Chuck Norris 16. Invasion USA

Contro l’immigrazione c’è chi i porti dice di chiuderli… e chi invece li fa saltare!

Seguite questo ciclo a vostro rischio e pericolo!

Nella puntata scorsa abbiamo lasciato Chuck Norris a fare amicizia con Whoopi Goldberg, dopo aver assistito (invitato da lei) al suo spettacolo. La donna gli ha rivelato di aver fatto la comparsa nelle scene marziali di A Force of One (1979) e i due cominciano a fare amicizia, tanto che Chuck fa notare come Whoopi sia stata così brava da passare da semplice comparsa a «la più talentuosa performer che io abbia mai visto»: la qualità del complimento si misura in base a quante altre performer abbia visto.

Nei camerini del teatro una chiacchiera tira l’altra e Chuck ad un certo punto fa cadere la conversazione sul fatto che sta per iniziare le riprese del suo prossimo film, Invasion U.S.A., fra Atlanta e Miami.

«C’è un ruolo da co-protagonista che sarebbe perfetto per te, una grintosa giornalista che sbuca fuori nei posti dove io sto combattendo i terroristi che cercano di paralizzare il nostro Paese mediante la paura. Ti interessa? Avresti tempo per la parte?»

Mi immagino la faccia di Whoopi mentre Chuck le racconta come voglia dare battaglia ai terroristi…
Il nostro eroe non sembra rendersi conto del parossismo della situazione, mentre lo riporta nella sua biografia Against All Odds (2006), e mentre racconta come Whoopi sarebbe anche d’accordo ad accettare la parte. La cosa può sembrare strana, ma va ricordato che siamo nel 1985 e Whoopi è solo una comica che al massimo ha fatto comparsate al cinema: Invasion U.S.A. sarebbe il suo debutto attoriale!

«Sì, certo, sarei interessata, e credo ci sia spazio nei miei programmi.»

Però c’è un problema. Ma proprio una sciocchezza. Quel regista là, come si chiama?, ah sì, Steven Spielberg: l’ha chiamata per girare un film, qualcosa come Il colore viola, o un titolo simile: se si sbriga a farlo poi sicuramente raggiunge Chuck sul set del suo film…
Immaginate di essere Whoopi Goldberg e di ricevere contemporaneamente due proposte: una dal regista più quotato del momento che vi regala un ruolo da protagonista in un film di fortissima denuncia sociale, e una da un biondo barbuto che vi offre di apparire trenta secondi dove lui sta menando i terroristi. Una scelta difficile, vero?

Il ruolo da 30 secondi che doveva essere di Whoopi Goldberg

Chuck sembra del tutto ignaro della leggerissima differenza di importanza fra lui e Spielberg e chiude entusiasta la conversazione: manderà il regista a New York per discutere con Whoopi del ruolo. (Ma davvero Norris era così potente da mandare Joseph Zito in giro per l’America?)
Il regista va, fa il provino, torna ad Atlanta dove ci sono le riprese e dice a Chuck che… naaaa, non è l’attrice giusta, non ce la vede proprio per quel ruolo. Peccato, chiosa Norris.

Che Joseph Zito sia allergico alle scelte giuste posso essere d’accordo, ma il mio timore è che manco l’abbia vista, Whoopi: ha girato i nightclub di New York spesato dalla produzione e poi ha detto a Chuck che non andava bene. Oppure appena Whoopi gli ha detto che Spielberg la voleva, Joseph ha capito la situazione e se ne è andato dalla porta sul retro.
Fatto sta che nella biografia Chuck sottolinea come Whoopi sarebbe stata perfetta per l’inutile ruolo che le ha proposto. Già che c’era poteva proporre a Robert De Niro la parte del garagista…

Il film che piace alla pancia degli spettatori

Girato fra il marzo e il luglio del 1985, Invasion U.S.A. esce il 27 settembre successivo in 1.600 sale americane, stando ad “Hollywood Reporter” del 17 settembre precedente, che ci informa anche di un budget di 20 milioni di dollari: IMDb invece parla di soli dieci. Comunque la rivista “Box Office” dell’ottobre 1985 ci informa che la prima settimana di programmazione frutta quasi 7 milioni di incassi, e la seconda 3,5. IMDb parla di 17 milioni totali di incasso: se il budget è stato di 20 è un flop, se è stato di 10 è un successo.
Trattandosi comunque di una casa indipendente, non una major, parliamo sempre di risultati più che buoni

Va però ricordato che siamo in un periodo molto particolare, dove cioè per la prima volta nella storia del cinema gli introiti principali non provengono più solo dalla proiezione in sala – con film che rimanevano decenni a girare per i paesi – bensì con l’uscita in videocassetta. Supporti da home video ne esistevano già da molti anni, ma il VHS è stata la bomba che ha rivoluzionato il mercato, perché la gente ne comprava a valanghe.
Infatti Chuck così ricorda nella citata biografia:

«Invasion U.S.A. ha avuto un discreto successo al botteghino, e quando la MGM ha comprato l’edizione in video allora sì che ha spaccato: la videocassetta è diventata il secondo prodotto più venduto dell’intera storia della MGM, superata solo da Tutti insieme appassionatamente. Immaginate quanto successo avrebbe avuto ancora se ci fosse stata Whoopi nel cast!»

Ancora con ’sta storia? Fattene una ragione, Chuck, è andata così.
Il 31 novembre successivo il film finisce sul tavolo della censura italiana che ne rilascia il visto il 29 successivo, con il divieto ai minori di 14 anni «per l’atmosfera di tensione e le continue scene di violenza». Come per gli altri film di Chuck, anche questo nel 1991 viene stagliuzzato per togliere il divieto: quindi le edizioni che ancora oggi vediamo in home video sono censurate? Un giorno forse lo scopriremo…

Il 2 dicembre 1985 Chuck Norris, Menahem Golan e Yoram Globus stanno viaggiando da Tel Aviv, dove hanno finito le riprese di Delta Force, diretti a Londra per affari e capita loro di passare per Roma: oh, ma la vuoi fare una proiezione stampa di Invasion U.S.A.?
Mentre i cuginoni se ne scappano via, rimane solo Chuck a rispondere alle domande dei giornalisti nostrani:

«Ogni eroe ha una sua personalità; per me comunque il modello rimane Steve McQueen. In Invasion USA posso assomigliare, in certi momenti, a Rambo, anche perché come lui mi batto da solo. Ma tra noi due c’è una differenza: Rambo è più antigovernativo di me. E poi lui è una superstar
(da “La Stampa”, 3 dicembre 1985)

Non sembra conquistato il giornalista di “Repubblica”, che vede Chuck «piccolino, biondo, trentadue denti bianchissimi sempre scoperti nel cheese della propaganda al buonumore americano, doppio petto spezzato grigio e nero, un orribile paio di scarpe nere con mascherina grigia», e per di più leggermente tronfio:

«Io sono molto amato dal pubblico di tutto il mondo. Dalla Germania ricevo duemila lettere al giorno di miei fans: ho dovuto assumere una segretaria di lingua tedesca… Mi manca solo l’Italia.»
(da “la Repubblica”, 3 dicembre 1985)

Quando il 14 gennaio 1986 sempre “Repubblica” recensisce il film appena sbarcato nella Capitale, il protagonista non ne esce bene:

«Costui, tra le otto o nove parole che ha appreso, conosce la formula per ridurre il viscido russo al terrore. Gli basta fargli sapere che per lui “è l’ora di morire” che quello perde la testa. Tenta invano di sfuggire al suo destino ma l’ultimo colpo di bazooka sarà per lui (applausi in sala).»
(da “la Repubblica”, 14 gennaio 1986)

Malgrado sia probabilmente uno degli unici film noti agli italiani, dei millemila girati da Chuck, ha avuto nel nostro Paese una distribuzione assurda. Rimane neanche un anno in sala, sabato 9 aprile 1988 sbarca sulla mitica Odeon TV in prima serata per poi riapparire su Italia1 venerdì 30 marzo 1990: giusto due o tre repliche, un po’ poco per il film più noto da noi di Norris.
Negli ultimi anni è entrato nel palinsesto di 7Gold, piccolo canale che replica con regolarità i suoi titoli d’annata.

Uscito in VHS Multivision in data ignota, le consuete Fox Video e MGM lo portano in DVD nel 2010 (l’edizione che ho io) e scopro che l’hanno ristampato nel 2012 nella curiosa collana “I miti degli anni ’80“.

Essendo tornati di moda gli anni Ottanta, sono tornati di moda anche i grandi temi che piacevano tanto alla pancia del Paese dell’epoca, che poi alla fin fine sono sempre gli stessi temi: di chi è la colpa delle squinternate politiche disastrose adottate da una classe politica inadatta e capace solo ad arricchire se stessa e i propri amici? Ovvio, di quegli zozzi degli immigrati! Di chi hanno più paura gli spettatori, così da distrarli dai reali problemi che li circondano? I terroristi, i russi e gli immigrati? E vai allora col terrorista russo che organizza un’invasione di cubani!

Strano che questo agglomerato di luoghi comuni non parli anche tetesco

Senza alcun accenno di imbarazzo i titoli di testa strillano a gran voce che Aaron Norris è autore del soggetto e suo fratellone Chuck è firmatario della sceneggiatura, entrambi insieme all’amicone James Bruner che segue Casa Norris sin dai tempi di Triade chiama canale 6 (1981).

«Ho scritto la sceneggiatura prendendo l’idea da una cosa che ho letto su “Reader’s Digest”, che parlava di cosa sarebbe successo se i terroristi fossero entrati nel nostro Paese ed avessero iniziato a far saltare in aria scuole, autobus ed aeroplani: questo avrebbe isolato il nostro sistema di trasporto.»
(da “Black Belt”, novembre 2004)

Quindi un film che anche Donald Trump troverebbe uno zinzinino esagerato è proprio farina dei Norris, dimostrando che a sparare cazzate alla pancia della gente ci si guadagna sempre.
C’è dunque questo folle sterminatore terrorista di nome Mikhail Rostov (il mitico Richard Lynch, cattivo d’eccezione di ogni genere di film, al cinema e in TV) che spara a così tanta gente che gli viene il gomito del tennista: oh, ragazzi, ammàzzetene un po’ pure voi, mica posso fare tutto io!

Un volto che rappresenta le mille sfumature del personaggio…

Questo Terminator assetato di sangue e polvere da sparo era stato raggiunto da un uomo senza macchia e senza espressione di nome Matt Hunter (Chuck nostro, gagliardo e tosto, che ha sempre cognomi così elementari da sottolineare la propria attività nella storia). Per motivi rimasti tra le pieghe delle infinite sottigliezze di una sceneggiatura scritta su una quercia con l’accetta, Hunter aveva fermato Rostov ma non se l’è sentita di ucciderlo… e quindi l’ha lasciato libero. Oh, il personaggio è così ignaro delle sottigliezze che non conosce sfumature: o massacra i cattivi o li lascia andare…

Non conoscendo il linguaggio dei peli non sappiamo cosa voglia dire questa scena

Forse il terzo pelo dei baffi a sinistra voleva dire qualcosa, agitandosi in quel modo, ma non è chiaro, così Rostov è di nuovo in libertà e si sta facendo una sfacchinata a sterminare migliaia di persone a getto continuo. I suoi complici glielo dicono, “Riposati, Mikahil, che finisce che ti ammali a stressarti così”, ma lui niente: se non maciulla quelle due o trecento persone al giorno gli sembra che ha sprecato la giornata.

Pure Billy Drago, in un inutile cameo, si preoccupa dello stress di Rostov

Ora Rostov ha una missione da compiere, e cioè conquistare gli Stati Uniti portando il terrore nelle strade. Organizza uno sbarco in massa di cento cubani pronti a minacciare 250 milioni di americani: qualcuno dice che le due forze in ballo sembrano un po’ sbilanciate, ma è solo falsa propaganda. Lo sappiamo tutti che un solo immigrato dalla pelle scura ruba il lavoro a mille bianchi ricchi e gli scopa dieci donne a testa!
Credete che stia scherzando? È esattamente questo il tono del film!

Orsù, invadiamo gli Stati Uniti e rubiamo il lavoro ai bianchi onesti!

Carri armati ed elicotteri dell’esercito americano sono incapaci di fermare questi tizi che fanno le boccacce, quindi l’America intera è in pericolo: solo un uomo può salvarla, e quell’uomo è… Chuck Salvinorris!

I peli al vento di Chuck in un passaggio su 7Gold del 22 maggio 2018

L’immigrato è come il pesce: dopo tre giorni… gli spari!
Con la sottigliezza del granito e con la stessa espressione, Chuck entra in scena risultando molto più pazzo assassino del cattivo che vorrebbe combattere, perché il sottilissimo e quasi impercettibile messaggio è che si deve adottare la legge dell’occhio per occhio e anzi essere molto più spietati di quegli zozzi terroristi e sparare per primi. Perché chi spara per primo spara due volte, e già che siamo in argomento… America Fuck Yeah!

Chuck Salvinorris è pronto per le Europee di maggio!

Il film è una cialtronata da ridere, se non fosse drammatico. E se purtroppo oggi non sembri terribilmente coerente con i programmi di partiti al governo, da entrambi i lati dell’Atlantico.
Almeno i prodotti coevi, da Rambo a Commando, erano storie “personali” sullo sfondo di valori generali, qui invece Chuck Salvinorris fa proprio un proclama politico con il solo scopo di strappare consensi approfittando di paure del momento e becera propaganda che funziona sempre. Almeno Stallone e Schwarzenegger si rifacevano ad una narrativa d’azione che sì, poteva avere assunti “di destra” ma non li perseguiva mai: in Invasion U.S.A. si persegue l’integralismo più dittatoriale perché è l’unica risposta all’integralismo dittatoriale!

Qual è risposta a problema di immigrazione? Exterminazionen!

Chuck è un Ciocco di legno che viene spostato di set in set con il carrello, essendo vistosamente impossibilitato a muovere il proprio corpo, impegnato com’è ad assumere la posa da petto spavaldo alle barbarie nemiche, a gettare il cuore oltre l’ostacolo e ad addestrare i peli della barba alle marcette militari.
Intanto il povero regista Joseph Zito è al suo minimo storico: c’è un limite anche per lui, e qui l’ha sorpassato: lui è il regista dell’eroe maschio, qui invece c’è solo un fischio. Emesso però con l’orifizio sbagliato…

Mentre salviamo l’America, facciamo una marchetta alla nipponica Nissan

Una domanda: ma la distruzione del centro commerciale è un omaggio voluto alla scena identica vista in The Blues Brothers (1980)? E visto che Chuck nella sua biografia del 1988 ci racconta che è costata cinque milioni di dollari e ha richiesto 350 comparse nel ruolo di terroristi, ce n’era davvero bisogno? Oltre tutto le riprese sono state abbastanza pericolose, ma sebbene abbia rischiato un brutto incidente sul set, Chuck è al sicuro: tanto qui non è umano…

In ogni inquadratura il nostro Norris fa di tutto per sembrare un robot assassino, ha perso tutto ciò che ha faticosamente costruito in più di dieci anni di carriera: tutta la positività e compassione cristiana che gli stanno ancora oggi tanto a cuore, dove sono finiti ai tempi di questo film?
Forse la risposta risiede nella “frase maschia” della storia:

«Un giorno chiuderai gli occhi, e quando li riaprirai io sarò là… E sarà tempo di morire.»

Quel tormentone ripetuto per tutta la vicenda potrebbe all’apparenza sembrare una citazione biblica dall’Ecclesiaste (3,2), «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire» (a time to be born, and a time to die, nella versione di Re Giacomo che leggono gli americani), ma dubito fortemente che sia così: è Chuck stesso che ci sta rivelando la sua natura artificiale, che non è lui in questo film, che sta solo facendo il nazista per ottenere facili consensi. Non è lui… è un replicante!

«E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo di morire [Time to die].»
(da Blade Runner, 1982)

È tempo di morire (Time to die)

È tempo di morire (It’s time to die)

Il Chuck-replicante disperde come lacrime nella pioggia tutto ciò che il Chuck-uomo ha cercato di costruire, e che poi cercherà di salvare una volta crollata la Cannon e tornato ad interpretare esseri umani.
Non rimane che salutare questo ridicolo film, che ci insegna come immigrati e terroristi siano la stessa cosa, e sperare che un po’ di quei valori cristiani che Chuck ha sempre rivendicato tornino a far breccia nel suo cuore peloso.

L.

P.S.
Il film della prossima settimana, The Delta Force, l’ho già recensito quindi passerò al successivo, ma nel frattempo lo arricchirò di qualche estratto dalle biografie di Chuck: nel caso, prima della prossima settimana passate a dargli un’occhiata.

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10 risposte a Chuck Norris 16. Invasion USA

  1. Conte Gracula ha detto:

    Io già trovo un po’ fortino Rambo, mi sa che questo mi starebbe pesantemente sullo stomaco.
    Certo che Whoopi ha schivato un bel proiettile!

    Piace a 1 persona

  2. Cassidy ha detto:

    Quando ci avrà pensato Whoopi? Sei secondi? Sette? Eh sono scelte difficili 😉 Su “Chuck Salvinorris” sono morto dal ridere, analisi perfetta, il paragone con i film di Sly e Arnold ci sta tutto, qui siamo in zona di piena propaganda, infatti ho sempre preferito “Delta Force”, che anche quello a propaganda era ben messo, però non era “Salvianino” come questo. Altro venerdì, altro post fantastico! 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Uno può anche non essere d’accordo con la “filosofia” di un film (ad usare un parolone fuori luogo) se poi alla fine è un buon film e se diverte: qui siamo sotto zero sotto ogni punto di vista!

      Mi piace

      • Giuseppe ha detto:

        Sottoscrivo! Infatti non mi convinse per niente fin dalla prima volta che lo vidi (e allora ero assai più di bocca buona rispetto ad oggi): qui non c’è proprio nessunissima “filosofia” né epica, per quanto destrorsa (alla Milius, magari) a cercare di dar un senso al tutto… no, qui siamo al cospetto di una propaganda tale da far sembrare John Rambo un convinto pacifista a confronto. E non posso che essere contento per il fatto che Whoopi Goldberg abbia seguito la via spielberghiana (la scelta era ovvia, Chuck, non prenderti per il culo da solo) invece di infognarsi in quest’assurdità finto-patriottica e ancora più finto anti-terrorista, perfettamente riassumibile in quel fischio emesso dall’orifizio sbagliato 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Possibile che ancora nel 2006 Chuck credesse sul serio di essere un miglior “lanciatore” della carriera di Whoopi rispetto a Spielberg???
        Comunque aver rivisto questo film è stato letale: mi fanno ancora male gli occhi…

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    “Contro l’immigrazione c’è chi i porti dice di chiuderli… e chi invece li fa saltare!”
    Devo ancora iniziare la lettura ma volevo palesare come una giusta intro fa scattare subito il colpo di fulmine col lettore! 🙂 🙂 🙂

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  4. Kuku ha detto:

    Sono piuttosto basita: Chuck non ci fa, ci è proprio, a questo punto.
    Tutta la storia con Whoopi è pazzesca e pure imbarazzante, per lui.
    Vedo che non c’è proprio limite al peggio di questi film. Ma gli conveniva citarli nella biografia?

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah sono titoli di culto, sarebbe stato strano non farlo. E’ come se Stallone scrivesse una biografia senza citare Rocky…
      Nei successivi Chuck non è così beota come in questo, anche se diventerà famosa la sua legnosità silenziosa e il suo agire come un robot decerebrato: è anche quello il suo fascino 😛

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