Ghostwriting 6. Non violentate gli unicorni

Il genere ghostwriting è appena agli inizi, al cinema, si sta ancora formando, sta ancora codificando i propri stili… e la violenza cieca degli anni Settanta esplode potente, aprendo una sanguinosa parentesi nel genere.

All’edizione del 1972 del Festival di Cannes (maggio) viene presentato un film onirico scritto e diretto da Robert Altman che in realtà assomiglia di più al delirio: Images.

Negli anni Settanta tutti hanno calici e candelabri in casa…

Arriverà in Italia solo nel settembre 1975, con il lancio «100 minuti di suspence in un thrilling di alta classe»: va bene che all’epoca il nostrano thrilling era di grande richiamo e in seguito avrebbe conquistato il mondo, ma temo che l’etichetta mal si adatti al film di Altman.

Tipica scrittrice del 1972

Cathryn è una scrittrice, anche se non è mai specificato: il film inizia con lei immersa nei fogli, fra le bozze di un romanzo – Alla ricerca degli unicorni, un libro per ragazzi (ln Search of Unicorns: a Book for Children) – da cui durante tutta la storia la donna leggerà dei brani.

«Tutto un tratto, una notte, venne la primavera, come se arrivasse correndo dai più lontani confini della Terra: subito cominciò a spargere su tutta la Umalia la sua pioggia di colori e di teneri gemme.»

Iniziare un film con un personaggio ignoto che legge un testo che non si sa cosa sia e per di più ambientato nella fantomatica Umberny (che il doppiaggio italiano rende Umalia), è un modo perfetto per far capire come tutto nella vicenda sia ben poco legato alla logica stringente e che le images del titolo si riferiscano più alle visioni, se non proprio alle allucinazioni.

Il modo più comodo di scrivere un romanzo

Comunque la donna pare abbia dei problemi così insieme al marito vanno a passare del tempo nella loro casa in campagna: uno chalet sperduto nella sconfinata campagna irlandese è davvero il posto più isolato dove una scrittrice possa trovare ispirazione.

Se cercate una casa isolata in cui scrivere… l’avete trovata!

Appena arrivata sulla cima di una collina, Cathryn vede in lontananza se stessa entrare in casa, non prima di girarsi a guardare quella strana figura sulla collina che la fissa…
Fra sequenze di sottile inquietudine e deliri totali, la storia procede in modo schizofrenico e la protagonista recita brani dal libro evidentemente sta scrivendo.

«Ed Ercole vide una pietra verde perfettamente ovale, non più grande di un uovo di usignolo. “Oh mio Dio, non può essere”, gridò Ercole, e invece era proprio così. Le pietre pensanti sono rarissime persino in Umalia, e quasi mai nessuno riesce a trovarle: esse sono magiche, possono aiutarti in molti modi, come ad esempio facendoti ricordare quanti pasticcini hai mangiato prendendo il tè.»

Ma che libro è, quello che sta scrivendo Cathryn tra un’allucinazione e l’altra?

Ercole, pietre pensanti… ma che c’era nel tè?

Il film di Altman punta sul grande gioco degli pseudobiblia, sul “libro falso” addirittura scritto in contemporanea alla vicenda, ma aggiunge un elemento in più che appartiene solo ad un ristrettissimo numero di autori: il libro falso che… esiste davvero!

Pubblicato da Hodder & Stoughton, In Search of Unicorns è un romanzo fantasy illustrato per l’infanzia scritto da Susannah York… cioè l’attrice che interpreta Cathryn e che vediamo intenta a scrivere In Search of Unicorns

È un delizioso gioco di specchi che vede il personaggio leggere ciò che l’attore ha scritto, rendendo falso ciò che è vero: la York – con una bravura che venne premiata a Cannes e le valse varie importanti nomination sia in patria britannica che negli Stati Uniti – veste il doppio ambiguo ruolo di autrice e lettrice, di scrittrice e scrittura. Autori migliori hanno messo in piedi giochi molto simili, come Donald E. Westlake che faceva leggere ad un suo personaggio un romanzo scritto da Westlake stesso sotto lo pseudonimo di Richard Stark. Era un doppio gioco, un romanzo vero infilato in una vicenda falsa, ma Altman va oltre: inserisce in una vicenda di finzione… un romanzo di finzione che solo dopo sarà vero!

Una casa allucinata, una storia ad incastro… con unicorno

In Search of Unicorns, illustrato da Patricia Ludlow, è diventato vero, cioè è stato stampato, solamente nel 1973, un anno dopo l’uscita del film. È normale: un film di un regista famoso può dare grande risalto ad un libro che in esso venga citato, così da giustificarne la pubblicazione – che quindi segue il film, e non lo precede, come invece riporta erroneamente IMDb.
Susannah York dunque non stava leggendo un libro esistente, bensì le proprie bozze di un libro ancora inedito… e quindi a tutti gli effetti uno pseudobiblion fino all’uscita del film!

Il sonno della ragione genera unicorni

Cathryn è una scrittrice in crisi, e di sicuro ciò che incontra nella casa isolata dove si ritira non sono sono persone “reali”: non saranno fantasmi, semmai allucinazioni, ma siamo sempre lì. L’estate del 1972 è ancora agli inizi, ma il vento gelido del cambiamento sta arrivando: il 30 agosto successivo il cinema cambierà per sempre gli anni Settanta e due giovani si impongono sulla scena culturale terrorizzando gli spettatori con qualcosa di una banalità incredibile. La crudeltà umana: cosa c’è di più banale?
Il produttore Sean S. Cunningham (che dieci anni dopo darà il via alla saga Venerdì 13) e il regista esordiente Wes Craven (che darà il via alla saga di Nightmare on Elm Street) presentano L’ultima casa a sinistra… e la violenza entra nelle menti di tutti.

La violenza cruda e lo stupro, mostrati dal film senza il minimo effetto, quasi fosse un freddo documentario, gelano il sangue e spingono un intero decennio di cinema a replicare l’effetto sugli spettatori, senza ovviamente riuscirci: nessuno ha le palle per mostrare ciò che non andrebbe mai mostrato, nessuno ha il talento per farlo senza scadere in un pessimo porno violence. Molti ci provano – da Stupro selvaggio (1975) a Un violento week-end di terrore (1976) fino a La casa sperduta nel parco (1980) – ma sono innocentissime variazioni su un tema che non hanno il coraggio neanche di accennare: sono film pieni solo di chiacchiere, per non dover mostrare una violenza scandalosa.

Proprio quando il filone della violenza sembra già bello che archiviato, a causa di assenza totale di emozioni forti, arriva l’israeliano Meir Zarchi a far ripiombare tutti nel baratro: e lo fa… contaminando la violenza con il genere ghostwriting.

La prima vera final girl, battuta per un solo mese da Laurie Strode di Halloween

Uscito il 22 novembre 1978 in patria americana, I Spit on your Grave presenta la prima vera final girl del cinema. È vero, di solito si pensa alla più famosa Laurie Strode di Halloween (1978) di John Carpenter, uscito il precedente 25 ottobre: neanche un mese di distanza, ma vorrei ricordare che Laurie fa davvero poco contro il maniaco del film: l’operato di Jennifer (Camille Keaton) è decisamente più “attivo”.

Jenny tra i boschi (la vedete?) in una scena debitrice del film di Wes Craven

Solamente nel luglio 1984 il film finisce sul tavolo della censura italiana e riceve il giusto divieto ai minori di 18 anni, con in più diversi tagli corposi. Solamente in tempi recenti, con la digitalizzazione della pellicola, si è potuto capire quanto non abbiano visto gli italiani dell’epoca: scene dure e terribili, ma che rappresentano il cuore crudele e sanguinante del film che esce in sala nell’agosto successivo con il titolo Non violentate Jennifer.

Jennifer Hills, scrittrice che vive isolata in cerca di ispirazione

Jennifer Hills, per tutti Jenny, è una ragazza di New York che scrive racconti per non meglio specificate “riviste femminili”. Decide di fare il salto di qualità e scrivere un romanzo, ma è risaputo che per farlo ci si debba per forza allontanare dalla rumorosa città: quale posto migliore per scrivere se non una casa isolata sperduta fra i boschi?

Il modo migliore di scrivere un romanzo

«Non sono proprio sola», specifica Jenny al giovane fattorino che le ha consegnato le provviste, che infatti è stupito della scelta di solitudine della ragazza newyorkese, «sto con Mary Selby». E chi sarebbe questa Mary? «È qui, vive qui», dice la donna indicandosi la tempia, «è il nome che avrà la protagonista del mio romanzo, quello che butterò giù proprio in questa casa».

Jennifer che anticipa L’angelo della vendetta (1981) di Abel Ferrara

La ragazza è dunque decisa a scrivere in solitudine, nei boschi, questo suo primo romanzo: eccone l’incipit.

«Finalmente, dopo settimane trascorse nel dubbio, in profonda meditazione, decise di prendersi una vacanza, lontana dagli affanni quotidiani. Intendeva impostare la sua vita per il futuro, dimenticare la grande città, il lavoro, gli amici, per crearsi uno scopo, un’etica. E furono giorni inquieti, notti insonni. Ma doveva venire qualcuno destinato a fare l’amore con lei.»

Perché il doppiaggio italiano aggiunge quel «per crearsi uno scopo, un’etica», assente nell’originale? Forse che il curatore della traduzione ritenesse il personaggio senza scopo, né un’etica, e volesse almeno mostrarlo in cerca di entrambi? Non si sa, quel che è certo è che questo brano del romanzo di Jennifer Hills lo conosciamo nel peggiore dei modi: è recitato, fra le risa, da uno dei suoi stupratori, che non pago della violenza fisica ci aggiunge quella morale. Interrotta la lettura, strappa le copie dattiloscritte in mille pezzi, così da distruggere anche lo spirito della donna.

Un lago, un’ascia e una vendetta… due anni prima di Venerdì 13!

La scrittrice isolata stavolta non ha incontrato il “fantasma”, lo spiritus che dà ispirazione: ha incontrato la violenza e la crudeltà che creano solo distruzione, e quindi nessun romanzo viene scritto alla fine della vicenda. A meno che non si voglia considerare un “libro di sangue” la spietata vendetta di Jennifer, che le vicende ci portano a considerare “giusta” sebbene la violenza non sia mai giusta.

Il giorno in cui Jenny inventò lo slasher al femminile

Visto che a quanto pare ogni film noto meriti di conoscere un remake, visto che nel 2009 è stato fatto il remake del citato L’ultima casa a sinistra, perché non fare anche quello di Non violentate Jennifer? Ecco che così nel 2010 abbiamo I Spit on Your Grave, in cui Steven R. Monroe (specializzato in piccoli film, spesso televisivi) si cimenta nel dare veste moderna alla storia: cioè a rendere finta la violenza così che faccia spavento, non paura.
Ignoto alle sale italiane, arriva direttamente in DVD Koch Media nell’aprile 2012, disponibile anche in Blu-ray.

La nuova Jennifer Hills

Jennifer Hills (Sarah Butler) stavolta è già una romanziera, e nella casa sperduta fra i boschi, a Mockingbird Trail, non vuole iniziare il suo primo libro bensì scriverne uno nuovo.
Arrivata con difficoltà a destinazione, come prima cosa Jennifer prepara sulla scrivania i suoi “ferri del mestiere”: carta e penna. Curiosamente, però, nella sequenza immediatamente successiva la vediamo battere sulla tastiera di un notebook: che la carta e la penna fossero semplicemente un omaggio al film originale, dove erano realmente usate dalla protagonista?

Gli strumenti delle scrittrici del 2010: carta, penna… e calamaio?

Il lavoro procede spedito, accompagnato dall’immancabile bicchierone di vino, fedele compagno di ogni donna americana di cinema e TV. La totale solitudine in un ambiente sconosciuto pare affascinare la donna, tanto da confessare ad un’amica al telefono: «Sarei dovuta venire qui già per il mio primo libro».

In panciolle e con calice di vino: ricetta per scrivere un bestseller

Quello che segue è un susseguirsi di trovate assurde che rendono il film decisamente comico, rispetto all’originale. I cattivi che, per far vedere quanto sono cattivi, prendono a bastonate un pesce; la protagonista che mette fuori uso il cellulare quando gli cade nel water; tranquille passeggiate in case abbandonate nel bosco, come se non si fosse mai visto un film horror… Tutto contribuisce a rendere questo film un classico sottoprodotto di infima qualità.

«Nessuno vuole una telefonata alle 2 del mattino. Quando hai 15 anni, è uno scherzo telefonico. Quando ne hai 21, è la chiamata di un amico ubriaco. Ma dopo i 25 di solito sono delle notizie veramente cattive. Ecco come ho scoperto che mio padre è morto»

Questo è l’unico brano che si conosce del libro che sta scrivendo la protagonista: insieme al brano del film originale, possiamo dire che il mondo letterario non ha proprio bisogno di una Jennifer Hills.

Stuart Morse, alla sua prima (e unica!) sceneggiatura, ha cominciato a fare il remake di Non violentate Jennifer, poi s’è distratto un attimo e ha continuato con il remake de L’ultima casa a sinistra. Gli è scappata qualche scena dichiaratamente ispirata a Ring, poi dopo aver scopiazzato da tutto lo scopiazzabile, è passato a Saw fuso con Hostel. La tomba su cui sputare, come recita il titolo, è quella di certo cinema americano del Duemila…

Una scrittrice trasformata in torturatrice

La cosa assurda è che quello che inizia come un remake all’acqua di rose, un film che ossessivamente evita qualsiasi ricorso alla violenza, negli ultimi venti minuti venga preso da immotivato delirio truculento e si trasformi in un porno torture! Perché questi sbalzi di stile e di gusto? Ma soprattutto, perché l’esigenza di un secondo e addirittura di un terzo episodio? E perché ancora il quarto, che recensirò più avanti? Povera Jennifer…

Povera Jennifer…

La violenza che ha infiammato gli anni Settanta ha contagiato il nostro viaggio, anche il genere degli scrittori isolati non poteva rimanere indifferente alla “nuova moda”, così invece di fantasmi ispiratori i protagonisti hanno trovato la violenza. Non crediate però che tutto questo non finirà in un libro: ogni autore isolato finisce per scriverne uno… e Jennifer Hills non fa eccezione…

Solo quarant’anni dopo uscirà il libro di Jennifer

Ma questa storia, ve la racconterò fra qualche giorno…

L.

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9 risposte a Ghostwriting 6. Non violentate gli unicorni

  1. Cassidy ha detto:

    Solo qui (e su “Non quel Marlowe”) si può partire da Robert Altman per arrivare al classico del Rape & Revenge, mitico! 😉 Sono abbastanza sicuro di aver visto “Images” ai tempi in cui mi sparai tutti (o quasi) i film del regista, ammetto di ricordarlo poco, sicuramente non sapevo nulla della bella storia dietro al libro. La panoramica su “I spit on your grave” impeccabile, volevo segnalarti che nel mattissimo seguito con attrice e regista originale (gulp!) Jenny ha scritto un libro, ma sei più avanti dell’avanguardia e a questo punto aspetto anche il post su quello. Concordo anche sul parere riguardo al remake di “I spit on your grave”, ha raccolto dei consensi in giro, ma non l’ho mai apprezzato. Cheers!

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Molto molto interessante, poi quando hai iniziato a citare Venerdì 13 e i rape & revenge mi sono sentito a casa…in senso non letterale chiaramente, lo specifico prima che qualcuno mi spedisca il 113 a casa!!! 🙂 🙂 🙂

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Urca che agganci! Ora sono curioso di vedere cosa tiri fuori giovedì…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, ma è tutto merito del Grande Sceneggiatore, che mi ha fatto conoscere il libro di Jennifer Hills nel momento esatto in cui stavo scrivendo che la donna alla fine non ha scritto alcun libro… Questo speciale lo sta scrivendo il Fato Scrittore ^_^

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  4. Giuseppe ha detto:

    Ecco, adesso che (grazie al Fato Scrittore ^_^) so cosa e chi c’è dietro al libro “immaginario ma reale” nel film di Altman ho un motivo in più per apprezzare “Images” 😉
    Naturalmente aspetto anch’io di avere notizie riguardo al libro di Jennifer Hills (va da sé che il remake di “I spit on your grave” NON abbia mai avuto la minima possibilità di competere con l’originale: giusto la tematica libraria può accostarli l’uno all’altro)…

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non posso dire di aver apprezzato “Images”, ma certe trovate onirico-visive sono davvero potenti.
      Qualsiasi tentativo di ricreare la violenza degli anni Settanta anche solo un’ora dopo gli anni Settanta è destinata ad un fallimento da barzelletta: peccato che i vari “sputi sulla tomba” moderni non facciano ridere, ma piangere.

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  5. Pingback: I Spit on Your Grave: Deja Vu (2019) | Il Zinefilo

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