy, raggelato, mette giù. Quando racconta tutto questo al giornalista John H. Richardson ha parole amare: «È vero quello che si dice: Hollywood paga bene i suoi scrittori ma li tratta di merda per compensare» (da “Premiere” n. 5, maggio 1992).
Finisce di scrivere la sua sceneggiatura – che è davvero ottima e ve la consiglio, tradotta da me – la consegna non avrà più altra notizia dalla Fox, che l’aveva già fatto fuori mentre ancora gli diceva di essere lo sceneggiatore di Alien 3.

L’anno successivo riceve un’altra telefonata: c’è da riscrivere un film che sarà una bomba, successo garantivo. Si chiama Waterworld, interessa?
Twohy accetta. Povero David…


Simbolo perfetto del rapporto tra Hollywood e gli sceneggiatori


Mad Max on the water

È la storia di un giovane che sognava di scrivere un film ispirato a Titano e che invece si è imbarcato sul Titanic.

È la storia di Peter Rader, cresciuto in Italia, diplomato ad Harvard in arti visive e sbarcato a Los Angeles con la voglia di fare cinema. Voglia che gli passerà ben presto.
Com’è consuetudine, si parte dal basso per arrivare in alto, ma anche in basso c’è un “alto”, e si chiama Roger Corman. Nel 1986 il nostro Rader si trova a Venice Beach (California) per riuscire a trovare lavoro presso il locale studio della “ragnatela” di Corman. Qui conosce Brad Krevoy, uno dei tanti produttori che ruotano intorno a Roger, e questi fornisce al giovane Rader la prima grande occasione: ci sono in ballo dei soldi dal Sud Africa per girare una roba sullo stile di quel film australiano apocalittico. Com’è che si chiama? Ah, ecco: «Scrivimi qualcosa alla Mad Max e te la farò dirigere.»

Con questa frase nel cuore – riportata da Thom Taylor nel suo The Big Deal (1999) – Rader torna a casa più alto di un metro e si butta anima e cuore a preparare il proprio futuro. E come ogni giovane idealista, crede che le proprie opinioni contino qualcosa. Come ricorda nel settembre 1995, intervistato dalla rivista “Starlog”:

«Cominciai a prendere in considerazione altre visioni del futuro, ed iniziai a pensare a pianeti le cui lune erano piene d’acqua.»

Sapevate che Titano è un satellite di Saturno interamente ricoperto d’acqua? Sapevàtelo! Con un nome così legato alla mitologia greca la giovane fantasia di Rader fila e tesse nuove trame, dense di quei “contenuti” che di solito fanno mettere mano alla pistola ai produttori.
Dunque il giovane aspirante sceneggiatore torna da Krevoy e gli dice che la roba alla Mad Max non è che lo appassioni molto: va bene al suo posto una specie di western ambientato in un mondo ricoperto d’acqua? Lo stesso Rader ci racconta la reazione del produttore:

«Dopo due secondi ha risposto: “È ridicolo! Ci costerebbe almeno 5 milioni di dollari!”»

Con un budget di mezzo milione in testa, il produttore Krevoy rimanda a casa il giovane ardimentoso e gli impone di non pensare, limitandosi a scrivere. Quando il film in questione raggiungerà i 175 milioni di costo, la stampa citerà la frase di Krevoy sui 5 milioni come “le ultime parole famose”.

Con cinque milioni non paghi neanche i bagnini di questo posto…

Rader si siede alla sua scrivania e passa mesi a scrivere il suo copione di 136 pagine.

«Sentivo che avevamo già visto troppe volte quel tipo di trama postapocalittica, quel futuro oscuro. Stavo cercando di fare qualcosa di più spavaldo, come quando Guerre Stellari è apparso la prima volta ed è stata come una rivelazione. Ecco, stavo cercando di raggiungere quel livello di miticità, con uno stile più fantasy che d’azione.»

Le ambizioni di un giovane scrittore raramente funzionano e dopo una compilation di critiche negative piovute dappertutto, Rader chiude quel periodo della sua vita con un gesto simbolico: chiude in un cassetto un fascio di fogli con su scritto Waterworld.

Un mondo affondato già prima di nascere


Risorgere dalle acque

Passano tre anni, siamo nel 1989 e Rader si è fatto le ossa nel mondo tecnico del cinema, seguendo troupe e lavorando ad un proprio cortometraggio che gli vale l’attenzione di minuscoli produttori di cinema Z alla meno dieci. Il giovane riassume i risultati raggiunti con questa frase:

«Non volevo più lavorare a qualcosa per cui dopo avrei dovuto scusarmi.»

In pratica ci regala altre “ultime parole famose”. Deluso dai filmetti a basso budget, Rader vuole provare di nuovo a lavorare in serie A, quindi apre quel cassetto chiuso da anni, tira fuori la sua sceneggiatura e riscrive Waterworld daccapo. Stavolta tutti quelli a cui lo fa leggere si dicono entusiasti: vuoi vedere che finalmente ha imbroccato la strada giusta?
Comincia a farlo vedere in giro e alla fine scopre che un suo compagno di Harvard è diventato produttore alla Walt Disney. Le cose finalmente si sbloccano, ma alla maniera hollywoodiana: la finzione prende il posto della realtà.

D’un tratto comincia a girare voce che alcuni produttori hanno messo le mani sul filmone del secolo, e tutti gli altri produttori cominciano ad agitarsi: perché loro non sono stati informati? Rader si trova il parabrezza pieno di biglietti da visita di agenti cinematografici e le grandi major cominciano a sgomitare: nessuno ha letto il copione ma se tutti ne parlano ci sarà qualcosa di buono. A Natale ’89 Waterworld finisce sul tavolo di Lawrence “Larry” Gordon, che è il vostro produttore preferito anche se non lo sapete.

Larry Gordon: l’unico uomo al mondo che può parlare con Walter Hill senza finire a menarsi!

Il nome di Gordon non è di quelli strombazzati in giro, all’epoca, eppure dagli anni Settanta ha messo le mani in tutti i vostri film preferiti. Avete presente tutti i film di Walter Hill? E commedie del tipo Chi più spende… più guadagna! (1985) e Lo strizzacervelli (1988)? E scherzetti come Predator (1987) e Die Hard (1988)? Ecco, dietro questi e mille altri titoli c’è la “manina” di Gordon, che quando legge il copione di Rader si sta crogiolando nel successo ottenuto da un film che ama: L’uomo dei sogni (Field of Dreams, 1989) con Kevin Costner. Se l’avete visto, lo amate anche voi.

Gordon molla i progetti che stava valutando – The Thicking Man, un thriller con un uomo a cui viene impiantata una bomba, e Texas Lead and Gold, una specie di 48 ore in salsa West: nessuno dei due vedrà mai la luce – e si tuffa nel mondo acquatico di Rader opzionando la storia per 350 mila dollari (ci rivela il saggio Fiasco del 2006) avendo alle spalle mamma 20th Century Fox per distribuire il film una volta girato.

A gennaio 1990 si inizia a fare sul serio.

Sorge l’alba sul mondo d’acqua


Un mondo di acque torbide

Rader scopre che scrivere alla propria scrivania è facile: gestire la stessa storia ad Hollywood è un massacro. «Non mi ero reso conto della differenza tra vendere un copione e fare un film, ad essere onesti.» Arrivato alla terza stesura del copione uno dei produttori del progetto gli fa sapere che sta facendo un ottimo lavoro, e sicuramente rimarrà come sceneggiatore. Rader non capisce: la storia è sua, il copione l’ha scritto lui… è ovvio che rimarrà come sceneggiatore. Ma ad Hollywood niente è ovvio.
Arrivato alla ottava revisione, i produttori decidono che il giovane è stanco e la storia ha bisogno di energie fresche: mandano a casa lo sceneggiatore e cominciano a far venire nuovi scrittori.
Bacioni da Hollywood, Rader. Scrivi, ogni tanto, eh?

I produttori Licht e Mueller mettono sul tavolo 37 milioni di dollari: per quello che viene considerato uno “spaghetti western acquatico” dovrebbero essere più che sufficienti.
Intanto il tempo passa e aumentano le voci sull’interessamento di Kevin Costner al film: se questo rumor corre di bocca in bocca a lungo, è invece concretissimo l’interessamento dell’altro Kevin, Kevin Reynolds. Dopo l’uscita di Robin Hood. Principe dei ladri (giugno 1991), suo primo grande successo da regista hollywoodiano, Reynolds è in cerca di un nuovo progetto ambizioso, e Waterworld è davvero ambizioso.
Al contrario di Rader, Reynolds ha esperienza sufficiente per sapere che quel mondo ti colpisce dove fa più male. Proprio come altri prima di lui, Kevin Reynolds voleva esordire nel cinema dirigendo un proprio progetto scolastico della USC che raccontava le vicende di dieci ragazzi che assistono all’invasione di milizie russe e cubane, una specie di Signore delle Mosche in salsa fanta-politica. Si doveva chiamare Ten Soldiers e invece Reynolds viene tolto dalla sedia da regista su cui la United Artists mette John Milius, e il film riscritto diventa Alba rossa (1984). Di nuovo, Kevin sa quanto può colpire duro Hollywood.

Un’ombra oscura si staglia su Waterworld…

Diciamo che il regista è a bordo, ma ora ci vorrebbe per protagonista un attore straccia-botteghini, un nome di quelli che vendono a prescindere dal film. I produttori cominciano a calare assi sul tavolo: Tom Cruise, Harrison Ford, Mel Gibson, Bruce Willis, basterebbe anche un loro mignolo per rientrare già delle spese. Reynolds è d’accordo su tutto, perché ha una sola richiesta: va bene qualsiasi attore tranne Kevin Costner!
Quando nel 1985 Fandango ha avuto un successo imprevisto, il regista Reynolds in pratica ha lanciato Kevin Costner e questi se l’è ricordato, così per Robin Hood ha chiamato l’amicone alla regia. Peccato che durante le riprese di quest’ultimo la situazione si sia parecchio infiammata tra i due e ora chiamarli “amici” è decisamente fuori luogo.

Reynolds ancora non lo sa, ma Costner ha contattato per conto suo Larry Gordon e per una volta le voci di corridoio sono vere: è davvero interessato al film. Come si fa però per far lavorare insieme due che dicono di non voler lavorare assieme? Non lo sapremo mai, ma Gordon fa la magia e riesce a riappacificare i due Kevin. (Spero che un giorno Costner scriva una biografia così finalmente sapremo qual è stato il “trucco”.)
C’è però un altro problema, e cioè che Costner è sotto contratto con la Warner Bros e non può liberarsi prima del 1994. Infatti deve girare dei film di cui potreste aver sentito parlare: JFK. Un caso ancora aperto (1991) di Oliver Stone, Guardia del corpo (1992) con Whitney Houston e Un mondo perfetto (1993) di Clint Eastwood. E dopo questi tre filmoni al bacio, sempre per la Warner ha un appuntamento a Samarcanda con Wyatt Earp (1994), fallimento totale e globale assicurato. Solo dopo aver toppato di brutto potrà dedicarsi… a toppare ancora!

Tranquilli, affondo un paio di produzioni arrivo da voi!

Poco male, comunque, anzi è meglio, dice Gordon: così mentre aspettiamo Costner nel frattempo abbiamo la possibilità di migliore la sceneggiatura. Perché si sa che tanti cuochi ai fornelli migliorano la minestra…


Scrivere sull’acqua

Messico. Inizi del 1993. Uno sceneggiatore aspirante regista sta cercando le location giuste per il film che lo dovrà lanciare nel mondo del cinema. Riceve una telefonata e prende un appuntamento: tornato a Los Angeles si trova seduto ad un tavolo con i due Kevin. L’attore Costner e il regista Reynolds. Hanno per le mani un film con una sceneggiatura zoppicante – ma povero Rader, non sono bastate otto riscritture? – perché non gli dà un’occhiata? David Twohy vorrebbe, ma ha un contratto con la Walt Disney e quindi non può lavorare subito a Waterworld. I due Kevin lasciano tutto in sospeso e partono per l’Isola di Pasqua, ad iniziare la loro caduta in coppia sincronizzata con quel tuffo nel vuoto chiamato Rapa Nui (1994). Quando lo vidi su grande schermo ad ogni scena mi ripetevo “non può essere più stupido di così”, e regolarmente venivo contraddetto…
Costato 20 milioni, il Film di Pasqua ne incassa… 300 mila! Uno può pensare che ora la Warner dia l’esclusiva a Costner – cioè è escluso che facciano ancora film con lui – invece le case cinematografiche adorano buttare soldi nel cesso, così Costner continuerà a regalare fallimenti al botteghino alla casa. Contenti loro.

Costner è dovuto tornare con mezzi propri dall’Isola di Pasqua!

Saltiamo avanti fino a Sydney, Australia, nel settembre 1993. All’Hotel Ritz, pagato dalla produzione, David Twohy si ritrova con Reynolds ed iniziano a lavorare insieme: la mattina discutono, poi il pomeriggio il regista va a montare Rapa Nui mentre lo sceneggiatore scrive in albergo.
Racconta Twohy a Thom Taylor nel citato The Big Deal:

«Quello di Peter [Rader] era più un film di pirati con connotazioni ecologiche. C’era un sacco di cappa e spada e pugnal fra i denti, e tutta quella roba spaventava i due Kevin: loro non volevano assolutamente fare un film di pirati, mentre erano più interessati al discorso ecologico.»

Il tempo vola ed esigenze contrattuali chiamano Twohy ai propri doveri: deve dirigere il film che ha scritto e che lo lancerà, The Arrival (1996), che invece non lo lancerà affatto, almeno non come avrebbe voluto lui.
Ciao, David, mandaci una cartolina. Fate entrare i prossimi sceneggiatori. Con 100 milioni di dollari in ballo, la Universal Pictures – sotto la cui ala si è andato a rifugiare Larry Gordon, ormai allontanatosi dalla Fox – chiede aiuto a un giovanotto in gamba che sta passando di film in film a “curare i copioni”: di professione fa infatti lo script doctor e di nome fa Joss Whedon, noto anche per aver scritto una cosetta chiamata Buffy. L’ammazzavampiri (1992), che potrebbe addirittura diventare famosa.

Taylor nel citato saggio ci racconta come Joss ricorda quanto gli sia stato promesso, dopo avergli messo in una mano il copione da leggere e nell’altra un assegno da centomila dollari:

«“Si tratterà giusto di una settimana di lavoro”, mi dissero, “vedrai le Hawaii, sarai in compagnia di star del cinema e riscriverai il film: sarà divertente”. Invece ho passato sette settimane nei meandri dell’inferno.»

Ritrovatosi a salvare l’insalvabile, con tutti a parlare e nessuno ad ascoltare, Whedon è parecchio frustrato.

«Costner ci ha messo le mani, Reynolds ci ha messo le mani, quindi c’erano un sacco di mani in pasta ma nessuna chiara visione di ciò che si voleva realizzare. Alla fine non risultai molto utile, credo. Riscrissi l’atmosfera, alcuni dialoghi ed inserii delle battute, ma alla fin fine non credo che fosse il film che poteva essere.»

Di nuovo, siamo ad Hollywood, dove vengono assunti script doctor per “curare i copioni” e poi non si seguono le cure che questi consigliano.

«Non volevano davvero usare ciò che io scrivevo e non erano minimamente interessati a cambiare le cose. Volevano consigliare loro i cambiamenti e alla fine mi limitavo a scrivere le loro richieste: ero lo stenografo più pagato del mondo! Era tutto inutile, non voglio farlo più.»

Povero Whedon… che non sa quanto guadagnano gli stenografi delle Regioni italiane: avrebbe potuto chiedere molto di più!

Kim Coates nel ruolo di Joss Whedon con il copione in mano


Il mondo d’acqua fa acqua

Il 27 giugno 1994, finalmente iniziano le riprese, e già sono stati spesi 30 milioni così, a sciupo.

Al largo delle spiagge di Kona (Hawaii), Kevin Reynolds scopre di nuovo quanto Steven Spielberg aveva già scoperto con Lo Squalo (1975) e quanto James Cameron scoprirà di nuovo con Titanic (1997): girare un film in acqua è un inferno. Qualcuno nella troupe dirà che è come riprendere una valanga all’interno della valanga stessa. Magari sarebbe stato utile chiedere ai locali la traduzione del nome di quella zona, che guarda caso significa “acque agitate”.

Nel saggio Fiasco (2006) James Robert Parish racconta giusto qualcuno dei tanti problemi incontrati durante le riprese:

«Il set principale del film – un atollo lungo un quarto di miglio e fatto con più di mille tonnellate di metallo – finì per costare cinque milioni in più del previsto e, ad un certo punto, andò a fondo e dovette essere riportato a galla, con un costo di 400 mila dollari. Fra le altre cose che fecero lievitare il budget del film c’erano le sistemazioni per le star protagoniste a 1.800 dollari a notte, 800 mila dollari per lo yacht che tutti i giorni doveva portare Costner dall’isola al set, i 2,7 milioni spesi in multe perché il cibo per lo staff era sempre in ritardo, e si dovette aggiustare una delle imbarcazioni guidate dal protagonista quando si ruppe.»

Quel che è peggio è che tutto questo è noto alla stampa e tutti i giornali giocano allo schiaffo del soldato con Waterworld, riportando i vari problemi e gli sprechi della produzione, in pratica condannando il film prima ancora che si finisca di girarlo.
Ad agosto 1994 è chiaro che i 96 giorni previsti per le riprese sono pura utopia, e molti membri dello staff sono stanchi di soffrire il mal di mare e di essere smangiucchiati dai pesci: tagliano la corda, e bisogna sostituirli. Altre spese, dunque, e ritardi.

Gli unici che se la godono sono gli attoroni come Dennis Hopper, che non devono passare la giornata in pericolosi stunt o a farsi mangiare dai pesci, e possono gustarsi le Hawaii spesati dalla produzione. Nella sua biografia, The Wild Ride of a Hollywood Rebel (2011) di Peter L. Winkler, l’attore racconta di aver accettato il ruolo nel settembre 1994 dopo che Gene Hackman, James Caan, Laurence Fishburne e Gary Oldman hanno rifiutato, ed in effetti il «pastore spirituale nonché dittatore a vita Diacono Valdez» è un ruolo più che perfetto per Hopper.
Ecco cosa ha dichiarato l’attore a James Brady della rivista “Parade” nel luglio 1995:

«Fare film è come stare in una grande famiglia. E vista la grandezza di questo ho incontrato gente che conoscevo dai tempi di Apocalypse Now [1979] e addirittura da Il gigante [1956]. Ci sono stati dei problemi con il meteo e dei ritardi, ma è stata roba minore. Eravamo in una grande isola alle Hawaii ed arrivò una tempesta che loro chiamavano “il grande salami” o qualcosa del genere, con onde assassine e noi stavamo tutti lavorando in acqua, con tipo cinquecento stuntman in azione ogni giorno.
Conoscevo già da prima Kevin [Costner] e sapevo che aveva vissuto diversi problemi personali, ma non li ha mai portati sul set, è sempre stato assolutamente professionale.

I “grandi salami” saranno parecchi, visto che alla fine i giorni di riprese saranno 166, un’odissea praticamente mai vista nel cinema.

166 giorni di inferno ma Hopper se la ride!

Alla fine l’amicizia fra i due Kevin può benissimo venir archiviata, così quando finalmente si arriva in sala di montaggio e Reynolds cerca di dar forma all’informe balenottera che è il materiale girato, Costner entra in acqua con la delicatezza di un mostro marino. «Qualcuno deve prendere decisioni importanti, e se devo essere io allora lo farò», è la dichiarazione dell’attore che riporta Parish. Addirittura Costner ha rinunciato alla sua percentuale sui profitti del film per poter avere voce in capitolo sul montaggio finale. Cosa non si fa per sgarro ad un amico…

L’attore comincia a raccogliere tutta la pellicola che l’altro Kevin aveva gettato via e rimonta tutto daccapo, creando in pratica un film completamente diverso e non ascoltando nessun consiglio. A questo punto Reynolds esce con le mani alzate dalla produzione, rinunciando ufficialmente al film e disconoscendolo.
Parish riporta una dichiarazione a caldo di Reynolds:

«In futuro Costner dovrà dirigere da solo i suoi film, così potrà lavorare con il suo regista preferito e con il suo attore preferito.»

Perché io sono Kevin Costner… e voi no!


Il mondo d’acqua
si versa sullo schermo

Il 28 luglio 1995 Waterworld esce nei cinema statunitensi, non prima di aver buttato via un’altra montagnola di soldi: nella sala del montaggio, mentre Costner taglia e cuce come un matto, i dirigenti della Universal trovano così tanti difetti da aggiustare che c’è da mettersi le mani nei capelli a treccine, come quelli mostrati dal protagonista.
Ci sono da aggiustare digitalmente un sacco di difetti, di scene girate male e colori sballati, tutte modifiche costose e il cui risultato è parecchio lontano dalla mera sufficienza: le proiezioni di prova sono devastanti, con gli spettatori che fanno notare quanto siano ridicoli gli squali fatti al computer.

Siamo ai livello del Salto dello Squalo di Fonzie!

Si raggiungono livelli di parossisimo raramente toccati in precedenza quando uno dei dirigenti chiede a Costner… perché abbia una vagina dietro le orecchie! Mettiamola così, le branchie applicate sull’attore sono venute malino, e via a modificare digitalmente tutte le scene con i primi piani di Costner per mascherare quella roba che ha dietro le orecchie.

Prima di toccarmi le orecchie, offrimi almeno una cena!

Nei primi giorni di luglio, all’ultimo secondo, si vanno a fare un po’ di riprese aggiuntive sulla spiaggia per tappare un po’ di buchi. Che in realtà è come tappare la falla del Titanic mettendoci un dito…

Ecco un giornalista cinematografico alla prima del film

Alla sua uscita i giornalisti fanno a botte per prenderlo a calci, è l’evento del secolo: probabilmente il film guadagna molto più del previsto perché tutti fanno a spintoni per andarlo a vedere così da insultarlo.
Chiunque abbia una penna in mano nel 1995, scrive una stroncatura: i più gentili dicono che comunque Costner è riuscito a rendere credibile un personaggio sgradevole (mmm, ma è davvero un complimento?), i più simpatici creano titoli alternativi rifacendosi a ben noti flop clamorosi. Nascono dunque Kevin’s Gate, sulla falsariga de I cancelli del cielo (Heaven’s Gate, 1980), e Fishtar in omaggio ad Ishtar (1987).

Finito sul tavolo della commissione censura italiana il 25 agosto 1995, Waterworld ottiene il visto alla proiezione senza divieti il 14 settembre successivo, e il giorno dopo è già proiettato nelle nostre sale.

Rimane neanche sei mesi in sala (così pure i ricavi italiani ce li siamo giocati!) e nel maggio 1996 lo ritroviamo in VHS CIC Video: venerdì 24 maggio è il quarto film più noleggiato della settimana, dopo Mortal Kombat, Bad Boys e Johnny Mnemonic: solamente il venerdì 21 giugno successivo raggiungerà la vetta del più noleggiato della settimana.

L’estate del ’96 il film lo passa a girare per ogni arena estiva d’Italia, e l’autunno-inverno successivo appare in ogni rassegna di cinema possibile e immaginabile: in pratica passa più tempo nelle “seconde visioni” che nelle sale da “prima visione”. Solamente lunedì 19 maggio 1997 Waterworld sbarca in TV, sul canale a pagamento Tele+1, dove l’ho visto la prima volta: lunedì 18 maggio 1998 appare in chiaro, in prima serata su Canale5.

Dopo un’edizione DVD almeno dal 2003 e una ristampa in Widescreen, nel novembre 2009 la Universal lo porta in Blu-ray.


Un mondo d’acqua riciclata

Cinque e passa sceneggiatori, un numero indefinito di riscritture più o meno complete, e lo stesso Waterworld non è riuscito a togliersi di dosso la patina di “acqua riciclata”. Non serve andare a cercare lontano per trovare un’altra storia con la Terra sommersa dalle acque, cioè The Drowned World (1962) di J.G. Ballard, portato in Italia subito nel 1963 con il titolo Deserto d’acqua (Urania n. 311).

Anche solo affiancare il film al romanzo di Ballard è una bestemmia, ma serve a capire come si possa scrivere un’ottima storia ambientata in un mondo dove ormai le terre emerse siano rarissime e come invece il film non ne sia stato capace, visto che non era minimamente interessato alla questione fondamentale che definiva il soggetto: che la Terra sia ormai quasi del tutto sommersa è la partenza, non la trama.
Così mentre Ballard analizza come la civiltà umana cambi (anche fisicamente) per adattarsi a questa nuova incredibile realtà, nel film mettiamo due stupide branchie al faccione di Costner e via.

Nel 2017 “Urania” ha riportato in edicola il delizioso Domani il mondo cambierà (Stations of the Tide) di Michael Swanwick, pubblicato curiosamente nel 1991 quando Waterworld è in fase di riscrittura. Il protagonista deve risolvere una situazione su un mondo lontano dove uno stravolgimento climatico sta per ricoprire tutto d’acqua, e la gente è convinta che non è un problema: un santone li ha convinti che, se lo seguono, lui modificherà il loro corpo e così sapranno respirare sott’acqua. Tutte sciocchezze, è il giudizio del protagonista: vista la data, mi piace pensare che Swanwick stesse lanciando una bella frecciatina alle orecchie branchiate di Costner…

Malgrado i giornali italiani non parlino d’altro e ancora oggi venga citato, del messaggio ecologico non frega una mazza a nessuno: si cercano gli aspetti coloriti e forti che corrispondano ai gusti del pubblico dell’epoca, come dimostra il ben più divertente Fuga da Absolom (No Escape, 1994) della Columbia Pictures, che un anno prima ricopia con la carta carbone lo stile di Waterworld. (Ma anche il fallimento, visto che costato “solo” 20 milioni ne incassa 15…)

Stranezze perfette per buttar via soldi

L’attenzione alle “stranezze” risale già al copione originale, come rivela Rader parlando del suo lavoro:

«Nella mia versione originale avevo messo un sacco di roba fantastica. C’erano toni parecchio spumeggianti: il capo dei pirati sedeva su un trono a forma d’ostrica, brandiva un tridente, dormiva in un letto ad acqua e via dicendo. Ma durante le mie revisioni – ne ho fatte otto – tutti continuavano a dirmi: “Fallo più cupo, più reale, più tosto, più oscuro, fallo così, fallo cosà, rendilo più un film alla Larry Gordon, più pistole. Più pistole! Più scuro! Più cattivo! Fallo Cyber-punk!” E io che impazzivo a cercare di mettere insieme tutti quegli elementi.»

L’unica consolazione di Rader è che all’uscita del film alcuni giornali hanno colto i rimandi mitologici che lui è riuscito ad inserire nelle varie stesure, ma è chiaro che l’interesse dei giornali per gli scandali attorno alla pellicola facciano il paio con l’interesse dei produttori per un film d’azione, con relativo totale disinteresse per la mitologia o per l’acqua stessa.

Il trono d’ostrica non c’è, ma la perla (Hopper) è tutta lì!


Rientrando in acqua nel 2019

Come dicevo, ho visto il film alla sua uscita televisiva del 1997, archiviandolo immediatamente come buffonata da dimenticare, e nei successivi vent’anni l’ho rivisto solo una volta, disprezzandolo di nuovo. Rivisto dopo averne letto la disgraziata lavorazione… sembra strano, ma l’ho trovato addirittura piacevole. Non nella trama, che è spazzatura marina, ma nella cura ossessiva per i particolari inutili…
Ma insomma, di cosa parla questo Waterworld?

Quando si dice “viaggiare comodi”…

Protagonista è un marinaio senza nome e senza meta, che nei copioni e nelle trame è chiamato Mariner ma che non viene mai nominato nel film: e ti credo, entra in scena bevendo la propria urina, chi lo vuole chiamare dopo?

Ciao, bel marinaio: vado bene di qua?

Uno potrebbe pensare che l’intero pianeta ricoperto d’acqua renda quasi impossibile incontrare qualcuno, in questo vero e proprio “deserto d’acqua” di ballardiana memoria, e invece sembra di essere nella piazza di un paese: incontri un mucchio di persone che non vorresti vedere.
Per fortuna a chiarirci la trama del film ci pensano Dalla e De Gregori, rivisitati per l’occasione:

Ma dove va il marinaio, con la sua giubba verde,
sempre in cerca di una rissa o di un bazar.

Il marinaio passa la vita a navigare, raccogliere spazzatura dai fondali e venderla in giro per comprare non si sa cosa: l’unica compravendita che gli si vede portare a termine è comprarsi da bere. Il bazar dunque non è molto attivo, ma di risse non ne mancano.

Una città galleggiante a forma di Millennium Falcon

Raggiunta la città del Millennium Falcon, capiamo dove sono finiti gran parte dei soldi della produzione. Mi spiace per chi ha pagato, ma onestamente dopo la robaccia digitale a cui siamo abituati… vedere queste scene ricreate dal vivo è oggettivamente grandioso, soprattutto nell’alta definizione del Blu-ray.

Oggettivamente, sono scene di grande impatto

Poi però tutto crolla nel western più banale: il cavaliere senza nome arriva nella valle solitaria, litiga al saloon e si prende a cuore la sorte di una donna con bambina al seguito… Oddio, ma uno stereotipo un po’ meno datato no?

Ciao, marinaio della valle solitaria: ti servo da bere mentre aspetti Jack Palance?

Ma dove va il marinaio, con la sua faccia stanca,
sempre in cerca di una bimba da baciar.

Ma cosa fa il marinaio, quando arriva nel porto
va a prendersi l’amore dentro al bar.

Il nostro marinaio è asessuato e schifa le donne, ma è solo una tecnica da timidone: lui ci sta solo con quelle che provano del vero ammore per lui, perché dopo anni in mare al sesso manco ci pensa. In fondo è un filmetto per famiglie, tocca andarci piano…

Il rude marinaio in cerca del vero amore…

Visto che il nostro marinaio porta una jella da antologia, appena arriva nella città di Millennium Falcon arrivano pure i Pirati dei Caraibi Fumanti guidati dal Diacono Valdez (Dennis Hopper), poi arriva il capitano Achab e l’ammiraglio Hornblower, capitan Uncino e le Tigri di Monpracem: sono serviti tutti quegli sceneggiatori per creare il mondo desertico più affollato della storia?

Appena uno scova un bel posticino, subito ci vanno tutti

Spari ed esplosioni varie, perché si sa che nell’acqua la polvere da sparo va che è una bellezza, tutti usano elettricità e carburante – che in un pianeta fatto d’acqua è roba che puoi trovare ad ogni angolo – e un terzo di film va via così.
Poi comincia la parte romance, col bel marinaio che fa il burbero ma in realtà si affeziona ad Elena di Troia (Jeanne Tripplehorn) – non è una mia gag: lo sceneggiatore Rader ha dichiarato di aver scelto il nome di Helen proprio come omaggio all’omonimo personaggio dell’Iliade – e ad Enola Gay (Tina Majorino), questa sì una gag perché non è provato che la scelta di un nome così particolare come Enola sia un omaggio al bombardiere di Hiroshima.

Spettatrici amanti del romance: siamo troppo sensuali o va bene così?

Il marinaio e la grintosa Elena giocano alla famigliola per un terzo di film, affondando completamente una storia che già di suo non aveva raggiunto neanche il pelo dell’acqua, poi siccome il pianeta-oceano è piccolo, alla fin fine si rincontrano tutti. Che stupidi i naufraghi, che muoiono in mare senza che elicotteri e navi riescano a trovarli: in realtà fai un fischio e ti ritrovi centinaia di persone intorno.

Ogni romance ha la scena in cui la donna combatte per il suo uomo

Tornano i pirati e via di roba noiosa e stupida, finché a fine film scopriamo quello che invece doveva essere la trama sin dalla prima scena. Una leggenda narra che esista una cosa chiamata “terra emersa” e la bambina ha sulla schiena una mappa per trovarla.
Potrei scrivere un secondo post dove commentare l’idiozia di questa trovata, ma non ne vale la pena: è un ulteriore tuffo nell’abisso della sceneggiatura.

Con ’sta storia si va sempre più giù!

Affaticati da una visione piena di zanzare e dal fatto che non frega niente a nessuno di essere in mezzo al mare – che più passa il tempo e più non sa di niente, su questa rotta inconcludente tra Waterworld e un’isola sperduta – Dalla e De Gregori ci accompagnano al fiacchissimo confronto finale, privo di qualsiasi forza perché i personaggi non hanno alcuno spessore e la storia è totalmente priva di limitazioni: quando i personaggi possono fare tutto – sparare con milioni di armi, guidare le auto sulle navi, arrampicarsi su pareti impervie, ecc. – il film perde totalmente di mordente.
A portare l’estrema unzione sulla storia ci pensa papa Valdez…

Fratelli e sorelle, se non volete correr rischi…

… fatevi un goccetto de ’sto whisky! (E la marchetta è fatta)

Come un’esplosione che raggiunge l’apice, più ci avviciniamo al finale più il marinaio fa cose incredibili e parodistiche: sicuri che Waterworld non sia una commedia che nessuno ha compreso? In fondo c’è gente che va per centinaia di metri sott’acqua senza decompressione, non può essere una storia seria…

Quante idee sbagliate in una sola scena…

Bando alle ciance, l’Isola Che Non C’è c’è e si trova dove nessuno la cercava, dopo la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino. Ma il marinaio è nato per marinaiare non può fermarsi sulla terra, che è ferma per definizione: e se no con le branchie a vagina dietro le orecchie che ci fa? Le pernacchie?

Ma come fanno i marinai a fare a meno della gente
e a rimanere veri uomini, però.

Semplice: usano le branchie…

Il destino di un marinaio… è marinaiare!


Conclusione

Il film Waterworld in sé è costato 172 milioni di dollari, ma i costi per promuoverlo in giro e portarlo in tutto il mondo alla fine hanno fatto lievitare la somma a 232 milioni: attenzione, però, perché contando ogni singolo ricavo ovunque, alla fine l’incasso è di 285 milioni, quindi addirittura il film ha guadagnato 50 milioni! Il problema è che solo metà di quei 285 milioni è entrata netta nelle tasche della casa produttrice, che quindi a conti fatti ha speso 172 milioni per incassarne 140.

«Credo che nessuno debba fare film che costino così tanto» ha detto Sidney Sheinberg nel maggio 1995, stando al saggio Fiasco di Parish. Dopo il cataclisma di Waterworld le major hanno imposto un tetto alle produzioni: non più di 100 milioni di dollari, se no vuol dire che sarà un altro buco nell’acqua. Solamente il successo di Titanic (1997) dimostrerà che ogni tanto si può anche contravvenire a questa regola: ma gli anni Duemila sono dietro l’angolo, e la morte del cinema ha dimostrato che qualsiasi investimento che superi i 5 milioni è destinato al fallimento, tranne rarissime eccezioni. Oggi la Terra è sommersa e l’unico scoglio emerso che incassa sul serio si chiama Blumhouse

Intervistato nel marzo 1998 da Ian Spelling per la rivista “Starlog”, Kevin Costner ci racconta cosa ne pensi a freddo di tutta l’operazione:

«Se io fossi stato un produttore attivo di Waterworld, sarebbe stato tutto molto diverso. Per esempio non avremmo iniziato a girare finché non fosse stato completato il copione. Non sarebbe costato così tanto. Io posseggo i film, posseggo i negativi, so come si produce: io e Jim Wilson veniamo dal mondo a basso budget, sappiamo come si fa. Abbiamo fatto Balla coi lupi con 16 milioni.»

Eh be’, dopo siamo tutti draghi a sapere come andavano fatte le cose. Inutile stare a sottolineare come Costner forse ne sappia meno di quanto millanti: i numeri dei suoi tantissimi disastri parlano da soli.

Non è stato un film, è stato una guerra! (semi-cit.)

Invece in chiusura merita di essere citato il destino del povero David Twohy, con cui abbiamo iniziato il viaggio. Il suo mondo-prigione con alieni non ha mai visto la luce; il suo mondo d’acqua con eroi “maschi” è stato più volte rimaneggiato; il suo grande lancio del 1996 non è stato né grande né un lancio. Può ancora contare su grande stima nell’ambiente perché le sue sceneggiature per Il fuggitivo (1993) e Soldato Jane (1997) daranno vita a film di successo, o comunque di grande notorietà, ma è quel prodotto personale che lui cerca a non arrivare mai.

David non è un tipo che si dà per vinto, ed anzi sa aspettare. E mentre aspetta scrive.
Scrive di un evaso di galera che finisce in un mondo ricoperto di luce che però ogni ventidue anni cade nell’oscurità… e arrivano gli alieni che cacciano al buio.

Costato meno della metà di Alien 3Waterworld, ma nato idealmente dalle loro “ceneri”, Pitch Black (2000) è fra i migliori film di fantascienza della storia – prego evitare i relativi seguiti! – quindi sappiamo che David Twohy aveva ragione: erano i produttori degli anni Novanta che sbagliavano!

L.


Bibliografia

  • Kim Howard Johnson, Screenwriter Peter Rader explains the birth of “Waterworld”, da “Starlog Magazine” n. 218 (settembre 1995)
  • James Robert Parish, Fiasco. A History of Hollywood’s Iconic Flops, John Wiley & Sons, New Jersey, 2006
  • Ian Spelling, Epic Loner, da “Starlog” n. 248 (marzo 1998)
  • Thom Taylor, From Titan to Titanic, raccolto in The Big Deal. Hollywood’s Million Dollar Spec Script Market, New York, 1999


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Informazioni su Lucius Etruscus

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32 risposte a Waterworld (1995) Da Titano al Titanic

  1. Conte Gracula ha detto:

    Mamma, che massacro!
    Riguardo alla decompressione, mi pare sia un problema di chi si immerge con le bombole, ma non metto la mano sul fuoco.
    Piuttosto penso: se l’acqua è aumentata tanto, la concentrazione di sale sarà calata? Magari sarebbe stato possibile bersi il mare, anziché farsi un cicchetto di urina 😛
    Comunque, i Simpson ci hanno rivelato come Waterworld abbia recuperato i soldi: il videogioco richiedeva 40 gettoni per due secondi di partita, in sala giochi XD

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah mica male, come tecnica 😀
      Ci sarebbero state tantissime idee da sviluppare con una storia ambientata in un mondo d’acqua, ma né l’autore né la produzione è minimamente interessata alla questione: a parte due o tre secondi, la storia è impegnata in scene d’azione, esplosioni e storiellina d’amore dozzinale. Non c’è il minimo spazio né per l’ecologia né per alcun tipo di narrazione fantastica: una grande occasione mancata.

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  2. Il Moro ha detto:

    Che disastro! Non lo vedo da eoni, ma ammetto che all’epoca non mi era dispiaciuto. Non troppo, almeno. Ma veramente gli è affondato il set??! 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Così riporta quel saggio, e da come si vede nel film è un set maledettamente enorme! Peraltro del tutto sprecato, visto che non si vede mai che una sola veloce panoramica!
      Il marinaio arriva, va al bar, primi piani, poi arrivano i cattivi: milioni di dollari buttati nella costruzione di un’intera città galleggiante che non si vede MAI! Davvero una gran bella idea…. 😀

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Credo di averlo visto al cinema… Mi pare di ricordare che andammo a vederlo spinti dalla curiosità visto che l’eco del costo spropositato e del floppone annunciato lo anticipò anche da noi.
    Ora, che la trama sia un accozzaglia di temi triti e ritriti mi pare evidente. Che i produttori avessero soldi da buttar giù per il cesso pure. Ed è tutto documentato. Ho visto film molto molto (aggiungete pure un altro paio di “molto”) peggiori sbancare i botteghini e venire incensati come “capolavoroli della settimana arte”. Questo WATERWORLD sarà pure una mediocrità che non si inventa nulla, ma non mi pare molto peggio di altre pellicole ben più considerate e quotate. E’ un banalissimo film d’intrattenimento per tutta la famiglia con storiella d’amore all’acqua di rose come ce ne sono mille altri. La colpa del flop è stata solo dei produttori che hanno pisciato fuori dal vaso, perché il film in sè è la solita tiritera spacciata come una novità e i numeri raccolti al botteghino stanno a testimoniare che la gente non l’ha snobbato al cinema.

    Lucius, posso chiederti una cosa al volo sul flop dei flop? Che ne pensi de I CANCELLI DEL CIELO? Personalmente non l’ho trovato così merd@so come viene dipinto e ricordato.

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    • Zio Portillo ha detto:

      Capolavoroli della settimana arte?!?! Il T9 del cellulare deve ancora smaltire l’alcol di Pasqua!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono d’accordo con te, all’epoca vidi al cinema “Amore per sempre” (1992) con Mel Gibson e “Vento di passioni” (1994) con brad Pitt, film altamente incensati sui giornali e almeno all’epoca amati dal pubblico. Bojate così spernacchianti che c’era da andare a menare gli autori con il giornale arrotolato, anzi scopro oggi che quella buffonata con Gibson l’ha scritta J.J. Abrams!
      Sebbene “Vento di passioni” sia costato 30 milioni e ne abbia guadagnati nel primo weekend 100 mila, com’è che pur essendo un flop maggiore di Waterworld non viene ricordato?
      Nessuno lo dice più, ma alla sua uscita “Alien Covenant” veniva definito il più grande flop della storia del cinema, visto che nel primo weekend non è rientrato neanche dello stipendio dell’assisten del regista, ma poi si dimentica.
      Temo che l’arte del flop sia qualcosa che unisce narrativa e occasione, luogo comune e moda, per cui solamente alcuni flop si ricordano ed altri no. Ridley Scott dopo il Gladiatore ha fatto esclusivamente film che hanno perso milioni di dollari, ma non lo dice nessuno. Tutti i grandi registi hollywoodiani lavorano in perdita, ma non lo dice nessuno: per un Fast and Furious che guadagna ci sono mille film che per puzza rientrano delle spese, ma nessuno li chiama flop.
      Visto che Costner ha continuato tranquillamente a fare film che sono andati in perdita e ha fatto buttare nel cesso tanti altri soldi alle case, che Waterworld l’abbia danneggiato è una leggenda: mi sa che alle case il mito del flop piace… 😛

      Quello di Cimino è un altro caso di leggenda: è un film che non viene mai trasmesso e ormai mi sa che non lo conosce più nessuno, ma è rimasto nella leggenda dei flop come invece guarda caso ne è uscito “1941” di Spielberg, che fino ai primi Novanta era il nome per eccellenza dell’arte di buttar via soldi e da anni non lo sento più citare. L’hanno rifatto recentemente in TV presentandolo come uno dei grandi capolavori del maestro del cinema…
      Comunque mi sa che è ora di fare un viaggetto in altri flop, veri o presunti ^_^

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      • Zio Portillo ha detto:

        Lucius, puoi cancellare la parte su “Vento di passioni”? Se lo legge mia madre viene a Roma a tirarti le orecchie…
        (e sono stato buono!)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahah vedi? Ancora oggi è considerato un filmone, eppure è stato un flop: sono leggende che cambiano significato a seconda di come le si racconta 😛

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      • Fra X ha detto:

        “Amore per sempre” io l’ ho trovato carino. VDP invece non è uno di quei film che fa per me.
        Riguardo i flop è vero, ma ormai i critici pare abbiano perso il gusto della demolizione. Il citato “Alien covenant” e lo stesso “Prometheus” hai tempi chissà quante se ne sarebbero prese. Vedi Episodio II di “Guerre stellari”. Fosse uscito 10 anni dopo non avrebbe avuto tutto questo sperona chiamento. Oggi hai la fortuna di venire dimenticato. Vedi l’ ultimo dei Fantastici 4 o adesso il nuovo Hellboy.

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    • Fra X ha detto:

      L’ ho visto un pò di anni fa nella versione lunga su “Fuori orario” (ovviamente XD). Filmone con una grande fotografia! Però non mi stupisco che abbia galoppato nonostante il pubblico all’ epoca avesse gusti più variegati. 10 anni dopo “Balla coi lupi” sarà un successone! Vai a capire! Come detto anche per “Corsari”, a volte è questione di tempistica.

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  4. Cassidy ha detto:

    Questo sa tanto di post definitivo su Waterworld, inoltre il finale sulle orecchie Freudiane del protagonista mi ha ucciso 😀 Bellissimo post perché mette in chiaro tutto, anche Joss Whedon dattilografo, la stampa ai tempi fece a gara per demolirlo, volevano tutti vedere Coatner fallire, quando il vero flop fu “l’uomo del giorno dopo”, però é grazie a Waterworld che Kevinone é finito a fare lo spot del tonno 😉 Sono anni che non lo rivedo, la mia passione per i film post apocalittici mi aveva fatto amare quella ricatruzione di set realistici, gli effetti speciali invece, era un po’ come la mappa sulle spalle di Enola, una bella schifezza 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Malgrado sia del tutto inutile ai fini della trama e il film non sappia neanche valorizzarla, l’idea della città galleggiante ricostruita sul serio, buttando in acqua milioni di dollari, è di forte impatto, soprattutto in questi tempi dove i film sono girati tutti in una stanza dalle pareti verdi e completati poi al computer. L’effetto di un attore che si muove in una realtà interamente costruita fa dimenticare tutto e l’effetto c’è, ma c’era pure con “Fuga da Absolom” e senza buttar via dollaroni!
      Rivisto oggi mi sembra un film ingenuo, più che fatto male, e non dà l’orticaria come la visione dei successivi film di Costner 😛

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  5. Cassidy ha detto:

    Fuga da Absolon é sottovalutato dico sempre, oggi la prima cosa su cui si taglia sono le scenografia reali con cui gli attori possono interagire. L’altra cosa su cui tagliano sono le sceneggiature, e si vede! Sono curioso di rivederlo a questo punto, era un po’ che volevo farlo, questo post mi ha rimesso la voglia. Cheers!

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  6. Alessandra Muroni ha detto:

    Troni fatti di conchiglie e tridenti. Praticamente Rader voleva fare una versione in carne ed ossa della Sirenetta! Quanto a Kevinone nostro, la vedo dura muovere il culo su una canoa invece che uno yacht per risparmiare soldoni sul budget. Gran bella recensione e grazie per aver festeggiato con noi cineblogghe la celebrazione dei soldi buttati nel cesso!

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  7. kuku ha detto:

    Post stratosferico da top ten dei post mondiali. Ora non posso più evitare di vedere waterworld. Non aggiungo altro che sono sempre sul cell e a scriverci su mi vien l’orticaria.

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  8. Giuseppe ha detto:

    Nuova fiammeggiante (anche se parliamo di qualcosa ambientato sull’acqua e che di acqua ne ha fatta parecchia, in molti sensi) puntata della serie “Quando aneddoti e retroscena del film sono più interessanti dello stesso film”, tanto che ce ne sarebbe stato a sufficienza per un documentario stile Lost in La Mancha 😀
    Che dire su Waterworld… la prima volta che lo vidi, spettacolarità indiscutibile a parte e facce interessanti nel cast, mi sembrò un’occasione mancata di proporzioni quasi “oceaniche” e lo stesso fu ad una seconda visione. Oggi come oggi non è proprio il titolo che mi terrei in cineteca, ecco, a differenza di Fuga da Absolom e Pitch Black (questi due invece GIA’ in cineteca da anni e anni) 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il giorno che Costner scriverà una biografia magari sapremo particolari ancora più ghiotti sulla lavorazione, anche se io sogno una biografia di David Twohy in cui rivela tutto il letame che ha dovuto ingoiare per dieci anni ad Hollywood, prima di riuscire a presentare il suo capolavoro. E magari ci spiegherà anche come ha fatto a rovinarlo con quei seguiti indegni di lui…

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      • Fra X ha detto:

        Davvero dei bei quesiti.

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      • Giuseppe ha detto:

        Già, i seguiti: per quanto io mi trovi a essere più benevolo di te nei loro confronti, il cambio di rotta rispetto a quel capolavoro del capostipite è stato evidente. D’altra parte, ai tempi, credo che la concorrenza del “rinato” Star Wars e dell’ancora non cinematograficamente “morto” Star Trek (almeno fino al flop di Nemesis) facesse comunque sentire il proprio peso, ed è probabile che il tentativo di espandere l’universo di Riddick nel secondo capitolo abbia avuto la principale funzione di non farlo sfigurare rispetto agli altri franchise (guarda caso, poi, nei primi ‘2000 si stava riprendendo a parlare di Dune ed ecco che in The Chronicles of Riddick se ne potevano trovare degli echi, andandosi ad affiancare a quelli “starwarsiani” di quei Necromongers non poi così dissimili dai Sith di quell’altra galassia lontana lontana), senza preoccuparsi di creare sufficienti premesse per questo nuovo expanded universe… ecco, sì, sarebbe interessante sapere quanta effettiva libertà di agire sia stata lasciata a Twohy in tutto questo. E, inoltre, quanto ancora credesse davvero in un ritorno di Riddick alle origini (per così dire) nel terzo capitolo visto che, se la memoria non m’inganna, l’extended cut prevedeva per il nostro Furiano di fiducia un finale fra i Necromongers (di nuovo)…
        P.S. “Riddick: Dark Fury” di Peter Chung non era affatto male!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Grazie per la dritta sul corto d’animazione, che mi gusterò volentieri.
        Ciò che rimprovero a Twohy è di aver creato oro affidandosi ad una produzione minuscola e indipendente, con una storia piccola ma perfetta, erede della fantascienza classica con quel tocco di “cafonaggine” che è sempre un piacere. Come sempre, appena azzeccata una formula si crea un sequel che contravvenga in ogni singolo aspetto di quella formula: non è che se gli lasci la canotta allora è sempre Riddick. E perché in un universo in cui tutti sono in armatura… lui è in canotta?
        Vestiti a parte, l’esistenza stessa del terzo film dimostra Twohy stesso è più che conscio di essersi allontanato dalla formula vincente, dimostrando però allo stesso tempo di non saperci più tornare.
        Da tempo accarezzo l’idea di un ciclo su Riddick e tutte le sue forme, chissà… 😛

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  9. Fra X ha detto:

    Miii!!!! Avevo letto qualcosa, ma non pensavo che fossero successe tutte queste cose! Quella dell’ atollo è l’ emblema della produzione.
    Mia zia mi regalò la cassetta a Natale con io che non vedevo l’ ora di vedermi questo filmone divertente ed avventuroso…. mamma mia che noia! Faticai davvero ad arrivare alla fine. “Wyatt Earp” pure… che noia! “Rapa nui” invece nonostante l’ ambientazione non mi ha mai incuriosito.
    Sul Mereghetti al riguardo di quest’ ultimo: “… ma dietro la macchina da presa non sembra esserci nessuno. Ed anche il produttore Kevin Kostner sembra impegnato altrove”.
    Almeno prima i produttori avevano più entusiasmo e megalomania. Ora basta che incassi con i film sui supereroi (e guerre stellari e transformers) e vendi pupazzetti.
    P.S. Che gioiellino sottovalutato “Fuga da Abslom”!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Pensa che io ho pure buttato i soldi al cinema, per vedere “Rapa Nui” su grande schermo: il vuoto più totale! Solo una massa appiccicosa di luoghi comuni…
      Quei grandi flop hanno insegnato ai produttori ad andare sempre sul sicuro e fare solo sequel, prequel e reboot, così da spillare soldi sempre agli stessi spettatori, che nel frattempo figliano e passano i gusti alle nuove generazioni. Non è più tempo di storie nuove, con il cinema morto e defunto.
      “Fuga da Absolom” è un gioiello, quello sì che a vederlo in sala mi sono divertito 😉

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      • Fra X ha detto:

        “Quei grandi flop hanno insegnato ai produttori ad andare sempre sul sicuro e fare solo sequel, prequel e reboot, così da spillare soldi sempre agli stessi spettatori, che nel frattempo figliano e passano i gusti alle nuove generazioni.“

        Già! Purtroppo è stato un aspetto negativo. E nonostante certi flop anche su quei lidi, battono il ferro sempre lì.

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      • Fra X ha detto:

        “Quei grandi flop hanno insegnato ai produttori ad andare sempre sul sicuro e fare solo sequel, prequel e reboot, così da spillare soldi sempre agli stessi spettatori, che nel frattempo figliano e passano i gusti alle nuove generazioni. ”

        Giá! È stato davvero un aspetto negativo e, nonostante anche i flop su quei lidi, continuano a puntare li. Mah!

        Piace a 1 persona

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